Personaggi
Clara, Gioia, Sara, Nicoletta, Martina, amiche d’infanzia, milanesi, fresche di divorzio e ricche sfondate
Lorenzo, capocantiere
Giovanni, Lapo, Niccolò, muratori
Vanni, il più giovane della squadra, scapolo
La Fedora, storica cuoca della zia Ada
Maria, sua aiutante
Beppa, moglie di Lorenzo
Gina, moglie di Giovanni
Tosca, moglie di Lapo
La madre di Vanni
Eleonora Duse, la Divina
Un vigile urbano
Due giardinieri, le altre mogli, bambini, paesani, l’orchestrina di Piazza Mino
Fiesole e Firenze, estate 1930.
Prefazione
a cura di Adelaide Romualdi, giornalista indipendente
C’è chi sostiene che l’estate del 1930, a Firenze e dintorni, sia stata segnata soltanto dalla calura e dalle consuete, noiose ambasce del buon costume borghese. Ebbene, mentono spudoratamente.
Chi vi scrive, che per mestiere ha il vizio di ficcare il naso dove non dovrebbe, ha seguito da vicino la più scandalosa, deliziosa e irriverente rivoluzione che le colline di Fiesole abbiano mai dovuto digerire. A Villa La Tana non si è consumata una semplice ristrutturazione edilizia, bensì una congiura della gioia. Da un lato, cinque signore milanesi sbarcate a bordo di fiammanti Hispano-Suiza, armate di profumi francesi e di sfrontatezza; dall’altro, la rustica, possente e irriducibile virilità toscana dei cantieri, ribattezzata non a torto la brigata dei «cinghiali».
Tra una sosta d’obbligo all’atelier di Carlin in via della Scala, docce all’aperto, corse sfrenate e la totale, beata perdizione del dovere, le nostre protagoniste hanno dimostrato al mondo intero una verità inconfutabile: le etichette sociali si stracciano volentieri, purché in cambio si trovino un amore vero, un’abbronzatura da record e, naturalmente, un piatto di lasagne di pane preparato a regola d’arte.
Che siate lettori perbenisti pronti a scandalizzarvi o spiriti liberi in cerca di una buona risata, vi avverto: voltate pagina a vostro rischio e pericolo. Perché qui, tra motori ruggenti e mogli armate di scope, scoprirete che i mattoni più solidi sono quelli che si posano direttamente sul cuore.
Adelaide Romualdi
Firenze, luglio 1930
Prologo
Clara, con un bicchiere di Martini Dry in mano, si rivolge direttamente al pubblico con un sorriso tagliente.
Clara Eravamo compagne d’asilo e di scuola. Di quelle che si scambiavano i bignè alla crema e si confidavano i primi segreti dietro la lavagna. Poi, come succede nella vita, le strade si divisero: chi inseguì un conte decaduto, chi un palazzinaro in carriera, chi un notaio in doppiopetto. Ci perdemmo di vista per anni, inghiottite da cene di gala, noie coniugali e silenzi dorati. Ma il destino, che ha un senso dell’umorismo formidabile, ci fece un regalo: ci ritrovammo tutte e cinque lo stesso giorno, alla stessa ora. E dove? Nello studio del medesimo avvocato divorzista, ciascuna con le carte in mano per liquidare il proprio fedifrago.
Beve un sorso.
Clara Una coincidenza cosmica? No: una sincronia perfetta. I signori mariti erano convinti di avere in mano il jolly: ripudiarci per futili motivi e portarci via tutto, senza nemmeno passarci gli alimenti. Ma il giudice la pensava diversamente. Alla fine furono loro a perdere metà del patrimonio, le case e quelle magnifiche automobili di lusso a cui tenevano più che a noi. E le amanti, davanti alla disfatta, presero le distanze pure loro. Da quel giorno, vittoriose e ricche sfondate, diventammo inseparabili.
Sorride alle amiche, sedute intorno a un tavolino.
Clara Un pomeriggio, all’aperitivo, qualcuno con una punta di pietismo borghese ci suggerì: «Signore, perché non vi prendete un bel gatto, per compagnia?». Un gatto? Noi?! Sguardi di fuoco intorno al tavolo. Adoriamo gli animali, i gatti soprattutto, ma alla nostra età e con i nostri progetti non facevano al caso nostro. Non ci serviva una rassegnazione domestica e pelosa: volevamo essere vive. Volevamo scuotere la polvere, sentire il rombo dei motori e riprenderci il mondo.
Clara E la soluzione era lì, sotto i nostri occhi: Villa La Tana, a Fiesole, la splendida dimora che la compianta zia Ada aveva lasciato in eredità a una di noi. Senza pensarci due volte caricammo le valigie, accendemmo i motori delle nostre cinque Hispano-Suiza, bottino di guerra appena conquistato, e piantammo le tende sulle colline per una settimana di pura follia. Quello che non sapevamo è che nella villa accanto non ci aspettava il silenzio della campagna, ma una squadra di cinghiali in carne e ossa: Lorenzo, Giovanni, Lapo, Niccolò e Vanni. E lì… beh, lì cominciò la vera commedia.
Atto primo
Scena prima · Il cantiere di Villa La Tana
Il bordo piscina di Villa La Tana, sulle colline di Fiesole. Una siepe alta separa il giardino dal cantiere della villa accanto, avvolta nei ponteggi. Nel piazzale luccicano cinque Hispano-Suiza.
Personaggi: Clara, Gioia, Sara, Nicoletta, Martina; Lorenzo, Giovanni, Lapo, Niccolò, Vanni.
Le cinque amiche si sono appena sfilate i soprabiti eleganti, rivelando costumi da bagno chic e occhiali da sole da dive. Si mettono in posa con fare civettuolo, certe di aver stregato la squadra di muratori appostata oltre la siepe.
Clara (sistemandosi gli occhiali e sorridendo maliziosa verso la siepe) Ragazze, guardate là. C’è mezza Fiesole che ci spia tra i rami. Non cambiano mai: il toscano medio vede un paio di gambe abbronzate e perde l’uso della parola.
Gioia (spalancando le braccia) Poverini, rischiano l’infarto. Ma dopo mesi di digiuno coniugale un miraggio così fa pure bene alla circolazione.
Oltre la siepe, i cinque muratori sono appoggiati ai ponteggi con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Ma non guardano le donne: stanno sbavando sulle Hispano-Suiza parcheggiate nel piazzale.
Niccolò (con un sospiro estatico, indicando le automobili) Mamma mia… guardate che roba. Guarda che linee, che cilindrata…
Vanni (ammirato e devoto) Eh, fratello mio… Qui si parla di motori d’aereo montati su quattro ruote. Roba rara, un pezzo da novanta. Roba da uomini veri, di quelli che non se ne trovano più.
Sara (dando di gomito a Nicoletta, compiaciuta) Hai sentito? «Uomini veri»… Questi partono subito all’attacco. Niente convenevoli!
Nicoletta (avanzando di un passo verso la siepe, con aria di sfida e finta ritrosia) Ah, adulatori! Sentite un po’, voi cinque là dietro: scommettiamo che dite la stessa cosa a tutte quelle che passano da Villa La Tana?
Lorenzo (distratto, senza staccare gli occhi dal collettore di scarico) Eh? Che c’entra la signora? Guardate che albero a camme in testa, ragazzi… Roba da brividi lungo la schiena. Un pezzo unico!
Martina (ridendo, convinta che sia tutto un gioco di corteggiamento) Sentilo come fa il prezioso! «Un pezzo unico», dice! Ragazze, questi hanno una sfrontatezza incredibile!
Lorenzo, il capocantiere, occhio vispo e battuta pronta, si accorge finalmente dell’equivoco. Fiuta l’affare e decide di reggere il gioco con finta galanteria.
Lorenzo (togliendosi il cappello impolverato e indicando con nonchalance le automobili) Ah, scusate tanto, signorine… abbiate pazienza. Con questi bolidi da prima pagina ci avete fatto perdere la tramontana. Permetteteci di presentarci: noi stiamo sistemando la villa qui accanto. E a quanto vedo, su queste colline siete sole solette. Perciò, per qualsiasi problema, bisogno o emergenza… contate pure ciecamente su di noi!
Clara (sottovoce alle amiche, con un ghigno trionfante) Avete sentito? «Sole solette» e «per qualsiasi bisogno»… Hanno fiutato la preda!
Gioia (aggiustandosi gli occhiali) E allora non perdiamo tempo. Chi rompe il ghiaccio? O meglio… chi rompe le piastrelle?
Nicoletta ha un’illuminazione diabolica. Afferra una pesante mazzetta dimenticata dai muratori accanto al cancello e sparisce di corsa dentro la villa. Un istante dopo, dal bagno della compianta zia Ada al piano di sopra: CRASH! Un colpo secco e fragoroso manda in frantumi le piastrelle nuove di zecca.
Nicoletta (affacciandosi alla finestra del bagno, in preda a un terrore teatrale) Aiuto! Aiuto! Un’emergenza immane! Un disastro idraulico! Le piastrelle sono esplose, l’acqua zampilla ovunque! Presto, qui c’è bisogno di uomini veri, subito!
Nel cantiere, i cinque muratori si guardano per un secondo. Lorenzo sorride sornione: ha capito benissimo la finta richiesta d’aiuto, ma coglie al volo l’occasione d’oro per entrare nella villa.
Lorenzo (voltandosi verso i compagni) Forza, ragazzi! I motori possono aspettare. Le signore hanno bisogno di manutenzione urgente… andiamo a sistemare il bagno!
Scena seconda · L’asciugamano e le babbucce
Il bagno di marmo della zia Ada. Piastrelle in frantumi sul pavimento, un rubinetto che gocciola, una mazzetta abbandonata dietro la tenda della doccia.
Personaggi: Nicoletta, Lorenzo, poi gli altri muratori; infine Clara.
Nicoletta ha avuto giusto il tempo di prepararsi: tacchi a spillo, trucco perfetto, rossetto fiammante e nient’altro che un asciugamano bianco avvolto intorno al corpo. Si appoggia al lavandino in una posa da femme fatale del cinema. Entra Lorenzo, con la cassetta degli attrezzi.
Nicoletta (con voce roca, battendo le ciglia) Oh… finalmente. Un uomo vero. Ho avuto tanta, tanta paura…
Lorenzo (senza degnarla di uno sguardo, si china sulle piastrelle rotte e le esamina come un medico legale) Mmh. Esplose, dice? (Raccoglie un frammento.) Guardi, signora, le piastrelle da sole non esplodono. Qui c’è il segno netto di una mazzetta. Chi è stato?
Nicoletta (senza scomporsi) Un fantasma. La villa è molto antica.
Lorenzo Un fantasma con un gran bel polso, allora. (Si rialza, la guarda per la prima volta e si acciglia di colpo.) Ma… signora! Ma lei è tutta bagnata! Mezza svestita, sul marmo freddo, con la finestra aperta e la corrente che tira! Ma vuol prendersi un accidente?
Prima che Nicoletta possa reagire, Lorenzo si toglie la giacca da lavoro impolverata e gliela mette sulle spalle con premura, abbottonandogliela fino al collo come a una bambina.
Nicoletta (sconcertata, sepolta nella giacca) Ma… veramente io…
Lorenzo (con un senso materno insostenibile) Niente «veramente». E si tolga quei trampoli, che sul bagnato si rompe l’osso del collo. Ce le ha le babbucce? Si metta le babbucce, e magari una bella sciarpina di lana. Con questi sbalzi di temperatura la cervicale è un attimo, dia retta a me. Mia moglie ci ha sofferto tre inverni.
Entrano in fila Giovanni, Lapo, Niccolò e Vanni, con secchi, cazzuole e l’aria di chi si aspettava ben altro spettacolo. Trovano Nicoletta imbacuccata nella giacca di Lorenzo, con il rossetto intatto e l’espressione di una diva a cui hanno spento i riflettori.
