Personaggi
Olimpia, signora di Villa Olimpia, stravagante e saggia
Donato, novizio di ventidue anni, figlio di una sua amica
Chicco, giovane ospite fisso della villa, scelto da Olimpia per i muscoli e non per l’eloquenza
Il Duca Alvise, aristocratico con parrucca settecentesca
Madame Zaira, cartomante di fiducia di Olimpia
Imogen, nipote di Olimpia, arrampicatrice sociale dalle idee confuse
Sante, il macellaio del paese
Maria Immacolata, figlia della cuoca e sua aiutante
Don Luigi, parroco del paese
La Contessa Vittoria, amica di Olimpia, cinque volte divorziata
Fedele, il suo autista
Rocco e Leo, giardinieri della villa
Il Pappagallo
L’azione si svolge a Villa Olimpia, nella campagna toscana, in due giorni d’estate.
Atto primo
Scena prima
Il salone monumentale di Villa Olimpia, in piena campagna toscana. Arredamento eclettico: statue greche con gli occhiali da sole, tappeti persiani, un grammofono che suona jazz e una gabbia dorata con un pappagallo che strilla frasi in francese. Sono le dieci del mattino.
Personaggi: Donato, Chicco, Olimpia.
Donato, tonaca nera, occhialetti tondi e valigia di tela grezza, stringe il rosario che porta alla cintura. Chicco, in costume da bagno e camicia aperta, attraversa il salone ballando a tempo di musica, poi si inginocchia davanti a una statua e riprende a smaltarle le unghie dei piedi.
Donato (sgranando gli occhi, rivolto a Chicco) Pace e bene, fratello… Mi scusi, sto cercando la signora Olimpia. Mi manda mia madre, sono Donato…
Olimpia scende la scalinata monumentale, avvolta in una vestaglia di piume di struzzo, turbante di velluto e lungo bocchino tra le dita.
Olimpia Donato! Creatura celeste! Ma guarda che meraviglia! Tua madre mi aveva detto che eri entrato in seminario, ma non pensavo ti avessero fatto anche così carino. E chiamami zia, come quando eri piccolo: le signore che si fanno chiamare «signora» sono già con un piede nella tomba. Chicco, tesoro, lascia stare la Venere di Milo e prendi la valigia a questo santo ragazzo!
Donato (arrossendo vistosamente) Veramente, zia Olimpia… non sono ancora prete, sono solo al noviziato… E credo che il signor Chicco sia un po’ troppo… svestito, per i miei voti di castità.
Olimpia (congedando il problema con un gesto della mano) Sciocchezze! La castità è un’invenzione di chi non ha una buona circolazione. E poi Chicco non è svestito, è essenziale. Qui a Villa Olimpia la natura non si nasconde: si celebra! Vieni, prendi un Martini, ti rinfresca l’anima prima che arrivino gli altri ospiti.
Donato (terrorizzato) Un Martini? Ma sono le dieci del mattino! E… quali altri ospiti?
Olimpia (radiosa) Oh, un baccanale meraviglioso! C’è un duca che si crede la reincarnazione di Luigi XIV, la mia cartomante di fiducia, che legge il futuro nei fondi del caffè, e una fanciulla che sospira per un macellaio. Sarà un’estate indimenticabile, Donato. Ti faremo uscire da quel convento a testa alta… o completamente pazzo!
Il Pappagallo Oh là là!
Scena seconda
La sala da pranzo. Una tavola imbandita in modo caotico ed elegantissimo: porcellane finissime accanto a bacinelle di ciliegie.
Personaggi: Olimpia, Donato, Chicco; poi il Duca Alvise e Madame Zaira.
Donato siede rigidissimo, con il tovagliolo di lino infilato nel colletto della tonaca. Di fronte a lui Chicco sbuccia un fico con gesti decisamente troppo sensuali, senza staccare gli occhi da Olimpia. Donato, a disagio, afferra il calice di vino rosso per darsi un contegno.
Olimpia (i gomiti sul tavolo, lo sguardo complice fisso su Chicco, la voce vellutata rivolta a Donato) Vedi, Donato caro… lo studio dei testi sacri è cosa lodevole, per carità. Ma c’è un’eresia che la tua Chiesa commette da secoli: confondere la santità con la privazione.
Donato (posa il calice, cercando di fare il teologo) Zia Olimpia, il distacco dalle passioni terrene serve a preservare l’anima per l’Alto…
Olimpia (con un sorriso magnetico, accarezzando distrattamente il braccio di Chicco) L’Alto si celebra nel basso, mio dolce ragazzo. Chiunque si neghi le gioie della vita, chiunque chiuda gli occhi davanti alla bellezza della carne e del mondo, non sta guadagnando il Paradiso… sta solo arredando il proprio inferno in terra.
Donato, colpito dalla frase e ancor più dall’occhiata languida tra Olimpia e Chicco, beve d’un fiato per l’ansia. Il vino gli va di traverso.
Donato (tossendo, rosso come un pomodoro) Coff! Coff! L’inferno… coff!… in terra?!
Chicco (si alza e gli assesta grandi manate sulla schiena) Respira, fratellino! Mandalo giù! Il vino della zia è un nettare, mica l’aceto della messa!
Olimpia (impassibile, accendendo una sigaretta nel bocchino) Visto? La verità è come il Barolo buono, Donato: se non sei abituato a respirarla, ti soffoca.
Le doppie porte si spalancano con un colpo teatrale. Entrano il Duca Alvise, in vestaglia di broccato e parrucca settecentesca leggermente storta, e Madame Zaira, avvolta in scialli di ciniglia, carica di collane di pietre dure, le dita macchiate di fondi di caffè.
Alvise (gesticolando con sdegno) Vi dico di no, Zaira! Gli astri mentono! Un monarca della mia stirpe non può avere Saturno contro a giugno. È un insulto alla corona!
Zaira (con gli occhi sbarrati) Le carte non mentono mai, Alvise! C’era l’Appeso capovolto accanto alla tazzina dell’espresso! Significa che il vostro regno è…
Si blocca di colpo. I suoi occhi incrociano Donato, ancora paonazzo, in tonaca e occhialetti tondi. Lancia un urlo stridulo che fa tremare i cristalli.
Zaira Oh mio Dio! Chi è questo ragazzo?!
Arretra terrorizzata e comincia a farsi il segno della croce a ripetizione, velocissima, come se avesse visto il demonio in persona.
Donato (smettendo di colpo di tossire) Ma… veramente io… pace e bene…
Alvise (sguainando un coltello da pesce come fosse una spada) Un intruso! Un cospiratore giacobino nel mio palazzo! Olimpia, chi ha fatto entrare questo corvo?
Olimpia (soffiando un anello di fumo, divertita) Calmati, Alvise, posa quel coltello da branzino. E tu, Zaira, smettila di fare la cattolica praticante: l’ultima volta che sei entrata in chiesa è stato per rubare le candele votive. Questo è Donato, il figlio della mia amica. È al noviziato.
Zaira (puntandogli contro un dito tremante) Un novizio?! Olimpia, l’energia di questa casa è compromessa! Quest’uomo emana vibrazioni di astinenza e senso di colpa! Le mie carte si smaterializzeranno!
Chicco (tornando a sedersi, tranquillo) Stai serena, Zaira: ha appena quasi sputato un Barolo da ottanta euro. Secondo me le vibrazioni si stanno già ammorbidendo.
Olimpia (posando il bocchino con flemma regale) Zaira, piantala con questa sceneggiata: le tue vibrazioni sono agitate solo perché non hai ancora preso il caffè. Donato non è un esorcista, è un ragazzo confuso. E tu, Alvise, per l’amor del cielo, conserva il lignaggio. Donato, ti presento il Duca Alvise.
Donato (intimidito dal titolo e dalla parrucca) Duca… di dove, se posso chiedere?
Alvise (raddrizzandosi la parrucca con un gesto d’altri tempi e squadrandolo dall’alto in basso) Di un ducato che la storia ha dimenticato, mio caro giovane, ma che io ricordo benissimo. A proposito… (osserva la macchia di vino sul tovagliolo di Donato) …vedo che avete tentato di battezzare il lino di Olimpia con il Barolo. Un sacrilegio che meriterebbe la scomunica. O peggio: l’esilio nei miei possedimenti.
Zaira (avvicinandosi di soppiatto e scrutandogli il palmo della mano senza toccarlo) Alvise, non scherzare! Io vedo una linea del destino spezzata in due. Questo ragazzo è a un bivio: da una parte il cilicio e l’incenso, dall’altra… (lancia un’occhiata a Chicco, che morde un fico) …la perdizione totale di questa villa! Olimpia, te lo dico io: entro la fine dell’estate questo novizio ci farà ballare tutti sui tavoli!
Donato (ritirando la mano sotto la tonaca) Io?! Ballare sui tavoli?! Ma io sono qui solo per portare i saluti di mia madre e studiare in santa pace San Tommaso d’Aquino!
Chicco (ridendo e riempiendogli il bicchiere) Fidati, fratellino: a San Tommaso fischieranno le orecchie per i prossimi tre mesi. Bevi, che ti fa sangue!
Scena terza
Il grande corridoio del primo piano: porte dorate, specchi barocchi, piante tropicali.
Personaggi: Donato, Olimpia, Alvise, Zaira, Chicco.
Donato trascina la valigia, scortato dal corteo degli ospiti.
Donato (smarrito) Zia Olimpia, se mi poteste indicare una stanzetta semplice… va bene anche un sottotetto, o una vecchia camera della servitù. Mi bastano un tavolo per i libri e un letto singolo.
Olimpia (fermandosi davanti a una maestosa porta di mogano) Ma non se ne parla nemmeno, Donato caro! Un sottotetto? La tua pelle ne risentirebbe e tua madre mi toglierebbe il saluto. La villa è quasi piena: Alvise ha l’ala ovest per i suoi soliloqui regali, Zaira l’ala est perché deve orientare i tarocchi verso i punti cardinali… quindi tu starai nella Stanza del Narciso.
Donato (sospirando di sollievo) Ah, meno male. La Stanza del Narciso… Un nome poetico, quasi francescano…
Olimpia (spalancando la porta) Sì, ed è enorme! Letto matrimoniale a baldacchino, vasca idromassaggio in marmo rosa… e la dividerai con Chicco.
A Donato si gela il sangue. Dentro la stanza Chicco si è già tolto la camicia e, in boxer, sta srotolando un tappetino da yoga.
Donato Co… co… con Chicco?! Zia Olimpia, vi scongiuro! Io ho fatto voto di… cioè, sto per fare voto di castità, povertà e obbedienza! Non posso dividere il letto con un uomo svestito che fa ginnastica!
Alvise (con sufficienza aristocratica) Suvvia, Donato, non siate provinciale. Nel Settecento i sovrani dividevano le stanze con interi reggimenti di guardie. Considerate Chicco la vostra guardia del corpo contro le tentazioni notturne. O forse temete che la tentazione sia lui?
Zaira (estraendo una carta dal nulla) L’Eremita incontra il Bagatto! È il destino! Donato, le energie della stanza hanno bisogno di equilibrio: tu porti la preghiera, lui porta gli addominali. È la quadratura del cerchio!
Chicco (voltandosi dal tappetino con un sorriso smagliante) Benvenuto a bordo, fratellino! Non ti preoccupare, io dormo sul lato destro e non russo quasi mai. Stasera, se vuoi, ti insegno la respirazione yoga: apre i chakra che è una meraviglia!
Donato (stringendo il rosario come un’ancora di salvezza, gli occhi al soffitto affrescato di putti nudi) San Tommaso… perdonami… ti prometto che studierò il triplo…
Scena quarta
Il boudoir di Olimpia, dopo pranzo. Tende di seta socchiuse, una dormeuse di velluto, librerie colme fino al soffitto.
Personaggi: Olimpia, Chicco.
Olimpia è distesa sulla dormeuse, con una mascherina di raso sugli occhi. Chicco, seduto ai suoi piedi, le massaggia le caviglie con la concentrazione di chi solleva un bilanciere.
Chicco Zia… posso farti una domanda filosofica?
Olimpia (senza togliersi la mascherina) Se proprio devi, tesoro.
Chicco Stamattina, mentre facevo gli addominali, ho avuto un’illuminazione. Tipo Socrate. Lui diceva: «So di non sapere». Io invece so di sapere… quante ripetizioni faccio. Cinquecento. È una forma di saggezza, no?
Olimpia È una forma di aritmetica, Chicco.
Chicco (per nulla scoraggiato) E poi c’è quell’altro greco, Eraclito, quello del «tutto scorre». Io l’ho capito in palestra: tutto scorre. Il sudore, le proteine… anche il tempo, sotto la panca.
Olimpia (sollevando la mascherina su un occhio solo) E chi ti ha parlato di Eraclito?
Chicco Il barattolo dell’integratore. Ogni gusto ha la sua citazione. Eraclito è al gusto vaniglia. Nietzsche è al cioccolato: «Quello che non mi uccide mi fortifica». Credevo l’avesse detto il mio istruttore, ce l’ha scritto sopra lo specchio.
Olimpia Immagino che sia la frase più letta della storia della filosofia, in quella palestra.
