«Ma un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione.»
Luca 10, 33
Prologo
Le sere di Aspen House
Ad Aspen House, d’inverno, la neve arrivava sempre di sera, come un’ospite discreta che non vuole disturbare la cena.
Cadeva lenta sul viale degli alberi, sul cancello di ferro battuto, sui vetri alti del salotto, e dentro la grande casa il camino ardeva da mezzogiorno. Davanti al fuoco c’era una poltrona di velluto verde, consumata sui braccioli; e sulla poltrona sedeva nonnina Melody.
Era una signora anziana di straordinaria eleganza. Aveva i capelli bianchi come la neve che cadeva fuori, raccolti con due pettinini d’argento, un filo di perle al collo, una voce melodiosa e modi così impeccabili che perfino il maggiordomo, quando le portava il tè, abbassava lo sguardo come davanti a una regina. Ma la cosa che tutti notavano per prima era il sorriso: un sorriso dolcissimo, sereno, quasi consapevole. Un sorriso che non era cambiato in tutta la sua vita.
Sul tappeto persiano, fra cuscini colorati, tazze di cioccolata calda e un piatto di biscotti appena sfornati, sedevano le sue nipotine.
Rose aveva dieci anni ed era la maggiore: seria, attenta, con una frangetta dritta come una riga e l’abitudine di fare domande alle quali gli adulti preferivano non rispondere. Violet ne aveva otto; si spaventava facilmente, ma non avrebbe rinunciato a una storia di paura per nulla al mondo. Pippa, la più piccola, ne aveva cinque, due trecce bionde e un unico, vero interesse nella vita: la merenda.
«Nonnina Melody!»
«Ditemi, tesorini.»
«Ci leggi una storia?»
La nonna sorrise.
«Ma certamente, amori miei. Rose, cara, prendi quel libro sul tavolino. Quello rosso.»
Rose si alzò e tornò con un volume pesante, rilegato in pelle rossa, gli angoli consumati e il titolo impresso in lettere d’oro un po’ sbiadite: Le Samaritane.
«Che cosa vuol dire “samaritane”?» domandò Violet.
«Vi ricordate la parabola del buon samaritano? Quella che il reverendo racconta la domenica?»
«Quello che si ferma ad aiutare il signore ferito sulla strada», disse Rose.
«Brava. Tutti gli altri passavano oltre, e lui invece si fermò, lo curò, lo portò in una locanda e pagò perfino il conto. Ecco: le samaritane sono signore che si prendono cura degli altri. Governanti, infermiere, direttrici di case di riposo, nonne. Persone premurose.»
«Allora sono storie belle», disse Pippa, convinta.
«Sono storie istruttive», precisò la nonna. «Che è molto meglio.»
«Chi le ha scritte?»
Nonnina Melody accarezzò la copertina con la punta delle dita.
«Una signora che conosceva molto bene l’argomento.»
Violet si strinse il cuscino al petto.
«Fanno paura?»
«Soltanto a chi non sta attento.»
«E finiscono bene?»
La nonna rifletté un istante, con la testa graziosamente inclinata.
«Finiscono tutte. Che è già qualcosa.»
Poi aprì il libro, si sistemò gli occhiali sul naso e stabilì le regole, come faceva ogni volta.
«Una storia per sera. Non si interrompe la nonna. Non si chiede un altro biscotto mentre la nonna legge. E quando la storia è finita, si va a letto senza capricci.»
«E se uno vuole proprio un altro biscotto?» chiese Pippa.
«La nonna dice di no una volta sola, tesoro», rispose Melody con dolcezza. «Le persone educate non hanno bisogno di sentirselo dire due volte.»
Pippa ritirò la mano dal piatto.
Fuori, la neve continuava a cadere. Il fuoco crepitò. Nonnina Melody voltò la prima pagina.
«La prima storia parla di un signore che non sentiva niente. Proprio niente: né il vento, né la pioggia, né la voce delle persone che gli stavano accanto. E di una governante tanto, tanto premurosa.»
«Come si chiamava la governante?»
«Elena. Ma non affezionatevi troppo ai nomi, tesorini. Nei libri, come nella vita, i nomi passano. Quello che resta è come si comportano le persone.»
E cominciò a leggere.
Il silenzio di Saint Croix Manor
Primo racconto
Oliver Sebastian Saint Croix non aveva mai sentito il suono della propria voce, né il fruscio del vento fra i vetri centenari di Saint Croix Manor. Nato sordo in un’epoca in cui la medicina non conosceva rimedi, aveva imparato a governare il suo regno di silenzio con la disciplina di un monaco e la freddezza di un uomo d’affari. Leggeva le labbra con un’abilità quasi insolente, costringendo chiunque gli parlasse a guardarlo dritto negli occhi. E nessuno, per abitudine o per timore, osava mai voltargli le spalle.