Lorenzo (ai compagni, professionale) Ragazzi, qui c’è da rifare tutto il pavimento. Il bagno della zia Ada. Lavoro delicato. Si comincia domani. Anzi, dopodomani. Con comodo.
I muratori escono annuendo. Lorenzo, sulla porta, si volta un’ultima volta.
Lorenzo E le babbucce, eh! Mi raccomando.
Esce. Dopo un istante si affaccia Clara, curiosissima.
Clara Allora? Com’è andata? Ha ceduto?
Nicoletta (ancora infagottata nella giacca, con lo sguardo nel vuoto) Mi ha messo le babbucce.
Clara Come, scusa?
Nicoletta Le babbucce, Clara. Per la cervicale. Non mi era mai successa una cosa così umiliante. Nemmeno col divorzio.
Scena terza · A bordo piscina, tra Martini e calce
La piscina brilla al sole. Il bagno della zia Ada è ufficialmente un cantiere aperto, ma a nessuno sembra importare.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori.
I muratori si sono tolti le magliette e sfoggiano un misto di muscoli da fatica e pancette da sagra paesana. Le signore, elegantissime nei loro costumi, porgono bicchieri colmi.
Clara (passando un Martini Dry a Niccolò) Ecco a voi, uomini veri. Dopo lo sforzo sovrumano per il disastro idraulico, un Martini Dry è il minimo sindacale per riprendere i sensi.
Niccolò (annusando il ghiaccio e la scorza di limone con aria professionale) Signora mia, qui si sfiora l’alta ingegneria. Altro che calce e cemento armato: questo è un lubrificante per l’anima. Complimenti alla direzione dei lavori.
Gioia (sdraiata sul lettino, allungando le gambe abbronzate) E pensare che temevamo di annoiarci. Invece la squadra di manutenzione è altamente… qualificata. Anche se, a giudicare dall’orologio, i lavori nella villa accanto mi sembrano pericolosamente fermi.
Vanni (ridendo, asciugandosi la fronte) Eh, signorina, i lavori seguono i ritmi della natura! Il sole picchia, e il cemento ha i suoi tempi di presa… lunghi. Molto lunghi.
Martina Tempi biblici, direi! Ma ditemi la verità, cari i miei cinghiali: state sistemando la villa accanto o siete venuti a svernare nel nostro paradiso?
Lorenzo (guardando ora la piscina, ora le Hispano-Suiza, ora le signore, e allargando le braccia con filosofia toscana) Diciamo che qui c’è un microclima eccezionale. Motori stratosferici, Martini fresco e compagnia regale… Chi siamo noi per andare contro il destino?
Nicoletta (dal lettino, ancora con la giacca di Lorenzo sulle spalle e un paio di babbucce di lana ai piedi) Signor Lorenzo, le restituisco la giacca?
Lorenzo Ma per carità, se la tenga fino a stasera. Con quest’aria!
Nicoletta affonda nella giacca con un sospiro tragico. Le amiche soffocano le risate nei bicchieri.
Scena quarta · La ritirata strategica e il Club Sandwich
La stessa piscina, poco dopo. Risate, battute, bicchieri a metà.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; voci delle mogli.
All’improvviso un urlo agghiacciante squarcia la quiete delle colline.
Voce di Beppa (da oltre la siepe) LORENZO! GIOVANNI! LAPO! NICCOLÒ! A TAVOLA! E non fate i furbi, che vi ho visto seduti con le signore!
In una frazione di secondo i muscoli da cinghiale si sciolgono in pura adrenalina da sopravvivenza. Lorenzo, Giovanni, Lapo e Niccolò scattano in piedi, saltano la siepe con un balzo felino e spariscono nel cantiere, lasciandosi dietro una nuvola di polvere. L’unico a restare impassibile, con le gambe a mollo in piscina, è Vanni, il più giovane e il più bello del gruppo.
Vanni (sorseggiando placido) Mah… loro sì che hanno una vita coniugale movimentata. Per fortuna io sono libero come l’aria. Niente moglie e niente padrone.
Clara (guardandolo con simpatia e con un lampo d’interesse) Tesoro mio, tu sei un miracolo della natura. E dimmi, Vanni: le mogli dei tuoi colleghi ti avranno lasciato almeno una schiscetta, come diciamo a Milano, o ti tocca patire la fame?
Vanni (arrossendo leggermente) A dire il vero, signora, oggi mi sa che si digiuna. Ma a me basta un goccino di questo Martini e sto bene fino a stasera.
Gioia (alzandosi decisa e sfilandosi il pareo) Nemmeno per sogno! A Villa La Tana nessuno muore di fame sotto la nostra gestione. Ragazze, in cucina: prepariamo qualcosa di speciale per il nostro eroe solitario. Vanni, ti facciamo un Club Sandwich da Oscar!
Le signore si precipitano in cucina e tornano trionfanti con un vassoio: un capolavoro di pancarré tostato, pollo, insalata, pomodoro e maionese, alto come un campanile. Lo posano davanti a Vanni, che lo fissa sbalordito.
Vanni (girando intorno al piatto, perplesso, come un meccanico davanti a un motore sconosciuto) O Madonna santa… Ma cos’è ’sta roba a piani? Un condominio di insalata e maionese? Fatemi capire… è come il lampredotto?
Martina (quasi strozzandosi con il gin tonic) Il lampredotto! Vanni, amore mio, questo è il Club Sandwich! Altro che trippa e zimino: qui siamo in alta quota internazionale!
Vanni (sollevando uno strato con due dita, dubbioso ma incuriosito) Ah, ho capito: pane, ripieno, pane, ripieno… è una lasagna di pane! Speriamo che regga la prova d’urto. Ma se l’avete fatta voi, signorine, mi fido ciecamente.
Addenta. Mastica. Si illumina.
Vanni Accidenti… Questa la porto a mia mamma.
Scena quinta · La congiura della siepe
Gli sdrai a bordo piscina, il mattino dopo. I bicchieri di Martini sono già pronti sul tavolino.
Personaggi: Le cinque amiche.
Clara (abbassando gli occhiali da sole e guardando la siepe, ancora ammaccata dalla fuga dei mariti) Ragazze, facciamo il punto. Avete visto le mogli, ieri? Sembravano un plotone d’esecuzione, con i loro pentolini e le urla che rimbombavano fino in piazza. Quei poveri cristi sono tenuti a stecchetto, come sotto una gabella permanente.
Gioia (ridendo, sorseggiando il vermouth) E noi che facciamo? Stiamo a guardare? Assolutamente no. Da oggi si cambia registro: pranzi luculliani in terrazza per tutti, preceduti da un bel bagno in piscina e seguiti da un doveroso riposino pomeridiano.
Sara (fissando la siepe con occhio critico) Magnifico. Però c’è un dettaglio tecnico non trascurabile: quella siepe è un ostacolo logistico inaccettabile. Saltarla ogni volta rischia di spezzare la schiena ai nostri ospiti, per non parlare dei Martini che traballano.
Nicoletta (scattando in piedi con un ghigno luciferino) Ci penso io. I proprietari della villa accanto vivono a Nizza, tra champagne e casinò, e qui non mettono piede da secoli.
Nicoletta rientra nel salone affrescato e si avvicina a un elegantissimo telefono bianco, dalla base pesante e la cornetta lucida. Solleva la cornetta e fa girare il disco con mossa decisa.
Nicoletta (al telefono, in un francese impeccabile e con il tono di una grande attrice drammatica) Allô? Vorrei parlare con monsieur Dupont, s’il vous plaît… Qui Villa La Tana, Fiesole. Senta, mon cher, le telefono per una catastrofe botanica di inaudita gravità. La nostra siepe divisoria ha contratto un cancro radicale fulminante… Se non la potiamo immediatamente di un metro, le spore si diffonderanno in tutta la Toscana! Ma certo, ce ne occupiamo noi, a nostre spese, con i nostri giardinieri. Un mètre en moins? Merci beaucoup, au revoir!
Riaggancia con un tonfo secco, torna in terrazza e si accende una sigaretta con aria trionfante.
Martina Accidenti, Nicoletta, sembravi la contessa di Castiglione in persona. Ha abboccato?
Nicoletta (facendo spallucce con eleganza) Come un salmone. Da domani la siepe si abbassa di un metro. Niente più salti mortali: autostrada libera tra la nostra terrazza e il loro cantiere.
Clara (alzando il bicchiere) Allegramente, signore! Da oggi la siepe non è più un confine: è un invito formale. La rieducazione gastronomica di Fiesole può ufficialmente cominciare!
Scena sesta · Il mistero dell’accoppiamento
La piscina, a metà mattina.
Personaggi: Le cinque amiche.
Gioia (posando il bicchiere, ancora incredula) No, dico… ditemi che ci avete fatto caso anche voi. Io non mi do pace. Avete presente quei cinque? Maschi, pelle color bronzo, spalle larghe… fisici da copertina di rivista balneare.
Sara (con la bocca socchiusa) Uno schianto, parliamoci chiaro. Cinghiali di razza pura. Mettili su uno yacht a Capri e fanno svenire le contesse.
Nicoletta (con una smorfia di puro raccapriccio) E poi, puntuali, arrivano loro. Le mogli.
Un brivido collettivo corre tra le signore.
Clara (teatrale) Esatto! Donne larghe quanto un armadio a tre ante, che urlano con una voce da far tremare i vetri, in ciabatte sdrucite e con l’accento più pesante della provincia di Firenze!
Martina (quasi strozzandosi con il ghiaccio) Ma com’è possibile?! È un mistero della bioarchitettura coniugale! Come fa un dio del sole scolpito nella roccia a sposare un baule della nonna che lo insegue con un pentolino di trippa?!
Gioia (maliziosa) Misteri della terra toscana, amica mia. Ma questo rende tutto più divertente. Quei poveri cristi sono prigionieri in cerca di riscatto… e noi, da anime pie quali siamo, abbiamo appena deciso di offrire loro asilo politico, Martini Dry e lasagne di pane.
Sara (rimestando il ghiaccio, improvvisamente dubbiosa) Sì, tutto bellissimo: i pranzi in terrazza, la siepe abbassata, il riscatto dei nostri cinghiali… Ma c’è un piccolo, insignificante dettaglio pratico.
Clara Quale, cara?
Sara (con candore aristocratico) Ecco… io, a parte l’insalata Waldorf e le famose lasagne di pane del nostro Vanni, in cucina non so fare assolutamente nulla. Ho sempre avuto la cuoca francese e tre sguattere ai miei ordini, fin da quando ero in fasce.
Silenzio tombale. Le altre si guardano sbigottite e, una dopo l’altra, capitolano.
Gioia (alzando una mano in segno di resa) Idem. La mia massima creazione culinaria è aprire una scatola di caviale con la grazia di una contessa. Se accendo un fornello, salta in aria Fiesole.
Nicoletta Io non so nemmeno da che parte si pela una patata. Per me la cucina è una stanza misteriosa dove la gente suda e si unge i vestiti.
Martina (con una risata fragorosa) Siamo un disastro! Capaci di sbarazzarci dei mariti e di guidare bolidi con motori d’aereo… e rischiamo di far morire d’indigestione i nostri muratori a suon di maionese e pancarré!
Clara (scattando in piedi e sfilandosi gli occhiali con gesto teatrale) Basta tergiversare. Se non possiamo cucinare noi, andremo alla fonte del sapere toscano. Ragazze, in macchina: andiamo a cercare la Fedora!
Gioia (entusiasta) La vecchia Fedora?! Quella che cucinava per la zia Ada e che è andata in pensione vent’anni fa, nel casolare più sperduto sopra Fiesole?
Nicoletta (già diretta verso le automobili, chiavi in mano) Proprio lei! L’unica donna nel raggio di cinquanta chilometri capace di fare un peposo all’Impruneta senza far svenire un diplomatico. Presto!