Chicco (illuminandosi) E Cartesio! «Penso, dunque sono». Solo che io ci ho ragionato sopra, zia, e secondo me è troppo faticoso. Io sono, e basta. Senza passare dal pensiero. È più efficiente.
Olimpia (togliendosi del tutto la mascherina e fissandolo con tenerezza sconfinata) Chicco, amore mio, tu hai appena riassunto in una frase trecento anni di filosofia moderna. E li hai demoliti.
Chicco (fiero, gonfiando il petto) Allora secondo te sono un filosofo?
Olimpia si alza con grazia, va alla libreria, scorre i dorsi con un’unghia laccata ed estrae un volumetto rilegato in pelle. Prende la stilografica, scrive una dedica sulla prima pagina e glielo porge.
Olimpia Tieni. È un regalo. Per il mio filosofo preferito.
Chicco (leggendo il titolo con fatica, sillabando) «L’Ar-te del Si-len-zio»… Oh! Ed è filosofia?
Olimpia La più alta di tutte. Quella che praticano soltanto quelli che hanno capito tutto.
Chicco E chi l’ha scritto?
Olimpia Un monaco che non ha mai aperto bocca in vita sua.
Chicco (perplesso) E allora come ha fatto a scriverlo?
Olimpia Appunto: in silenzio. Vedi che cominci a capire?
Chicco (sfogliandolo, un po’ preoccupato) Ma è lunghissimo, zia…
Olimpia Non devi leggerlo, tesoro. Devi praticarlo. Tu hai un dono raro, Chicco: quando stai zitto sei perfetto. Pochissimi filosofi possono dire altrettanto. Comincia pure adesso.
Chicco apre la bocca per ringraziare. Olimpia solleva il libro. Chicco richiude la bocca, ci pensa, e al posto delle parole le mostra un bicipite. Olimpia lo accarezza come si accarezza un’opera d’arte.
Olimpia Ecco. Ora sì che sei eloquente. Platone sarebbe fiero di te.
Chicco (non riuscendo a trattenersi) Platone? Quello del…
Olimpia solleva di nuovo il libro. Chicco si tappa la bocca con entrambe le mani, annuisce solennemente e torna a massaggiarle le caviglie, in religioso silenzio.
Olimpia (rimettendosi la mascherina, soddisfatta) Finalmente un uomo che mi ascolta.
Scena quinta
Il giardino all’italiana: siepi di bosso, fontane di marmo, statue di ninfe. Pomeriggio.
Personaggi: Donato, Alvise, Imogen; poi Olimpia; poi Sante; poi Zaira.
Donato, seduto su una panchina di pietra, legge ad alta voce un enorme tomo di teologia aperto sulle ginocchia.
Donato «…pertanto la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona…» Ecco, questo San Tommaso lo spiega benissimo…
Da dietro una siepe spunta Alvise, con una rosa rossa in mano e un foglio di pergamena. Lo segue Imogen, bellissima, in un lungo abito di lino bianco, lo sguardo perso nel cielo; mastica una gomma con pochissima eleganza.
Alvise (in ginocchio davanti a lei, ignorando completamente Donato) Oh, Imogen! Creatura di luce, erede ideale delle muse di corte! Ascolta i versi che il mio nobile cuore ha sanguinato per te stanotte: «Il tuo sguardo è come il sole su Versailles, e il mio petto un castello che crolla se non mi guarderai…»
Imogen (sospirando, senza guardarlo) Bello, Alvise, davvero poetico… Ma sai a cosa sto pensando io, adesso? Al petto.
Alvise (illuminandosi e baciandole la mano) Al mio petto?! Oh, l’amore ha fatto breccia nel tuo cuore di ghiaccio!
Imogen Ma quale tuo petto, Alvise! Pensavo al petto di pollo. E alla fiorentina di Chianina. Quella che taglia lui… con quelle braccia pelose, quel grembiule macchiato di sangue e quella mannaia che spacca l’osso in un colpo solo… Oh, santo cielo, che uomo!
Donato (alzando la testa dal libro, scandalizzato e confuso) Spacca… l’osso?! Ma di chi state parlando?
Alvise (alzandosi di scatto e calpestando la pergamena) Di un barbaro, Donato! Di un plebeo che puzza di fegato e strutto: il macellaio del paese! Imogen, ti prego! Io posso offrirti un titolo, una dinastia, una genealogia che risale alle crociate! E tu mi rifiuti per un uomo che passa le giornate a insaccare maiali?!
Imogen (con gli occhi lucidi di passione) Alvise, tu non capisci. Tu mi parli in endecasillabi, ma lui… lui, quando mi incarta il macinato, mi guarda negli occhi e mi dice: «Signorina, per lei oggi ho il taglio migliore, tenero come il burro». Quella è poesia! Altro che Versailles!
Alvise (disperato, afferrando Donato per la tonaca) Donato! Voi che siete un uomo di Chiesa, ditele qualcosa! Spiegatele che l’amore platonico eleva l’anima, mentre l’amore per un commerciante di carni bovine è un abominio teologico!
Donato (nel panico, cercando di liberarsi) Io?! Ma io veramente… San Tommaso dice che l’appetito concupiscibile… cioè… dipende dalla qualità del taglio, credo? No, volevo dire… pace e bene!
Da dietro una siepe compare Olimpia, con un paio di cesoie d’oro in mano, intenta a tagliare rose bianche.
Alvise (con le mani nei capelli) È una tragedia! Un affronto al mio lignaggio! Preferire il sangue di un mattatoio all’azzurro del mio! Olimpia, intervieni, ti prego! Tua nipote è impazzita!
Olimpia (posa le cesoie e si avvicina a Imogen a passi felini, con un sorriso di complice saggezza) Oh, Alvise, smettila di fare il melodramma. Io Imogen la capisco benissimo.
Alvise La capisci?! Tradimento a corte!
Olimpia (accarezzando la guancia di Imogen, con voce teatrale) Certo che ti capisco, cara. Quel macellaio ha il fascino intramontabile di certi uomini rari… quelli che di giorno ti trattano come una regina, ma di notte… di notte ti trattano come una fruttivendola!
Imogen (con un sospiro d’estasi, quasi svenendo sulla panchina accanto a Donato) Ahhh… sì, zia! Esattamente! Ha proprio quel tocco lì!
Donato (chiudendo di colpo il tomo di San Tommaso, rosso fino alla punta delle orecchie) Come… come una fruttivendola?! Nel senso che… vende le zucchine di notte? Ma è contro l’orario dei negozi!
Alvise (inorridito, una mano sul cuore) Olimpia! Davanti a un uomo di Chiesa! Che metafore plebee! Trattata come una venditrice di ortaggi a chilometro zero! Io l’avrei portata a rimirare gli astri dal balcone!
Olimpia (ridendo, a Donato) Donato, benedetto ragazzo, riapri quel libro e cerca la voce «passione»: se aspetti che te la spieghi Alvise, finirai per farti suora.
Dal cancello arriva il clacson sgangherato di un’Ape Piaggio. Una voce taurina, toscanissima, urla da fuori: «Ooooh! C’è la consegna della ciccia per la signora Olimpia!»
Imogen (scattando in piedi come per una scossa elettrica e sistemandosi i capelli) È lui! È la mia braciola divina!
Donato (disperato, stringendo il libro al petto) Ma insomma! In questa casa si parla solo di mangiare?! Carne di qua, fiorentine di là, fruttivendole notturne… E lo spirito? Il digiuno dell’anima dove lo mettete?
Olimpia (con una dolcezza quasi materna e terribilmente ironica) Donato caro, certo che si parla solo di mangiare. Perché il cibo, quello buono, quello vero, quello che si divide con passione, è un alimento per l’anima! Come pretendi di amare Dio, che non vedi, se non sai amare un piatto di tagliolini al tartufo che hai sotto gli occhi?
Donato (a bocca aperta) Ma… questo San Tommaso non lo scrive da nessuna parte…
Le siepi si aprono ed entra Sante, il macellaio: un uomo immenso sulla quarantina, maniche arrotolate su bicipiti scolpiti dal lavoro, grembiule bianco con qualche inevitabile macchia, un grande vassoio di legno coperto da un canovaccio, colmo di bistecche gigantesche.
Sante (con voce profonda e accento toscano verace) Giorno a tutti! Signora Olimpia, le ho portato quel famoso «pezzo da re» che mi aveva chiesto. Carne che si taglia col grissino, roba da far risuscitare i morti!
Imogen (con gli occhi a cuore) Ooooh, Sante… che tempismo… che muscoli… volevo dire: che bella carne.
Alvise (impettito, si piazza petto contro petto con Sante, che lo sovrasta di tutta la testa) Ascoltate, signor… fornitore di frattaglie! Voi avrete anche il «pezzo da re» nel vassoio, ma ricordatevi che il re, qui, sono io! Io ho la nobiltà nelle vene!
Sante (lo guarda dall’alto in basso con un sorriso sornione, poi si volta verso Olimpia indicando la parrucca) Signora Olimpia, ma questo signore chi è? Il fantasma di Carnevale? Guardi, se c’ha il sangue blu gli conviene mangiare un po’ di fegato alla toscana per rimettersi in sesto col ferro, sennò al primo colpo di vento mi sviene!
Donato (mettendosi in mezzo come paciere) Fratelli, vi prego, nessuna violenza! Siamo tutti creature dello stesso Creatore… anche se il signor Sante ha un modo decisamente imponente di presentarsi.
Sante (gli molla una pacca amichevole e potentissima sulla spalla che per poco non lo scaraventa nella fontana delle ninfe) Bravo il seghino! Te sì che capisci la materia prima. Tieni, senti che profumo! (Gli mette sotto il naso un pezzo di filetto crudo.) Questo è lo Spirito Santo della gastronomia, altroché!
Le fronde di un grande salice piangente si aprono con un fruscio drammatico. Madame Zaira avanza con un mazzo di tarocchi giganti che fa schioccare come un ventaglio.
Zaira (con voce d’oltretomba) Fermatevi tutti! Sento odore di sangue… e non è solo quello della carne di quest’uomo immenso! (Fissa Sante, poi si blocca e punta un’unghia laccata di rosso dritta contro Donato.) Ma prima… prima che io interroghi il destino di questo gigante del filetto, c’è un’anima più urgente che trema nell’oscurità.
Donato (arretrando e stringendo il rosario) Se vi riferite a me, Madame, la mia anima è già ampiamente illuminata dalle Scritture, grazie. Non ho bisogno di cartomanzia. Il catechismo vieta espressamente…
Zaira (sventolandogli il mazzo sotto il naso) Sciocchezze da seminario! Dimmi la verità, ragazzo del mistero: non c’è una domanda che ti lacera la tonaca? Non vuoi sapere se diventerai Papa… o se quest’estate in campagna distruggerà per sempre la tua castità? Una sola carta. Una sola risposta.
Donato (tentato, sudando freddo, guarda la carta, poi il cielo, poi Olimpia) Ma… veramente… sapere se passerò l’esame di Diritto Canonico a settembre non sarebbe male… No! No, no, vade retro! È peccato di superstizione!
Olimpia (versandosi un goccio di vino) Oh, Donato, andiamo! Un peccato che si risolve con tre Ave Maria è solo un peccato di distrazione. Lascia che Zaira ti guardi il futuro. Magari scopriamo che sei destinato a qualcosa di più divertente del celibato ecclesiastico!
Alvise (sbuffando) Non sprecate i tarocchi con il chierichetto, Zaira! Leggete piuttosto il futuro a questo signore col grembiule macchiato. Chiedete alle carte se la sua bottega fallirà prima di agosto, così liberiamo la Toscana dalla sua presenza!
Sante (ridendo di cuore, a braccia conserte) Oh, Alvise, a me la signora mi può leggere anche la lista della spesa! Ma prima fatemi vedere il seghino. Dai, fratellino, pescala una carta! Che c’hai paura che ci sia scritto che ti innamori d’una fruttivendola pure te?
Olimpia (prendendo con grazia il vassoio dalle mani di Sante e consegnandolo a Donato) Anzi, Donato, fammi una cortesia: prima che le carte ti facciano venire un coccolone, porta questa meraviglia in cucina, che col caldo si sciupa. Troverai Maria Immacolata. Vedrai che lì, almeno, nessuno ti leggerà il futuro.
Donato (afferrando il vassoio come una scialuppa di salvataggio) Subito, zia! Con immenso piacere!
Scena sesta
La cucina monumentale della villa. Pentoloni di rame alle pareti, profumo di basilico e soffritto, un grande tavolo di legno al centro.
Personaggi: Donato, Maria Immacolata.
Donato entra camminando all’indietro, come in fuga dal giardino, con il pesante vassoio tra le mani. Sbuffa di sollievo.
Donato (tra sé) Grazie al cielo… via dalle carte, via dal macellaio… Qui almeno regna il silenzio della santa operosità domestica…
Maria Immacolata (spuntando all’improvviso da dietro un’enorme credenza, con le mani piene di farina. È una ventenne dalle forme decisamente generose, grembiule stretto in vita, occhi vispi e un sorriso che stende un esercito) Ehi, là! E tu chi sei, il nuovo chierichetto della parrocchia che viene a benedire i tortelli?
