Al di là del fiume
Camminavo a piedi nudi sopra una sconfinata distesa erbosa, quasi immerso in un prato dal verde sgargiante. Indossavo abiti leggeri e la mente era libera di pensieri.
Era l’inizio di un emozionante tramonto. Il cielo cambiava colori e tutto era avvolto da una soffusa luce dorata, mentre una leggera brezza accarezzava il mio viso; avanzavo lentamente e tranquillo, godendomi il paesaggio circostante: prati fioriti, alberi secolari e luce.
A un certo punto notai poco distante un’altura, sulla cui sommità si intravedeva un imponente pergolato ricoperto da quello che mi sembrava un grande glicine in fiore; il suo profumo arrivava fino a me. Mi incamminai verso l’altura per ammirare il pergolato: via via che mi avvicinavo, udivo sempre più forte, in lontananza, un martellare continuo. Era come il rumore di un ferro che batte sulla pietra. Accelerai il passo, incuriosito, e cominciai a salire sull’altura per vedere cosa stesse succedendo.
Avvicinandomi, vidi in tutto il suo splendore quella enorme e quasi infinita costruzione, fatta di bianche colonne con traverse intarsiate, dove si avvinghiava, come un grande serpente si avviluppa a un tronco, un rigoglioso glicine in fiore. Multicolori cascate di grappoli di fiori – tra il viola, il celeste, l’azzurro e il rosa – emanavano un dolce e inebriante profumo; alcuni grappoli cadevano su un brillante lastricato di pietre smaltate e meravigliosamente decorate con figure mitologiche e fiori variopinti.
Mancavano ormai pochi metri per arrivare sotto il porticato, quando, all’improvviso, come dal nulla, apparve una figura alta e severa. Si trattava di anziano cinese, in abiti tradizionali blu e oro, che portava in una mano una lanterna orientale e un lungo bastone dorato nell’altra. Alzando la lanterna e guardandomi negli occhi, egli mi disse in modo imperativo: «Fermati, non avanzare oltre!».
Sorpreso, mi arrestai senza comprendere il motivo per il quale non riuscissi più a muovermi. Guardai allora il porticato che si ergeva maestoso davanti a me, e vidi degli altri cinesi, vestiti in abiti tradizionali porpora e oro, che con delle zappe dorate sollevavano delicatamente le singole pietre; altri le prendevano e le spostavano, mentre i primi zappavano la terra. Ciò accadeva ad ogni lastra di pietra – ed erano così tante che non si vedeva dove finisse il lastricato.
Incuriosito, chiesi all’anziano cinese il motivo per il quale fossero tutti intenti a togliere quelle bellissime lastre, e lui mi risposte sereno: «Lo fanno perché la vita possa continuare…».
«In che senso?» – domandai.
Sorridendo, il cinese cominciò a spiegarmi il significato di ciò che stavo osservando: «Queste sono le pietre che le persone mettono sopra gli eventi della propria vita. Ogni volta che, davanti a un evento spiacevole, una persona – invece di chiarirlo e comprenderlo – decide di “metterci una pietra sopra”, questa viene aggiunta al lastricato. L’evento, di per sé, non scompare né viene dimenticato, è soltanto nascosto – e nascosto continua a fare male, dato che la vita si ferma ad esso. Così, levando quelle pietre e zappando il terreno sul quale erano appoggiate, la terra stessa torna a respirare e la vita riprende il proprio corso naturale. Bisogna tuttavia fare molta attenzione, quando si toglie una pietra, poiché ciascuna copre e riguarda una vicenda che è avvenuta nel passato. Con il trascorrere del tempo, quegli stessi eventi possono essersi trasformati in serpenti e scorpioni – pronti anche ad aggredire chi solleva le pietre, perché offesi dal fatto di essere stati tenuti nascosti. Perciò, per il tuo bene, tieniti a distanza fino a che non avrai imparato a gestire il tuo passato…».
Mi svegliai di soprassalto e mi resi conto che si era trattato soltanto di un sogno. Così, allungandomi sul letto, cominciai a pensare al suo possibile significato ma non mi venne alcunché in mente. A quel punto, ancora mezzo assonnato, decisi di alzarmi per fare colazione. Erano le otto del mattino, per me quasi l’alba… Uscii dalla camera da letto e, passando dal salotto per andare in cucina, notai che sul pavimento e sul tappeto c’erano centinaia di formiche alate; in più i gatti (ne accudisco tredici) avevano urinato ovunque.
Fui preso da un leggero sconforto, comunque preparai la macchina del caffè e cercai di “convincere” le formiche alate a ritornare in giardino; dapprima provai a farle salire sopra un cartone, per poi portarle fuori – ma loro rientravano sistematicamente prima di me. Cercai pertanto di “spiegare” loro che non fosse il caso di invadere la mia casa, quando fuori c’era un mondo meraviglioso disposto ad accoglierle… Ma le formiche sembravano sorde. Demoralizzato, mi accomodai sul divano a guardarle, pensando a un modo per liberarmi di esse al più presto. Quella situazione mi infastidiva. Così, alla fine, mi armai di coraggio: presi l’aspirapolvere, lo accesi e aspirai tutte le alate invaditrici; poi tolsi il sacchetto dell’aspirapolvere e lo tagliai in giardino per liberarle.
Nel frattempo il caffè era uscito fuori e i gatti miagolavano perché volevano mangiare… Ero quasi isterico, ma cercai di mantenere la calma; così pulii la pipì dei gatti, mi lavai le mani e finalmente mi preparai la colazione, mentre aprivo una scatoletta di cibo per i miei amici a quattro zampe e riempivo di croccantini alcune ciotole (e loro non smettevano di miagolare).
Quando la calma fu quasi ristabilita, ritornai a sedermi sul mio divano rosso, accesi il televisore e mi misi a fare colazione: ero pronto, finalmente, per cominciare la giornata.
Improvvisamente, avvertii un leggero dolore alla spalla destra: niente di importante, ma quando finii la colazione e accesi la prima “sacra” sigaretta il dolore si era fatto più forte e prendeva quasi tutta la spalla. Dopo aver ascoltato la segreteria telefonica e aver compreso più o meno i messaggi, constatai che il dolore stava già prendendo tutto il braccio e dopo mezz’ora arrivava fino alla mano. Presi dei calmanti e aspettai invano, il dolore era sempre più forte; così chiamai l’ospedale, fissai un appuntamento con la mia dottoressa e mi feci visitare. Il referto fu duplice: strappo muscolare o herpes zoster. Il solo nome mi faceva venire i brividi ma per fortuna non avevo macchie né eritema.
La dottoressa mi disse: «Per me è un herpes zoster ma, non essendoci i classici sintomi dermatologici, per il momento non posso prescriverti alcuna cura specifica. Aspettiamo e vediamo se è solo uno strappo, ma per qualunque disturbo specifico non esitare a richiamarmi». Così mi tranquillizzai: solo ascoltando quelle parole, avevo già “deciso” che non era quell’orrendo virus.
Tornai a casa sempre con un dolore fortissimo e d’un tratto mi sovvenne nuovamente, chiaro e distinto, il sogno dei cinesi; tuttavia, ancora una volta, non trovavo alcuna spiegazione a riguardo del suo significato. Consultai il libro dei simboli ma anch’esso non mi fu di aiuto – eppure, i cinesi li avevo continuamente in testa!
Nel pomeriggio, dopo vari massaggi senza alcun risultato, mi ricordai dell’agopuntura. Erano già le quindici, così chiamai il mio medico agopuntore, il quale mi disse di andare subito da lui. Durante il tragitto, i cinesi continuavano a lavorare nella mia testa; fu allora che capii il significato di quel sogno: l’agopuntura!