La svolta era arrivata con un taxi malandato che, un mattino di pioggia, aveva risalito il viale della tenuta. Ne era scesa Elena Scott, una ragazza giovane, dai modi gentili e da un’avvenenza discreta, assunta come governante per assistere la prima moglie di Oliver, ormai gravemente malata. Elena si era rivelata un angelo custode: premurosa, dolce, instancabile nelle cure, capace di farsi amare da tutti nella grande casa isolata. Quando la signora si era spenta nel suo letto, Elena non se n’era andata. Era rimasta, ed era diventata il pilastro di quel mondo ovattato. Oliver, commosso da tanta dedizione e irretito dalla sua bellezza, aveva finito per innamorarsene perdutamente: l’aveva sposata, l’aveva sollevata dalla condizione di domestica e ne aveva fatto la padrona di Saint Croix Manor.
Ma la vita di Oliver stava per cambiare per sempre, a causa di una lettera arrivata da una clinica di Londra. Un apparecchio acustico rivoluzionario, minuscolo e potente, poteva restituirgli l’udito. Tenendo tutto rigorosamente segreto, Oliver aveva organizzato un viaggio nella capitale: voleva tornare a casa e fare a Elena la più bella delle sorprese, ascoltare finalmente la voce della donna che amava.
Il viaggio era durato tre giorni. Al ritorno, con il piccolo dispositivo invisibile inserito nell’orecchio e calibrato alla perfezione, Oliver aveva varcato la soglia di casa con il cuore colmo di una gioia infantile.
Voleva farle una sorpresa. Ma la sorpresa, amara e gelida, l’avrebbe ricevuta lui.
Il mondo gli entrò in testa tutto insieme. Il ticchettio dell’orologio a pendolo nell’ingresso, lo scricchiolio del parquet sotto le scarpe, la pioggia sulle grondaie: suoni che non aveva mai conosciuto e che lo lasciarono senza fiato, fermo sulla soglia come un bambino davanti a un albero di Natale.
Poi, dal salotto, arrivò una risata di donna. Era la prima volta che la sentiva, eppure la riconobbe subito.
Oliver si avvicinò in silenzio alla porta socchiusa. Elena gli voltava le spalle; teneva all’orecchio la cornetta del telefono e parlava piano, con una voce più bassa e più dolce di quanto avesse mai immaginato.
«Ma no, Jeremy, non preoccuparti. Il vecchio sordo torna stasera. E anche se fosse qui, potrei urlarti che ti amo dalla cima delle scale: non se ne accorgerebbe nemmeno.»
Una pausa. Poi un’altra risata, morbida come velluto.
«Ancora un po’ di pazienza, amore mio. Presto Saint Croix Manor sarà nostra.»
Oliver rimase immobile nella penombra del corridoio. La prima voce che avesse mai sentito in vita sua era quella della donna che amava. E diceva che voleva vederlo morto.
Tornò indietro senza fare rumore, uscì dalla porta principale, attese qualche minuto sotto la pioggia e poi rientrò, chiudendo il portone con forza, come aveva sempre fatto. Elena gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e gli parlò guardandolo bene negli occhi, scandendo le parole perché lui potesse leggerle sulle labbra.
«Ben tornato, amore mio. Mi sei mancato tanto.»
Oliver sorrise. E tacque.
Per giorni Oliver dovette indossare la maschera più pesante della sua vita. Seduto nella grande biblioteca o in salotto a sfogliare il giornale con aria assorta, le sue orecchie, armate in segreto dal piccolo apparecchio, catturavano ogni sillaba del complotto che si consumava alle sue spalle. Sapeva tutto: i dettagli, i tempi, le modalità. I domestici, che lo servivano in silenzio, si scambiavano sguardi tesi. C’era qualcosa di nuovo negli occhi del padrone, una rigidità che li metteva in allarme, come se percepissero che l’equilibrio della casa si era spezzato.
Una mattina, mentre Oliver fingeva di leggere la prima pagina del Times, Elena si piazzò vicino alla finestra che dava sul giardino, con la cornetta del telefono in mano. Laggiù, fra le siepi, Jeremy Dalton, il giardiniere dalle spalle da lottatore, le rispondeva dal telefono della serra. Lei parlava a voce appena abbassata, sicura che il marito fosse il solito sordo chiuso nel suo mondo.
«Ascoltami bene, Jeremy», mormorava, senza staccare gli occhi da lui. «Domani sera faremo così. Gli metterò una dose massiccia di sonnifero nel bicchiere di vino, durante la cena. Quando crollerà, lo trascinerò su in camera e lo sistemerò nel suo letto. Tu aspetterai l’una di notte, entrerai dalla porta secondaria della cucina, salirai con l’ascia che teniamo nel ripostiglio e lo finirai nel sonno. Poi metteremo la casa a soqquadro per simulare una rapina. Mi farai qualche livido, perché la parte sia credibile, mi legherai stretta in salotto e tornerai nella tua casetta vicino al garage. Da lì aspetterai un’ora e chiamerai la polizia, dicendo di aver sentito dei rumori strani. Sarà un capolavoro.»