Donato (arrossendo all’istante, rischia di far cadere il vassoio) Oh! Pace e bene… No, io sono Donato, il nipote… cioè, l’ospite della zia Olimpia. Mi ha chiesto di portare questa carne in cucina. Tu devi essere… la cuoca?
Maria Immacolata (con una risata argentina che le fa sobbalzare il generoso décolleté) La cuoca è mia madre, bello mio! Io sono la figlia, e l’aiuto cuoca. Mi chiamo Maria Immacolata, ma di immacolato c’ho solo il nome, te lo dico subito! Qui in cucina si fatica, si suda e si frigge. Posa pure quella meraviglia sul tavolo.
Donato (posando il vassoio con le mani che tremano, gli occhi ostinatamente al soffitto per non incrociare le forme di lei) Molto bene, Maria Imma… cioè, signorina. Ecco la carne del signor Sante. Adesso, se non ti dispiace, tornerei ai miei studi di teologia…
Maria Immacolata (gli si avvicina, gli sfila con un gesto fulmineo gli occhialetti dal naso e glieli pulisce sul grembiule infarinato) Ma che teologia e teologia! Guarda che occhiali sporchi, ma come fai a vederci? E poi scusa, con quelle braccine… ma in convento vi danno da mangiare solo l’ostia? Resta qui, che sto preparando il ripieno per i ravioli di piccione. Assaggia!
Prende un cucchiaio di legno colmo di ripieno fumante e profumatissimo e lo spinge deciso verso la bocca di Donato, avvicinandosi un po’ troppo.
Donato (con le spalle incollate al tavolo e il viso a pochi centimetri da quello di lei) Ma… ma oggi sarebbe mercoledì di magro… non potrei… gnam…
Lei gli infila il cucchiaio in bocca. Donato mastica; gli occhi gli si illuminano per la bontà divina del cibo, mentre il cuore gli batte a mille.
Maria Immacolata (maliziosa, posandogli una mano sul fianco) Allora? È peccato di gola o è il Paradiso, Donato?
Donato la fissa, spalanca la bocca senza emettere suono, poi fugge di corsa dalla cucina.
Scena settima
La Stanza del Narciso, inondata dal sole del pomeriggio. Sul letto, sparpagliati, i boxer colorati e i manubri di Chicco.
Personaggi: Donato; poi Chicco.
Donato è inginocchiato su un antico inginocchiatoio di noce, davanti a un piccolo crocifisso di legno. Suda, stringe il rosario, tiene gli occhi strizzati nello sforzo disperato di concentrarsi, e alza la voce per coprire i propri pensieri.
Donato (frenetico) Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te… e con le tue forme… No! No! Quali forme?! …Benedetta tu fra le donne… specialmente quella della cucina… con quel grembiule così stretto… e tutta quella farina… e benedetto il frutto del tuo seno… Oh, santo cielo, il seno! Bianco, sodo, prospero, che ondeggiava mentre girava il ripieno! Vade retro! San Tommaso, proteggimi tu!
Si batte il petto, si raddrizza e ricomincia ancora più forte, quasi urlando.
Donato Riprendiamo. Ave Maria, piena di grazia… Niente farina. Solo incenso. Pensa all’incenso, Donato! …Il Signore è con te… Però quel ripieno era delizioso, e lei si è avvicinata tanto… profumava di basilico e di giovinezza… Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori… e io sono il re dei peccatori! Ogni volta che dico «Ave» vedo due colline di pasta frolla appena sfornata!… Adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.
Si accascia esausto sull’inginocchiatoio e si asciuga la fronte con la manica della tonaca. La porta si spalanca senza che nessuno bussi. Entra Chicco, fresco di doccia, un asciugamano al collo, una mela in mano e «L’Arte del Silenzio» sotto il braccio, ancora intonso.
Chicco (masticando, incuriosito) Fratellino! Ma stavi urlando le preghiere? Si sentivano le Ave Maria fin dal corridoio. Tutto bene? Oh, ma sei stato in cucina a portare la ciccia? L’hai conosciuta, Maria Immacolata?
Donato (scatta in piedi come colto in flagrante, rosso come una fragola, agitando le mani) Sì! Sì, l’ho conosciuta… una ragazza… molto devota al lavoro… anche lei è una pecorina del Signore!
Un secondo di silenzio glaciale. Donato realizza l’enormità di ciò che ha detto e si tappa la bocca con entrambe le mani.
Donato (balbettando, terrorizzato) Ma… ma cosa dico?! Una pecorella! Una pecorella del Signore! Volevo dire pecorella!!! Oh mio Dio, la mia anima è perduta!
Chicco (sgrana gli occhi, poi scoppia in una risata enorme e complice) Però, Donato! E poi dicono che in seminario siete tutti timidi! Maria Immacolata fa quest’effetto, eh? Ti apre i chakra in un secondo!
Donato (afferra il libro di teologia, si raccoglie la tonaca tra le gambe e schizza fuori come un centometrista) Vade retro! Sono un peccatore! Devo confessarmi subito! Sant’Agostino, aiutami tuuu!
Sparisce nel corridoio lasciando la porta aperta. Chicco lo guarda andare via scuotendo la testa e dà un altro morso alla mela.
Chicco (tra sé) Bel tipo, il chierichetto. Questo entro sabato si spoglia.
Poi guarda il libro, si ricorda della lezione di Olimpia e si tappa la bocca con la mela.
Scena ottava
Il corridoio monumentale.
Personaggi: Donato, Olimpia.
Donato corre a testa bassa, il libro di San Tommaso stretto al petto come uno scudo.
Donato (correndo e urlando) Devo confessarmi! Devo trovare dell’acqua santa! Devo…
Va a sbattere a tutta velocità contro il petto di Olimpia, che avanza elegantissima con un vassoio d’argento e due calici di champagne. I calici traballano, ma Olimpia, solida nella sua eleganza, non perde l’equilibrio. Donato rimbalza all’indietro di due metri e finisce seduto per terra.
Donato (agitando le braccia verso il soffitto, a pieni polmoni) Basta!!! Questo è un complotto! Un complotto ordito dalle forze del male per farmi perdere la retta via! Prima i toy boy nudi, poi il duca matto, la cartomante, la carne cruda, la cuoca prosperosa e le pecorelle… È tutto studiato a tavolino! Siete tutti d’accordo per mandarmi all’inferno!
Olimpia (si sistema il turbante con calma olimpica, osserva le gocce di champagne cadute sulle piume, poi guarda il ragazzo a terra) Ma Donato, benedetto ragazzo! Un complotto? Addirittura? E poi, andiamo, sbattere così sul petto di tua zia… Guarda che per trovare un décolleté accogliente dovevi restare in cucina da Maria Immacolata, non venire a cercarlo nei corridoi.
Donato (tappandosi le orecchie) Nooo! Non nominate quel nome! Non dite «décolleté»! Non dite «cucina»! È un’ossessione!
Olimpia (porgendogli la mano libera per aiutarlo a rialzarsi, con un sorriso di irresistibile umanità) Su, alzati da quel pavimento, che ti prendi un malanno e rovini la tonaca. Nessun complotto, Donato. Questa si chiama semplicemente vita: quella cosa meravigliosa e caotica che succede fuori dalle mura del tuo seminario. Vieni con me in giardino: Zaira sta per fare le carte al macellaio. Fidati, c’è più teologia in una grigliata di Olimpia che in tutta la Summa di San Tommaso!
Scena nona
Il giardino. Il sole del pomeriggio filtra tra le siepi. Sante siede a braccia conserte su una sedia da esterno, divertito; Alvise lo scruta come un sovrano che ispeziona un suddito ribelle; Madame Zaira mescola i tarocchi su un tavolo di ferro battuto; Imogen non stacca gli occhi dal macellaio.
Personaggi: Donato, Olimpia, Alvise, Imogen, Sante, Zaira, Chicco; poi Maria Immacolata.
Olimpia spinge avanti Donato, ancora tremante, verso il gruppo.
Zaira (si blocca nel mescolare le carte e fissa Donato, che cerca di nascondersi dietro Olimpia, con uno sguardo da badessa d’altri tempi) Eccoti qui, Donato. Ti sento da qui, che reciti le Ave Maria come se contassi gli spiccioli al mercato. Ti irrigidisci davanti alla carne cruda, scappi dalle cucine e gridi al complotto. Ma dimmi un po’, ragazzo del seminario: la Scrittura te la ricordi?
Donato (punto nell’orgoglio, raddrizzandosi gli occhiali) Certo che la ricordo! La studio giorno e notte…
Zaira (puntandogli contro un dito carico di anelli, con voce solenne) E allora torna in camera e rileggiti bene i doni dello Spirito nella Prima Lettera ai Corinzi! San Paolo lo scrive chiaro e tondo: ci sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito. C’è chi ha il dono della sapienza, chi quello della fede… e chi, come questa casa, ha il carisma della gioia, della carne e della buona cucina! Lo Spirito soffia dove vuole, Donato, mica si ferma sulla soglia della dispensa!
Donato (spiazzato dal fatto che una cartomante gli citi San Paolo) I Corinzi… la varietà dei carismi… Ma San Paolo non intendeva dire che…
Olimpia (mettendogli in mano un calice di champagne) Brava, Zaira! Te l’avevo detto, Donato: in questa villa perfino le carte hanno studiato più teologia di te. Ora bevi e taci, che comincia lo spettacolo.
Zaira (voltandosi verso Sante e sbattendo tre carte giganti sul tavolo) E ora veniamo a te, Sante, re del mattatoio. Vediamo cosa nascondono questi bicipiti da Chianina.
Gira la prima carta: un re coronato su un trono d’oro. Alvise fa un passo avanti, inorridito.
Alvise L’Imperatore?! Sul destino di un venditore di salsicce? Zaira, il vostro mazzo è decisamente difettoso!
Zaira (fissando Sante, che smette all’improvviso di ridere) Nessun difetto, Alvise. Le carte parlano chiaro. Sante… tu tagli la carne di giorno, ma nelle tue vene scorre qualcosa che non è sangue plebeo. Tu nascondi un segreto che profuma di blasone…
Alvise (raddrizzandosi la parrucca con le mani che tremano) Un segreto che profuma di blasone?! Zaira, vi prego, non osate accostare la nobiltà dello stemma alla porchetta!
Zaira (girando la seconda carta con un colpo secco: la Ruota della Fortuna) Silenzio, Alvise! Le carte non sussurrano: urlano! Sante… tu sei nato a Firenze, nell’autunno di quarant’anni fa. Tua madre era una bellissima sarta di palazzo… e il sangue che ti scorre nelle vene non è rosso: è blu!
Alvise (pallido come un lenzuolo, barcollando) L’autunno di quarant’anni fa… la sarta di palazzo… No… non può essere… Filomena?!
Sante (alzandosi di scatto, immenso, gli occhi sbarrati su Alvise) Filomena era la mi’ mamma, sì! M’ha sempre detto che il mi’ babbo era un uccello di passo, con la puzza sotto il naso e la passione per le parrucche… Ommadonna… Alvise… ma allora te…
Zaira (indicandoli entrambi con il mazzo) Esatto! L’Imperatore e l’Erede! Alvise… il macellaio è tuo figlio!
Alvise (con un grido acuto e strozzato, la mano sul cuore) Mio… mio figlio?! Un commerciante di carni bovine?! Il sangue della mia dinastia mescolato con lo strutto e il ramerino?! Un duca che seziona quarti di bue?! Sto per svenire… Olimpia, sorreggimi!
Imogen (in pieno cortocircuito sentimentale, guardando ora l’uno ora l’altro) Aspetta un momento… Se Sante è figlio di Alvise… e Alvise voleva sposare me… e io amo Sante… Oh mio Dio, stavo per diventare la matrigna del mio macellaio del cuore!
Donato (vuota il calice d’un fiato e alza gli occhi al cielo) Ecco. Lo sapevo. San Paolo aveva ragione sui Corinzi, ma qui siamo oltre! Questo non è un carisma dello Spirito, è un caos biblico! È l’Antico Testamento che incontra la telenovela! Zia Olimpia, vi prego, versatemi dell’altro peccato liquido in questo bicchiere!
Olimpia (con una risata fragorosa, riempiendogli il calice) Ma questo è un miracolo della genetica, Alvise! Guarda che meraviglia: tu ci hai messo il titolo, Filomena la salute, e ne è uscito un ragazzo splendido che sa perfino tagliare una fiorentina come Dio comanda! Abbraccia il tuo sangue, Duca!
Sante (guarda Alvise, poi le proprie mani enormi e callose, poi la parrucca storta del padre) Babbo… cioè, Duca… Deh, se s’ha da fare la pace, sappi che per il pranzo di nozze con Imogen ti fo lo sconto di famiglia sulla scamerita!
Le porte della cucina si spalancano. Entra trionfale Maria Immacolata, reggendo a fatica un vassoio d’argento con una torta monumentale: tre piani di pan di Spagna ricoperti di panna montata, una corona di zucchero filato in cima e, inspiegabilmente, due salsicce di marzapane.
Maria Immacolata (a gran voce, facendo ondeggiare il décolleté a passo di marcia) Largo! Fate spazio alla nobiltà ruspante! La notizia è volata dalle finestre fino ai miei fornelli: un duca nato tra le braciole! Questa sì che è una grazia ricevuta!