Appena il medico mi vide, disse che si trattava di “fuoco di Sant’Antonio”… Fui preso dall’angoscia, fino quasi a crollare, perché avevo sentito parlare tanto di quel fastidioso morbo. Alle successive parole del dottore: «Adesso ti faccio una seduta che tirerà fuori tutto il virus» accettai di buon grado la terapia, anche se non credevo molto che avrebbe funzionato.
Tornato a casa, decisi di fare una doccia rinfrescante; mi spogliai e cercai di guardare allo specchio il punto in cui avevo dolore: con gran sorpresa, vidi che la spalla era piena di bolle. Feci velocemente una doccia, mi rivestii e montai in macchina per correre in ospedale dalla mia amica dottoressa. Quando arrivai, le bolle avevano quasi coperto il braccio.
La mia adorata (e paziente) dottoressa mi prescrisse una nuova terapia, invitandomi dolcemente a tranquillizzarmi. La ringraziai e, provato dal dolore, uscii dall’ospedale alla ricerca delle medicine – cosa che non fu facile, proprio perché si trattava di una nuova cura. Trovate le medicine, dopo un’ora trascorsa a girovagare per le farmacie della mia zona, tornai finalmente a casa. Quasi non potevo guidare, anche perché le bolle erano scese fino sul palmo della mano.
Grazie all’agopuntura e alle successive cure, l’herpes mi durò solo quattro giorni – ma furono veramente infernali. Infatti, dormivo soltanto tre-quattro ore per notte e non trovavo conforto in alcun modo. Tutto, per delle “bollicine”…
Per tentare di alleviare, almeno in parte, i dolori lancinanti, mi misi alla ricerca di qualche “guaritore”. Ne trovai uno a Pistoia, grazie alle indicazioni di una mia amica: si trattava di un vecchio che sembrava uscito dagli inferi, insieme al suo assistente servile e alquanto inquietante. Ma solo per il fatto di aver preso delle medicine e di aver fatto una doccia, il vecchio non mi volle “segnare” e, urlando, mi cacciò via in malo modo.
Un’altra signora di Peretola mi propose di segnarmi col sangue di gallina, ma la cosa mi faceva impressione e preferii desistere.
Soltanto il gel d’aloe mi alleviava, momentaneamente, il prurito. Ero veramente disperato. Ricorderò sempre quei quattro giorni come un incubo.
Passato l’eritema, pur cominciando a stare meglio, fui colto da una grande depressione; così, appena mi fu possibile, tornai dall’agopuntore e gli spiegai il mio stato d’animo: «Ti sembrerò pazzo» – gli dissi – «ma questo malessere mi ha lasciato una forte depressione…».
«No, non sei pazzo» – rispose lui – «questi fenomeni si chiamano “virus iena” e lasciano chi ne viene colpito in uno stato come il tuo… Ora facciamo una seduta per liberarti».
L’agopuntore mi sottopose a una terapia liberatoria e quando uscii da quella seduta mi sembrò di camminare tre metri sopra la terra, in più ero contento. Nei giorni seguenti ricominciai a fare le solite cose abitudinarie; per un certo periodo i miei stati d’animo si alternarono, tra giornate gioiose e tristi, allegre e noiose: ma tiravo comunque avanti. Ormai ero “guarito”!
Una notte, dormendo, mi trovai in sogno in uno strano paesino orientale, formato da piccole case colorate e negozi con vetrine di vetro e legno, e attraversato da tante stradine strette e serpeggianti che conducevano in un “non luogo” appena rischiarato da una fievole luce crepuscolare. Guardai attraverso una delle vetrine e vidi una grande stanza piena di scaffali polverosi, dove giacevano dei rotoli. Aprii la porta, scesi tre scalini e mi trovai avvolto in un gran silenzio. Alle mie spalle avvertii una presenza, mi girai senza dire niente e vidi una strana figura: un uomo dalle sembianze orientali, di età indefinita, con pochi capelli e vestito con una tunica marrone un po’ lercia.
L’uomo mi sorrise, prese da uno scaffale un rotolo di carta, legato con un nastro verde, lo aprì e mi mostrò un disegno indecifrabile; poi lo arrotolò e lo ripose nuovamente sullo scaffale…
Mi svegliai di soprassalto con questa immagine poco reale; alquanto turbato, mi accesi una sigaretta per tranquillizzarmi e quindi, di lì a poco, ricominciai a dormire.
Nelle due notti successive il sogno tornò a ripetersi: sempre la solita scena che si concludeva con la visione dello strano disegno. Così decisi di provare a memorizzare il disegno, per riprodurlo e decifrarlo. Seguirono altre quattro notti con il medesimo sogno: quasi meccanicamente, mi alzavo tutte le volte e cercavo di copiare il simbolo. Quando, alla settima notte, riuscii a finire il disegno, l’uomo misterioso sorrise salutandomi; da quel momento non sarebbe mai più apparso nei miei sogni.
Lo stesso giorno tornai immediatamente, con il disegno che avevo realizzato, dall’agopuntore (che è anche un esperto di cultura cinese), per vedere se poteva spiegarmi cosa significasse quella strana immagine, per me assolutamente incomprensibile. Mi disse che era il disegno di un antico esorcismo orientale di buona fortuna. Lì per lì non riuscivo a capire se stessi diventando matto o se matto fosse il medico… Ad ogni modo, lo ringraziai e tornai a casa contento.
Decisi che avrei collocato il disegno proprio all’ingresso di casa. Ricominciai a lavorare ed a fare le solite cose; la depressione era sparita e inoltre avvertivo un maggiore appetito e provavo un rinnovato piacere nel cibo. Stavo bene, finalmente.
Una mattina mi alzai e, come sempre, feci colazione e detti da mangiare ai gatti; quasi automaticamente, li contai e vidi che ne mancava uno… Allarmato, mi vestii in fretta e uscii per cercarlo. Arrivato nei pressi di un fiumiciattolo che scorre vicino a casa mia, sentii dei miagolii provenire dalle frasche del sottobosco oltre il piccolo corso d’acqua; così lo attraversai e mi misi a cercare il gatto.
All’improvviso mi trovai avvolto da una fitta nebbia, a causa della quale ogni traccia del gatto era scomparsa. Mentre stavo cercando di uscire dalla nebbia, dal nulla mi apparve il vecchio cinese dei sogni. Teneva in mano un alto bastone dorato e sorridendo mi disse: «Io sono l’Ospite. Se tu vorrai, potrai venire con me a fare una piccola passeggiata – che passeggiata non sarà. Sappi che, se accetterai, ti farò vedere il mio paese e ti accompagnerò in questo percorso. Vedrai dei nuovi paesaggi e potrai incontrare dei personaggi e comunicare con essi – se saranno disposti a farlo – ma non potrai né toccarli né entrare nei loro palazzi: potrai soltanto avvicinarti».
Anche se ero un po’ sorpreso, per dirla meglio spaventato, l’idea di vivere un’avventura così fuori dal normale, specie in una giornata noiosa, mi spinse ad accettare. Seppure fossi leggermente titubante, risposi all’Ospite che sarei stato felice e contento di seguirlo – ma la mia voce tradiva una sottile paura…
A sua volta, lui mi rispose: «Come fai ad essere felice e contento, se non sai cosa ti aspetta? Rispondi soltanto di sì alla mia offerta, per adesso. Solo in seguito potrai capire se la “passeggiata” sarà stata causa di contentezza e felicità. Ora andiamo».