In un lampo le cinque amiche infilano i soprabiti di seta, stringono i foulard intorno ai capelli e saltano a bordo delle Hispano-Suiza. Con una sgommata regale, che solleva una nuvola di ghiaia, la carovana si lancia lungo i tornanti, in una missione disperata e comicamente epica alla ricerca della salvezza gastronomica.
Scena settima · Il casolare della Fedora
Il cortile sterrato di un casolare di pietra, in cima alle colline. Il rombo delle Hispano-Suiza ha fatto abbaiare tutti i cani nel raggio di tre chilometri.
Personaggi: Le cinque amiche, la Fedora; dall’interno, la voce di Maria.
Sulla porta compare la Fedora: grembiule bianco immacolato, capelli raccolti in una crocchia, un cucchiaio di legno in mano e l’aria infastidita di chi è stata disturbata. Ma appena riconosce le facce, si illumina.
Fedora (spalancando le braccia) O Madonna santa! Ragazze mie! Che sorpresa! Da quando la buon’anima della signorina Ada ci ha lasciato, ci eravamo proprio perse di vista!
Clara (abbracciandola con slancio) Cara Fedora! Ci sei mancata come l’aria! E a quanto sento, il tuo nascondiglio profuma ancora di paradiso terrestre.
Dalla cucina arrivano ondate di un profumo celestiale che fanno barcollare le signore.
Gioia (aspirando a occhi chiusi, commossa) Mio Dio… Fedora, dimmi che non sto sognando. Che cos’è questo profumo? Sa di… capolavoro!
Fedora (ridendo, orgogliosa) Eh, roba semplice! Due cosette per tirarsi su: faraone al forno con le olive nere, da mettere sopra le fette di pane abbrustolito. Per cominciare, una minestra di pane e i crostini neri. E per finire, torta di mele e schiacciata con l’uva, il tutto annaffiato da un goccio di vin santo che vi rimette al mondo.
Nicoletta (prendendole le mani con solennità) Fedora… tu non sei una cuoca. Tu sei un’inviata della Provvidenza. Abbiamo un intero cantiere di muratori da salvare dalla trippa riscaldata, e noi cinque non sappiamo accendere un fornello senza chiamare i pompieri.
Fedora (scuotendo la testa, divertita) Diamine, se vi aiuto! Poveri cristi, inseguiti da mogli larghe quanto armadi… e voi altre, che non sapete distinguere un mestolo da una racchetta da tennis! Non posso mica lasciarvi morire d’inedia in quella villa. (Si volta verso la finestra e chiama a gran voce.) Oh, Maria! Lascia stare le patate e fai le valigie, che si va giù a Villa La Tana! Prendi i mestoli buoni e le spezie!
Voce di Maria (dall’interno) Arrivoooo!
Fedora Tanto le nostre camere nell’ala della servitù sono sempre lì che ci aspettano. E le faraone le carichiamo in macchina: non si butta via niente.
Martina (battendo le mani come una bambina) Meraviglioso! L’armata della salvezza è formata!
Scena ottava · Il ritorno della carovana e la lasagna di pane
Il cortile di Villa La Tana. Accanto alla siepe, due giardinieri con cesoie giganti e scale sono già pronti a eseguire l’ordine del finto cancro botanico.
Personaggi: Le cinque amiche, la Fedora, Maria; i cinque muratori; due giardinieri.
Le Hispano-Suiza inchiodano nel piazzale. Scendono le signore, seguite dalla Fedora e da Maria, cariche di borse piene di mestoli, barattoli di spezie e teglie fumanti. Dal cantiere sbucano i muratori, completamente spaesati.
Lorenzo (grattandosi la testa) Madonna santa… ma che succede? Ieri si spaccavano le piastrelle del bagno, oggi pare l’arrivo del Giro d’Italia, con tanto di ammiraglie e squadre di potatura!
Fedora (scendendo dall’auto con piglio autoritario, sventolando un canovaccio come una bandiera) Fermi tutti! Giù le mani da quella siepe finché non ho preso le misure io! E voi, maschiacci da cantiere, smettetela di fare i furbi e venite a scaricare le casse di vin santo e le faraone, che qui c’è da sfamare un reggimento!
I muratori obbediscono come soldati. Vanni si attarda, si toglie il cappello e si avvicina timidamente a Clara e Gioia.
Vanni (con un filo di rossore sulle guance) Ecco… signorine… scusate se vi disturbo con tutto questo movimento…
Clara (con un sorriso incantato, quasi materno) Ma figurati, Vanni! Dimmi pure, tesoro. Ti è venuto un calo di zuccheri dopo il capolavoro di ieri?
Vanni No, no, anzi! Senta… è una cosa un po’ imbarazzante, ma la mi’ mamma mi ha detto di domandarvi una cosa. Ieri sera ha assaggiato quell’avanzo che mi avete incartato nella stagnola…
Gioia (curiosa) Oh! E che cosa ha detto la signora tua madre?
Vanni (con la massima serietà del mondo) Dice che è una cosa curiosa forte, mai vista prima. E insomma… se per voi non è un disturbo troppo grosso… voleva la ricetta delle lasagne di pane.
Un secondo di silenzio. Poi le cinque signore esplodono in una risata fragorosa che rimbomba per tutta la collina.
Martina (piegata in due, asciugandosi una lacrima) La ricetta delle lasagne di pane! Vanni, sei un tesoro inestimabile: giuro che ti faccio erigere una statua in giardino!
Fedora (affacciandosi dalla porta della cucina con il mattarello in mano, accigliata) E che roba sarebbe ’sta lasagna di pane?! Qui si parla di faraone e minestra di pane: niente scherzi con le ricette moderne, o vi caccio tutti a pedate!
Scena nona · Il nido di maschi veri
Il cortile. I due giardinieri, per il caldo, si tolgono le camicie a quadri: due ragazzi alti, scolpiti come statue greche, con la pelle dorata dal sole e i muscoli che guizzano a ogni colpo di cesoia.
Personaggi: Le cinque amiche, la Fedora; i giardinieri.
Le signore si bloccano all’istante. Per qualche secondo l’unico rumore è il frinire delle cicale e il tac-tac delle cesoie sulla siepe.
Sara (con la voce quasi biascicata) Io… io non ho parole. Ma chi li ha arruolati questi due? Il comitato per il David di Donatello?
Nicoletta (portandosi una mano al petto) Sono perfetti. Guardate le spalle! Guardate gli addominali! E l’aria profuma già di faraona…
Martina (con gli occhi a cuoricino) Ragazze, facciamo un patto solenne. Io non me ne vado più. Ma quale Milano, quale finanza, quale divorzio milionario… Io qui ci resto a vivere!
Gioia (ipnotizzata) Ha ragione Martina. Fiesole non è un luogo di villeggiatura: è un santuario! Un nido di maschi veri!
Clara (cercando di mantenere un briciolo di contegno, ma con un sorrisetto che le illumina il viso) Calma, signore, calma. Manteniamo la dignità: la zia Ada, lassù, ci guarda. Anche se… devo ammettere che la gestione della villa, quest’anno, sta prendendo una piega interessante.
Fedora (alla finestra, ridendo sotto i baffi) Guardatele, le signorine! Venute a cercare la pace delle colline, e adesso sembrano un branco di lupi alla stazione di Santa Maria Novella!
Sara si stacca dal gruppo e corre in cucina, dove la Fedora è tornata a rimestare un enorme pentolone.
Sara (affannata, afferrandole il braccio) Fedora! Senti… fai in modo che ci sia da mangiare per altri due! Anzi, no, per quattro… insomma, abbonda con le faraone!
Fedora (alza lentamente lo sguardo dal tegame, si pulisce le mani sul grembiule e sorride, colma di una saggezza antica) Oh, cara mia… Ora finalmente capisci perché la buon’anima della zia Ada faceva una vita così ritirata in questa villa?! Sapeva benissimo dove mettere le mani, e che aria tirava su queste colline!
La Fedora scoppia in una risata roca che rimbomba tra le mura di pietra. Sara arrossisce, realizzando che il ritiro spirituale della zia era in realtà un favoloso buen retiro, popolato di capolavori della natura.
Scena decima · Il coprifuoco e la sepoltura dei pentolini
Il cantiere della villa accanto, a mezzogiorno. Si sentono passi pesanti, ciabatte che strascicano sulla ghiaia, voci squillanti.
Personaggi: I cinque muratori; Beppa e le altre mogli, con una schiera di bambini; poi le cinque amiche.
Voce di Beppa (fuori scena) LORENZO! GIOVANNI! LAPO! NICCOLÒ! Muovetevi, che vi si fredda la minestra!
Le mogli fanno il loro ingresso trionfale, armate di pesanti pentolini di alluminio e grembiuli da battaglia, seguite da una schiera di marmocchi urlanti. Il cantiere si trasforma all’istante in una caserma.
Beppa (piglio inquisitorio, allungando il pentolino a Lorenzo con una spintarella affettuosa ma nerboruta) To’, mangiate tutto e non fate gli schizzinosi! E sbrigatevi, che ultimamente fate troppi straordinari la sera… Non è che ci nascondete qualcosa dietro questa siepe? A casa presto, eh!
Lorenzo (deglutendo a fatica, sull’attenti) Ma ciccia, amore mio… quali straordinari! Il muro di cinta va finito in fretta: lo vedi anche tu, i mattoni mica stanno su da soli!
Beppa (voltandosi di scatto verso i bambini che tirano i pantaloni a Niccolò) Forza, mocciosi, che il babbo deve lavorare! E mi raccomando: niente scherzi!
Con la stessa rapidità con cui sono arrivate, le mogli e i bambini voltano i tacchi e si allontanano lungo la strada, urlando ordini fino all’ultimo tornante. Dieci secondi di silenzio assoluto. I muratori fissano i pentolini di minestra riscaldata come reperti archeologici tossici.
Niccolò (sussurrando) Se mangio un altro cucchiaio di questa sbobba, mi viene un blocco renale prima di sera.
Vanni (con gli occhi che brillano, indicando la siepe, ora miracolosamente più bassa di un metro) Ragazzi… di là profuma di faraona e crostini neri. La Fedora ha acceso i fuochi.
Con la sincronia di un corpo di ballo, i cinque scavano una buca ai piedi della siepe con le cazzuole, vi seppelliscono solennemente i pentolini con tutti gli onori funebri e, con un salto, atterrano sulla terrazza di Villa La Tana, accolti dagli applausi delle signore.
Gioia (porgendo un bicchiere a Lorenzo) Ben arrivati, naufraghi! La salvezza è servita!
Scena undicesima · Il lusso proibito e il sequestro del bagno
La terrazza, poi il corridoio dei bagni.
Personaggi: Le cinque amiche, i cinque muratori, la Fedora.
Clara (battendo le mani e distribuendo grandi asciugamani bianchi ricamati) Magnifico! Un’esecuzione perfetta! Adesso, cari miei, niente complimenti: in fila indiana verso i bagni della foresteria. Una bella rinfrescata, via la polvere del cantiere, e poi tutti a tavola!
I muratori, frastornati da tanta grazia, spariscono nel corridoio. Dieci minuti dopo ne escono quattro, profumati, con i capelli bagnati e la faccia pulita. All’appello manca Niccolò.
Sara (aggrottando la fronte) Scusate… Niccolò dov’è? Non ditemi che si è perso tra il bidè e la doccia a pioggia.
Gioia (sbirciando nel corridoio) La porta del bagno padronale è chiusa a chiave… Oh, santo cielo.
Bussano con decisione. Da dentro arriva un borbottio beato.
Niccolò (da dentro, con la voce ovattata dall’eco delle maioliche) Lasciatemi in pace… Io in quel cantiere polveroso non ci torno. Qui ci sono le saponette che sanno di violetta, l’acqua calda che scende da sola e un tappeto più morbido della poltrona di casa mia. Io mi trasferisco qui.