Sante (a braccia spalancate) Maria! Ma che hai fatto, una torta reale?
Maria Immacolata (posa il vassoio proprio sopra i tarocchi di Zaira e dà un pizzicotto sulla guancia a Sante) Altroché! Pan di Spagna bagnato nell’alchermes per l’aristocrazia e crema pasticcera soda e ruspante per il popolo! (Si gira di scatto verso Donato e lo fulmina con gli occhi vispi.) Ehi, chierichetto! Guarda che ti vedo, sai? Sei scappato dalla mia cucina come se avessi visto il diavolo, e ora ti scoli lo champagne della zia?
Donato (strozzandosi con lo champagne e nascondendo il calice dietro la schiena) Maria Immacolata… io… veramente stavo solo riflettendo sui Corinzi con Madame Zaira… Lo champagne è… terapeutico, per lo shock!
Maria Immacolata (gli si avvicina lentamente, affonda l’indice nella panna della torta e ne raccoglie una nuvola generosa) Terapeutico, eh? Allora prendi anche questa medicina. Su, Donato, apri la bocca: non è peccato, è solo la mia crema. È soffice come un angioletto, promesso.
Donato (vorrebbe recitare un salmo, ma gli esce solo un sibilo) Ma io… non potrei… l’ascesi…
Prima che possa finire la parola, lei gli infila il dito coperto di panna dritto in bocca. Donato si pietrifica. Le pupille gli si dilatano. Resta immobile come una statua di sale, tra la dolcezza della panna e la vicinanza ravvicinata del décolleté.
Chicco (dando una gomitata d’intesa a Sante) Ragazzi, guardate il chierichetto! Gli è andato il sistema in blocco. Secondo me ha visto la Madonna… ma quella terrena!
Maria Immacolata (ritira il dito con un occhiolino, lasciandogli un baffo bianco sul labbro) Visto? Sei ancora vivo, Donato. E hai pure un’aria decisamente più umana.
Donato (con lo sguardo vitreo, oscillando sulle gambe come dopo un pugno) La panna… la panna è… consustanziale alla gioia… San Tommaso… Maria Immacolata… le pecorelle… ommadonna benedetta…
Olimpia (sfilandogli il calice dalle mani prima che cada) Zaira, per favore, reggi il ragazzo prima che mi svenga sulle ortensie. Maria, tesoro, sei un’arma di distruzione di massa per il clero. Alvise, muoviti, riprenditi dal letargo nobiliare e vieni a baciare tuo figlio: se non altro, da oggi la carne in questa casa non la paghiamo più!
Alvise (fissando la torta con sdegno, ma visibilmente attratto dal profumo) Delle salsicce di marzapane sulla corona di famiglia… Il mondo è definitivamente crollato. Però… (guarda Sante) …quella linea fiera del mento… in effetti è proprio la mia. Sante… vieni qui. Ma prima di abbracciarmi, per l’amor del cielo, levati quel grembiule!
Sante si strappa il grembiule e stritola il padre in un abbraccio che gli fa volare via la parrucca. Imogen applaude, Zaira mescola le carte con aria trionfante, Donato si lecca la panna dal labbro con gli occhi al cielo.
— Sipario —
Atto secondo
Scena prima
La terrazza che domina il giardino, il mattino seguente. Una tavola da colazione gigantesca: brioche, argenteria, bacinelle di frutta, un prosciutto intero e qualche bottiglia di spumante avanzata dalla sera prima.
Personaggi: Donato, Olimpia, Alvise, Sante, Chicco, Maria Immacolata, Don Luigi.
Sante siede a capotavola. Indossa una camicia di seta ricamata di Alvise, le cui cuciture sui bicipiti sono sul punto di esplodere, e cerca di affettare il prosciutto con un coltellino d’argento, con un fracasso tremendo. Chicco fa stretching a torso nudo sulla balaustra. Sulla soglia compare Don Luigi, il vecchio parroco del paese: tonaca logora, aria stanca, cappello in mano, visibilmente disorientato.
Don Luigi (facendosi timidamente il segno della croce) Sia lodato Gesù Cristo… Chiedo scusa per l’intrusione mattutina, signora Olimpia. Il temporale della settimana scorsa ha lesionato i pilastri del campanile… e speravo nella vostra nota generosità per un piccolo contributo…
Donato (scattando in piedi come alla vista di un angelo salvatore) Don Luigi! Padre! Sia lodato il cielo! Che gioia vedervi! Un uomo di dottrina! Un faro di moralità in questo… in questo baccanale! Vi prego, sedete, vi spiego io la situazione…
Olimpia (in vestaglia rosa, fumando con il lungo bocchino) Ma Don Luigi, che splendida sorpresa! Accomodatevi. Donato, una sedia per il reverendo. Stavamo giusto discutendo di spiritualità terrena. Un caffè o un Mimosa, per gradire?
Don Luigi (guardando Donato, poi la tavola, poi Chicco sulla balaustra) Un… un Mimosa? Alle otto del mattino? Veramente io… Ma Donato, figliolo, che ci fai qui? E perché hai gli occhi così sbarrati e le mani che ti tremano?
Sante (sbattendo un pugno sul tavolo che fa saltare le tazze; la camicia di Alvise gli si strappa sotto l’ascella con un sonoro crac) Ma lo lasci stare, il seghino, Don Luigi! È che ieri ha preso un po’ troppa panna! Piuttosto, s’accomodi! Lo sa chi sono io? Da ieri non sono più Sante il macellaio: sono il figlio del Duca! Sono nobile, porco cane!
Alvise (coprendosi gli occhi con una mano) «Nobile, porco cane»… Un ossimoro vivente. Don Luigi, vi prego, non guardatelo: è il mio fallimento genetico. Per il campanile vi firmo un assegno pur di farvi andare via prima che questo barbaro offra la finocchiona al clero.
Maria Immacolata (uscendo dalla cucina a passo di danza con un vassoio di bomboloni caldi, e lanciando a Donato un’occhiata di fuoco) Giorno a tutti! Ecco la roba calda! Donato, stamattina niente panna col dito, promesso: solo zucchero a velo!
Don Luigi (guardando lei, poi Donato, che è diventato color bordeaux) Panna col dito?… Donato… che significa «panna col dito»? Ma che succede in questa casa?!
Donato (nel panico, aggrappandosi al braccio del vecchio parroco e alzando la voce per coprire Maria) Niente! È una parabola, Don Luigi! Una metafora sulla varietà dei carismi! Il campanile, dicevate? Parliamo del campanile!
Don Luigi (fissandolo con severità pastorale) Insomma, Donato, mi sembri molto agitato per un semplice restauro. Certo, il campanile ha una certa urgenza… Ha bisogno di una struttura solida, eretta, che svetti fiera nel cielo del paese, una colonna imponente che resista alle scosse…
Donato (ripetendo le parole come in trance) Solida… eretta… che svetta fiera… una colonna imponente… (Lo sguardo gli cade sul décolleté di Maria Immacolata, che proprio in quel momento si china a posare i bomboloni, poi sui bicipiti di Chicco.) Oh, santo cielo… le colonne… le carni sode… l’elevazione… No! No, no, no!
Maria Immacolata (sussurrandogli all’orecchio mentre gli passa accanto) Attento al campanile, Donato… se crolla quello, crolla tutta la parrocchia!
Donato (in pieno cortocircuito, travolto dall’immagine profana che gli si è stampata in testa) Perdonami, Signore! Perdonami! Sono un sepolcro imbiancato! Ho raddrizzato il campanile sbagliato, nella mia mente! Don Luigi, non guardatemi! Sono indegno della tonaca! La carne è debole, ma qui la panna è troppa!
Lancia un urlo disperato, si copre la faccia con le mani e fugge a gambe levate, inciampando nella vestaglia di Olimpia e sparendo come un fulmine dentro la villa.
Don Luigi (immobile, a bocca aperta) Ma… che gli ha preso? Io volevo solo parlare di mattoni e di calce… Signora Olimpia, ma che cosa date da mangiare a questo ragazzo?
Olimpia (prendendo un bombolone con eleganza, ridendo di cuore) Ve l’ho detto, Don Luigi: la verità di questa casa è un po’ troppo densa per chi è abituato a digiunare. Scusatemi un istante: vado a recuperare mio nipote prima che si chiuda in un armadio. Sante, caro, intrattieni il reverendo. E niente finocchiona.
Scena seconda
La cappella privata della villa, sconsacrata da tempo e ridotta a deposito di vecchi mobili e quadri.
Personaggi: Donato, Olimpia.
Donato è seduto per terra, la schiena contro un antico confessionale polveroso, le ginocchia al petto e la testa tra le mani. Il silenzio è rotto dal ticchettio leggero dei tacchi di Olimpia. Entra senza champagne e senza sigaretta, con un’aria insolitamente dolce, e si siede accanto a lui sul pavimento di marmo, incurante della vestaglia di seta.
Donato (senza alzare la testa, con voce soffocata) Zia Olimpia, vi prego, andatevene. Sono un fallimento. Sono bastati due giorni in questa villa per far crollare anni di preghiere. Vedo scollature nei campanili, sento il sapore della panna nelle Ave Maria… Io non sono normale. Sono un ipocrita.
Olimpia (posandogli una mano sulla spalla) Donato, guardami. Alzala, questa testa. Tu non sei un ipocrita, e sei tremendamente normale. Quello che provi non è il diavolo che ti tenta: è la vita che bussa alla porta e ti ricorda che hai ventidue anni, dei sensi, un cuore e del sangue nelle vene.
Donato (con gli occhi lucidi) Ma i miei voti… la mia strada… Io volevo servire Dio nel silenzio e nel controllo!
Olimpia (con un’intensità e una lucidità che lo lasciano senza fiato) Ascoltami bene, ragazzo mio. Dio è la Verità, e Dio ama la verità sopra ogni cosa. Non puoi servirlo costruendoti dentro una diga di bugie. Questi giorni a Villa Olimpia, questo tuo stordimento davanti a Maria Immacolata, non sono una condanna: sono un cartello stradale. Ti stanno mostrando chi sei davvero, senza la maschera della tonaca.
Donato (colpito al cuore) Un… un cartello stradale?
Olimpia Sì. Se un dito di panna ti scuote più di mille pagine di Diritto Canonico, forse la tua vera missione non è chiuderti in un convento a fuggire dal mondo. Forse il tuo compito è stare in mezzo al mondo, amarlo, sporcarti le mani, mangiare i bomboloni e ringraziare il cielo per la bellezza che ha creato. Non avere paura di quello che provi, Donato. La verità non è mai un peccato: è l’unica strada che rende liberi.
Donato resta in silenzio per qualche istante e respira finalmente a pieni polmoni. Per la prima volta dall’inizio della commedia, sul suo viso compare un sorriso pulito, sollevato.
Donato Zia Olimpia… ma voi… siete teologa e non me l’avete mai detto?
Olimpia (scattando in piedi con un colpo di reni agilissimo e spolverandosi la vestaglia, di nuovo frizzante come sempre) No, tesoro. Sono solo una donna che ha vissuto abbastanza da sapere che l’inferno è pieno di gente che ha digiunato tutta la vita. E ora alzati, che Don Luigi sta finendo i bomboloni e Alvise non sa se l’assegno va scritto in euro o in fiorini d’oro!
Si avvia. Sulla soglia si blocca con la mano sulla maniglia dorata, si volta lentamente e solleva un sopracciglio.
Olimpia Certo che… Donato caro… nella mia vita mi hanno chiamata in tanti modi: stravagante, anarchica, collezionista di mariti, fuori di testa… ma teologa, mai nessuno! C’è sempre una prima volta.
Gli lancia un bacio con la mano ed esce, lasciando la scia del suo profumo nell’aria polverosa.
Donato (guarda la porta, poi il libro di San Tommaso; lo chiude con delicatezza, si alza e si raddrizza la tonaca, stavolta senza alcuna ansia) Teologa no… ma forse santa sì, zia Olimpia. A modo vostro.
Scena terza
La terrazza. Don Luigi è al terzo bombolone, Alvise litiga con i polsini della propria camicia, Sante ride.
Personaggi: Olimpia, Don Luigi, Alvise, Sante, Maria Immacolata, Chicco; poi Donato; poi Vittoria e l’autista Fedele; poi Zaira.
Olimpia torna sulla terrazza con passo regale, estrae dalla tasca della vestaglia un libretto degli assegni e una stilografica d’oro, firma con un tratto deciso e porge il foglio a Don Luigi.
Olimpia Ecco a voi, Don Luigi. Ma non voglio che sia una fredda donazione. La chiesa l’ha fatta costruire il mio bisnonno: il campanile è di mia proprietà, perciò lo facciamo restaurare insieme! Organizzeremo le squadre, Sante penserà alla ciccia per i muratori e noi sorveglieremo i lavori.
Don Luigi (fissando la cifra con gli occhi sbarrati, quasi commosso) Signora Olimpia… ma questo è un miracolo! Con questa cifra non solo rinforziamo i pilastri, ma rifondiamo anche le campane! Sia lodato…
Le parole gli muoiono in gola. Tutti si voltano verso la porta; i cristalli tintinnano per lo stupore. Sulla soglia è apparso Donato. La tonaca nera è sparita: indossa un paio di pantaloni di lino chiaro di Chicco, un po’ larghi in vita, e una camicia bianca aperta sul collo con le maniche arrotolate. Ha gli occhiali finalmente dritti sul naso, i capelli scompigliati dal vento e un sorriso solare, leggero, finalmente umano.