Con il suo bastone, l’uomo aprì le frasche per farsi strada. Mentre ci addentravamo nella macchia, la nebbia si diradava e la luce cominciava soavemente ad apparire più chiara, illuminando un piccolo sentiero che si inerpicava su per una collinetta e subito scendeva bruscamente.
A quel punto si aprì davanti a noi uno strano paesaggio. In lontananza si ergevano delle montagne ocra, con le cime che andavano dal turchese al blu, ed erano coperte da una rigogliosa vegetazione. Al centro c’era un lago di acqua cristallina dal quale partivano dei ruscelli che si… arrampicavano sulle montagne, portando acque chiare e fresche fino alle cime di esse, come fa la linfa dell’albero che sale dalle radici fino alle foglie. Mi affacciai in riva al lago e vidi, in fondo ad esso, un vulcano in eruzione che dava la spinta all’acqua. Quella visione mi sorprese non poco, giacché ero abituato a vedere che di solito sono i ruscelli a scendere dalle montagne, per alimentare i laghi o i fiumi, non il contrario; ma il mio ospite intervenne a spiegarmi quel portento con tono rassicurante: «Niente scende dall’alto se prima non è scaturito dal profondo, e non è possibile che la Madre Terra abbia in seno l’inferno».
Pensai subito agli insegnamenti religiosi, che associavano gli inferi agli abissi della Terra, e mi sentii tanto stupido… Quante volte avevo visto le più diverse piante della Terra germogliare, crescere, fiorire e dare i loro frutti… Quante volte avevo considerato la pioggia come una vera e propria purificazione, pensando che fosse acqua dal cielo e dimenticando la vera sorgente…
Tutto intorno al lago, su piccole colline, c’erano dei bei palazzi di diverse forme, altezze e colorazioni. Alcuni erano di corallo, altri – molto austeri – erano scolpiti nella roccia e altri ancora erano di filigrana di alabastro; ma tutti risultavano in perfetto e armonioso equilibrio con la natura. Piccole e sinuose strade univano queste case, attraverso ponti e scalinate, e dei prati fioriti scendevano verso il lago. Degli alberi secolari si alzavano verso il cielo con le loro foglie così verdi e brillanti, che più che creare ombra rendevano più luminosa e più affascinante l’atmosfera. Gli uccelli grandi e variopinti volavano e piroettavano in aria creando un balletto pieno di grazia, il loro canto si confondeva con il gorgoglio dei ruscelli.
Davanti al mio stupore, l’Ospite mi disse: «Il loro prodigio non consiste nel volare, giacché qui il volo è prerogativa di tutti gli esseri viventi, ma risiede nel loro piumaggio che rappresenta i colori dei sette centri primordiali. E il loro compito è il seguente: quando un’anima è triste o persa si allineano nel cielo creando un arcobaleno, per farle capire che la sua tristezza è consapevolezza e che il fatto che abbia compreso il male è quasi una guarigione; che il peggio (l’ignoranza) è passato e che il bel tempo sta per tornare…».
Sorpreso e rincuorato, espressi all’Ospite il desiderio di scendere nel villaggio a parlare con alcune delle persone che si intravedevano, anche se tutte sembravano molto concentrate nel proprio lavoro, ma che non sapevo come comunicare con esse perché ignoravo quale lingua parlassero.
Al che, lui sorrise e mi esortò: «Devi farlo esattamente come fai con me, perché in questa dimensione non ci sono differenze di linguaggio; tutti parliamo attraverso il centro della gola ma soprattutto parliamo con il cuore – che è l’unica lingua universale, anche se fuori di qui è quasi dimenticata».
Incoraggiato da quelle parole, cominciai ad attraversare il prato verso lo strano paese, quando vidi una bambina bellissima e sorridente che, portando un cesto di fiori azzurri e una candela accesa in mano, girava per le strade; ogni tanto si fermava e parlava con le persone, poi donava loro un fiore.
La bambina mi venne incontro e, sempre sorridente, mi chiese cosa stessi facendo; le risposi che stavo visitando il suo mondo e lei mi disse: «Sii felice, è un diritto per nascita!» – poi si avvicinò e mi pose sul petto un miosotys. La ringraziai con un inchino e lei proseguì il suo cammino.
Una volta che ci fummo allontanati, domandai all’Ospite chi fosse quella incantevole bambina e lui mi rispose: «Quella bambina è la più anziana di tutti, si chiama Memoria e sembra la più giovane perché si rinnova ogni giorno; per questo va in giro domandando agli esseri cosa facciano. Lei immagazzina le informazioni e mantiene accesa la propria candela, affinché tutti gli esseri non dimentichino il reale corso degli eventi, rischiando di ricommettere gli stessi errori, e, fatto ancora più grave, scordando di essere stati amati. Questo fiore che ti ha donato si chiama anche “non ti scordar di me”, portalo con cura».
Contento di quell’incontro, mi diressi verso uno dei palazzi che sorgevano sulle collinette intorno al lago. Quando fui vicino all’imponente stabile, vidi – sotto una loggia – una donna vestita di raso giallo, con davanti un grande pentolone d’oro nel quale bolliva dei frutti esotici; ma questi, invece di appassire, diventavano sempre più freschi e più brillanti.
La donna, che all’inizio mi era sembrata anziana, era di una freschezza assoluta, quasi come una bambina. Dopo averla salutata con un pronunciato inchino, mi avvicinai e lei fece cenno di sedermi; quindi, rivolgendomi uno sguardo pieno di calore, mi disse: «Sono una delle Grandi Madri, il mio compito è nutrire. Essendo gli esseri creati da puro spirito ed energia a diversa vibrazione, noi mangiamo solo l’essenza degli alimenti; il resto, che è la materia, a vibrazione più lenta, lo eliminiamo come scorie. In tal modo, il nostro organismo ha la possibilità di trasformare l’alimento in pura energia e distruggere il resto – e di conseguenza eliminarlo. Bisogna, tuttavia, fare molta attenzione: se l’alimento contiene conservanti chimici, l’organismo non può distruggere totalmente la materia – e allora questa resta in noi come tossina o veleno, dando origine a malattie, e noi siamo costretti a ingerire altri veleni più forti per eliminare quelle tossine. Alla fine, il nostro organismo è completamente inquinato e, invece di creare energia creatrice e benessere, deve difendersi dalle aggressioni usando anche le proprie riserve di luce; in questo modo, di lì a poco si deteriora e alla fine, esaurito, si distrugge. Così come ci sono due luci, una che illumina e l’altra che abbaglia, ci sono due forme di nutrizione: a te la scelta, perché tu diventerai ciò che mangerai. Ti alimenti di ogni cosa: puoi alimentarti di vita o di morte. Mangia il più possibile cose vive, che crescono verso l’alto e si riempiono di luce. Mangia ciò che la natura ti offre spontaneamente, perché è il suo dono per te; così facendo, sarai pieno di vita e di luce – e anche tu t’innalzerai. Oppure puoi fare l’altra scelta. Questo è il nostro dono: la libertà».
Una volta terminato di parlare, la donna prese un cucchiaio d’argento, tolse un piccolo frutto dalla pentola e me lo offrì. Un po’ insospettito e un po’ imbarazzato lo mangiai. Al primo morso sentii un leggero torpore, poi un gran caldo cominciò a scendere dentro le mie viscere e si sparse per tutto il mio corpo. Capii che l’energia era arrivata fino ad ogni mia singola cellula e allora mi sentii stranamente bene, pieno di gioia e gratitudine.