Martina (indignata e divertita) Ma ti rendi conto?! Si è barricato nel bagno con la rubinetteria in ottone massiccio!
Clara (rimboccandosi le maniche della vestaglia di seta) Non esiste! La faraona della Fedora si fredda, e nessuno rovina il banchetto inaugurale per colpa di un sequestratore di lavandini. Ragazze, irruzione!
In tre sfondano la porta con una spallata coordinata. Tra flaconi di sali da bagno e asciugamani di spugna afferrano Niccolò di peso, una per le braccia, una per la cintura dei pantaloni, e lo trascinano via tra grida e risate, mentre lui si aggrappa disperatamente allo stipite.
Niccolò (trascinato lungo il corridoio) No! Aspettate! Fatemi almeno finire di provare la saponetta alla lavanda! Traditrici! Borghesi! Lasciatemi il mio paradiso di maiolica!
Fedora (affacciandosi con il grembiule infarinato, ridendo fino alle lacrime) Ma guarda se mi tocca fare anche lo sceriffo in questa casa di matti! Su, finite la sceneggiata e a tavola, che la minestra è servita e il vino è stappato!
Scena dodicesima · Il banchetto dei sensi e l’invito in Piazza Mino
La terrazza di Villa La Tana, con una vista mozzafiato sulle colline. Una lunga tavola imbandita: ceramiche pregiate, caraffe di Martini Dry con olive giganti e, naturalmente, i capolavori della Fedora.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; i due giardinieri; la Fedora e Maria.
Le signore fanno il loro ingresso: niente abiti formali, ma vestaglie di seta impalpabile, quasi trasparente, che scivolano sopra i costumi da bagno. Intorno al tavolo siedono i muratori, ancora frastornati dal lusso, e i due giardinieri a torso nudo, che sembrano usciti da un tempio greco prestato all’agricoltura toscana.
Lorenzo (fissando il Martini che gli viene posato davanti, deglutendo a secco) Senti, Niccolò… dammi un pizzicotto. O siamo morti e siamo andati dritti in paradiso, o qui ci arrestano per circonvenzione d’incapace.
Niccolò (ancora scosso per l’esproprio del bagno, ma con gli occhi puntati sulla vestaglia di Martina) Guarda, se questo è il paradiso, spero che non ci mandino mai all’inferno. Passami quel Martini, va’.
Fedora (uscendo trionfante dalla cucina con un vassoio di faraone fumanti, seguita da Maria con la minestra di pane) Eccoli qua, i signori! Meno male che ci sono io a raddrizzare questa baracca, sennò tra le vostre vestaglie e i Martini a mezzogiorno finiva che il cantiere lo consegnavate ai gatti!
Clara (versando un goccio di vermouth nel bicchiere di Vanni e sfiorandogli le dita) Ma quale cantiere, Fedora adorata! Qui si fa alta diplomazia culturale. Vanni, tesoro, bevi e dimmi: regge il confronto con la lasagna di pane di ieri?
Vanni (paonazzo, con gli occhi che vanno dalla vestaglia di Clara alla faraona) Signorina… io… qui, tra il profumo del forno e voi… non capisco più niente. Per me potete abbassare la siepe fino a Firenze!
Il banchetto va avanti tra brindisi e risate. A un certo punto Lorenzo, leggermente brillo, si alza e si schiarisce la voce a nome di tutti.
Lorenzo (con aria solenne) Sentite, signore… Voi ci avete viziato con questo ben di Dio, ci avete salvato dai pentolini e ci avete fatto pure provare il brivido del bagno in marmo con le saponette alla violetta… Insomma, noi non sappiamo come sdebitarci.
Gioia (accarezzando il bordo del bicchiere) Beh, caro Lorenzo, potreste cominciare con lo spiegarci come si ottengono quei muscoli… Oppure accettiamo proposte per il dopopranzo.
Niccolò (inserendosi subito) Ecco, appunto! Per sdebitarci come si deve, vi vogliamo fare un invito ufficiale. Domani sera c’è la festa del patrono in Piazza Mino, giù in paese! L’orchestrina, le luminarie, il ballo, le frittelle calde, la griglia… Venite con noi?
Le cinque signore si immobilizzano. Si guardano con un lampo d’eccitazione negli occhi: sfilare in Piazza Mino a braccetto con i cinghiali del cantiere è il massimo della trasgressione concepibile per l’alta società.
Nicoletta (battendo le mani) La festa del paese?! Ma è un’idea pazzesca! Altro che i ricevimenti noiosi del consolato!
Martina Voglio proprio vedere la faccia del pievano e delle devote quando ci vedranno arrivare a braccetto con i nostri eroi!
Clara (alzando il calice con lo sguardo della grande stratega) Ci saremo, cari miei! Alla salute di Villa La Tana, dei nostri splendidi ospiti… e che la Fiesole bene si penta!
Fedora (dalla finestra della cucina, mani sui fianchi) Sì, sì, andate pure a ballare in piazza! Ma domattina alle otto vi voglio tutti svegli, che qui c’è da preparare il rancio per un battaglione!
— Sipario —
Atto secondo
Scena prima · La febbre da cavallo
Il salone affrescato di Villa La Tana, il pomeriggio seguente. Sul tavolino, il telefono bianco dalla cornetta lucida. Sui divani, abiti da sera sparpagliati e scatole di scarpe aperte.
Personaggi: Le cinque amiche; la Fedora.
Clara (consultando un taccuino di pelle) Signore, prima della festa c’è un problema diplomatico. Stasera eravamo attese altrove. Tutte e cinque.
Sara Il ricevimento della contessa Guidi, a Villa Gamberaia.
Nicoletta La cena al consolato di Francia.
Martina Il bridge dai marchesi Frescobaldi.
Gioia E il concerto al Circolo dell’Unione, con quel violinista ungherese che suona come se avesse il mal di denti.
Clara Bisogna disdire. Con eleganza, con credibilità… e senza far capire a nessuno che preferiamo le salsicce di Piazza Mino al caviale di mezza Firenze.
Sara solleva la cornetta, fa girare il disco e assume una voce spenta, da moribonda.
Sara (al telefono) Contessa carissima… sono desolata… mi è venuta una febbre… una febbre da cavallo. Trentotto e mezzo. Non riesco nemmeno ad alzare la testa dal cuscino…
Riaggancia. Nicoletta le strappa la cornetta di mano.
Nicoletta (al telefono, in francese, con voce rotta) Monsieur le Consul? Una tragedia… una febbre da cavallo. Trentanove! Il medico dice di non muovermi per nessuna ragione al mondo…
Martina (prendendo il suo turno) Marchesa? Sono io… una febbre da cavallo, cara. Trentanove e mezzo. Delirio. Vedo le carte da bridge che ballano da sole…
Gioia (tragica) Pronto, il Circolo? Riferite al maestro ungherese che ho una febbre da cavallo. Quaranta. Mi hanno messo il ghiaccio in testa, i piedi nella senape e l’estrema unzione è già stata prenotata.
Clara (prendendo la cornetta per ultima, con voce ferma e aristocratica) Pronto, Villa Gamberaia? Sono Clara. Avvisi pure la contessa che anch’io ho la febbre da cavallo. Talmente da cavallo che abbiamo chiamato il veterinario.
Riaggancia. Silenzio. Poi le cinque si guardano e scoppiano a ridere, lanciandosi addosso i cuscini. Sulla soglia compare la Fedora, con il mestolo in mano: ha sentito tutto.
Fedora Febbre da cavallo, eh? Cinque febbri da cavallo nello stesso pomeriggio, in una casa sola! Ma che, c’è l’epidemia? (Squadra i vestiti da sera, le scarpe, i rossetti già pronti.) Ma andate là! Altro che febbre: voi siete cinque quaglie in calore, pronte per la griglia!
Clara (sistemandosi le perle davanti allo specchio, radiosa) Fedora cara, proprio per questo andiamo alla festa. Dove vuoi che vadano le quaglie, se non dove c’è la griglia?
Scena seconda · La flotta dei furgoni
Il cortile di Villa La Tana, a sera. Il cielo di Fiesole è un mantello blu trapuntato di stelle. Nel piazzale non ci sono le Hispano-Suiza, ma i tre furgoni del cantiere, sciacquati alla meglio per l’occasione, con pale e sacchi di calce nascosti sotto coperte di lana pulite.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; i due giardinieri; la Fedora.
Le signore sono pronte: abiti da sera leggerissimi, perle, scialli di cachemire, tacchi vertiginosi.
Lorenzo (aprendo lo sportello del furgone principale con un inchino teatrale) Ecco fatto, signore! Le berline di lusso le lasciamo in rimessa: stasera si viaggia sul furgone della ditta. Le vostre signorie facciano attenzione a non impigliare l’orlo del vestito nella marmitta.
Clara (salendo sul cassone posteriore, ridendo) Un mezzo di trasporto eccezionale! Altro che i ricevimenti all’ambasciata! Vanni, aiutami a salire, prima che perda l’equilibrio con questi tacchi!
Vanni (arrossendo fino alle orecchie e issandola per la vita con delicatezza) Ecco fatto, signorina… Attenta, che le panche di legno dondolano un pochino. Vi ho messo una cassetta della frutta per appoggiare i piedi.
Nicoletta (sistemandosi accanto ai giardinieri, che hanno infilato una camicia aperta sul petto) E pensate: le mogli sono già in piazza da un’ora, a tenere i posti migliori vicino al palco. Convinte che i mariti le raggiungano dopo, stanchi morti dal lavoro!
Martina (mentre i motori partono con un rombo rustico e fumoso) Quando ci vedranno scendere dai furgoni a braccetto con i nostri muratori, a Fiesole cadrà il campanile!
Fedora (dalla finestra della cucina) Andate, andate pure, quaglie! Ma non fate tardi, che domattina alle sei la pasta per i tortelli non s’impasta da sola!
Con una sgommata collettiva, la flotta dei furgoni si lancia giù per i tornanti, dritta verso le luci, la musica e lo scandalo di Piazza Mino.
Scena terza · L’incontro in Piazza Mino
Piazza Mino, in festa: luminarie colorate, bancarelle di dolciumi, una giostra di legno e un’orchestrina che fa ballare tutto il paese. Accanto al palco, la griglia della confraternita fuma allegramente.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; i giardinieri; Beppa, Gina, Tosca e le altre mogli; bambini, paesani.
Le mogli, fiere e arcigne, occupano i tavolini migliori. Tra la folla spuntano le cinque signore, radiose come dive di Hollywood in gita premio. I mariti le seguono a debita distanza, sudando freddo in attesa del finimondo.
Clara (fendendo la folla con un sorriso smagliante, dritta verso il tavolo delle mogli) Buonasera! Ma buonasera, care signore! Che meraviglia di festa!
Le mogli si bloccano con i bicchieri di gassosa a mezz’aria, davanti a quelle cinque apparizioni di eleganza piovute dal cielo.
Gioia (stringendo con calore inaspettato la mano di Beppa) Permettete che ci presentiamo? Siamo le signore di Villa La Tana! Volevamo ringraziarvi di cuore per la gentilezza dei vostri mariti. Ci hanno aiutato tantissimo con i lavori in villa: una dedizione davvero unica!
Beppa (spiazzata, apre la bocca senza riuscire a emettere un suono) Ecco… insomma… veramente il mio si lamenta sempre della fatica, ma…
Nicoletta (sventolando un ventaglio di pizzo) Lavoratori impeccabili! E per farci perdonare se vi abbiamo rubato qualche ora di straordinario, non si discute: offriamo noi i dolci a tutti!
Martina si fa impacchettare alla bancarella chili di torrone, caramelle e zucchero filato, e li distribuisce ai bambini, che urlano di gioia intorno alle gonne delle madri.