Dall’altra parte del filo, Jeremy rise compiaciuto. E a pochi passi da lei Oliver voltò lentamente la pagina del giornale, con le dita ben ferme, mentre sulle sue labbra si disegnava un sorriso impercettibile e gelido. Loro avevano un piano perfetto. Ma non sapevano che la preda aveva appena cambiato le regole del gioco.
Il piano era oliato in ogni ingranaggio. Convinta che il marito fosse ormai un’ombra sorda nelle sue mani, Elena aveva già cominciato a svuotare i cassetti segreti: i gioielli di famiglia e gli argenti più preziosi erano stati raccolti in grandi sacchi di tela, pronti per essere nascosti nel furgoncino della legna parcheggiato dietro il granaio, la via di fuga perfetta dopo la finta rapina.
Ma Oliver giocava su un altro livello. Quella stessa mattina, incurante dell’agitazione nervosa della moglie, aveva chiamato James, il suo fidato autista.
«Voglio costruire una grande griglia in muratura nel giardino sul retro», gli aveva detto con voce calma, porgendogli una lista scritta a mano. «Vai all’emporio del paese e compra sacchi di calce, cemento a presa rapida e un carico di mattoni refrattari. Voglio che sia pronta prima della fine della settimana.»
James aveva annuito, senza immaginare che quei materiali non avrebbero mai visto un pezzo di carne da arrostire, ma sarebbero serviti a uno scopo ben diverso, e definitivo.
Poi Oliver aveva concesso alla servitù una settimana di vacanza, con una generosità che Elena trovò provvidenziale. E la notte prima della cena, mentre la moglie dormiva, aveva aperto il cassetto in cui lei nascondeva la bustina del sonnifero, ne aveva vuotato il contenuto nella bottiglia di sherry che Elena teneva in salotto per calmare i nervi, e al suo posto aveva lasciato zucchero a velo.
La sera stabilita arrivò. La pioggia batteva fitta sui vetri di Saint Croix Manor e trasformava il parco in una distesa di ombre e di fango. Elena servì la cena con un sorriso fin troppo dolce e porse a Oliver il calice di vino, generosamente corretto con quella che credeva fosse la polvere soporifera.
Oliver la guardò negli occhi, fece un brindisi silenzioso e bevve, con la massima naturalezza. Dopo pochi minuti la sua testa si abbandonò sul petto e il respiro si fece pesante e profondo. Era “crollato”.
Credendolo fuori gioco, Elena si mosse con la frenesia di un avvoltoio. Lo trascinò a fatica fino alla camera da letto, lo distese sul letto matrimoniale e lasciò la porta socchiusa per Jeremy. Poi, con un misto di ansia e di eccitazione che le stringeva la gola, scese in salotto ad aspettare l’una di notte. Per calmarsi si versò un bicchiere di sherry. Poi un secondo.
Al terzo, non si accorse nemmeno di chiudere gli occhi.
Quella notte Saint Croix Manor era un tempio di silenzio assoluto. La servitù era in vacanza, la tenuta completamente isolata.
Ma Oliver non aveva chiuso occhio. Non appena la moglie era scesa, si era alzato con la precisione di una macchina da guerra. In salotto aveva trovato Elena addormentata sul divano, vinta dalla dose del suo stesso sonnifero. L’aveva sollevata, portata su per le scale e adagiata con cura al centro del letto matrimoniale, coprendola fino al mento con il pesante piumino d’oca. Poi si era appostato dietro la porta della camera, stringendo fra le mani una robusta mazza da golf.
All’una in punto, la porta della cucina scricchiolò. Passi pesanti e furtivi salirono le scale. Jeremy Dalton entrò nella stanza quasi buia, l’ascia in pugno, il cuore in gola e la mente annebbiata dall’avidità. Vedendo la sagoma rannicchiata sotto il piumino non esitò un istante: convinto che fosse il vecchio sordo, calò l’ascia con tutta la sua forza.
Un grido strozzato, un rantolo soffocato dal cuscino. Elena morì così, colpita dall’uomo che diceva di amarla.
Prima che Jeremy potesse comprendere l’orrore di ciò che aveva fatto, il buio dietro la porta si mosse. Oliver emerse dall’ombra, sollevò la mazza e sferrò un colpo secco, preciso, devastante, alla tempia del giardiniere. Jeremy crollò sul pavimento, ai piedi del letto in cui giaceva la sua amante.
La parte più dura venne dopo. Con una forza di volontà sovrumana e l’aiuto di robuste corde di canapa, Oliver trascinò i due corpi su per l’ultima rampa di scale, fino alla vecchia soffitta. Lì, in un angolo nascosto, c’era una nicchia vuota. Vi sistemò i corpi, poi aprì i sacchi di calce e di cemento a presa rapida comprati per la sua finta griglia in giardino e murò la nicchia mattone su mattone, sigillando per sempre il loro segreto nel cuore della vecchia casa.
Ripulito e cambiato, si concesse una doccia fredda che lavasse via ogni traccia di fatica. Poi, con la calma di un vero gentiluomo inglese, si preparò un sontuoso club sandwich e un Martini dry ben ghiacciato, e li gustò da solo nella grande cucina silenziosa.