Lei sorrise e, congedandomi con un cenno della mano, si rimise a compiere il proprio lavoro; ed io, contento, lasciai il porticato e tornai in giardino – dove, appoggiato al suo bastone, mi aspettava l’Ospite.
Proseguimmo il nostro viaggio tra i prati e, non lontano da noi, vidi degli strani “cani” giocare con una palla di fuoco. Feci appena in tempo a spostarmi e un altro gruppo di cani mi passò vicino di corsa, sfiorandomi. Allora capii che erano cani alquanto speciali. L’Ospite sorrise e mi disse: «Quelli che vedi sono dei draghi “bebè” e sono molto giocherelloni ma altrettanto volubili e permalosi; perciò stai attento a non trovarti più sulla loro strada. Non sono ancora pericolosi ma con i loro artigli e le loro squame ti possono fare del male. Sono tuttavia creature molto intelligenti, anche se cambiano umore molto facilmente. Quando cresceranno, diventeranno i nostri custodi e faranno come i loro genitori: si rifugeranno nella foresta per impedire l’accesso a chiunque non sia pronto a entrare in questo luogo. Ogni tanto, alcuni di questi “bebè” scappano e vanno nel tuo mondo, creando a volte molta confusione. Voi li chiamate spiriti burloni ma loro giocano soltanto. Grazie a queste “scampagnate” nel mondo materiale, essi imparano a conoscervi e così capiscono da cosa devono difendere questo luogo…».
Ripreso il cammino, notai che poco lontano, verso il lago e subito dopo una collina rosa, si estendeva un grande prato fiorito circondato da gelsi secolari; sul prato c’erano migliaia di individui che sembravano dei pittori, ma invece di tele e colori ognuno aveva un telaio verticale e tutti erano collegati a una enorme matassa di seta.
Vicino al lago c’era un padiglione dove sedevano degli anziani: alcuni di essi scrivevano date su grandi libri; altri, invece, guardavano soltanto i venti.
«Sono i Saggi» − mi disse l’Ospite. Poi aggiunse: «Ognuno di noi ha con sé un tessitore zelante che nel suo telaio mette tanti fili verticali quanti orizzontali, creando una parità che è la trama della nostra vita. Con un filo sottile di seta tesse l’immagine del nostro operato; soltanto lui conosce il disegno finale, ma sta a noi creare l’immagine dell’arazzo. Ogni volta che intraprendiamo una strada sbagliata o scegliamo qualcosa di dannoso per noi o per il Creato, nel filo si forma un nodo; a questo punto il tessitore interrompe il lavoro e si dedica a sciogliere il nodo; noi però restiamo intrappolati in una specie di nuvola grigia. Così gli aiutanti ci inviano i demoni dell’ansia, dell’angoscia e della disperazione per aiutarci, grazie al malessere, a ritrovare la strada giusta».
«Nel caso in cui, invece di osservare il nostro sbaglio, lo copriamo» – continuò – «ovvero, se cerchiamo di ignorarlo, ricorrendo a droghe o altre cose peggiori, il tessitore ha la libertà di consultarsi con i maestri e decidere liberamente e serenamente, senza pregiudizio, di interrompere il lavoro o ancora peggio di distruggere l’arazzo, poiché nel Creato (che non è perfetto, perché la perfezione implica staticità, ma è completo e armonioso, per il fatto di essere in continua evoluzione) niente deve distruggere questo fragile e divino equilibrio. Tuttavia, se siamo vigili nel nostro operare, altri fili si aggiungono e il paesaggio o disegno diventa più luminoso e più reale: gli aiutanti mandano su di noi energie che agevolano il nostro viaggio e ci danno tutto quello di cui abbiamo bisogno nel mondo materiale – che è la manifestazione dei due mondi precedenti, quello spirituale e quello mentale dove vivono i tessitori».
«Se una persona decide di mettere fine alla propria vita, l’arazzo viene interrotto e archiviato con cura, fino a quando l’anima, dopo le necessarie purificazioni, tornerà nel mondo materiale e allora si riprenderà con la tessitura. Quando l’arazzo è ultimato» – concluse l’Ospite – «l’anima torna nel celeste e osserva l’arazzo stesso, la qualità della manifattura e, dopo insegnamenti e lavoro nel celeste, può decidere di tornare nel materiale per correggere gli sbagli nel disegno o creare un arazzo ancora più bello. Ognuno di questi arazzi è allo stesso tempo un filo di una tela più grande; per questo le vite delle persone s’intrecciano l’una con l’altra e tutte insieme creano un disegno maggiore, dove ogni filo è importante quanto la tela stessa».
Chiesi allora all’Ospite se il più saggio dei saggi seduti sotto il padiglione avesse tutta la conoscenza, e lui così mi rispose: «Il più saggio non possiede la conoscenza ma la intuisce, la osserva e la comprende. Il più saggio non possiede la conoscenza, ma ne fa uso. Il più saggio non ha, ma è».
«Allora andiamo a conoscerli, a parlare con essi e anche a vedere gli arazzi!» – proposi con entusiasmo al mio accompagnatore, cominciando a dirigermi verso i saggi.
Ma lui mi fermò, dicendo: «Forse si potrebbe fare ciò che dici, e sarebbe anche utile oltre che bello, ma non credo che essi ora ti riceveranno; non è poi così facile avvicinarli. Nel tuo caso, devi fare un lungo percorso: non si tratta soltanto di attraversare il prato. Il percorso, anche se a prima vista appare semplice, è ben più complesso. Tuttavia, pure nel caso in cui tu riuscissi ad avvicinarti ed a rivolgere a quei saggi delle domande, resteresti sorpreso delle loro risposte. Risposte che ora non sei in grado di comprendere. Per quanto riguarda i tessitori, poiché ognuno di essi è impegnato a tessere la vita degli altri esseri, non ti è concesso vedere con i tuoi occhi fisici i loro intrecci: non puoi osservare l’esistenza altrui, soltanto per curiosità. Se veramente desideri conoscere gli altri, usa i mezzi che Madre Natura ti ha concesso – imparando a vedere le persone per quello che sono realmente, e non solo dall’apparenza o dai loro discorsi. Devi apprendere la conoscenza dell’altro, dalla vera sensazione che colui che hai davanti ti stimola».
«Ma stai attento» – continuò l’Ospite – «perché molte volte, anche se abbiamo davanti un’entità che emana una netta vibrazione, noi la percepiamo attraverso i nostri centri inquinati dalla stupida emotività; in tal modo, alteriamo il messaggio percepito perché vogliamo vedere nell’altro ciò che, secondo noi, ci manca. Oppure quello che, sempre secondo noi, potrebbe essere più adatto alle nostre stesse necessità ma deve essere completamente modificato. Così facendo, nella nostra mente si andrà a formare una grande illusione, che prima o poi si frantumerà e creerà in noi un forte disagio – nonostante l’avessimo intuito fin dall’inizio…».
Riprendemmo a camminare in silenzio e, all’improvviso, apparve dietro un albero di camelie bianche in riva a un chiaro ruscello, una donna acconciata a nozze che sedeva su una tartaruga di madreperla. Nella mano sinistra reggeva uno specchio di giada nera, sul quale non era riflessa alcuna immagine. La donna guardava continuamente lo specchio “vuoto”, immaginando eventi che costantemente uscivano dai suoi capelli sotto forma di apparizioni fantasmatiche, si materializzavano e venivano portati via dal vento.