Martina Ecco qui, piccini! Un dolcetto per tutti, con tanto affetto dalle vicine di casa!
La tensione si scioglie come neve al sole. Le mogli, sommerse di complimenti e di dolci per i figli, si ritirano in cerchio a confabulare.
Beppa (squadrando le signore da capo a piedi, con un sopracciglio alzato) Mah… io ve lo dico: ci eravamo messe in testa chissà quale disgrazia.
Gina (masticando torrone, scettica) Ma via! Guarda lì che stecchi. Mica son un pericolo, queste. Non son nemmeno rivali!
Tosca (considerando con fiera soddisfazione la propria corporatura florida) Appunto! Son troppo secche, poverette. Hanno una vita che ci passa un cerino, e non reggerebbero a zappare un metro d’orto nemmeno per un quarto d’ora. Che minaccia vuoi che siano? Fanno tenerezza!
Beppa (ridendo e dandole una pacca sulla spalla) E c’hai ragione! Lasciale divertire con quei poveri cristi dei nostri mariti: almeno per una volta imparano a mangiare qualcosa di diverso dalla minestra riscaldata. E se ci offrono un altro pezzo di torrone per i ragazzi, ben venga!
Poco lontano, nascosti dietro la bancarella del torrone, Lorenzo e Vanni spiano la scena con il fiato sospeso.
Lorenzo (asciugandosi la fronte) Vanni, guarda… Parlano fitto fitto. Ci scannano. Siamo uomini morti.
Vanni Aspetta, Lorenzo… ma stanno ridendo! Hanno disinnescato la bomba con un sorriso e due stecche di torrone!
Scena quarta · Le salsicce e la rumba della perdizione
Piazza Mino, poco dopo. L’orchestrina attacca un valzer nostalgico. Dalla griglia della confraternita sale un fumo che profuma di finocchio e brace.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; i giardinieri; le mogli; i paesani; l’orchestrina.
Vanni, il più giovane della squadra, torna dalla griglia reggendo con orgoglio un piatto di carta colmo di salsicce fumanti. Si ferma davanti alle cinque signore, si schiarisce la voce e chiede, con la massima innocenza del mondo:
Vanni Signorine… vi piacciono le salsicce?
Un istante di silenzio sospeso. Le cinque amiche si guardano. Poi, all’unisono, con un coro liberatorio che fa steccare gli ottoni dell’orchestrina e voltare mezza piazza:
Le cinque amiche SÌÌÌÌÌÌÌÌ!!!
Le mogli si voltano di scatto. Il pievano si fa il segno della croce. Beppa, dopo un attimo di smarrimento, annuisce soddisfatta.
Beppa Oh, meno male! Finalmente qualcosa che mangiano anche loro!
Le signore addentano le salsicce con una voracità da scaricatori di porto. Poi Clara si sfila le scarpe con un calcio secco, facendole volare via.
Clara Basta con la sobrietà. Ragazze, facciamo vedere a Fiesole come si balla sul serio!
Con l’inseparabile bicchiere di Martini in una mano, le cinque amiche cominciano a muoversi a tempo di musica. Ma non con il valzer: con un ritmo sinuoso e ipnotico, un incrocio esplosivo e scandaloso tra una rumba cubana e una danza del ventre. Fanno roteare i fianchi, si strizzano l’occhio, si mordicchiano le lunghe collane di perle tenendole tra le labbra e lanciano sguardi assassini ai paesani allibiti.
In un istante l’intera piazza si blocca. Gli ottoni si fermano. Il fisarmonicista perde lo spartito. I bambini smettono di correre. Le mogli restano con il torrone a mezza bocca.
Beppa (portandosi le mani al viso, scandalizzata ma ipnotizzata) Santo cielo… ma che roba è?! Queste non ballano, queste fanno gli esorcismi! O Madonna del Carmine!
Lorenzo (sottovoce a Vanni, completamente stordito) Vanni… io pensavo che sapessero solo bere il Martini… e invece ci sotterrano tutti.
Vanni (con gli occhi sgranati su Clara, che fa roteare le perle tra le labbra come una diva del cinema muto) Lascia stare, Lorenzo. Noi siamo uomini morti. Felici, ma morti.
Scena quinta · La scuola di ballo e la metamorfosi della Beppa
Piazza Mino. La musica ha ripreso, più scatenata di prima.
Personaggi: Le cinque amiche; le mogli; i cinque muratori.
Le signore non si fermano: con un sorriso smagliante si dirigono verso il gruppo delle mogli, che le guardano con un misto di diffidenza e ammirazione.
Clara (porgendo la mano a Beppa) Ma insomma, cara signora, che stiamo a fare qui sugli spalti? Venite avanti! Una festa così non s’era mai vista, bisogna godersela!
Beppa (ritraendosi, imbarazzata ma incuriosita) Oh, signora mia… io? Io a malapena mi muovo quando c’è da fare il bucato, figuriamoci ballare queste cose da signorine…
Gioia (abbracciandola per le spalle) Ma quale bucato! Il segreto è tutto nei fianchi e nella leggerezza. Venite, vi insegniamo un paio di mosse che lasceranno i vostri mariti a bocca aperta.
Le signore prendono per mano le mogli e le trascinano al centro della piazza. Le mogli, dapprima legnose nelle loro scarpe della festa, si sciolgono a poco a poco: una risata, un giro d’anca incerto, e presto l’intera piazza balla in un cerchio surreale, dove le signore dell’alta società e le donne del popolo stringono un’alleanza inaspettata.
Lorenzo (appoggiato a un pilastro, strofinandosi gli occhi) Giovanni… tu lo vedi quello che vedo io? La tua Gina sta facendo un casqué con la signora Clara.
Vanni (con un sorriso felice e un po’ ebete) Hanno fatto di nuovo il miracolo. In dieci minuti si sono prese tutto il paese.
Galvanizzata dalle lezioni, la Beppa decide di stupire il marito. Strappa una rosa rossa da un vaso accanto al palco, se la stringe tra i denti e punta dritta su Lorenzo, con uno sguardo che vorrebbe essere felino ma che incute un certo timore reverenziale.
Beppa (avanzando a passo di rumba, facendo roteare le braccia e ammiccando, la rosa tra i denti) Mh-mh! Lorenzooo… allora, ti piace la tua mogliettina? Guardami come ballo la rumba moderna!
Lorenzo si blocca. Il bicchiere di gassosa gli scivola quasi di mano. La moglie gli si stringe addosso, agitando le spalle con la grazia di una balena spiaggiata, la rosa che oscilla pericolosamente a un centimetro dal suo naso.
Lorenzo (indietreggiando, con un brivido lungo la schiena) Beppa… ma che ti piglia?! Sputa quella pianta! Mi caschi addosso! Fermati, per la Madonna!
Beppa (piantandogli le manone sui fianchi e facendogli l’occhiolino) E dai, non fare il freddo con la tua sposa! Le signore hanno detto che bisogna liberare la passione repressa!
Lorenzo (rosso come un peperone, con la voce strozzata) Beppa, te lo giuro su tutti i santi del calendario: se non smetti subito di far la civetta, vado a zappare la vigna anche di notte!
Vanni e gli altri si mordono le mani per non scoppiare a ridere. Appoggiate ai furgoni, le cinque signore si godono lo spettacolo sorseggiando il loro Martini.
Gioia (con le lacrime agli occhi dal ridere) Ditemi che non è vero… Guardate la faccia di Lorenzo! Temo che il nostro piano di emancipazione femminile abbia creato un mostro di sensualità involontaria!
Clara Magnifico! Questa è la vera vittoria di Fiesole: la fine di ogni decoro borghese e contadino, sotto il segno della rumba!
Scena sesta · Chiaro di luna, l’ippopotamo e la Fedora
La piscina di Villa La Tana, dopo mezzanotte. La luna si specchia nell’acqua scura. I furgoni hanno appena spento i motori nel cortile.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; i giardinieri; la Fedora.
L’aria è carica di elettricità. I Martini sono un ricordo, ma il tasso alcolico e sentimentale è alle stelle. I ragazzi non stanno più nei pantaloni e si fanno avanti con una speranza disperata negli occhi.
Lorenzo (avvicinandosi a Sara con voce roca) Sentite… la serata è stata magnifica. Ma adesso che siamo qui, soli sotto le stelle… non vorrete mica rimandarci di là dalla siepe senza un premio alla carriera?
Niccolò (implorante, a Martina) Vi prego… fatemi almeno rivedere il bagno in marmo. O concedetemi un bacio, fate voi: basta che non mi rimandiate a casa con la minestra riscaldata!
Sara (facendo un passo indietro con un sorriso deliziosamente altezzoso) Oh, cari miei, la serata è stata incantevole. Non ci divertivamo così dai tempi di Parigi. Ma l’educazione impone dei limiti rigorosi. E le buone maniere non si svendono a mezzanotte.
Clara (trattenendo per la giacca Vanni, che la guarda con gli occhi a cuoricino) Esattamente. Ciascuno al suo posto. La siepe si è abbassata di un metro, ma il protocollo è rimasto intatto. Domani è un altro giorno, e la Fedora vi aspetta presto.
Tra proteste affettuose e sguardi di fuoco, le signore danno la buonanotte ai loro corteggiatori, lasciandoli con un palmo di naso sul bordo della piscina, e spariscono dentro la villa. Nel grande salone buio, rischiarato solo dalla luna, si sfilano le scarpe e i gioielli.
Martina (buttandosi di peso su un divano di velluto) No, ragazze, fatemi riprendere fiato… Io ho ancora davanti agli occhi la Beppa con la rosa in bocca!
Nicoletta (tenendosi la pancia dalle risate) Quella specie di esorcismo amoroso con la pianta tra i denti? Una visione mistica!
Gioia Poverina, le avevamo detto di liberare la passione… e lei ha preso il concetto un po’ troppo alla lettera.
Clara (sfilandosi la collana di perle, poi cedendo a una risata irrefrenabile) Ma pensandoci bene… la Beppa, con quella rosa spappolata in bocca e le moine da gatta morta, aveva esattamente il fascino magnetico di un ippopotamo all’ortolana!
Un boato di risate fa quasi tremare i lampadari di cristallo.
Sara (asciugandosi una lacrima) Un ippopotamo all’ortolana! Clara, sei una creatura diabolica… Povero Lorenzo, stanotte farà gli incubi fino all’alba!
In fondo al corridoio si accende una luce calda. Compare la Fedora, in una lunga e severa camicia da notte di flanella, cuffia in testa e candela in mano, con l’espressione di chi ha esaurito la pazienza da almeno due ore.
Fedora (incrociando le braccia) Insomma! Si può sapere che c’è da ridere così a notte fonda?
Clara (ricomponendosi a fatica) Fedora cara, perdonaci… Parlavamo della moglie di Lorenzo e di quel suo tentativo di rumba con la rosa…
Fedora (sbuffando) La moglie di Lorenzo, eh? Guardate che quell’ippopotamo lì, come lo chiamate voi, piaccia o non piaccia, il marito se l’è saputo tenere per vent’anni, e manda avanti una casa e quattro figlioli. Mica come certe signorine eleganti che sanno solo bere Martini e fare le preziose coi giardinieri, e i mariti se li son fatti scappare tutti!
Silenzio gelido. Le risate si spengono sulle labbra delle signore, colte in flagrante da quella spietata verità contadina.
Fedora (spegnendo la candela con un soffio) E adesso a letto, che domattina alle sei la minestra di pane non si fa da sola. Buonanotte!
La Fedora sparisce nel buio. Le cinque amiche restano immobili per qualche secondo, molto meno euforiche e molto più pensierose.
Martina (sottovoce) Ecco. La Fedora ha appena detto la cosa più intelligente, e più spaventosa, della serata.