Quando i domestici tornarono dalle vacanze, trovarono un padrone di casa con lo sguardo velato da una tristezza teatrale. Oliver spiegò che la signora Elena era fuggita nottetempo con il giardiniere, portando via una parte dei beni di famiglia. Per il dolore e per la vergogna, aveva deciso di chiudere quella parentesi e di trasferirsi per qualche tempo a Mayfair, finché il tempo non avesse lenito la ferita.
Congedò quasi tutta la servitù con una generosa buonuscita e lasciò in villa soltanto i custodi di fiducia. Pochi giorni dopo salì sull’automobile di famiglia e si lasciò alle spalle Saint Croix Manor. Al volante c’era James, l’autista, che ora conosceva la verità, aveva stretto con il padrone un patto di ferro ed era diventato il suo nuovo, fedelissimo complice e amico.
Senza staccare gli occhi dalla strada, James domandò:
«Tutto bene, my Lord?»
«Sì, mio fedele amico», rispose Oliver.
Mentre l’auto si allontanava lungo il viale alberato, Oliver guardava dal finestrino il profilo della tenuta, assaporando il silenzio con il piccolo apparecchio nell’orecchio: finalmente padrone assoluto della sua vita e della sua fortuna.
La seconda sera
Il giardino dei fiori blu
La sera dopo, le nipotine si presentarono in salotto in pigiama e vestaglia ancora prima che il maggiordomo avesse acceso le lampade. Avevano parlato di Saint Croix Manor per tutta la giornata: a colazione, durante la lezione di pianoforte e perfino in bagno, lavandosi i denti.
«Nonnina», cominciò Rose, appena la nonna si fu accomodata in poltrona, «io non ho capito una cosa. Le samaritane non dovrebbero essere buone?»
«Certamente, tesoro.»
«Ma Elena era cattivissima! Voleva ammazzare il marito con l’ascia!»
Nonnina Melody versò il tè con grande calma.
«Le samaritane, cara, non sono sempre quelle che sembrano. Elena si prendeva cura della prima moglie, ricordi? E con quanta dedizione. Poi, purtroppo, ha cominciato a prendersi cura soprattutto di se stessa. È un errore molto comune.»
«E il signor Oliver?» domandò Violet, con un filo di voce. «È stato cattivo anche lui. Li ha murati in soffitta.»
«Il signor Oliver ha fatto ordine in casa sua. È diverso.»
Violet ci pensò su e decise che, per il momento, la spiegazione poteva bastare.
«Che cos’è un club sandwich?» chiese Pippa, che della storia aveva ricordato soprattutto quello.
«Un panino a più piani, con il pollo, il bacon, la lattuga e il pomodoro. Molto inglese.»
«Perché l’ha mangiato proprio dopo?»
«Perché dopo una giornata faticosa viene appetito a tutti, amore mio», rispose la nonna, e le porse un biscotto. «Te ne accorgerai anche tu, quando sarai grande.»
Rose aveva ancora la fronte aggrottata.
«Nonnina, tu hai mai murato qualcuno?»
«Che domande, Rose. La nonna non saprebbe nemmeno tenere in mano una cazzuola.» Melody si lisciò la gonna sulle ginocchia. «E poi le soffitte sono umide. Non si fanno queste cose in una casa per bene.»
Le bambine risero. Fuori il vento soffiava contro le finestre e faceva tremare le fiamme del camino.
Nonnina Melody riaprì il libro rosso.
«Questa sera conoscerete un’infermiera. Si chiamava Angelica, che è un nome bellissimo, e aveva le mani più delicate d’Inghilterra. Sapeva calmare i malati con la sola voce. E amava moltissimo i fiori.»
«Anche a me piacciono i fiori!» esclamò Violet.
«Allora questa storia ti piacerà moltissimo, tesoro. Ma promettimi una cosa: non toccare mai i fiori che non conosci.»
«Perché?»
«Perché i fiori più belli, qualche volta, sono anche i più permalosi.»
Violet promise. La nonna si sistemò gli occhiali e cominciò.
Il giardino di Fairview Hall
Secondo racconto
Angelica Fiori non era un’infermiera comune. Aveva mani delicate, una voce rassicurante che sapeva infondere pace ai malati più gravi e un curriculum impeccabile, che l’aveva portata a lavorare nelle case più nobili d’Europa. Ma dietro quell’aria professionale e compassionevole si celava una mente fredda e calcolatrice, mossa da una sola ambizione: la ricchezza.
Prima di arrivare in Inghilterra, Angelica aveva prestato servizio presso un’anziana contessa del Bellunese. Un giorno, mentre camminava da sola lungo i sentieri scoscesi della montagna in cerca di mazze di tamburo, si era imbattuta in una distesa di piante selvatiche dai vivaci fiori blu: Aconitum napellus, l’aconito, che i montanari chiamano “ammazzamucca”. Ne aveva studiato le proprietà nei vecchi trattati di botanica medica: un veleno potente e insidioso, capace di imitare alla perfezione un infarto fulminante.