Donato (avanzando a testa alta e guardando tutti negli occhi) Pace e bene a tutti. Don Luigi, non guardatemi così. Ho parlato con la nostra teologa di fiducia, e ho capito che prima di decidere se servire il Cielo devo imparare a camminare sulla Terra. Ho bisogno di tempo… e decisamente di abiti più leggeri!
Maria Immacolata (lasciandosi letteralmente cadere di mano il vassoio dei bomboloni) Mamma mia… E sotto quella stoffa nera ci stava un fustacchione del genere? Donato, così mi fai svenire!
Chicco (lanciandogli una mela al volo) Grande, fratellino! Ti stanno un amore, i miei pantaloni. Vedi che a respirare l’aria buona i chakra si sbloccano?
Alvise (sollevato, aggiustandosi la parrucca) Devo ammettere che l’eleganza ne ha guadagnato. Quel nero da quaresima intristiva persino le mie azalee. Benvenuto nel club dei vivi, Donato.
Don Luigi (guarda l’assegno, guarda Donato in camicia bianca, guarda Maria Immacolata che già gli si avvicina, e sospira con un sorriso rassegnato e saggio) Eh… lo Spirito soffia davvero dove vuole. Donato, figliolo, prenditi tutto il tempo che ti serve. Ma sappi che, se decidessi di non tornare in seminario, la parrocchia perderebbe un teologo… e la cucina di Olimpia guadagnerebbe un ottimo assaggiatore!
Un rombo di pneumatici sulla ghiaia interrompe tutto. Una gigantesca Rolls-Royce d’epoca invade il giardino, travolge una siepe di bosso e frena con un sibilo elegante a un metro dal tavolo della colazione. Ne scende al volo Fedele, un autista bellissimo e impeccabile in livrea, che fa il giro della vettura e apre la portiera posteriore con un inchino.
Dall’auto emerge Vittoria: abito da viaggio da gran sera, cappello a falde larghissime, enormi occhiali da sole neri e un fazzoletto di pizzo che si tampona sugli occhi con fare teatrale. Emette singhiozzi decisamente esagerati e poco credibili.
Vittoria (a braccia spalancate, in pieno melodramma) Olimpia! Olimpia, mia unica ancora di salvezza! È finita! Il mio cuore è ridotto in cenere! Anche Arturo… il mio quinto, dolcissimo, ricchissimo Arturo… mi ha lasciata per una ballerina di tip tap con vent’anni meno di me! Sono una vedova bianca, una derelitta!
Barcolla teatralmente e, invece di cadere tra le braccia di Olimpia, si abbandona con tutto il suo peso sul petto del nuovo Donato in camicia. Abbassa gli occhiali, lo scruta per un secondo, smette di singhiozzare di colpo.
Vittoria (sempre appoggiata a Donato) …Oddio, però vedo che in questa villa c’è dell’ottimo personale di conforto! Olimpia, chi è questo splendido giovanotto che profuma di bucato e di stabilità emotiva?
Olimpia (ridendo a braccia aperte) Vittoria! Creatura meravigliosa! Lascia stare mio nipote, che si è appena tolto la tonaca e deve ancora capire da che parte gira il mondo. Vieni qui, bevi un Mimosa e dimentica il quinto marito. Qui a Villa Olimpia abbiamo appena trovato un duca, un campanile da restaurare e tanta carne fresca!
Vittoria si stacca da Donato lasciandogli un segno di rossetto sulla camicia bianca e si siede al tavolo con grazia felina.
Vittoria (asciugandosi un’ultima finta lacrima e sventolandosi) Oh, Olimpia, non parlarmi di mariti! Un disastro sentimentale dopo l’altro. Eppure… (alza il mento con orgoglio aristocratico) …sono così brava a tenere le case! Pensa che me le sono tenute tutte e cinque! Lo chalet a Cortina, l’attico a Parigi, la villa a Forte dei Marmi… Ho un talento naturale per la gestione degli immobili post-coniugali!
Olimpia (rovesciando la testa all’indietro dal ridere) Vittoria, sei unica! Il tuo cuore sanguina, ma il tuo patrimonio immobiliare gode di ottima salute!
Tra i vasi di limoni compare Madame Zaira, attirata dal rumore, con il mazzo di tarocchi giganti già in mano.
Zaira (mescolando le carte con fragore teatrale e fissando Vittoria attraverso gli scialli) Cinque matrimoni e cinque rogiti notarili! L’energia del mattone è fortissima in questa donna! Vieni avanti, Contessa. Vediamo se il sesto marito sarà un costruttore o un agente immobiliare!
Vittoria (fiondandosi sul tavolo) Sì! Zaira, girale subito! Voglio sapere se la ballerina di Arturo durerà più di sei mesi o se posso già cominciare a pignorargli la barca a Montecarlo!
Donato (guardando il segno di rossetto sulla camicia nuova, allibito dal cinismo delle ricche signore di città) Cinque case… Però, dal punto di vista del settimo comandamento, «non rubare»… o del decimo, «non desiderare la roba d’altri»… qui c’è un vuoto normativo che San Tommaso non aveva previsto.
Sante (avvicinandosi a Vittoria con ammirazione ruspante e dandole un colpetto sulla spalla) Deh, Contessa! Se le servono consigli su come si tratta la carne dura, io sono un esperto. Arturo non ha capito nulla: preferire il tip tap a una donna che colleziona ville è come scambiare un filetto di prima scelta con un pezzo di cotenna!
Alvise (sbuffando d’invidia) Sante, smettila di fare il casanova delle bistecche. Vittoria è abituata a mariti che possiedono banche, non banchi del mercato!
Zaira (girando la carta centrale con un colpo teatrale: la figura solenne del Papa in trono) L’uomo di fede! Le carte parlano chiaro, Vittoria! Il tuo sesto destino profuma d’incenso, di abiti talari e di altissimi uffici ecclesiastici!
Tutti, lentamente, si voltano a guardare Donato. Vittoria sbatte le ciglia dietro gli occhiali da sole e si porta una mano alla bocca.
Vittoria L’uomo di fede?! Oh, santo cielo, Zaira, hai ragione! Che sbadata, me n’ero quasi dimenticata! Stasera ho una cena ufficiale nientemeno che con l’Arcivescovo! Allora è lui!
Don Luigi (quasi strozzandosi con l’ultimo bombolone) Una… una cena con l’Arcivescovo? Per motivi spirituali, spero…
Vittoria (sollevando il mento con angelica naturalezza) Ma certo, Don Luigi! D’altronde io non ho mai desiderato le cose altrui, né mi sono mai appropriata della roba degli altri. Ho solo custodito con amore tutto quello che il Signore mi aveva consegnato attraverso i miei ex mariti! Una buona amministratrice della Provvidenza, ecco cosa sono!
Donato (a bocca aperta, a metà strada tra Vittoria e Don Luigi, mentre sente il terreno cedergli sotto i piedi) La… la custodia della roba altrui… l’Arcivescovo… i cinque rogiti… il settimo comandamento… le carni sode… la panna…
Non regge l’ennesimo cortocircuito teologico-ormonale della giornata. Le ginocchia gli cedono, emette un gemito soffocato e sviene all’indietro, lungo disteso sul prato all’inglese.
Chicco (saltando giù dalla balaustra) Il chierichetto è andato di nuovo in blocco! Qualcuno porti i sali! O dell’altro champagne!
Olimpia (con una risata fragorosa, agitando il bocchino) Vittoria, sei magnifica! Hai reinterpretato il catechismo meglio di un cardinale di Curia. Don Luigi, per favore, date un’assoluzione preventiva alla mia amica e aiutatemi a tirare su mio nipote. Chicco, portalo in cucina, al fresco, e dillo a Maria Immacolata. Ma senza respirazione bocca a bocca, mi raccomando!
Scena quarta
La terrazza, pochi minuti dopo. Chicco e Don Luigi hanno portato via Donato svenuto; tra i resti della colazione è rimasta soltanto Vittoria, che finisce con calma il suo Mimosa.
Personaggi: Vittoria, Imogen.
Entra di corsa Imogen, in vestaglia di seta, con un taccuino e una matita in mano. Ha evidentemente origliato tutto dal balcone.
Imogen Contessa! Contessa Vittoria! Mi scusi, non ci conosciamo: sono Imogen, la nipote di Olimpia. Ho sentito tutto dal balcone. Cinque mariti, cinque case! Lei è un genio. Mi prende come allieva?
Vittoria (squadrandola da sopra gli occhiali da sole) Allieva di che cosa, cara?
Imogen Di… di salita! Sociale! Io voglio salire, Contessa. Il problema è che non ho ancora capito dove sono le scale.
Vittoria Cominciamo dalle basi. Chi hai sotto mano?
Imogen (consultando il taccuino) Allora. Un duca: Alvise. Titolo antico, ducato dimenticato, parrucca. E un macellaio: Sante. Bicipiti, bottega, Ape Piaggio. Solo che da ieri il macellaio è figlio del duca, e io non capisco più se sto salendo o scendendo.
Vittoria Il ducato di Alvise quanto rende?
Imogen Lui dice che la storia l’ha dimenticato.
Vittoria Allora rende quanto un gratta e vinci già grattato. E la bottega di Sante?
Imogen In piazza, sotto il campanile. C’è la fila tutte le mattine.
Vittoria (togliendosi gli occhiali, colpita) Una macelleria in piazza con la fila vale più di tre castelli in rovina. Cara, tu non hai un dilemma sentimentale: hai un patrimonio immobiliare da ottimizzare.
Imogen (scrivendo febbrilmente) Pa-tri-mo-nio im-mo-bi-lia-re… Però il sangue blu? Io ci tenevo tanto, al sangue blu. La settimana scorsa Sante si è tagliato col coltello del prosciutto e il sangue era rosso. Rossissimo. Secondo lei mi ha mentito?
Vittoria Il sangue blu, tesoro, è un modo di dire. Come «ti amerò per sempre».
Imogen Ah. Quindi è rosso anche quello?
Vittoria No, cara. Quello di solito finisce dal notaio.
Imogen (illuminandosi) Ho capito tutto! Allora mi faccio fare lo stemma. Ho già un’idea: una mannaia d’oro in campo azzurro, due salsicce incrociate e sotto il motto in latino… Come si dice in latino «tenero come il burro»?
Vittoria (dopo una lunga pausa) Lo stemma, forse, rimandiamolo. Cominciamo dal portamento. Una duchessa non corre, non mastica la gomma e soprattutto non dice mai «ciccia».
Imogen E come si dice?
Vittoria «Selvaggina».
Imogen Ma il maiale non è selvaggina!
Vittoria Per una duchessa, cara, è selvaggina tutto quello che non ha pagato lei.
Imogen sputa con discrezione la gomma in un vaso di limoni e prova a camminare impettita lungo la terrazza. Inciampa nella vestaglia.
Imogen Selvaggina… selvaggina… E per svenire? Lei sviene così bene, Contessa! Prima, addosso a Donato: un capolavoro.
Vittoria Lo svenimento è un’arte. Si sviene sempre all’indietro, mai in avanti, e solo se nel raggio di un metro c’è qualcuno di benestante. Prova.
Imogen si guarda intorno, non trova nessuno di benestante e sviene lo stesso, in avanti, dritta nel vassoio dei bomboloni.
Vittoria …Ci lavoreremo.
Imogen (rialzandosi coperta di zucchero a velo, radiosa) Allora ricapitolo: il duca per il titolo, il macellaio per la bottega, lo stemma con le salsicce no, la selvaggina sì. Contessa, io sento che sto salendo!
Vittoria (rimettendosi gli occhiali) Sì, cara. Sul tavolo.
Scena quinta
La cucina. Donato è disteso sul grande tavolo di legno, tra una ciotola di basilico e un vassoio di ravioli. Maria Immacolata, con il grembiule ancora infarinato, è china su di lui con un catino d’acqua e un panno fresco.
Personaggi: Donato, Maria Immacolata; poi Olimpia e Vittoria.
Donato riapre lentamente gli occhi. La prima cosa che mette a fuoco è il generoso décolleté di Maria Immacolata: china su di lui per rinfrescargli la fronte, gli poggia le sue forme prosperose dritte sul petto.
Donato (con un filo di voce) …Dove… dove sono? Sono salito in Cielo? È questo il seno di Abramo di cui parlano le Scritture?
Maria Immacolata (ridendo e passandogli il panno sulle guance infuocate) Ma quale Abramo, Donato! Questo è il seno di Maria Immacolata, e ti assicuro che è molto più morbido di quello del patriarca! Mamma mia, sei svenuto come una pera cotta in mezzo al giardino. Ti ho fatto portare dentro da Chicco prima che le formiche ti scambiassero per un bombolone.
Donato (sente il calore di lei attraverso la camicia; il cuore comincia a battergli a cento all’ora) Oh… oh mio Dio… Maria Im… Immacolata… ti prego… la forza di gravità… la spinta idrostatica… mi stai schiacciando gli ultimi rimasugli di Diritto Canonico!