Una dopo l’altra, le amiche salgono in camera. Resta solo Clara, alla finestra, lo sguardo perso verso il cantiere, stringendo al petto il fazzoletto che Vanni le ha prestato in piazza. Gioia torna indietro a prendere uno scialle e la sorprende così.
Gioia Clara? Che fai lì, al buio?
Clara (senza voltarsi, con un sorriso che non riesce a nascondere) Gioia… ho paura di aver fatto una cosa che non facevo da vent’anni.
Gioia Hai pagato il conto?
Clara Mi sono innamorata. Di Vanni. Perdutamente. E, che Dio mi perdoni… anche delle sue lasagne di pane.
Gioia (sorridendo e scuotendo la testa) Buonanotte, romanticona. Va’ a farti un bagno caldo, che ti schiarisce le idee. O te le confonde del tutto.
Scena settima · Incontro nel corridoio
Il corridoio del piano superiore, a notte fonda. Una finestra lascia entrare un taglio di luna.
Personaggi: Clara, Vanni.
Clara esce dal bagno avvolta soltanto in un soffice telo di spugna bianco, con i capelli umidi e una scia di lavanda. Nello stesso momento Vanni, che si era attardato in cortile, sale le scale a piedi nudi e a torso nudo, in cerca di un bagno. Clara svolta l’angolo e se lo trova davanti, immobile nel buio.
Clara (trattenendo il fiato) Vanni… ma che ci fai qui a quest’ora?!
Vanni (con la voce roca, incapace di distogliere lo sguardo) Io… cercavo un bagno, signorina. Ma mi sa che ho sbagliato porta. O forse no.
Per il sussulto, il nodo del telo cede e l’asciugamano scivola lentamente a terra, lasciandola nuda nel chiarore della luna. Vanni fa per coprirla, cerca d’istinto la propria camicia… e si accorge di non averla.
Vanni Le darei la mia camicia, signorina… ma non ce l’ho.
Clara (sorridendo nel buio) Meno male. Almeno tu non mi parli di babbucce.
Vanni azzera la distanza, la solleva tra le braccia e la porta dentro la prima camera aperta, chiudendosi la porta alle spalle. Nessuno parla più. E di sicuro, in quel letto disfatto tra le lenzuola di lino, stanotte nessuno chiederà la ricetta delle lasagne di pane.
Scena ottava · Il risveglio nel cortile
Il cortile di Villa La Tana, all’alba. I raggi del sole filtrano tra gli ulivi e illuminano la ghiaia bagnata di rugiada.
Personaggi: Clara, Vanni; gli altri muratori e i giardinieri; alle finestre, Gioia, Sara, Nicoletta e Martina.
Clara e Vanni sbucano in cortile mano nella mano, con l’aria di chi ha appena firmato un trattato di pace segreto. Gli altri muratori, appena arrivati al cantiere, appoggiati ai muretti e ai furgoni, li vedono. Un attimo di silenzio carico di malizia.
Lorenzo (scoppiando in una risata fragorosa) Oh! Ma guarda chi si vede! Bravo il mio omino! Lo sapevo io che la notte porta consiglio… e pure ottimi risvegli!
I compagni applaudono e festeggiano Vanni, che arrossisce fino alle orecchie ma sfoggia un sorriso da conquistatore. Clara cerca di mantenere una regale compostezza, ma gli occhi le brillano di felicità. Alle finestre del piano superiore, le altre quattro amiche osservano la scena in vestaglia, con binocoli d’avorio, un monocolo e perfino una lente d’ingrandimento.
Gioia (abbassando il binocolo) Guardate un po’ là sotto… La missione diplomatica ha dato i suoi frutti più succulenti.
Nicoletta (con un brivido d’eccitazione) E visto che in amore e in guerra tutto è permesso… direi che è arrivato il momento di passare alla controffensiva.
Sara Quale controffensiva?
Martina (facendo tintinnare un mazzo di chiavi) La conquista dei mattoni, amiche mie. Ma prima, un po’ di rifornimento. Prendete le chiavi: oggi si scende a Firenze. Svuotiamo i garage!
Cinque rombi cupi e potenti squarciano la quiete mattutina: nella rimessa di Villa La Tana, le Hispano-Suiza ruggiscono come fiere. Le signore scendono le scale a grandi passi, occhiali scuri sul viso, pronte come generali in assetto di guerra. Clara bacia Vanni sulla guancia e salta sulla prima automobile.
Clara A pranzo, Vanni. E intanto comincia pure quel pavimento: con comodo.
— Sipario —
Atto terzo
Scena prima · Consiglio di guerra da Rivoire
Firenze, Piazza della Signoria, a metà mattina. I tavolini all’aperto dello storico Caffè Rivoire.
Personaggi: Le cinque amiche; un cameriere.
Le Hispano-Suiza si fermano con una frenata perfetta. Le signore scendono come generali dell’alta moda: occhiali scuri, foulard al vento, tailleur impeccabili. Ignorando gli sguardi sbigottiti dei fiorentini, si siedono da Rivoire e ordinano cioccolata densa, caffè e pasticcini per smaltire la notte brava.
Clara (aprendo il taccuino di pelle e posando la stilografica sul tavolino, con tono da capo di stato maggiore) Bene, signore. La ricognizione di ieri sera ha dato risultati sorprendenti. Ora bisogna formalizzare la strategia. La fase della difesa passiva è conclusa: da oggi si passa alla conquista dei mattoni.
Nicoletta (sorseggiando la cioccolata) Concordo. Vanni ha dimostrato che le linee nemiche si possono sfondare… e che anche noi possiamo avanzare senza pietà.
Gioia (maliziosa) Più che sfondare le linee, mi pare che le abbia sfondato la porta della camera.
Clara (impassibile, scrivendo) Dettagli tattici.
Martina (battendo le mani) Prima tappa del piano di guerra: il rifornimento. Ci servono abiti nuovi, scarpe che lascino il segno e profumi capaci di stendere un cinghiale a cinquanta metri!
Sara Da Carlin, in via della Scala. Se una signora fiorentina si veste da qualche parte, si veste lì.
Definite le tattiche nei minimi dettagli, compresi sguardi di sbieco, ritirate strategiche e silenzi calcolati, le signore si fiondano nell’atelier di Carlin. Ne escono cariche di cappelliere, guanti di capretto, stoffe impalpabili e pacchetti infiocchettati, che stipano nei bagagliai delle Hispano-Suiza.
Scena seconda · Il parcheggio e i cioccolatini
Piazza della Signoria, a due passi da Palazzo Vecchio.
Personaggi: Nicoletta; un vigile urbano; le altre amiche, poco distanti.
Nicoletta ha piantato la sua Hispano-Suiza in un divieto di sosta grande quanto una casa, bloccando mezza piazza. Un vigile urbano dai baffi a manubrio, il blocchetto delle multe già in mano, si precipita sul posto soffiando furiosamente nel fischietto.
Il vigile (battendo un pugno sul parafango) Scusi, eh! Signora! Ma si può sapere che fa?! Qui non si può mica parcheggiare! È divieto assoluto!
Nicoletta scende con una lentezza studiata al millimetro: occhiali scuri enormi, cappello a tesa larga, un tailleur da capogiro. Si sfila i guanti con calma olimpica e lo guarda dall’alto in basso.
Nicoletta (con un filo di voce, annoiata ed elegante) Come non si può, giovanotto? Forse non si dovrebbe… ma si può, eccome. Infatti, guardi un po’: ho parcheggiato.
Senza aggiungere altro, fa un cenno di saluto con la mano e si avvia verso i tavolini di Rivoire, lasciando il vigile di stucco, con la matita a mezz’aria.
Il vigile (barcollando) Ma… ma questa è matta! Completamente matta…
Nicoletta fa dietrofront. Con un fruscio di seta e un sorriso disarmante gli si avvicina a pochi centimetri, estrae dalla borsa un pacchetto infiocchettato di Rivoire e glielo porge con la grazia di una regina che concede la grazia sovrana.
Nicoletta Tenga, giovanotto. Per tirarsi su il morale dopo questo piccolo shock. Cioccolatini di Rivoire: eccezionali.
Il vigile (arrossendo fino alla punta dei baffi e agitando le mani) Oh, no, signora, la ringrazio tanto… ma non posso! C’è il regolamento, il codice… non è deontologico…
Nicoletta (inclinando la testa, fintamente scandalizzata) Ma allora vede che il «non si può» è proprio una fissazione, signor vigile?
Prima che l’uomo possa replicare, gli mette il pacchetto in mano, gli dà una pacca affettuosa sulla spalla d’ordinanza e sale in macchina. Con una doppietta di gas l’automobile si allontana, lasciando il vigile in mezzo alla piazza con il blocchetto delle multe in una mano e i cioccolatini stretti al petto nell’altra.
Scena terza · L’incontro sui colli
I tornanti che da Firenze risalgono verso Fiesole. Le Hispano-Suiza scoperte sfrecciano in fila, i foulard di seta al vento.
Personaggi: Le cinque amiche; Eleonora Duse.
Le signore cantano a squarciagola la canzone del momento.
Le cinque amiche (cantando) «Non dimenticar le mie parole, bimba, t’amo tanto da morire…»
Dalla direzione opposta, avvolta in una sciarpa di chiffon che fluttua nell’aria come un’apparizione, a bordo di un’altra automobile scoperta ed elegantissima, spunta lei: la Divina in persona, Eleonora Duse. Le automobili si incrociano a mezza carreggiata. Invece di suonare il clacson, le signore esplodono in un coro di urla festose e di baci lanciati con la punta delle dita.
Clara (sporgendosi dal finestrino, agitando la mano) Eleonoraaa! Divina mia, che visione!
Eleonora Duse (abbassando gli occhiali scuri, con un sorriso regale e magnetico) Ragazze! E dove scappate con tanta grazia e tanta sfacciataggine?! Su, fate le brave e non sfasciate Firenze!
Le due automobili si sfiorano per un attimo in un tripudio di classe, poi ciascuna prosegue per la sua strada, lasciandosi dietro una scia di profumo e la leggenda di un incontro tra dive sui colli toscani.
Scena quarta · La doccia sotto il sole e la sentenza della Fedora
I giardini di Villa La Tana, a mezzogiorno. Il sole picchia, l’aria è densa di calore e di profumi di terra.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; la Fedora, Maria.
Prima di sedersi a tavola, le signore decidono che è il momento di rinfrescarsi sul serio. Sotto gli occhi sbarrati dei muratori, ordinano ai cinghiali una doccia tutti insieme, all’aperto, accanto alla piscina.
Lorenzo (coprendosi alla meglio con le mani, rosso d’imbarazzo) Ma… signore! Qui, davanti a tutti?! Sotto il sole?! Insomma… non si può mica!
Clara (con una risata cristallina, sfilandosi la camicetta con la stessa naturalezza con cui si toglierebbe un guanto) Ma piantala con questo «non si può», Lorenzo! Stamattina l’abbiamo già sentito da un vigile, e guarda com’è finita. Sciacquati e rinfrescati: in fondo siamo tutti nudi sotto i vestiti, e veri sotto le maschere.
Le signore si spogliano a loro volta, con una libertà scandalosa e magnifica, incuranti di qualsiasi decoro. Pochi minuti dopo, con i corpi bagnati e i capelli arruffati, la brigata si sposta sotto il grande pergolato di glicine per il pranzo. Dai vialetti della cucina sbucano la Fedora e Maria, con vassoi colmi di piatti fumanti.
Fedora (posando il piatto principale al centro della tavola con un tonfo, e lanciando uno sguardo di fuoco a quel manipolo di seminudi sorridenti) Sì, sì, fate pure il baccano che volete, spogliatevi e fate le signore emancipate… Ma ve lo dico io: vi potete dare tutto il daffare che volete, la buon’anima della zia Ada non l’eguaglierete mai.
Silenzio di tomba sotto il pergolato. Le signore si bloccano tra un boccone e una risata; i muratori trattengono a stento le risate, terrorizzati e divertiti da quella doccia fredda domestica.