La contessa, immensamente grata per le sue cure premurose, le regalò un antico cofanetto colmo di gioielli di famiglia. La mattina seguente la nobildonna fu stroncata da un improvviso attacco di cuore.
Con il cofanetto nascosto fra i bagagli, Angelica partì immediatamente per Londra, dove si iscrisse a un’agenzia esclusiva di personale sanitario per famiglie altolocate. A rispondere al suo annuncio fu Archie Beresford, un aristocratico facoltoso che cercava un’assistente fidata per la giovane moglie, Lady Elisabeth Margaret Alexandra Collinwood Beresford, costretta a letto da una misteriosa e debilitante malattia.
Bastarono pochi mesi a Fairview Hall, la splendida tenuta isolata nel Surrey, perché Lady Elisabeth cedesse al “male incurabile” orchestrato da Angelica: un infarto improvviso e silenzioso, certificato senza alcun dubbio dai medici del luogo. Rimasto vedovo, Archie Beresford trovò conforto fra le braccia dell’infermiera, che divenne in breve tempo la sua amante, la sua segretaria e la padrona occulta della villa.
Ma Angelica giocava su più tavoli. Sotto lo sguardo distratto del padrone di casa aveva intrecciato una relazione clandestina con il giovane e aitante giardiniere, Oliver Owtram. Con lui, e con la complicità della cameriera Betsy Cameron, aveva aperto in segreto un conto all’estero, pronta a svuotare l’intero patrimonio di Archie prima di sbarazzarsi anche di lui.
Fu Oliver, su sua richiesta, a piantare l’aconito lungo il viale d’ingresso. «Sono fiori di montagna, caro», aveva detto Angelica ad Archie. «Mi ricordano casa.» E Archie, che di fiori non capiva nulla, li aveva trovati deliziosi.
La notte del colpo finale, dopo che il povero Archie ebbe bevuto la sua ultima tisana, corretta con l’infuso di aconito, Angelica scese festosa nella grande cucina di pietra per brindare con Oliver. Fu allora che si consumò il tradimento. Oliver le porse un calice di champagne scintillante, corretto con l’ultima goccia di veleno rimasta.
Il calice le cadde di mano e si frantumò sul pavimento. Angelica si portò le mani alla gola: un formicolio di fuoco le invase la bocca e la lingua, i muscoli si contrassero in crampi atroci e un dolore lancinante le trafisse il petto. Mentre soffocava sul pavimento gelido, fissando lo sguardo indifferente di Oliver, capì di essere stata battuta al suo stesso gioco.
Mentre Angelica esalava l’ultimo respiro, Oliver Owtram e Betsy Cameron svuotarono le casseforti e fuggirono nella notte, diretti verso un paese lontano, privo di trattati di estradizione, portando con sé l’intera fortuna insanguinata.
Anni dopo, Fairview Hall, rimasta a lungo avvolta nel silenzio e nelle dicerie del paese, fu finalmente messa in vendita. La comprò una giovane e ricca coppia in cerca di una dimora da favola.
I due si innamorarono all’istante del lungo viale fiabesco, fitto di fiori blu, che costeggiava il vialetto d’ingresso: un tappeto di colori intensi che sembrava accoglierli e accompagnarli verso la casa dei loro sogni e il loro radioso futuro.
Ignoravano quale segreto custodisse quella terra. E quanto quel giardino potesse essere, in fondo, straordinariamente inquietante.
La terza sera
Una scatola di cioccolatini
«E la coppia giovane?» domandò Violet, ancora prima di sedersi. «Che cosa è successo alla coppia giovane, nonnina?»
«Il libro non lo dice, tesoro.»
«Ma è morta?»
«I libri educati non dicono tutto», rispose nonnina Melody. «Lasciano qualcosa da immaginare a chi legge. È una forma di cortesia.»
Violet rimase a bocca aperta. Aveva passato la giornata a guardare con sospetto i vasi di fiori della serra, e il giardiniere, quella mattina, l’aveva sorpresa a fissare un’aiuola di giacinti con l’aria di un ispettore di polizia.
Rose, invece, aveva fatto i conti.
«Nonnina, nella storia di ieri c’era un Oliver che vinceva. E anche in quella di stasera c’era un Oliver che vinceva.»
«È vero.»
«Allora gli Oliver vincono sempre?»
«Gli Oliver, nei racconti inglesi, sono come le ciliegie, cara: uno tira l’altro. Ma non hanno niente di speciale. Vince semplicemente chi si alza per ultimo da tavola.»
Rose scrisse la frase su un quadernetto. Teneva un quadernetto per le frasi della nonna.
In quel momento entrò la cameriera con un vassoio d’argento, e sul vassoio c’era una scatola di cioccolatini avvolti in carta dorata.
Pippa batté le manine. Poi si fermò, con la mano a mezz’aria.
«Nonnina… sono buoni?»