Maria Immacolata (senza spostarsi di un millimetro, guardandolo dritto negli occhi e soffiandogli piano sul naso) E lasciali schiacciare, quei fogli vecchi! Senti come ti batte il cuore, Donato? Questa non è paura del peccato: è la vita che vuole uscire fuori. Dai, ammettilo: non si sta meglio qui che sotto il sole a sentire le storie dei cinque mariti di Vittoria?
Donato (paralizzato tra il piacere e il terrore mistico, aggrappato al bordo del tavolo) Io… io confesso che la freschezza del panno è lodevole… ma la mia temperatura interna sta raggiungendo i livelli del Purgatorio dantesco! Ti prego, allontanati di un millimetro, o sarò costretto a chiedere asilo politico in sagrestia!
Maria Immacolata, continuando a tamponargli la fronte, fa un piccolo movimento e avverte qualcosa sotto i pantaloni di lino. Si blocca, abbassa lo sguardo, poi torna a guardarlo negli occhi con un sopracciglio sollevato e un sorriso maliziosissimo.
Maria Immacolata Ma… Donato… scusa una domanda. Perché sei armato?
Donato (paonazzo, cercando disperatamente di ritrarre il bacino) Non sono armato! No! Ti giuro, sono completamente pacifico! Non porto armi né da fuoco né da taglio! Il catechismo impone il disarmo!
Maria Immacolata (con una risata argentina che le fa sussultare il décolleté sul petto di lui) E allora quella non è una pistola, Donato: è il campanile di Don Luigi che dà i primi segni di resurrezione! Mamma mia, e meno male che avevi fatto voto di castità: se eri un peccatore mi buttavi giù i muri della cucina!
Donato (coprendosi la faccia con le mani e rannicchiando le gambe) È un riflesso incondizionato! È la spinta idrostatica di cui parlavo prima! San Tommaso, cancella questa scena dalla mia memoria!
Le porte a battente si spalancano. Entrano Olimpia, con l’eterno bocchino, e Vittoria, che si tampona il collo con un fazzoletto profumato. Si fermano davanti al tavolo, a braccia conserte, con un sorriso complice.
Olimpia (esaminando la situazione con un sopracciglio alzato) Santo cielo, ragazzo! Tu svieni più spesso di una dama dell’Ottocento… e devo dire che è proprio un bel vedere! Guarda, Vittoria: la camicia bianca aperta, i pantaloni di lino, le guance porpora… sembra un Caravaggio. «Il risveglio del chierichetto».
Vittoria (abbassando gli occhiali sul naso per scrutare meglio la zona armata) Altro che Caravaggio, Olimpia: questa è scultura moderna. Maria Immacolata, dimmi la verità: l’hai rianimato con i sali o con qualcosa di più… solido? Perché, a giudicare da quei pantaloni, il ragazzo ha una reattività muscolare invidiabile per uno che digiuna.
Donato (cercando di rotolare giù dal tavolo e restando incastrato tra i ravioli e il catino) Zia Olimpia! Signora Contessa! Vi scongiuro, non guardate! C’è stato un equivoco idrostatico! Non sono armato, l’ho già spiegato a Maria Immacolata! È solo la circolazione, che ha preso una deviazione non autorizzata dal vicariato!
Maria Immacolata (ridendo e pulendosi le mani sul grembiule) Contessa, io gli ho solo messo un panno fresco sulla fronte! Ma questo ragazzo ha un’energia che butta giù i muri. Secondo me la vicinanza delle mie colline ha fatto un miracolo che nemmeno a Lourdes!
Olimpia (dando un buffetto sulla guancia a Donato) Su, colonna del campanile, scendi da quel palcoscenico e datti un contegno. Vittoria deve prepararsi per la sua cena sacra con l’Arcivescovo e ha bisogno di un uomo di cultura che le spieghi come citare i Corinzi senza sembrare una peccatrice immobiliare. Forza, la teologia applicata continua in salotto!
Scena sesta
Il salotto imperiale: divani di velluto, specchi dorati e un paravento di seta dietro cui Vittoria prova gli abiti per la cena.
Personaggi: Donato, Vittoria; poi Olimpia.
Donato siede su una poltrona barocca con un taccuino, sforzandosi di mantenere un’aria professionale da consulente spirituale. Vittoria esce da dietro il paravento in un abito da gran sera nero, elegantissimo, con una scollatura vertiginosa: un vero abisso di alta moda. Si siede sul divano accanto a lui, avvicinandosi moltissimo.
Vittoria (sistemandosi un collier di diamanti che brilla proprio nel mezzo) Allora, Donato caro, dimmi la verità: questo vestito va bene per l’Arcivescovo? Trasmette quel senso di custodia devota dei beni terreni di cui parlavamo?
Donato (irrigidito, il taccuino stretto al petto come uno scudo; guarda il soffitto, poi le tende, poi stringe i denti per compiere il suo dovere) Signora Vittoria… no, non credo proprio. Se volete redimere la vostra anima e presentarvi con spirito di penitenza, dovete coprire… cioè, dovete nascondere le vanità della carne. San Paolo dice che l’ornamento delle donne non dev’essere quello esteriore, ma l’interiorità del cuore…
Vittoria (chinandosi di scatto per leggere il taccuino e intrappolando così il viso di Donato a pochi centimetri dal suo décolleté) L’interiorità? Ma scusa, guarda qui, tocca con mano la stoffa… Non è forse un inno alla creazione divina? Guarda più da vicino, Donato: non vedi la purezza della seta?
Donato si ritrova con la testa letteralmente incastrata nella scollatura. Il naso immerso nel profumo francese, gli occhiali che si appannano all’istante, le parole che gli si impastano in bocca.
Donato La… la purezza… della seta… Io vedo una… una grandissima vastità… un baratro teologico… San Tommaso, soccorri la mia vista… la carità… la custodia… non capisco più… da che parte gira l’asse ecclesiastico…
Vittoria (accarezzandogli i capelli, divertitissima) Ma Donato, come sei profondo! «Un baratro teologico»! Che definizione poetica per la mia scollatura! Allora dici che all’Arcivescovo piacerà questa teologia visiva?
Donato (con gli occhi vitrei, lasciando cadere il taccuino) L’Arcivescovo… sviene pure lui… ne sono sicuro… io sono già in Purgatorio… o forse è il Paradiso dei Corinzi… Non sento più le gambe, Contessa… c’è un complotto di panna e di diamanti…
Le porte si aprono con un colpo netto. Entra Olimpia con la disinvoltura di una diva, un bicchiere di cristallo colmo di un cocktail rosa acceso in mano. Si ferma al centro del salotto e contempla la scena.
Olimpia Vittoria, per l’amor del cielo, lascialo respirare! Quel povero ragazzo deve ancora riprendersi dal campanile di stamattina: se lo stringi così tra i tuoi diamanti immobiliari, mi va in arresto cardiaco prima di pranzo!
Vittoria (raddrizzandosi con flemma angelica e liberando finalmente Donato) Ma Olimpia, stiamo solo facendo esegesi biblica! Tuo nipote mi spiegava che la mia scollatura è un baratro teologico. Trovo che abbia una proprietà di linguaggio straordinaria per la sua età.
Donato (crollando all’indietro sulla poltrona, respirando come chi riemerge da un’apnea) Zia Olimpia… vi giuro… stavo cercando di redimerla! Volevo citare San Paolo sulla sobrietà dei costumi… ma poi la gravità… il profumo francese… hanno avuto il sopravvento sulla patristica!
Olimpia (sedendosi sul bracciolo della poltrona e porgendogli il cocktail) Bevi un sorso di questo, ti schiarisce le idee sulla redenzione. E tu, Vittoria, sappi che l’unica cosa che redimerai stasera sarà il conto in banca dell’Arcivescovo. Piuttosto, copriti un minimo: in giardino Alvise e Sante stanno per accendere il barbecue, e la situazione richiede tutta la nostra attenzione di donne di mondo.
Donato (manda giù un sorso e sbarra gli occhi) Zia… cos’è questo sapore fruttato e micidiale?
Olimpia (accendendosi una sigaretta nel bocchino) Si chiama Cosmopolitan, caro. È l’equivalente liquido di una conversazione stimolante. Forza, andiamo a vedere se il Duca e il macellaio si sono già ammazzati a colpi di salsicce!
Scena settima
Un angolo isolato e selvaggio del parco, tra grandi cespugli di alloro e macchie di ortensie. Un silenzio all’apparenza idilliaco.
Personaggi: Donato, Rocco e Leo, i due giardinieri.
Donato cammina a passo svelto con il cocktail in mano, cercando nell’aria del bosco l’oblio della scollatura di Vittoria.
Donato (tra sé) Ecco… finalmente il silenzio delle creature selvatiche. Niente panna, niente diamanti, niente arcivescovi… solo la purezza incontaminata della natura…
Da dietro un enorme cespuglio di alloro giungono fruscii vigorosi, sospiri e risatine soffocate. Donato si ferma, incuriosito, scosta le foglie e sbarra gli occhi: Rocco e Leo, i due giardinieri della villa, due bei ragazzi abbronzati in salopette di jeans, sono abbracciati sull’erba nel pieno di un momento di travolgente passione.
Donato (con un urlo acuto, facendo volare il cocktail e coprendosi gli occhi) Allo scandalo! Allo scandalo nel giardino dell’Eden! Fratelli! Ma cosa fate tra le ortensie?! Questo è contro ogni manuale di botanica e di morale cristiana! Due uomini… nei cespugli di mia zia!
Rocco (si tira su con la massima calma, sistemandosi la salopette, e lo guarda con un sorriso sereno e una flemma filosofica assoluta) Oh, Donato, ma ti vuoi calmare? Stiamo solo facendo l’amore. E tu dovresti saperlo meglio di noi: l’amore è come un angelo, non ha sesso.
Leo (raccogliendo una margherita e porgendogliela con dolcezza) Esatto, fratellino. Stiamo solo potando le barriere dell’anima. Rilassati, che la natura ringrazia!
Donato (con la testa che gli gira: gli angeli incorporei, San Tommaso, le salopette, l’alloro) L’angelo… senza sesso… tra le ortensie… Aiuto! La teologia di questa villa mi sta demolendo i dogmi uno per uno! Non c’è più religione nemmeno tra i tagliaerba!
Si volta di scatto e fugge a gambe levate lungo il vialetto di ghiaia, dritto verso l’unico posto dove, per ironia della sorte, si sente al sicuro: la cucina di Maria Immacolata.
Scena ottava
La cucina. Maria Immacolata sta sbucciando patate.
Personaggi: Donato, Maria Immacolata.
La porta si spalanca con un botto. Donato piomba dentro col fiatone, i capelli spettinati, la camicia fuori dai pantaloni. È pallido e si appoggia al bancone come se stesse per svenire di nuovo.
Donato (ansimando, allungando una mano tremante) Acqua… Maria Immacolata, ti prego, dammi un bicchiere d’acqua! Ho visto… ho visto una cosa innaturale… due uomini, tra i cespugli del parco, che facevano l’amore! E dicevano che l’amore è come un angelo senza sesso! È uno scandalo!
Maria Immacolata (posa il coltello, si mette le mani sui fianchi e scuote la testa con aria di rimprovero) Ma insomma, Donato! Non si entra senza permesso in camera di tua zia!
Donato (bloccandosi col bicchiere a un millimetro dalle labbra) …Ma che vuol dire?! In camera di mia zia?! Ma io ero nel parco! E che c’entra mia zia con due uomini?! Anche mia zia?!
Maria Immacolata (scrollando le spalle con assoluta naturalezza, come se parlasse del tempo) Eh, caro mio! Sì, anche tua zia! Olimpia ha le sue stravaganze da donna ricca e annoiata, che credevi? In campagna ognuno si distrae come può. Qui a Villa Olimpia i giardinieri non servono mica solo a potare le siepi!
Donato (con una fitta al petto, una mano sul cuore, barcollando verso il tavolo con la vista che torna ad appannarsi) Le stravaganze… i giardinieri… la zia… Oh, santo cielo, mi sento male… mi sento proprio male al ventricolo sinistro… Questa villa è una succursale di Sodoma e Gomorra!
Ingolla l’acqua d’un fiato ed esce di corsa verso il salotto. Maria Immacolata lo segue fino alla soglia, trattenendo a stento le risate.
Scena nona
Il salotto. Olimpia sta finendo di comporre un mazzo di rose.
Personaggi: Donato, Olimpia; Maria Immacolata sulla soglia della cucina.
Donato irrompe come un ciclone, quasi inciampando nel tappeto persiano, e si pianta davanti alla zia.
Donato (con la voce che trema, indicando le finestre) Zia Olimpia! Zia Olimpia, vi prego, ascoltatemi prima che mi venga un infarto definitivo! C’è la perdizione totale nel vostro parco! Ho visto i giardinieri… e poi Maria Immacolata mi ha detto che anche voi… insomma, che fa parte delle vostre stravaganze da donna ricca e annoiata! Ditemi che non è vero! Ditemi che c’è ancora un briciolo di moralità in questa famiglia!