Clara (posando la forchetta e asciugandosi le labbra con il tovagliolo di lino, poi puntando uno sguardo divertito su Lorenzo) Senti un po’, Lorenzo… a proposito di ordine pubblico, di divieti e di autorità cittadine… tu, per caso, per ramo di madre o di cuginanza oscura, non avrai mica un parente che fa il vigile urbano a Firenze?
Lorenzo quasi si strozza con il vino e si batte il pugno sul petto.
Lorenzo (tossendo) Un parente vigile?! Io?! Madonna santa, signora Clara, che vi passa per la testa?! In famiglia siamo tutti contadini, muratori o scapigliati peggio di me! Perché? Non avrete mica investito qualcuno stamattina in centro?!
Gioia (rigirandosi tra le dita l’altro pacchetto di cioccolatini di Rivoire) Investito no. Diciamo che gli abbiamo lasciato un ricordo indelebile… e dei dolci per consolarlo del fatto che le leggi della fisica e del codice stradale, per noi, non esistono.
Fedora (con le mani sui fianchi) Ci mancavano pure i vigili… Madonna benedetta. La zia Ada sì che sapeva come comportarsi con le autorità: quando passavano i gendarmi, abbassava gli occhi, offriva un bicchiere di vin santo e si faceva fare i complimenti. Altro che corromperli coi cioccolatini e sfoggiare la mercanzia al sole come zingare felici!
Maria (con voce profonda e tonante, annuendo con il cucchiaio di legno in mano) Eh già! La zia Ada sì che era una vera signora… mica come adesso, che ci si spoglia in giardino manco fossimo alla fiera del bestiame!
Martina (appoggiando il mento sulle mani, con un broncio adorabile) Cara la mia Fedora, cara Maria… i tempi cambiano. La zia Ada è un reperto storico della Firenze bene, e noi qui a Fiesole stiamo scrivendo una nuova Costituzione. A cominciare dai mattoni… e dai vigili!
Una risata generale esplode sotto il pergolato, mentre i bicchieri di Chianti si scontrano in un brindisi fragoroso, alla faccia della zia Ada, del codice della strada e di qualunque regola terrena.
Scena quinta · La siesta strategica (e impilata)
Il prato di Villa La Tana, nel primo pomeriggio. Un grande telo di lino è steso all’ombra dei castagni.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; dalla finestra della cucina, la Fedora e Maria.
I muratori, con la pancia piena e la pelle ancora calda di sole, barcollano leggermente.
Clara (con tono dolce ma inflessibile da generale) Bene, cari i miei cinghiali. Avete lavorato sodo, avete dato spettacolo, e la digestione esige il suo tributo. Adesso si fa un bel riposino.
Lorenzo (sbattendo le palpebre) Un riposino, signora? E dove? I letti son di sopra, e qui c’è solo l’erba…
Nicoletta (indicando il telo di lino con un ghigno luciferino) Ma quale erba! Vi sistemiamo noi. E visto che lo spazio è quello che è, e la vicinanza fisica rinsalda lo spirito di squadra… fate un bel mucchio ordinato. Uno sopra l’altro!
Prima che i poveretti possano capire la logica di questa disposizione, le signore passano all’azione: con spintarelle strategiche e ordini perentori, i robusti muratori si ritrovano a formare una vera torre umana di carne abbronzata, all’ombra dei castagni.
Vanni (intrappolato nel mezzo del mucchio, con le braccia imprigionate, guardando Clara con un misto di disperazione e adorazione) Ma… signorina… così non respiro! Questa non è una pennichella, è una condanna a morte!
Martina (sventolandolo con un ventaglio di paglia) Zitto e dormi, Vanni! Serve a conservare il calore corporeo e a farvi riflettere sui vostri doveri coniugali e di cantiere. Tra un’ora tutti sui ponteggi, carichi come molle!
Fedora (dalla finestra della cucina, spiando la scena con un cannocchiale) Maria, vieni a vedere… Quelli non stanno ristrutturando una villa, stanno mettendo in piedi un circo equestre! Povera zia Ada, se vedesse questo scempio…
Maria (con il mestolo in mano, sospirando) Eh, Fedora mia… la zia Ada a quest’ora sarebbe già svenuta tre volte. Però, a guardar bene… giovanotti mica male!
Clara (dopo un momento, guardando il groviglio di braccia e gambe) Ma che stiamo a fare qui, a soffrire il solletico sull’erba? Se state così scomodi, cari i miei cinghiali… allora si va di sopra! C’è molto più spazio, e la festa non è mica finita!
Le signore li tirano in piedi per le braccia e, tra urla di gioia e risate, la carovana si sposta barcollando verso la villa, sfilando proprio davanti alla cucina.
Fedora (affacciandosi con il mestolo puntato come una sciabola) Ma dove andate?! Non vi azzardate a salire con quei piedi lerci sulle piastrelle tirate a cera! E voi, giovanotti, rimettetevi i pantaloni prima di muovere un passo!
Lorenzo (ridendo come un matto, ormai arreso al delirio) Eh, Fedora mia! Ce lo dicono le signore… Che colpa ne abbiamo noi, se la rumba ci chiama al piano di sopra?!
La carovana sparisce su per lo scalone, tra urla di gioia e risate.
Scena sesta · Il pavimento della zia Ada
Il bagno di marmo della zia Ada, al piano di sopra, con il pavimento ancora in frantumi dal primo giorno. Dal salone arrivano risate e tintinnii di bicchieri.
Personaggi: Vanni, Clara; poi le altre amiche, i muratori, la Fedora e Maria.
Mentre di là la festa riprende, Vanni, l’unico in tutta Fiesole che abbia preso sul serio un ordine di lavoro, è inginocchiato tra le piastrelle rotte con la cazzuola in mano. Solleva un frammento, poi un altro, e si blocca: sotto il pavimento c’è un vano nascosto. Ne estrae una vecchia scatola di latta dei biscotti.
Vanni (tra sé) O questa? Mi sa che la signorina Nicoletta, con la mazzetta, ha trovato l’America.
Entra Clara, che lo cercava.
Clara Vanni! Ma che fai? Tutti ballano e tu lavori? Sei l’unico muratore della storia di Fiesole che fa gli straordinari davvero!
Vanni (porgendole la scatola) Signorina… qui sotto c’era questa. Era della zia Ada, credo.
Clara apre la scatola. Dentro: un diario rilegato in velluto rosso, un fascio di fotografie ingiallite, un menù scritto a mano… e un paio di babbucce di lana. Clara le solleva, sbigottita.
Clara (a gran voce, verso il salone) Ragazze! Venite subito! Tutti! La zia Ada ha lasciato un testamento!
In un attimo il bagno si riempie: le amiche in vestaglia, i muratori con gli asciugamani intorno alla vita, bicchieri ancora in mano. Per ultime arrivano la Fedora e Maria, attirate dal trambusto. Clara apre il diario e legge ad alta voce.
Clara (leggendo) «Fiesole, giugno 1901. Nella villa accanto hanno aperto un cantiere. Cinque muratori. Ho telefonato a Dupont, a Nizza: gli ho detto che la siepe ha un cancro, e che bisogna abbassarla di un metro.»
Tutti si voltano lentamente verso Nicoletta.
Nicoletta (indignata) Plagio! Questo è plagio!
Clara (continuando) «Luglio. Ho rotto le piastrelle del bagno per farli entrare. Il capocantiere mi ha messo la sua giacca sulle spalle e mi ha raccomandato le babbucce, per la cervicale.»
Nicoletta si copre il viso con le mani. Lorenzo tossisce forte.
Clara (voltando pagina, con un sorriso che si allarga) «Il giorno dopo, le babbucce gliele ho tolte io.»
Esplosione di risate. Nicoletta, rossa come un peperone, strappa le babbucce di lana dalla scatola e le stringe al petto come una reliquia.
Nicoletta E io che ci sono rimasta male! Bastava aspettare un giorno!
Gioia (sfogliando le fotografie) E guardate qui! La zia Ada a bordo piscina, con l’ombrellino… e intorno cinque baffoni in canottiera. Questa è la nostra piscina! Millenovecentodue!
Lorenzo (strappandole di mano una fotografia e fissandola incredulo) Ma… ma questo è il mi’ nonno Gigi! Con i baffi a manubrio e la cazzuola nel taschino! Ecco perché in famiglia si diceva che il nonno faceva gli straordinari a Fiesole!
Martina (leggendo il menù scritto a mano) «Pranzo per i ragazzi del cantiere: minestra di pane, faraone alle olive, schiacciata con l’uva. Cucina la Fedora.»
Silenzio. Tutti gli sguardi si posano sulla Fedora, immobile sulla soglia, con il mestolo in mano.
Maria (sgomenta) Fedora!!!
Clara (dolcissima e perfida insieme, con il diario in mano) Fedora cara… La zia Ada, quando passavano i gendarmi, abbassava gli occhi, vero?
Fedora (dopo un lungo istante, raddrizzando la schiena con tutta la dignità possibile) Li abbassava, sì. Per guardare dove metteva i piedi il gendarme mentre scappava dalla finestra.
Risate a crepapelle. Maria si deve appoggiare al lavandino.
Fedora (sbuffando, ma con un lampo negli occhi) E voi che credevate? Che le faraone le avessi imparate per il vescovo? Ero giovane anch’io, sapete. E la siepe, il secondo anno, l’abbiamo abbassata di un altro mezzo metro: per comodità dei vassoi.
Gioia (illuminandosi) Ecco cosa intendevi a pranzo! «Non eguaglierete mai la zia Ada»… Non in decoro, Fedora: in sfacciataggine!
Fedora Appunto. E non ci siete nemmeno vicine.
Clara (girando l’ultima pagina, commossa, legge piano) «A chi erediterà questa villa. La siepe si potrà abbassare ancora. Ma ricordate: l’uomo che vi mette le babbucce è un uomo da sposare. Quello che ve le toglie, da tenere stretto.»
Clara alza gli occhi dal diario e guarda Vanni, che se ne sta ancora in ginocchio tra le piastrelle, con la cazzuola in mano e l’aria di chi non ha capito niente.
Vanni Che c’è, signorina? Ho fatto qualcosa di male?
Clara (sottovoce, chiudendo il diario) No, Vanni. Tu la camicia non ce l’avevi nemmeno. Sei tutte e due le cose.
Martina (alzando il bicchiere) Alla zia Ada! Maestra di tutte noi!
Tutti Alla zia Ada!
Qualcuno rimette il disco sul grammofono. Le note di una rumba scatenata riempiono la villa, e la festa riprende, stavolta in onore della zia: i tappeti scivolano sul marmo, le signore trascinano i muratori per i corridoi, e le porte delle camere, una dopo l’altra, si chiudono.
Scena settima · Il pomeriggio lungo e la sveglia dal cortile
Le camere del piano superiore, nel tardo pomeriggio. Lenzuola di lino, tende di velluto che filtrano la luce dorata. Fuori, i ponteggi del cantiere vuoti, i sacchi di calce intatti, i mattoni dimenticati a terra.
Personaggi: Le cinque amiche; i cinque muratori; dalla strada, Beppa e le altre mogli.
Il tempo si è dilatato. Tra baci, sussurri e ore scivolate via senza che nessuno se ne accorgesse, i cinghiali, ormai completamente addomesticati, si sono abbandonati al fascino delle loro signore. Finché una brezza improvvisa porta dal basso un suono inconfondibile, tagliente e furioso: dalla strada che costeggia la villa sale un coro di urla indignate. Sono le mogli, armate di scope e di borse della spesa, con una pazienza arrivata al capolinea.
Beppa (dalla strada, con una voce che rimbomba contro i muri) Lorenzooooo! Maledetto scapigliato! È un’ora che ti cerco per i campi! Vieni fuori di lì, prima che ti venga a prendere con le cattive! E voi altri, fannulloni, filate a casa, che la polenta si fredda!