«Buonissimi.»
«Non sono di quelli… con i fiori blu?»
Nonnina Melody rise, una risata argentina da ragazzina.
«Ma no, tesoro. Mangiate pure. Questi li ha fatti la cuoca.» Fece una piccola pausa, osservando la scatola. «Credo.»
Le tre bambine si guardarono. Poi Pippa, che fra la paura e la gola sceglieva sempre la gola, prese un cioccolatino, lo scartò e se lo mise in bocca. Le sorelle la fissarono per un lungo istante.
Pippa masticò, deglutì e sorrise.
«È al caramello!»
Anche Rose e Violet allungarono la mano.
«Vedete?» disse la nonna. «Bisogna sempre fidarsi delle persone che vi vogliono bene. E poi stasera la storia parla proprio di cioccolatini. Mi sembrava giusto creare un po’ di atmosfera.»
Aprì il libro rosso.
«È la storia di una nonna.»
«Come te?»
«Oh, no, tesoro. Lei era un’artista: una grande diva del varietà, con le piume, le paillettes e gli applausi. Io sono soltanto una vecchia signora che ama la buona educazione.» Sorrise. «Questa nonna aveva dei nipoti molto affettuosi. Così affettuosi che non vedevano l’ora di vederla sistemata in una bella casa di riposo, lontano dalla sua villa.»
Le tre sorelle smisero di masticare.
«E questo, amori miei, è il primo insegnamento della storia di stasera», disse nonnina Melody con la sua voce più dolce. «Le nonne non si mandano via. Mai.»
«No, nonnina», risposero in coro.
«Brave.»
E cominciò a leggere.
L’ultimo cioccolatino
Terzo racconto
Atto primo — La prima donna di “Oltre l’Arcobaleno”
I nipoti erano raggianti. Avevano recitato la loro parte con la precisione di attori consumati: sorrisi larghi, pacche sulle spalle, parole dolci e mielose cucite su misura per convincerla.
«Non puoi restare qui da sola, nonna. Questa villa è troppo grande. Ti serve un posto dove non ti manchi nulla e dove tu possa essere felice: una residenza per anziani di lusso, moderna, curata in ogni dettaglio.»
Glielo avevano ripetuto per giorni, con la fretta negli occhi e l’atto del notaio già pronto nel cassetto, impazienti di mettere le mani sulla storica tenuta di famiglia.
Nonna Flora, un tempo acclamata diva del varietà e della rivista, li aveva ascoltati con lo sguardo umido di chi si lascia amorevolmente guidare. Aveva annuito, si era stretta lo scialle di lana sulle spalle e aveva accettato di buon grado il trasferimento. Ciò che i nipoti non sapevano, accecati com’erano dalla brama di possesso e convinti di essersi liberati di un ingombrante cimelio di famiglia, era che Flora aveva giocato d’anticipo. Qualche settimana prima, in silenzio, aveva venduto la nuda proprietà della villa a un acquirente misterioso, intascando una somma principesca e lasciando ai nipoti soltanto l’illusione di un bottino imminente.
Mentre loro caricavano le valigie nel bagagliaio, Flora si attardò un momento. Con la grazia felina di una prima donna che si prepara a calcare il palcoscenico per l’ultima, trionfale tournée, uscì dalla porta sul retro, entrò nella serra e infilò nella borsa da viaggio alcuni flaconi ben etichettati di potenti anticrittogamici e di fertilizzanti chimici altamente tossici. In fondo, le piante avevano bisogno di cure speciali… ma il giardino umano di Oltre l’Arcobaleno ne richiedeva di ben altre.
L’arrivo alla casa di cura fu un trionfo. Accolta dalle infermiere come una dolce nonnina bisognosa d’affetto, Flora prese possesso della sua camera con un inchino che nessuno vide. I nipoti, tornati a casa convinti di fare il loro ingresso trionfale nella villa, scoprirono l’amara verità: la casa apparteneva ormai ad altri e a loro, come beffarda ciliegina sulla torta, restava intestata per intero la retta mensile di Nonna Flora in quella clinica di lusso sfrenato. Un debito mostruoso, puntuale e senza fine.
Ma il peggio, per gli ospiti di Oltre l’Arcobaleno, doveva ancora cominciare. Perché per Flora lo spettacolo era appena iniziato, e i cioccolatini nel cassetto non aspettavano altro che di essere distribuiti con un sorriso da palcoscenico.
Atto secondo — Il cassetto e il sasso
All’interno di Oltre l’Arcobaleno la vita scorreva lenta, fra corridoi profumati di cera, tintinnii di carrelli portavivande e il fruscio stanco delle vecchie riviste. Per le altre ospiti Nonna Flora era una benedizione: una compagna elegante e composta, capace di ascoltare i racconti di una vita intera con la grazia di chi su un palcoscenico c’era nata.