Olimpia (posa l’ultima rosa nel vaso con calma assoluta, si volta lentamente, si sistema una piega della vestaglia e lo guarda con un sorriso dolcissimo) Ma Donato, benedetto ragazzo… quali stravaganze, quale perdizione? (Scorge Maria Immacolata che fa capolino dalla soglia della cucina.) Ragazzi… vi prego, rilassatevi! I giardinieri si amano, Maria Immacolata cucina, io mi godo la campagna, e tu dovresti solo imparare a respirare senza un attacco di panico a ogni battito di ciglia.
Donato (sgranando gli occhi) Quindi… voi non c’entrate niente con i cespugli di alloro?
Olimpia (ridendo e prendendo il cocktail dal tavolino) Ma figurati, tesoro! Se alla mia età dovessi nascondermi dietro un cespuglio, nel giro di cinque minuti mi verrebbe l’artrite! Maria Immacolata ti ha preso in giro perché sei troppo ingenuo. La mia unica vera stravaganza è cercare di farti diventare un uomo felice, in un modo o nell’altro.
Si avvicina, gli posa le mani sulle spalle e lo guarda dritto negli occhi, con voce calda e solenne.
Olimpia Ascoltami bene, ragazzo mio. Ognuno di noi ha una sessualità, Donato. È la natura, è il motore del mondo. Ma ricordati una cosa fondamentale: la sessualità è qualcosa che abbiamo, non è ciò che ci definisce. Tu sei Donato: un ragazzo con un’anima complessa, un cuore grande e una mente che cerca la verità. Non lasciarti spaventare dagli impulsi del mondo, né dai tuoi pensieri. La carne è solo il vestito dell’anima, e un vestito non dice mai tutto di chi lo porta.
Donato (profondamente colpito; sente svanire l’ultimo briciolo d’ansia che gli stringeva il petto) Zia Olimpia… la sessualità non ci definisce… È forse la cosa più liberatoria che mi abbiano mai detto. In seminario sembra sempre che un solo pensiero possa cancellare tutto il resto dell’essere umano.
Olimpia (dandogli una pacca affettuosa sulla spalla, di nuovo radiosa) Perché in seminario hanno paura della complessità, tesoro: preferiscono i recinti grigi alla foresta colorata. Ma ormai tu sei fuori dal recinto.
Si avvia verso il giardino, ma si blocca un istante. Abbassa lo sguardo sui pantaloni di lino di Donato, dove spicca una vistosa impronta bianca all’altezza del fianco, e solleva un sopracciglio con un sorriso malizioso.
Olimpia Ah, un’ultima cosa, ragazzo mio… A proposito di carne e di vestiti: dai tuoi pantaloni si direbbe proprio che sei stato in cucina.
Donato (abbassa lo sguardo, vede l’impronta infarinata lasciata dal grembiule di Maria Immacolata e arrossisce fino alla punta delle orecchie) Zia Olimpia! Io… veramente… c’è stata una manovra di rianimazione d’emergenza! Maria Immacolata voleva solo pulirmi gli occhiali!
Olimpia Ma quale pulirti gli occhiali, ragazzo mio! Quella voleva aprirti gli occhi! E a giudicare da come arrossisci, direi che c’è riuscita benissimo.
Dalla soglia della cucina, Maria Immacolata strizza l’occhio a Donato.
Olimpia Dai, andiamo fuori, prima che il Duca svenga per il fumo del barbecue!
Scena decima
Il prato della villa, ora di pranzo. Sante ha allestito un barbecue monumentale che sembra una fonderia; un fumo denso profuma di rosmarino e fegatelli. Alvise osserva da sotto un ombrellone di pizzo, sventolandosi con sdegno.
Personaggi: Sante, Alvise, Imogen, Olimpia, Donato, Vittoria, Zaira, Chicco.
Sante, a torso nudo, il grembiule da macellaio sopra i pantaloni eleganti di Alvise, gira fiorentine gigantesche con un forchettone che sembra un’arma medievale. Donato, nei suoi pantaloni infarinati, siede accanto a Olimpia.
Sante (con voce da uragano toscano) Babbo! Cioè… Duca! Vieni un po’ qua a sentire che profumo! Questa non è ciccia, è poesia da mettere sulla brace! Altro che i tuoi endecasillabi: questa è la vera dinastia!
Alvise (tappandosi il naso con un fazzoletto di seta) Ti prego, Sante, non chiamarmi «babbo» davanti alle azalee: sa di mezzadria. E usa quelle pinze d’argento, non quel… quel ferro da tortura! Il mio lignaggio sta tossendo per il fumo della tua carbonella.
Imogen (su una sedia a sdraio, lo sguardo perso nel vuoto, le gambe che**dondolano, sull’orlo di un esaurimento sentimentale) Io non ce la posso fare… Sto avendo un crollo psicologico da albero genealogico. Olimpia, ti prego, aiutami tu. Ieri Alvise mi prometteva un castello a Versailles se lo sposavo; un’ora dopo scopro che Sante è suo figlio, e oggi Sante mi offre lo sconto sulla salsiccia… Io che cosa faccio? Divento la matrigna del mio macellaio del cuore o la nuora del mio poeta preferito?
Vittoria (sorseggiando un Cosmopolitan accanto a lei) Cara, da esperta di contratti matrimoniali ti dico: punta al padre per il patrimonio, ma tieniti il figlio per la manutenzione ordinaria! È la regola base della gestione dei beni!
Donato (addentando un bombolone avanzato, ormai rilassato) Veramente, Imogen, qui il diritto canonico è chiarissimo: se sposi Alvise, Sante diventa tuo figliastro, e a quel punto la Chiesa non ti permetterebbe di sposarlo nemmeno da vedova. Canone millenovantadue: l’affinità in linea retta non fa sconti. Nemmeno sulla salsiccia.
Olimpia (scoppiando a ridere e dandogli una pacca sulla spalla) Visto, Imogen? Perfino il nostro ex chierichetto ha capito che nella vita bisogna scegliere la sostanza! Alvise ha il titolo, ma Sante ha la ciccia. E fra un castello polveroso e una grigliata così, io non avrei dubbi. Ragazzi, siamo una famiglia splendida e totalmente disfunzionale! Zaira, che dicono i tarocchi sulle salsicce?
Zaira (sventolando le carte tra i fumi del barbecue) Vedo l’Asso di Bastoni accanto alla brace! Significa che se Alvise non accetta suo figlio entro cinque minuti, la carne si brucia e il destino della casata finisce carbonizzato!
Silenzio. Tutti guardano Alvise. Sante infilza un fegatello fumante e glielo porge con la sua mano enorme. Alvise esita, si toglie il fazzoletto dal naso, lo assaggia dalle dita del figlio e chiude gli occhi.
Alvise (dopo una lunga pausa, commosso suo malgrado) …Squisito. Non c’è dubbio: è sangue mio.
Sante lo solleva da terra in un abbraccio che gli fa volare via la parrucca per la seconda volta. Applausi, brindisi, fumo di brace.
— Sipario —
Atto terzo
Scena prima
La cucina, primo pomeriggio. Il caldo è feroce, le persiane socchiuse lasciano entrare lame di sole. Sul fuoco borbotta un sugo.
Personaggi: Donato, Maria Immacolata.
Maria Immacolata, sola, impasta sul grande tavolo. Ha i capelli sciolti, le maniche arrotolate, le guance accese dal calore del forno. Ogni tanto si passa un pugno d’acqua fresca sul collo. Entra Donato, carico dei piatti vuoti della grigliata, sereno, quasi fischiettando.
Donato Permesso? Ti ho riportato i piatti. La zia dice che le fiorentine di Sante erano un sacramento, e Alvise ha mangiato tre fegatelli fingendo di non gradirli… Dov’è tua madre?
Maria Immacolata (senza smettere di impastare) A riposare. Con questo caldo, alle due, la mamma chiude gli occhi anche in piedi. Posa pure lì.
Donato posa i piatti. Si volta per dire qualcosa e la guarda: stavolta non scappa, non abbassa lo sguardo, non recita nulla. La vede davvero, per la prima volta, con gli occhi che Olimpia gli ha appena aperto: le braccia forti infarinate, il collo lucido d’acqua, il grembiule che fatica a contenerla, i capelli che le scivolano sulla fronte. Resta immobile, a bocca socchiusa.
Maria Immacolata (alzando gli occhi, sorpresa dal silenzio) Che c’è? Ho la farina sul naso?
Donato (con una voce che non riconosce) No… cioè, sì… cioè… sei… Maria Immacolata, tu sei… prospera.
Maria Immacolata (scoppiando a ridere) Prospera?! Ma come parli? Mi hai presa per un’annata di grano?
Donato (portandosi una mano alla fronte, poi al collo, poi di nuovo alla fronte) Scusa… non so cosa mi succede… fa caldo… fa un caldo biblico… Sento le tempie che pulsano come le campane di Pasqua…
Maria Immacolata (si pulisce le mani e gli posa il dorso della mano sulla fronte; l’espressione le cambia di colpo) Ma tu scotti! Donato, ma tu hai la febbre! E che febbre! Qui si arriva a trentanove, altro che!
Donato (con un sorriso ebete, barcollando) Febbre… sì… una febbre da cavallo… cioè, da carne… cioè… Tommaso d’Aquino non ne parla… Forse è meglio che vada a stendermi…
Si avvia verso la porta, sbatte contro lo stipite, chiede scusa allo stipite ed esce ondeggiando. Maria Immacolata lo guarda sparire, poi si toglie il grembiule d’un colpo, afferra un catino, una brocca d’acqua fresca, due panni puliti e una bottiglietta dalla credenza.
Maria Immacolata (tra sé, già correndo) Il decotto di mia madre… Questo o lo curo io o me lo perdo per strada!
Scena seconda
La Stanza del Narciso, tardo pomeriggio. Le tende del baldacchino sono accostate a metà. Sul soffitto i putti affrescati sembrano guardare giù con interesse.
Personaggi: Donato, Maria Immacolata; poi Chicco.
Donato è disteso sul letto a baldacchino, in camicia, il viso acceso, il rosario abbandonato sul comodino accanto al libro di San Tommaso. Delira dolcemente, rivolto al soffitto.
Donato San Tommaso… siete voi? No… sono i putti… Putti, vi prego, smettetela di guardarmi. E rivestitevi, almeno voi…
La porta si apre. Entra Maria Immacolata, affannata, con il catino e i panni. Si siede sul bordo del letto, bagna un panno e glielo posa sulla fronte.
Maria Immacolata Sta’ zitto e sta’ fermo. Ecco. Bevi questo.
Donato (sollevando appena la testa) Cos’è? Un altro Cosmopolitan?
Maria Immacolata È il decotto di mia madre: salvia, alloro e una cosa segreta che non ti dico. Ha guarito mezzo paese, guarirà pure un novizio.
Donato beve, fa una smorfia terribile, poi ricade sul cuscino. Lei gli cambia il panno, gli passa la mano fresca sul collo. Per un po’ non parlano. Fuori, lontano, cantano le cicale.
Donato (piano) Maria Immacolata… posso confessarti una cosa?
Maria Immacolata Io non sono un prete.
Donato Appunto. Da quando sono arrivato non riesco a dire un’Ave Maria senza pensare a te. Né la prima parte né la seconda. Credevo fosse il diavolo.
Maria Immacolata (dopo un silenzio, senza più l’aria sfrontata di sempre) E io da quando sei arrivato ti faccio i dispetti perché non sapevo come dirti che mi piaci. Con quegli occhiali sporchi, con quella tonaca, con quel modo che hai di scappare… Mi piaci, Donato. Ecco. E non è la panna che parla.
Donato (si solleva sui gomiti, la guarda a lungo) Ma i miei voti…
Maria Immacolata Non li hai ancora presi. Lo dici sempre anche tu: «sono solo al noviziato».
Donato (con l’ultimo filo di teologia che gli resta) Però… la castità… la disciplina della carne…
Maria Immacolata (sfilandogli piano gli occhiali e posandoli sul libro di San Tommaso) E che diceva il tuo santo, quello che leggevi in giardino? Quella frase sulla grazia…
Donato (sorridendo, con gli occhi lucidi di febbre e di tutt’altro) «La grazia non distrugge la natura… ma la perfeziona.»
Maria Immacolata E allora lasciati perfezionare.
Lui le prende il viso tra le mani e la bacia. Il rosario scivola dal comodino e cade sul tappeto senza che nessuno se ne accorga. Maria Immacolata si alza e, con un gesto solo, chiude le tende del baldacchino. Da dietro le tende vola fuori la camicia di Donato, poi un grembiule, poi, con un lungo arco, un paio di calze nere da seminarista, che vanno ad appendersi al naso di un putto. In lontananza, dal paese, le campane del vecchio campanile suonano a distesa. Le luci calano lentamente.
Buio. Quando la luce torna, il sole del tramonto entra obliquo dalle finestre e colora tutto d’arancio. Le tende del baldacchino sono ancora chiuse. La porta si apre piano: è Chicco, asciugamano al collo, mela in mano, «L’Arte del Silenzio» sotto il braccio. Guarda la tonaca piegata sulla sedia, la camicia sul pavimento, il grembiule sul lampadario, le calze sul putto. Sorride.
Chicco (a mezza voce, contando sulle dita) Avevo detto entro sabato… È giovedì. Il ragazzo è in anticipo.
Si accorge di aver parlato, guarda il libro con aria colpevole e si dà da solo un colpetto sulla bocca.