Era un’altra delle Grandi Madri, mi disse l’Ospite. Sul suo viso impassibile non c’erano emozioni, ma traspariva solo serenità. La donna era intenta a osservare non un singolo evento ma la totalità del Creato. Guardava la causa di ogni pensiero e vedeva l’effetto che questo produceva; effetto che, a sua volta, causava un altro evento, creando così un’infinita catena.
Nella mano destra la donna portava un anello con un sigillo, nel quale era incisa una frase: “Quello che l’albero ha di fiorito vive di ciò che ha di seppellito”.
Sebbene avvertissi un gran senso di rispetto per lei, non ebbi la forza di avvicinarmi né di parlarle, anche perché la donna non mi degnò di uno sguardo. Mi sembrò soltanto di percepire, dentro di me, una dolce voce che diceva: «Lo so che tu esisti… La cosa mi rallegra ma non mi sconvolge affatto».
Indietreggiai di tre passi e mi congedai dalla donna con un profondo inchino. Osservando la scena, l’Ospite mi disse ammiccando: «Anche qui si prendono degli schiaffi, non ti sembra?».
A quelle parole, fui colto da un senso di rabbia e vergogna: per la prima volta mi sentivo più insignificante di una formica. La Grande Madre, con la sua divina serenità e rimanendo nel silenzio più assoluto, aveva ridimensionato il mio ego.
Dopo quell’incontro, il mio Ospite ed io ci dirigemmo verso una valle soleggiata, attraversando prati coperti di fiori che cambiavano colore in continuazione: nascevano improvvisamente fra l’erba, sbocciavano, crescevano in un istante e diventavano luminosi; quindi si richiudevano per riaprirsi nuovamente di un colore diverso: «Sono i fiori dei sentimenti» – mi informò la mia solerte guida, anticipando la mia curiosità – «ci stiamo avvicinando al Palazzo dell’Amore».
Proseguimmo ancora un po’ e, in mezzo ad un giardino di erica, vidi un tempio: otto colonne di cristallo rosa trasparente reggevano un tetto a pagoda, di giada verde imperiale. All’interno del tempio un uomo completamente nudo, con un corpo scultoreo e grandi attributi sessuali, giaceva su un letto anch’esso trasparente. Pareva una specie di divinità senza tempo. A poca distanza da esso, alcune figure velate si intrattenevano in giochi erotici.
Chiesi all’Ospite il permesso di avvicinarmi per parlare all’uomo, ma lui mi ammonì con queste parole: «Non sarebbe saggio! Se vuoi, parlagli senza avvicinarti poiché la sua voce potrebbe spaccarti il cuore. Batti tre volte le mani e, se lui lo vorrà, ti concederà la propria attenzione; ma devi stare a debita distanza, per adesso».
Seguendo le indicazioni dell’Ospite, battei le mani (che mi tremavano non poco per l’emozione). Con mia grande sorpresa, la divina figura mi rivolse uno sguardo penetrante che non riuscivo a mantenere; così abbassai gli occhi e aspettai in silenzio che lui stesso mi parlasse.
Passarono alcuni minuti, poi l’uomo si alzò dal giaciglio, si avvicinò e si appoggiò a una delle colonne di cristallo; anche con gli occhi bassi, riuscivo a vedere tutta la sua bellezza – che era quasi inebriante.
Quindi l’uomo cominciò a parlare, e anche se stavo a distanza la sua voce penetrava la mia pelle e mi faceva un gran male; mi mancava il respiro e sentivo una forte energia che batteva come un martello sul mio petto. A quel punto mi inginocchiai, perché non ce la facevo più a stare in piedi, e ascoltai con riverenza ciò che egli diceva: «Io sono Amore e sono nudo, senza vesti e ornamenti, perché niente in me deve essere nascosto o truccato, altrimenti non potrei essere conosciuto e apprezzato completamente. Le figure velate che vedi sono miei servitori. I loro nomi sono: Infatuazione, Passione, Possesso, Gelosia, Vendetta e Interesse. Quando delle persone si rincontrano, essi si presentano e sottopongono gli esseri umani a delle dure prove; se, alla fine, questi vengono promossi, le figure velate spariscono. E allora – e solo allora – appaio io, con le mie aiutanti Gioia e Serenità, seguite dal mio piccolo amico Ringraziamento. Per ultima arriva la mia unica figlia, Felicità. Ma disgraziatamente ci spostiamo sempre più di rado, poiché negli ultimi tempi gli esseri umani non superano più la prova della Paura, negandosi stupidamente la vera missione e l’essenza stessa della loro vita: “Amare”. In tal modo, essi si riducono a condurre una vita a metà…».
Quasi dolente, Amore si fermò per qualche secondo a riflettere; quindi concluse: «Nessuno insegna più ad amare, si dà per scontato che tutti nascano già sapendolo fare ma non è così – e gli esseri umani si complicano l’esistenza con tanti malintesi che creano disagi, vivendo in una gran confusione. Penso che passerà ancora molto tempo, prima che io e le entità a me unite possiamo ricominciare a viaggiare…». Poi rivolse lo sguardo verso le montagne, si girò lentamente lasciando vedere la sua splendida schiena e i suoi perfetti glutei, e tornò con passo felpato verso il proprio giaciglio.
A quel punto, vedendomi un po’ turbato, l’Ospite mi prese per mano e mi accompagnò fuori dal giardino. Ci sedemmo su una roccia e gli chiesi il motivo per il quale Amore avesse detto “Quando delle persone si rincontrano”.
Lui, sorridendo ancora una volta, mi rispose: «All’inizio eravamo una sola cosa; poi, in seguito a una grande esplosione, ci siamo trasformati in un’infinità di particelle sparse per il Creato, consapevoli di un’unica origine e forma. Ma, in questo nuovo stato di particelle isolate, abbiamo dovuto dedicare tanto tempo a elaborare profondi pensieri per crearci la nostra nuova condizione. Così facendo, lentamente ci siamo dimenticati del nostro unico e divino passato. Tuttavia, continuamente e senza rendercene conto, cerchiamo di ricomporre ciò che eravamo, in modo da riavere quello che ci apparteneva… Ed è così che, in questa nuova condizione, avvengono gli incontri con gli altri – incontri che in realtà sono dei veri e propri rincontri, poiché scopriamo negli altri qualcosa che un tempo ci apparteneva: in una specie di “unità” della quale facevamo parte. Malauguratamente, non sappiamo più quale parte fosse e così facciamo un po’ di confusione a ridarle una collocazione e un ruolo giusto nella vostra vita. Spesso rivestiamo gli altri con abiti impropri, che li limitano nei movimenti e non consentono loro di agire con libertà e grazia…».
L’Ospite si interruppe brevemente, annuendo pensoso; quindi riprese a parlare: «Comunque sia, attraverso questi rincontri scaturisce in noi una grande forza e si sviluppa una forte attrazione. Nasce così l’amore per l’“altro”, poiché tutto a un tratto scopriamo che quel medesimo “altro” un tempo era nostro – ma lo abbiamo perso e vogliamo riaverlo a ogni costo, per tenerlo stretto a noi e non perderlo più!».
Riflettendo su quei concetti, semplici eppure così profondi, iniziavo a capire. Ma il mio Ospite non aveva ancora terminato.