Ma dietro quel sorriso benevolo e quei capelli candidi, la mente dell’ex diva lavorava senza sosta, calcolando tempi e dosi con la precisione di un direttore d’orchestra. Il primo cioccolatino fondente, farcito con cura sartoriale con i cristalli prelevati dalla serra di casa, fu offerto alla signora Adele in un pomeriggio di pioggia.
«Prendete, mia cara: vi aiuterà a sciogliere questo nodo al cuore», le sussurrò Flora con voce suadente, porgendole il dolcetto avvolto nella carta dorata.
Adele lo addentò, grata, e si sentì finalmente libera da ogni peso. Il sipario, per lei, calò in silenzio prima ancora del tramonto.
Tutto filava liscio come l’olio, finché la signora Clara, un’anziana ospite scaltra e diffidente che aveva adocchiato i movimenti di Flora, decise di fare la finta tonta. Accettò il cioccolatino con un sorriso di circostanza ma, appena Flora le voltò le spalle, lo nascose in fondo al cassetto del comodino, senza toccarlo.
Il giorno dopo, vedendo Clara ancora pimpante, arzilla e intenta a chiacchierare nel salone, Flora rimase di sasso. Un’ombra di smarrimento le attraversò la mente: com’è possibile? Eppure la dose era calcolata al milligrammo…
Ma il peggio, o forse il capolavoro della messinscena, accadde quello stesso pomeriggio. In visita alla clinica arrivò la giovane nipote di Clara, una ragazza solare e ignara di tutto. Cercando una caramella nella stanza della nonna, aprì quel cassetto, vide il cioccolatino dorato e, pensando a un piccolo omaggio, se lo mise in bocca con disinvoltura.
Bastarono pochi minuti. Sotto gli occhi impotenti dei presenti, fra le urla, la ragazza si accasciò, e il caos esplose nei corridoi di Oltre l’Arcobaleno.
La polizia arrivò a sirene spiegate. La clinica piombò nel terrore.
Nonna Flora, fingendosi terrorizzata all’idea di diventare la prossima vittima del demone che si nascondeva fra quelle mura, giocò d’anticipo. Corse dall’ispettore giurando di essere in pericolo di vita e gli consegnò la sua scatola di cioccolatini come prova, raccontando che era il regalo di una delle ospiti defunte. Un depistaggio magistrale, che spostò immediatamente i sospetti sui parenti delle vittime.
Ma Nonna Flora non amava lasciare fili sciolti. Per blindare la sua posizione di “vittima designata” e godersi lo spettacolo da prima attrice, quella stessa notte orchestrò il colpo di teatro. Un sasso mandò in frantumi la vetrata della sua stanza e piombò sul pavimento con un tonfo secco. Legato alla pietra, un biglietto scritto in un inglese maccheronico e minaccioso:
“Murder you next.”
La mattina dopo Nonna Flora sedeva davanti agli inquirenti con lo scialle di lana stretto intorno alle spalle, tremante, gli occhi lucidi e lo sguardo atterrito di chi teme per la propria vita. I giornali locali gridavano allo scandalo, i nipoti cercavano disperatamente il denaro per pagare la retta mostruosa della clinica e lei, dall’alto del suo camerino improvvisato, si godeva l’ovazione di un pubblico che non aveva la minima idea di chi fosse il vero regista dello spettacolo.
Atto terzo — La suorina
Mentre la polizia brancolava nel buio, abilmente depistata da quel sasso e da quel biglietto in inglese che la stessa Nonna Flora aveva fatto arrivare alla sua finestra, negli uffici della questura c’era un giovane poliziotto che non aveva creduto a una sola parola della messinscena.
Mentre tutti cercavano il colpevole fra i parenti disperati, lui stava chino sulla scrivania, sepolto da vecchie cartelle cliniche, registri catastali e alberi genealogici. Con la matita rossa in mano aveva cominciato a incrociare i dati sulla famiglia di Nonna Flora. Ne usciva una serie impressionante di dipartite improvvise, tutte, nel corso degli anni, misteriosamente legate a lei. Il cerchio si stava stringendo, inesorabile.
La stanchezza cominciava a farsi sentire. La stanza era immersa nel silenzio, rotto soltanto dal ticchettio dell’orologio a muro, mentre il poliziotto continuava a sottolineare date e nomi.
Poi, un leggero bussare alla porta.
Un passo ovattato, lieve come quello di un’infermiera modello. Dalla penombra del corridoio spuntò una dolcissima suorina, con il viso incorniciato dalla cuffia bianca e un sorriso angelico e rassicurante sulle labbra.
«Povero ragazzo, lavora troppo… Si prenda un momento per sé», mormorò con una voce dolce, quasi musicale, e posò delicatamente sulla scrivania, proprio sopra i fascicoli dell’indagine, una bella tazza fumante di cioccolata calda.
Il poliziotto alzò lo sguardo, sorpreso da tanta gentilezza, mentre la suorina faceva un piccolo inchino e si ritirava all’indietro, con la grazia di una prima attrice che ha appena pronunciato la sua ultima battuta.
Il sipario, nel silenzio della notte, stava per calare.