Esce in punta di piedi, richiudendo la porta con delicatezza. Dopo un istante, da dietro le tende, arriva la voce di Donato.
Donato (da dietro le tende, con voce beata) Maria… credo che la febbre mi sia passata.
Maria Immacolata (da dietro le tende) A me invece è appena salita.
Le tende si aprono. Donato si alza, si infila i pantaloni di lino e si ferma davanti alla sedia dove è ripiegata la tonaca nera. La guarda a lungo, la solleva, la contempla come una vecchia amica.
Donato Grazie di tutto, sorella tonaca. Mi hai tenuto al riparo per tanti anni… ma adesso ho bisogno di prendere un po’ di sole.
La piega con cura, la ripone nell’armadio e chiude l’anta. Poi si rimette gli occhiali, si volta verso Maria Immacolata e le tende la mano.
Donato Scendiamo. Ho un annuncio da fare, e stavolta non ho nessuna intenzione di svenire.
Maria Immacolata (prendendogli la mano) Questo lo vedremo.
Scena terza
Il gazebo in fondo al giardino, al tramonto. Poco lontano si montano le luci della festa tra i limoni. Dal paese arriva l’eco delle campane.
Personaggi: Olimpia, Zaira.
Olimpia siede davanti a un tavolino rotondo coperto da uno scialle. Di fronte a lei Madame Zaira mescola lentamente il mazzo. Non c’è pubblico, e si vede: Zaira ha la voce di tutti i giorni, niente oltretomba.
Zaira Tre carte, come ogni giovedì. Passato, presente, futuro.
Olimpia Salta il passato, Zaira: lo conosco a memoria. E l’ho vissuto meglio di come lo racconterebbero le tue carte.
Zaira (girando la prima carta: gli Amanti) Il presente. Secondo piano, Stanza del Narciso, tende del baldacchino chiuse.
Olimpia (divertita) Le carte ti dicono anche il numero della stanza, adesso?
Zaira No. Quello me l’ha detto Chicco. A gesti: da quando ha quel libro, ci prova a non parlare. Le carte confermano.
Olimpia (ridendo, poi guardandola con affetto) Zaira, sono trent’anni che ti conosco. Dimmi la verità, una volta sola: le tue carte ti hanno mai detto qualcosa che tu non sapessi già?
Zaira (posando il mazzo) Mai. Ma nessuno ascolta una donna che sa le cose, Olimpia. Tutti ascoltano una donna che le legge.
Olimpia E Filomena? La sarta? Il figlio di Alvise?
Zaira Filomena è venuta da me a farsi le carte ogni martedì per vent’anni. Il nome del padre di Sante l’ho saputo prima di Sante.
Olimpia E hai aspettato fino a ieri per dirlo?
Zaira Aspettavo il momento giusto. Una rivelazione senza pubblico è un pettegolezzo; con il pubblico, diventa destino.
Olimpia E i segni di croce, quando hai visto Donato a pranzo? Sembravi davvero terrorizzata.
Zaira (con un’alzata di spalle) Improvvisazione. Ma ha funzionato, no? Quel ragazzo è arrivato qui convinto che il mondo fosse pieno di tentazioni. Bisognava fargli vedere che il mondo aveva più paura di lui.
Olimpia Sai che ieri Donato ha gridato al complotto, in corridoio?
Zaira Aveva ragione.
Olimpia Solo un pochino. Io l’ho mandato in cucina col vassoio, tu gli hai citato i Corinzi… tutto il resto l’ha fatto Maria Immacolata.
Zaira Il resto lo fa sempre la cucina. (Pausa.) E adesso il futuro. Il tuo.
Gira la terza carta e la contempla a lungo. È il Matto.
Olimpia (scoppiando a ridere) Finalmente una carta che mi fa un ritratto somigliante!
Zaira Non ridere, è una carta seria. Il Matto è l’unica senza un numero fisso: può stare all’inizio o alla fine del mazzo, cammina guardando le nuvole e non ha mai paura di cadere. Chi ce l’ha nel futuro non invecchia: si diverte.
Olimpia (commossa per un istante, poi di nuovo sorniona) Allora il futuro va benissimo. E Vittoria? Stasera torna dalla cena con l’Arcivescovo…
Zaira Stasera torna con un marito.
Olimpia Anche questo te l’ha detto Chicco a gesti?
Zaira No. Questo me l’ha detto l’autista, stamattina, quando è venuto a farsi leggere la mano. Voleva sapere se una contessa può sposare un uomo senza nemmeno un monolocale.
Olimpia E tu che gli hai risposto?
Zaira Che le carte non vedono ostacoli. Soprattutto immobiliari.
Dal giardino parte il grammofono: un jazz allegro. Zaira raccoglie le carte, Olimpia si alza e si sistema le piume.
Olimpia Andiamo, amica mia. Il tuo pubblico ti aspetta.
Zaira (rimettendosi gli scialli e ritrovando, all’istante, la voce d’oltretomba) E il tuo destino, Olimpia.
Scena quarta
Il giardino di Villa Olimpia, addobbato a festa per una grande serata d’estate. Luci colorate tra i limoni, musica jazz dal grammofono, un sontuoso buffet. Si festeggiano insieme il ritrovato erede di Alvise e l’inizio dei lavori al campanile.
Personaggi: Olimpia, Chicco, Alvise, Imogen, Sante, Zaira, Don Luigi, Rocco e Leo; poi Vittoria e Fedele; poi Donato e Maria Immacolata.
Olimpia, adagiata su una chaise-longue imperiale e avvolta nelle sue piume di struzzo, è circondata da Chicco e da altri bellissimi ragazzi che le porgono uva e cocktail. Rocco e Leo, in giacca bianca, servono da bere. Don Luigi, con una stola ricamata per l’occasione, solleva il calice.
Don Luigi (commosso) Fratelli, sorelle… e voi altri! Grazie alla generosità della signora Olimpia, da lunedì cominciano i lavori: il nostro campanile tornerà eretto e fiero nel cielo del paese!
Tutti, istintivamente, si voltano a cercare Donato con lo sguardo. Non c’è.
Don Luigi A proposito… dov’è Donato? Da stamattina non l’ho più visto.
Chicco (addentando una mela) Credo che stia… approfondendo i Corinzi, Don Luigi.
Olimpia (con un sorriso che la dice lunga) Lasciatelo studiare, reverendo. Quando si fa sul serio, la teologia chiede tempo.
Imogen (alzandosi di scatto, un calice in mano, con una solennità del tutto inedita) Scusate! Scusate tutti! Devo fare un annuncio anch’io. Ci ho pensato tutto il pomeriggio, ho fatto tre pisolini e due docce fredde, e ho deciso: nuora! Tanto il titolo, prima o poi, passa al figlio, no? Duchessa per successione e macellaia per passione!
Sante (lasciando cadere il forchettone) Nuora?! Cioè… io?!
Imogen Tu, braciola mia! Il castello di Versailles se lo può tenere tuo padre. Io voglio il taglio migliore, tenero come il burro. Tutti i giorni.
Sante la solleva da terra e la fa girare in aria come un quarto di bue.
Alvise (punto nel vivo) Per successione?! Guarda che io godo di ottima salute! (Poi, portandosi la mano al cuore con nobile rassegnazione.) Perdo una sposa… ma guadagno un figlio, una nuora e la carne gratis a vita. Da un punto di vista dinastico, è un affare. (Pausa.) Scriverò endecasillabi per i nipotini. Qualcuno, in questa famiglia, dovrà pur leggere.
Zaira (estraendo una carta con aria trionfale) Il Sole! Matrimonio entro l’autunno, un maschio robusto per la primavera e un’eredità di coltelli!
Clacson. Una Rolls-Royce d’epoca attraversa il prato, schiva per un pelo la fontana delle ninfe e si ferma davanti al buffet. Fedele scende, apre la portiera. Ne esce Vittoria, nell’abito nero dalla scollatura vertiginosa, radiosa come una sposa.
Olimpia Vittoria! Già di ritorno? Com’è andata la cena con l’Arcivescovo?
Vittoria (togliendosi i guanti con un gesto teatrale) Un disastro, cara. Si è chinato a benedirmi e ha perso il filo del Padre Nostro. Al «dacci oggi» è svenuto nel minestrone. Il ragazzo l’aveva previsto: sono proprio un baratro teologico.
Don Luigi (facendosi il segno della croce) Madonna santa… Sua Eccellenza…
Vittoria Tranquillo, Don Luigi: si è ripreso subito, e per scusarsi ha promesso di venire lui in persona a benedire il vostro campanile restaurato. Ma il vero miracolo è avvenuto al ritorno. (Si volta verso l’autista, con occhi languidi.) Fedele, caro, vieni qui.
Fedele si avvicina, impeccabile, e si toglie il berretto.
Vittoria Zaira, le tue carte non sbagliano mai. Avevi detto «un uomo di fede»… ed eccolo qui: Fedele! Il mio sesto marito!
Zaira (senza scomporsi, battendo il dito sulla carta del Papa) Le carte, mia cara, hanno un debole per i giochi di parole.
Olimpia (ridendo) Vittoria, e le case? Stavolta come farai a tenertele?
Vittoria (radiosa) È questo il bello, Olimpia! Fedele non ha nemmeno un monolocale. Finalmente un matrimonio senza rischi!
Risate, applausi. Proprio in quel momento, dall’ombra del porticato, avanzano Donato e Maria Immacolata, mano nella mano. Lui in camicia bianca e pantaloni di lino, i capelli arruffati, gli occhiali dritti sul naso, lo sguardo radioso, finalmente libero da ogni ansia; lei in un semplice vestito a fiori, i capelli sciolti e un’impronta di farina dimenticata sulla guancia. La musica si interrompe. Tutti si voltano.
Donato (guardando Maria Immacolata con un’adorazione senza più alcuna vergogna, poi rivolto a tutti) Zia Olimpia… Don Luigi… amici… Ho riletto attentamente la Prima Lettera ai Corinzi e ho capito qual è il mio carisma. La mia strada non è il seminario. Ho scelto la vita vera, il mondo e… le gioie della carne con la qui presente Maria Immacolata! Vi annuncio il nostro fidanzamento. Il Paradiso non è un miraggio in cielo: comincia adesso.
Don Luigi (quasi soffocando con lo champagne) Donato?! Ma… i tuoi voti?!
Donato (con serenità) Non li avevo ancora presi, Don Luigi. Diciamo che ho cambiato ordine: da quello dei frati minori a quello dei fidanzati maggiori.
Maria Immacolata (mostrando la mano intrecciata alla sua) E la mamma dice che se me lo fai soffrire, Donato, ti fa diventare ripieno per i ravioli!
Zaira (sbattendo sul tavolo la carta degli Amanti, trionfante) L’avevo detto io! Gli Amanti non mentono mai! Il novizio ha buttato la tonaca per ballare sui tavoli della vita, e l’estate non è nemmeno finita!
Chicco (a Donato, battendogli una mano sulla spalla) Complimenti, fratellino. Con due giorni d’anticipo.
Olimpia solleva un sopracciglio. Chicco estrae il libro dalla tasca, lo mostra a tutti come un’onorificenza e torna in silenzio.
Donato (avvicinandosi a Rocco e Leo, che gli porgono un calice) Rocco, Leo… vi chiedo scusa per le ortensie. Avevate ragione voi: l’amore è come un angelo. Non ha sesso… e non ha nemmeno paura.
Rocco (sorridendo) Benvenuto tra i giardinieri, Donato.
Don Luigi (sospirando, poi sorridendo rassegnato e benedicendo la coppia con due dita) Eh… lo Spirito soffia davvero dove vuole. E quando decide di soffiare, qui a Villa Olimpia, tira lo scirocco. Siate felici, figlioli. E sposatevi presto, per carità: al campanile servono inaugurazioni.
Olimpia (sollevandosi dalla chaise-longue, raggiante) Oh, Don Luigi, lasciateli vivere! Ve l’ho sempre detto: Dio ama la verità, e mio nipote ha finalmente trovato la sua. Guardate che meraviglia: Alvise ha trovato un figlio, Sante una sposa, Imogen il taglio migliore, Vittoria un marito senza case, il campanile un restauro… Donato celebra la giovinezza, e io, finalmente, posso riposarmi come si deve tra le braccia della bellezza terrena!
Donato (sorridendole) Teologa, zia Olimpia. Ve l’avevo detto.
Olimpia (portando il bocchino d’oro alle labbra, con un lungo tiro, e soffiando un anello di fumo perfetto verso il cielo stellato) Teologa… e zia. Le due cose più pericolose che esistano.
Solleva il calice per l’ultimo brindisi. Tutti la imitano.
Olimpia Alla vita, alle sue stravaganze e alla Verità, che ci rende tutti liberi!
Tutti Alla Verità!
Il Pappagallo (dalla sua gabbia, sotto il porticato) Oh là là!
La musica jazz riparte a tutto volume. Tutti brindano ridendo, Sante fa volteggiare Imogen, Alvise invita a ballare Madame Zaira, Vittoria trascina Fedele sulla pista, Don Luigi accetta finalmente un Mimosa. Donato bacia appassionatamente Maria Immacolata mentre le luci sfumano.
— Sipario —