«All’inizio» – aggiunse – «nasce in noi una dolce tristezza, poi subentra una grande gioia e infine veniamo sopraffatti dalla paura che possiamo riperdere ancora ciò che abbiamo appena ritrovato. Così ci avvinghiamo all’altra particella; la quale, però, avendo già sviluppato una sua libera individualità, terrorizzata dal nostro atteggiamento, cercherà di scappare – e noi avremo materializzato proprio ciò di cui avevamo paura. Nel linguaggio umano, questo timore di separazione da un “altro” viene riassunto con l’espressione: “perderlo definitivamente”. Per evitare questo trauma dobbiamo, sì, essere disponibili a riunirci; ma è importante essere anche sereni e attraenti di cuore, in modo da poter brillare intensamente e riuscire, di conseguenza, a far scaturire nell’altra particella la medesima sensazione di unità e unicità con noi. Allora l’altro si avvicinerà a noi, senza paura di essere fagocitato; in tal modo comincerà a guardarci, a conoscerci e infine ad amarci con la nostra stessa intensità, creando un rapporto di stabile unione alla ricerca delle gioie primordiali perse dopo il distacco iniziale».
Ancora una pausa, quindi l’Ospite concluse perentorio: «Ricordatelo sempre: le cose dobbiamo meritarle, e questo è relativamente facile perché facciamo anche molte cose buone; poi dobbiamo conquistarle, e anche questo è facile poiché siamo “dei guerrieri in esilio”; ma infine dobbiamo anche mantenerle. Ed è questa la missione più difficile, se non usiamo l’amore per il Creato in ogni nostro gesto quotidiano!».
Restammo un po’ in silenzio. Gli uccelli volteggiavano sulle nostre teste, disegnando una grande spirale. Presi con la mano un po’ d’acqua, da un ruscello dorato che scorreva vicino a noi, e senza ulteriori indugi continuammo la passeggiata.
Attraverso un ponte di ebano e avorio il sentiero ci portò a un altro giardino fatto di ibiscus e sterlizie; al nostro passaggio strane felci ci accarezzavano le caviglie.
Nell’aria si sentivano delle sonore risate.
Il sentiero ci condusse a un piccolo lago, che più che un lago sembrava una palude, dove serpenti d’acqua saltellavano come delfini; in mezzo, su una grande ametista, ballava un mago nero con un’espressione sorniona e grandi orecchie, avvolto in un mantello nero ricamato d’oro e di perle. Dalle lunghe e larghe maniche, ad ogni risvolta, cadevano i più svariati oggetti: gioielli, abiti, tavole imbandite, storie d’amore impossibili e anelli dai magici poteri.
Il mago, più girava e più rideva a squarciagola; sembrava impazzito dalla gioia, con le orecchie ben attente e lo sguardo malizioso. I serpenti d’acqua acchiappavano in aria gli oggetti, poi partivano fulminei attraverso i prati e si perdevano tra le montagne.
L’Ospite mi disse: «Il compito del mago è ascoltare le suppliche delle persone e dare ad esse ciò che chiedono; così punisce la loro stupidità, e questo lo diverte molto perché i desideri delle persone partono da centri energetici inquinati da stati emozionali alterati. Ma quando egli ascolta qualcuno che chiede “… ciò che è giusto per me…”, di colpo ferma la danza, diventa serio e lancia su di esso una pioggia d’oro, per innalzarlo e avvicinarlo di più al celeste, la “Patria Natia”, e renderlo felice».
Anche questo incontro mi lasciò molti spunti di riflessione. In un istante, pensai che a mia volta, come tutti, ero spesso tentato di esprimere i miei desideri… Riconsiderai quanti me ne fossero stati concessi e soddisfatti in passato – desideri che poi, a distanza di tempo, si erano dimostrati causa di sofferenze e infelicità. Quindi pensai a quante volte, invece, abbandonandomi completamente alla volontà del Creato, le cose avessero preso una giusta piega e si fossero aperte per me porte inimmaginabili. Pensai anche a quante esperienze che inizialmente consideravo negative, mi avessero consentito di tirare fuori da me stesso dei talenti insospettati.
Da lì in poi avrei imparato a chiedere, e sicuramente non sarei stato deluso.
Dopo esserci riposati un po’ sul prato, riprendemmo il nostro cammino verso dei cespugli di angelica (o “erba degli angeli”) e scorsi più in là, circondato da un fossato, un grande palazzo di onice nero bordato di corallo rosso, con delle torri di diversa altezza e forma e un grande loggiato dove dormivano sei draghi adulti. Da quattro fontane, posizionate ai lati del loggiato, zampillava acqua chiara e davanti all’imponente facciata, su un grande braciere di bronzo, venivano bruciati in continuazione fiori di artemisia. Nel giardino, sotto un padiglione, dei suonatori d’arpa eseguivano dolci melodie.
«Questo è il Palazzo dei Demoni» – disse l’Ospite – «dove l’accesso è consentito solo ai saggi, quando li devono svegliare, altrimenti nessuno può entrare né uscire. Si bruciano erbe sacre per mantenerli calmi, si suonano musiche soavi perché i Demoni dormano sereni. Non sono prigionieri ma devono essere tenuti in uno stato di perenne calma, e devono essere sempre controllati e protetti. Se i Demoni potessero andarsene liberi per il Creato, senza un compito specifico dettato dai saggi, farebbero grandi guai – poiché il loro potere è enorme ma hanno una visione soggettiva della vita e si lasciano commuovere con molta facilità dalle debolezze umane. È per questo che ci sono dei draghi all’ingresso. Stanno lì per proteggerli, affinché nessuno stolto possa entrare e raggirarli a proprio piacimento».
In quella occasione, non provai troppa voglia di avvicinarmi; così proposi di andare altrove, a visitare altri luoghi di quel mondo così fantastico (anche se mi sembrava che fosse più reale del mio…).
Annuendo, la mia guida iniziò a farsi strada attraverso un campo di grano. Ad un certo punto, il campo si interrompeva e cominciava una distesa di sabbia e rocce coperte di muschi multicolori e licheni giallastri in fiore. In mezzo si ergeva un palazzo che sembrava fuori luogo in quel variegato paesaggio: era una costruzione cupa e grigia, circondata da alberi secchi; stranamente su alcuni rami fiorivano delle rose.
Allora l’Ospite mi spiegò: «Quel palazzo è il posto dove si immagazzinano i dispiaceri e i brutti ricordi, dove si mette anche ciò che abbiamo voluto dimenticare senza averlo capito. Per questo è grigio, cupo, disadorno e costruito con granito sepolcrale; ma, all’interno, oltre ad essere un magazzino, è anche un laboratorio dove operano abili sarte. Quando una persona è triste e disturbata al punto tale che non ce la fa più ad andare avanti nella vita, noi la catturiamo nel sonno, la portiamo qui e alcune sarte sagge le cuciono, su misura, con tutto il suo passato, un abito regale di finissima seta; quindi glielo fanno indossare e la pongono davanti a uno specchio. La persona, allora, subisce una forte emozione ma, vedendosi così magnificamente vestita e sentendo sulla pelle la morbidezza della stoffa, comprende che l’abito è proprio per lei; così pian piano comincia ad abituarsi, a sentirsi bene dentro l’abito e giunge infine ad amarlo perché è proprio il suo vestito. Allora su un ramo secco nasce un fiore».
Lasciammo anche quel bizzarro giardino e ci incamminammo verso una vallata più ridente, dove pascolavano tranquillamente delle chimere. Erano di tutte le dimensioni e giocavano tra sé; ogni tanto rincorrevano qualche drago bebè che aveva sconfinato nel loro prato. Più in là si ergeva un immenso palazzo di lapislazzuli e madreperla, che si perdeva nell’orizzonte; era il Palazzo della Sapienza e della Creazione, mi informò subito l’Ospite.
«È lì che nascono tutte le cose e i bebè?» – chiesi. «Ma come mai non si vedono bambini in giro?» – aggiunsi.