Nelle camere, il silenzio dorato si spezza. I muratori sobbalzano nei letti, il terrore dipinto in volto, mentre le signore scoppiano in una risata cristallina.
Lorenzo (balzando giù dal letto, pallido come un cencio, infilandosi i pantaloni alla rinfusa) Madonna santissima… la Beppa! Ma che ore sono?! Il cantiere… i mattoni… son fritto! (Guarda la finestra, illuminato.) Il nonno Gigi scappava dalla finestra: buon sangue non mente!
Sara (stiracchiandosi pigramente tra i cuscini) Calmo, tigre. I mattoni possono aspettare. Per oggi, la conquista è stata ampiamente completata.
Dal cortile si sente la voce tonante della Fedora, che urla contro le mogli brandendo il mestolo, decisa a difendere il fortino… o quantomeno a godersi lo spettacolo.
Scena ottava · L’amore vero in mezzo al caos
La camera di Clara. Mentre nelle altre stanze i muratori saltano giù dai letti infilandosi le camicie alla rinfusa, qui regna una quiete surreale.
Personaggi: Clara, Vanni.
Vanni è seduto sul bordo del letto disfatto, a torso nudo, i capelli arruffati, lo sguardo stordito: non per la paura, ma per la consapevolezza di quello che gli sta succedendo. Clara gli si siede accanto, gli accarezza la spalla e gli sistema il colletto della camicia con una tenerezza che cancella ogni distanza di classe.
Clara (guardandolo negli occhi, con un velo di emozione) Non avere paura, Vanni. Le urla là fuori non sono per te. Tu non hai nessuna moglie che ti aspetta con la scopa in mano.
Vanni (stringendole la mano, con un sorriso sincero) No, signorina. A me non aspetta nessuno, giù in paese. O meglio… non mi aspettava nessuno. Finché non siete arrivate voi a scombussolarmi la vita.
Da sotto, le grida delle mogli e le repliche piccate della Fedora rimbombano contro le mura come una colonna sonora comica e lontana, di un altro mondo. Clara si sporge e lo bacia: un bacio profondo, di quelli che non hanno bisogno di etichette né di permessi. Poi si alza di scatto, lo afferra per un braccio e lo tira giù dal letto.
Clara (con una voce che non ammette repliche, ma che trema per l’emozione) Forza, vestiti. Mettiti la camicia migliore. Non ti lascio qui a subire il caos di questo mondo. Vieni con me.
Scena nona · La richiesta ufficiale
Una casa di campagna modesta ma deliziosa, con i gerani rossi alle finestre, tra filari di viti e colline al tramonto.
Personaggi: Clara, Vanni, la madre di Vanni.
La Hispano-Suiza di Clara si ferma nel cortile polveroso. Sull’uscio c’è la madre di Vanni, una donna energica con i capelli d’argento e il grembiule immacolato, le mani sui fianchi, sbigottita davanti a quel bolide. Clara spegne il motore, scende con la grazia di sempre, prende Vanni per mano, intrecciando le dita alle sue, e si ferma davanti alla signora.
Clara (con un leggero inchino e un sorriso radioso) Buonasera, signora. Mi scusi se arrivo così, senza preavviso. Sono venuta per due motivi. Il primo è che voglio assolutamente imparare da lei le ricette delle sue lasagne, degli gnocchi di patate e della torta di mele che piacciono tanto a Vanni.
Madre di Vanni (squadrandola, poi illuminandosi) Ma lei… lei è quella delle lasagne di pane!
Clara Proprio io. E la ricetta gliela porto in cambio: si chiama Club Sandwich, ma in questa casa, se permette, continueremo a chiamarla lasagna di pane.
La madre, sorpresa e intenerita, ride. Clara stringe ancora più forte la mano di Vanni e la guarda dritta negli occhi con un coraggio da leonessa.
Clara E il secondo motivo, signora… è che sono venuta a chiederle la mano di suo figlio. Sempre che lui, naturalmente, mi accetti così come sono.
Vanni resta immobile, senza fiato. Per la prima volta in vita sua, il cinghiale del cantiere perde completamente la parola. La madre li guarda in silenzio per un lungo istante; poi un sorriso caldo le illumina il viso e allarga le braccia, accogliendoli entrambi sulla porta di casa.
Madre di Vanni Entrate, entrate. Le ricette si imparano a tavola. E la mano di mio figlio… signora mia, a giudicare dalla faccia che ha, se l’era già presa da un pezzo.
Scena decima · Le nozze in Comune
Il municipio di Fiesole, qualche settimana dopo, immerso nella luce dorata del mattino. Davanti all’ufficio dello stato civile, le Hispano-Suiza sono parcheggiate alla perfezione: rigorosamente in divieto di sosta.
Personaggi: Clara, Vanni; Gioia, Sara, Nicoletta, Martina; i muratori, testimoni; le mogli; la Fedora e Maria; la madre di Vanni.
Vanni arriva elegantissimo in un abito chiaro che fa risaltare la sua abbronzatura, scolpita da settimane di sole sui ponteggi e nei giardini di Villa La Tana.
Nicoletta (sussurrando a Gioia) Guardalo… è entrato in cantiere da semplice muratore e ne esce l’uomo più ricco della Toscana. E con un’abbronzatura che farebbe invidia a Rodolfo Valentino.
Martina (sistemando il fiore all’occhiello di Lorenzo, testimone dello sposo) Eh sì: doveva sistemare la villa, e invece ha sistemato la vita. La sua e quella di Clara.
Clara compare sulla soglia del municipio, splendida in un tailleur di seta avorio. Vanni le va incontro con il suo passo fiero e le prende la mano con quella forza gentile che l’ha fatta innamorare.
Vanni Allora, signorina… pronta a mettere l’ultimo mattone? Stavolta, però, è per sempre.
Clara (stringendosi a lui, incurante dei passanti e dei fotografi improvvisati) Per sempre, Vanni. E per il pranzo di nozze hai carta bianca: faremo il più grande banchetto di lasagne di pane che la storia di Fiesole ricordi!
Tra gli applausi delle amiche, i fischi d’approvazione dei compagni di cantiere e il profumo dei fiori di campo, i due dicono il loro sì.
Epilogo
Il banchetto e la partenza
Il giardino di Villa La Tana, trasformato per la grande occasione. Sotto il pergolato di glicine, illuminato da mille lampadine colorate, una tavolata immensa riunisce tutti: le signore, i muratori, le mogli con le scope finalmente deposte, la madre di Vanni e l’intera brigata di cucina.
Personaggi: Tutti.
Al centro della tavola trionfano montagne di lasagne di pane, ormai ricetta ufficiale di due famiglie. La Fedora e Maria sorvegliano il banchetto con la fierezza di chi ha sfamato imperatori. Perfino la zia Ada, evocata a ogni brindisi, sembra approvare dall’alto dei cieli.
Fedora (porgendo a Vanni un calice di Chianti, con un sorrisetto appena accennato) E va bene, Vanni. Ti sei preso la nostra signora più ribelle, hai fatto impazzire Fiesole e ti sei guadagnato la patente di vero signore. Adesso bevi, e trattamela bene, intesi?
Vanni (ridendo, con Clara stretta al fianco) Stai tranquilla, Fedora! La custodirò meglio dei mattoni di Villa La Tana!
Nicoletta (sventolando un foglietto azzurro) Silenzio! È arrivato un telegramma da Nizza! (Legge.) «Saputo siepe abbassata un metro. Stesso cancro di trent’anni fa. Tenetela bassa. Saluti affettuosissimi alla Fedora. Dupont.»
Tutti si voltano verso la Fedora, che diventa color vin santo.
Fedora Che c’è da guardare? Era un bell’uomo. E parlava francese.
Tra brindisi fragorosi e abbracci inattesi tra le mogli, un tempo furiose, e le signore milanesi, la festa dura fino a notte fonda.
Qualche giorno dopo, l’aria frizzante del mattino annuncia la partenza. Quattro Hispano-Suiza ruggiscono nel viale. Gioia, Sara, Nicoletta e Martina, baciate dal sole e cambiate da quell’estate folle, caricano le valigie di pelle. Non sono più le donne annoiate partite da Milano poche settimane prima: ora sono fiere, libere, sfrontate, pronte a portare un po’ della follia di Fiesole nei rigidi salotti milanesi. La quinta automobile resta in rimessa. Clara, in vestaglia di seta, le saluta dalla terrazza, al braccio di Vanni.
Martina (dal finestrino) E a Milano che cosa raccontiamo, Clara?
Clara Che ho la febbre da cavallo. Cronica.
Gioia E la villa? E la siepe? E il cantiere?
Clara La siepe la tengo bassa, come da testamento. E il cantiere… chiedetelo a Lorenzo.
Lorenzo (dal ponteggio, allargando le braccia) Signore mie, con i tempi di presa che abbiamo noi, l’estate prossima il cantiere è ancora aperto. Garantito.
Nicoletta (infilandosi le babbucce della zia Ada prima di mettere in moto) Allora a giugno. Stesso cantiere, stessa siepe.
Vanni E stesso pavimento, signorina Nicoletta: quello della zia Ada non si tocca più. Lì sotto ci sta bene la storia.
Con una doppietta di gas che fa tremare i cipressi, le quattro automobili partono verso nord. Sul ciglio della strada, le mogli le guardano sparire, schierate a braccia conserte e con i grembiuli legati stretti in vita. La Beppa, con la scopa appoggiata al muretto come una lancia ormai spuntata, si volta verso le compagne e si lascia scappare una risata liberatoria.
Beppa Ecco fatto… Le vedete? Ve lo dicevo io, donne! Non ci eravamo mica sbagliate: erano troppo secche per rubarci i mariti per sempre! Quelle lì son fatte di seta, di profumo e di grilli per la testa! (Lancia un’occhiata alla terrazza, dove Clara sorseggia un Martini al braccio di Vanni.) E quella che è rimasta s’è presa l’unico scapolo del paese. Visto? Alla fine, gente pratica.
Le altre scoppiano in una risata fragorosa, guardando i rispettivi mariti che, abbronzatissimi, un po’ intontiti e con l’aria di gatti sazi, si grattano la testa sulla porta di casa.
Maria (spuntando dal cancello con le mani sui fianchi, accanto alla Fedora) E meno male, dico io! Almeno ci hanno lasciato la villa rimessa a nuovo, i pavimenti lucidi e i mariti con la pancia piena di lasagne di pane e di buonumore!
Fedora (sfilandosi il grembiule con gesto solenne e appoggiandosi allo stipite della cucina) E vedete, carissime mie? Tutte queste storie di seta, profumi francesi e macchine veloci… ma alla fine della fiera la verità è una sola: il maschio toscano è carnivoro. Ama la ciccia buona e le cose semplici, fatte come si deve. E con un bel piatto di lasagne e un pezzo d’arrosto, ce li riportiamo tutti all’ovile in quattro e quattr’otto.
Le donne del paese si mettono le mani sui fianchi e annuiscono, soddisfatte, in una risata che sa di vittoria, di sugo sul fuoco e di pace ritrovata.
Maria (battendo il mestolo sul pentolone, radiosa) Amen, Fedora! Su questo non ci sono mai stati dubbi!
Sulla terrazza, Clara si sistema sulla sdraio con l’ombrellino, proprio come nella vecchia fotografia del 1902. Vanni le porge un Martini. La Fedora li guarda dal basso, scuote la testa e sorride.
Fedora Eccola lì. La zia Ada nuova.
Il sole bacia le colline di Fiesole. A Milano, quattro signore torneranno cambiate; a Villa La Tana, una non tornerà affatto; nei campi, la vita riprenderà il suo corso. Ma niente, ormai, sarà più come prima.
— Sipario —
— Fine —