Il mio interlocutore rispose con sollecitudine: «Lì veramente nascono le cose ed è il posto in cui tornano le anime, dopo che sono state nel materiale. Tornano proprio lì, subito dopo aver controllato il proprio arazzo, per imparare altri insegnamenti e decidono se scendere nuovamente nella dimensione materiale o restare come maestri in quella mentale. Molte volte, però, l’anima non accetta volentieri questa condizione e non vuole rinunciare al materiale; allora fugge e va ad occupare un corpo che non era destinato a lei e che aveva compiti diversi da svolgere, rispetto a quello che l’anima ribelle desidera. Così facendo, l’anima stessa si crea un’esperienza terrena traumatizzante – perché ha deliberatamente scelto un corpo sbagliato e un ritorno anticipato».
Alla mia incerta espressione del volto, che denotava una comprensione molto parziale, l’Ospite proseguì con un esempio: «È come se tu comprassi una Limousine per fare fuoristrada: dovresti ricorrere a dei meccanici e carrozzieri per adattare l’automobile ai tuoi desideri… Sarebbe stupido, non credi?».
Quindi passò a rispondere al mio secondo quesito: «Tu qui non vedi bambini» – mi disse – «per il fatto che i bambini appartengono alla dimensione materiale. Voi, sulla Terra, dite di credere nell’immortalità dell’anima ma in realtà credete unicamente al corpo – che è soltanto il contenitore dell’anima e il veicolo per muoversi nella dimensione materiale. Voi create dei bebè: essi sono piccoli perché devono nascere dai vostri corpi ma l’anima che contengono è millenaria ed eterna, eppure questo voi non lo capite. Quando un corpo si sta formando, i Saggi sanno già se questo nascerà o non nascerà, e decidono di riempirlo d’anima o meno. Se essi vedono che questo corpo nascerà, e soltanto in quel caso, prendono accordi con un’anima e le danno degli insegnamenti e dei compiti da svolgere. In realtà, la durata dell’esperienza terrena, ovvero materiale, viene determinata propriamente sulla base del compito che un individuo deve svolgere».
Dopo una lunga pausa, l’Ospite riprese la propria spiegazione: «L’anima, nella sua voglia di evolvere, chiede di essere sottoposta a degli esami terreni. A volte reclama persino delle prove particolarmente dure. Ma i Saggi sanno che, una volta tornati nel Creato, gli individui non saranno in grado di affrontarle o si pentiranno delle loro richieste; così concedono loro, meno di quanto richiedono. Eppure alle persone, anche avendo un’esistenza naturale e normale, senza traumi particolari, sembra che la vita sia durissima… In realtà, le persone non comprendono che, per il loro stesso bene, tanto è stato loro negato e tanto donato. Esse percepiscono solo le apparenze, e soffrono unicamente per quello che ritengono, sbagliandosi, sia venuto a mancare loro – dimenticandosi di essere state essere stesse a chiedere delle prove al fine di purificarsi».
«Ma allora» – chiesi all’Ospite – «come possiamo fare per affrontare nel modo giusto, cioè in armonia con il Creato, la nostra esistenza materiale?».
«Il vostro corpo deve essere curato, poiché è il vostro mezzo di trasporto» – rispose – «ma sappi che non è l’unica cosa divina che avete. Prima o poi lo lascerete; tuttavia la vostra anima continuerà il proprio percorso. Per questo motivo, ti invito a non soffrire quando qualcuno ti verrà a mancare: significa che il suo lavoro è finito, che si sta preparando per un altro compito. E sappi che quell’anima è stata arricchita dall’esperienza appena fatta, comunque siano andate le cose. Perciò, gioisci!».
«Posso anche gioire, ascoltando le tue spiegazioni» – replicai – «ma penso al mio mondo e lo vedo un po’ perso, ultimamente… Non potete fare qualcosa per portare saggezza e serenità nel materiale, che è anche il vostro Creato?».
Impassibile, l’Ospite mi rispose con serenità: «Presto ci saranno dei cambiamenti nel Creato. E, come sempre accade davanti al nuovo, le persone resteranno dapprima perplesse e un po’ smarrite. Non succederà niente di terribilmente sconvolgente o catastrofico, ma si avranno comunque dei grossi mutamenti… È come quando l’albero arriva a essere troppo alto e appesantito dallo sviluppo delle sue fronde, e per salvaguardare la sua stabilità e la sua stessa vita deve essere potato. Le persone, in un primo momento, non si rendono conto di ciò che accade, ma dentro di esse qualcosa comincia a destabilizzarsi – e questo crea in loro un po’ di timore. Hai mai fatto caso, in campagna d’estate, durante una giornata di sole e di estrema calma, che quando i cavalli si agitano improvvisamente e senza motivo, poco dopo – quasi sempre – arriva una tempesta? Bene, in questo momento nel tuo mondo la situazione è simile proprio a quella… Ma ricorda che la pioggia è vitale per i campi, e che tutti i mutamenti, per quanto profondi e inattesi, sono scaturiti dall’umanità. Poiché niente scende dall’alto, se prima non è scaturito dal basso».
Vedendomi ancora una volta incerto e dubbioso, l’Ospite si affrettò a spiegarmi il senso della sua profezia: «Noi sappiamo che per reggere questo cambiamento – un vero e proprio Nuovo Inizio – ci sarà bisogno di tanta energia. Proprio a tal fine, stiamo creando “individui serbatoio”, ai quali gli altri esseri umani, se vorranno, potranno fare “rifornimento”. Ma c’è un altro pericolo ed è rappresentato dai Rettiliani. Si tratta di persone astute e intuitive, che hanno già percepito l’avvento di questo Nuovo Inizio e vogliono impossessarsi dell’energia creatrice, allo scopo di gestirla per i loro meschini interessi. Per questo, con inganni e grande fascino, i Rettiliani succhiano dagli altri la poca energia che essi contengono. Infatti gli esseri stupidi, poveri di spirito e pigri delegano proprio ad essi la gestione della loro vita, pensando di risolvere il disagio derivante dal cambiamento con tecniche alquanto bizzarre e costose: in tal modo, restano invece spogliati e svuotati. È l’autopunizione che gli stupidi infliggono alla loro stessa pigrizia. Ricorda: non è per il peccato che sarai condannato, ma dal peccato stesso! Davanti a un problema, soprattutto se di natura comune, potrai giungere alla sua soluzione, unendo le tue forze all’aiuto di chi ti circonda e affidandoti alle energie divine – mai da solo. In virtù dell’umiltà del tuo atto di chiedere aiuto, ti verrà dato tutto ciò di cui hai bisogno per realizzare il tuo scopo di evolverti. Quando ti sentirai un po’ perso, non ti vergognare di bussare a tutte le porte, per comunicare il tuo disagio: perché è solo così che troverai la strada da seguire e chi ti accompagnerà nel tuo percorso – dato che egli avrà già risolto ciò che tu senti e vivi in quel momento. Lo capirai perché quell’individuo avrà materializzato la serenità nella propria vita…».
«Vieni!» – mi disse improvvisamente l’Ospite, dopo una pausa carica di significati. «Il nostro viaggio sta per finire e prima voglio mostrarti altre cose».
Nel cielo si formò un arcobaleno.
Attraversammo i prati verso un frutteto dove peschi fioriti si mescolavano a meli e peri. Alcuni degli alberi crescevano verso l’alto, altri più pigri erano adagiati sul prato, ma tutti erano in fiore e con dei grandi frutti.
Di fronte a quel sublime spettacolo della Natura, l’Ospite esclamò: «Conosco il tuo pensiero: sono alberi che fioriscono e danno frutti ognuno in una stagione diversa, quindi sembra strano vederli fioriti tutti nello stesso periodo e anche con i frutti. Gli alberi sanno che dai loro frutti prendiamo parte della nostra energia e questo li rallegra, così sono felici di essere utili al progetto celeste; allora danno i loro frutti, offrendo questi provano gioia e la gioia li mantiene fioriti. Noi nutriamo le loro radici con il nostro ringraziamento. Ogni tanto prova a sentirti un albero che dà qualcosa che serve a nutrire, avvertirai una bella sensazione, poi guarda i tuoi frutti e anche tu rifiorirai».
Lasciammo alle nostre spalle il frutteto e cominciammo a passeggiare fra i cespugli, bagnandoci i piedi sul greto di un ruscello di fresca acqua azzurra nel quale sguazzavano dei pesciolini alati. Ormai quasi niente in quel mondo mi sorprendeva.
Usciti dal ruscello, riprendemmo il nostro cammino su un prato vellutato finché giungemmo a un ampio fiume nero, agitato da oscuri mulinelli, che, a differenza degli altri, scendeva dalle montagne verso il lago. Era abbastanza largo e attraversarlo pareva quasi impossibile. Al di là di esso, sull’altra riva, si stendeva un bel prato pieno di fiori multicolori, dove giravano liberi e indisturbati dei pavoni che ogni tanto facevano la ruota e delle scimmie che correvano insieme ad alcuni draghi bebè, facendo un gran baccano.
In lontananza si intravedevano tre palazzi maestosi, veramente imponenti: uno a forma di cono in pura agata, un altro in filigrana di alabastro e turchese e in fondo, sulla cima di una ripida collina a spirale, una grande pagoda d’oro. In prossimità di quest’ultima, sotto un ampio porticato, alcuni cinesi zappavano la terra.
«Forza! Cerchiamo un ponte per attraversare! Ho tanta voglia di vedere da vicino quei palazzi e sento una forte attrazione per quei prati…» – dissi all’Ospite, iniziando a dirigermi verso le torbide acque.
Ma prima che cominciassi a correre, cercando un modo per attraversare il fiume, lui mi fermò bruscamente e con un’espressione seria e grave mi ammonì: «Potrai attraversare questo fiume, solo creando un ponte di luce; ma adesso non puoi avvicinarti a quei palazzi, non sei ancora pronto! Per ora rifletti su quello che hai conosciuto e metti in pratica ciò che hai sentito e imparato durante il nostro Viaggio. Soltanto quando sarai pronto, verrò a prenderti: ti aiuterò ad attraversare questo fiume, ti mostrerò quei palazzi che ora vedi in lontananza e altri ancora che non riesci nemmeno a percepire; e infine ti presenterò ai suoi abitanti. Ma adesso è giunta l’ora di tornare nel tuo Presente. Continua a fare dei progressi nella dimensione materiale e divulga l’esistenza di questo mondo».
Avvolto dalla nebbia che si era nuovamente addensata dal nulla, l’Ospite mi salutò con un inchino e mi toccò la spalla sinistra con il suo bastone.
Improvvisamente, un po’ frastornato, mi ritrovai in casa e notai che sul mio divano rosso dormiva il gatto che avevo tanto a lungo cercato… Mi avvicinai, lo accarezzai; lui mi guardò e quasi mi sembrò che sorridesse, poi continuò a dormire avvolto nelle proprie fusa.
Passarono molti anni da quel “viaggio”. La mia vita proseguì e si arricchì di una prospettiva diversa. Da parte mia, tante delle cose sognate – e imparate – cercai di metterle in pratica: alcune volte ci sono riuscito, altre invece no.
Con il tempo, ho cambiato soprattutto il mio approccio nei confronti delle persone e della comune esistenza quotidiana, arrivando a essere molto più fiducioso nella Vita e più attento nei riguardi degli altri – sia nel bene che nel male. Sono diventato ancor più aderente a me stesso, più ricco umanamente, avendo anche assunto il compito di realizzare e materializzare in Terra un sogno: “comprendere”.
Una mattina come le altre, mi alzai e iniziai a svolgere tutto il mio consueto iter che la cosa comportava: accendere una sigaretta, fare il caffè e consumare la colazione, dare da mangiare ai gatti, guardare le notizie del telegiornale e lavarmi i denti. Come sempre, in una sorta di rito, feci tutto in quell’ordine preciso; quindi mi vestii: ero pronto per vivere un’altra giornata nel miglior modo in cui mi sarebbe riuscito.
I gatti, appena ebbero mangiato, uscirono in giardino per fare le loro consuete “gite” nei giardinetti vicini. Li seguii con lo sguardo e uscii a mia volta: dato che il giorno precedente avevo fatto pulizia in giardino, e dovevo quindi sbarazzarmi dei rami secchi e delle foglie, raccolsi tutto in alcuni sacchetti per la spazzatura e decisi di depositarli nel raccoglitore in fondo alla mia strada, vicino al piccolo torrente che la delimita.
Uscito di casa, vidi davanti a me, sul marciapiedi, uno dei miei gatti (Piccolomini, per la precisione); anche lui, con passo veloce e la coda ben alzata, se ne andava baldanzoso nella mia direzione. Arrivati in fondo alla strada, il micio attraversò di corsa, salì sulla stretta spalletta del fiume e con un balzo spettacolare oltrepassò il modesto corso d’acqua; quindi, passando lestamente sotto una rete, entrò nel bosco.
Senza pensarci un attimo, lasciai i sacchetti per terra e corsi verso il fiumiciattolo, cominciando a chiamare quel birbante di Piccolomini affinché tornasse indietro. Lui allora si fermò e si girò a guardarmi, senza muoversi; poi, d’un tratto, riprese a camminare e si infilò nel sottobosco, sparendo tra le frasche.
Pieno di ansia, salii anch’io sulla spalletta con l’intenzione di saltare dall’altra parte del minuscolo fiume, per poi andare a riprendere il mio amico a quattro zampe; ma non riuscii a muovermi. Di colpo, quasi in un flashback del mio sogno di tanto tempo prima, mi fu chiaro che per me non era ancora arrivato il momento di… “attraversare il fiume” – poiché avevo ancora molto da fare, al di qua del fiume.
Così, mi sedetti a riflettere per qualche interminabile istante. Quindi ripresi la strada verso casa, non prima di aver gettato i sacchetti nel cassonetto, con la chiara sensazione che non avrei più rivisto il mio Piccolomini (e la speranza di sbagliarmi).
Passarono alcuni giorni. Aspettando sempre il ritorno del gatto, ogni tanto andavo in riva al solito corso d’acqua per chiamarlo – ma senza alcun risultato. Così, dopo un po’, mi arresi alla certezza che Piccolomini non sarebbe più tornato.
Mi invase una profonda tristezza ma anche la consapevolezza gioiosa di sapere che, quando arriverà il mio tempo di “attraversare il fiume”, saprò dove dirigermi… Ovvero, verso un luogo meraviglioso, abitato da tanti esseri da me amati e che, a loro volta, aspettano amorevolmente il mio arrivo.
Per adesso continuo ogni giorno a lavorare, con l’intento di rendere reali – per me stesso e per il bene comune – gli insegnamenti appresi durante la mia alquanto bizzarra esperienza onirica: il mio “Piccolo viaggio universale” che ho voluto raccontarvi in queste pagine.
Buon “risveglio” a tutti.
Fraternamente Edgardo