Atto quarto — L’ultimo inchino
Il giovane poliziotto rimase immobile per qualche istante, con lo sguardo diviso fra le prove schiaccianti appena scoperte nei registri e la tazza invitante, che emanava un denso profumo di cacao e di mandorla amara.
Un brivido freddo gli corse lungo la schiena: non di paura, ma di illuminazione. Quella dolce suorina che aveva appena lasciato la stanza non esisteva in nessun registro della diocesi. Era l’ennesimo travestimento, un numero di varietà interpretato magistralmente dall’ex diva. Il suo palcoscenico non aveva più confini: la casa di cura e la questura erano diventate un unico, immenso teatro.
Con un sorriso amaro, il giovane spinse lontano la tazza senza berne un sorso e afferrò la cornetta del telefono per ordinare l’arresto immediato. Ma in quel preciso momento lo raggiunse una chiamata urgente dalla centrale.
La notizia arrivò come una sassata: Nonna Flora non era più nella sua camera a Oltre l’Arcobaleno.
Gli agenti accorsi trovarono il letto rifatto alla perfezione, un mazzo di rose rosse sul comodino e, appoggiato allo specchio del bagno, un biglietto scritto in un corsivo elegante e teatrale:
«Il sipario cala sempre quando lo spettacolo è al culmine. Grazie per gli applausi. Vostra, Flora.»
I nipoti, intanto, si videro recapitare l’ennesima raccomandata. Non soltanto la clinica pretendeva il saldo immediato della retta, ma il misterioso acquirente della nuda proprietà della villa si presentò con l’ufficiale giudiziario per sfrattarli definitivamente. Senza casa, sommersi dai debiti e con una nonna fantasma svanita nel nulla, capirono troppo tardi di essere stati soltanto comparse in una tragedia scritta da una mano formidabile.
E Flora? Di lei si persero le tracce. C’è chi giura di averla vista in un teatro di provincia, e chi su un transatlantico diretto verso mete lontane: un’anziana signora con un cappello a tesa larga e un baule pieno di fertilizzanti, già intenta a studiare il copione del suo prossimo, impeccabile debutto.
Ma la verità, come sempre, era più elegante delle dicerie.
Nonna Flora sapeva perfettamente quando è il momento di calare il sipario. Niente fughe vigliacche, niente nascondigli squallidi. Scelse una lussuosa suite in un grande albergo, indossò il suo abito di scena più sfolgorante e prezioso, quello dei giorni di gloria, ricamato di paillettes e di lustrini che scintillavano alla luce soffusa dei lampadari, e si distese sul letto come una regina sul proprio catafalco.
E lì, con la grazia regale che l’aveva sempre contraddistinta, si concesse l’ultimo cioccolatino.
Quarto e ultimo atto, firmato con lo stile inconfondibile del cianuro e del borotalco.
La quarta sera
Una bambina con le trecce
Quella sera nevicava così fitto che dal salotto non si vedeva più il cancello. Le nipotine arrivarono di corsa, con le pantofole che scivolavano sul parquet dell’ingresso.
«Si è mangiata l’ultimo cioccolatino da sola!» esclamò Violet, come se la notizia fosse arrivata in quel momento con il giornale del mattino. «Con il vestito di paillettes!»
«Era una vera signora», disse nonnina Melody. «Sapeva uscire di scena. È un’arte che si sta perdendo.»
«Però è stata un po’ pasticciona», osservò Rose, che aveva consultato il suo quadernetto. «Ha lasciato un cioccolatino nel cassetto di un’altra. E così è morta la ragazza sbagliata.»
Nonnina Melody la guardò con un’espressione nuova, quasi di rispetto.
«Hai perfettamente ragione, tesoro. La signora Flora aveva molto talento, ma si fidava troppo degli altri. Le cose importanti bisogna sempre farle di persona, e riordinare tutto prima di andare a dormire.»
«Anche i giocattoli?» domandò Pippa.
«Soprattutto i giocattoli.»
Violet, intanto, si era rannicchiata sul cuscino.
«Nonnina, la cosa che mi ha fatto più paura è la suorina. Quella con la cioccolata calda.»
«Ah, le suore», sospirò Melody. «Le suore ispirano sempre fiducia. Nessuno chiude la porta in faccia a una suora. Lo vedrete anche stasera.»
«Ci sarà un’altra suora?»
«In un certo senso.»
La nonna aprì il libro rosso alla pagina segnata con un nastrino di raso.
«Questa sera la storia è ambientata in una casa di cura molto elegante, qui nel Surrey, a poche miglia da Aspen House. La dirigevano tre cugine molto brave nel loro lavoro, molto ordinate e molto puntuali.»
«Samaritane?»
«Le più samaritane di tutte, tesoro. Si occupavano di vecchi signori ricchi e li accompagnavano con grande dolcezza verso la fine del loro viaggio.» Fece una pausa. «Ma la storia comincia con una bambina. Una bambina di sei anni, con due trecce perfette e gli occhi chiari. Molto, molto intelligente.»
«Come me!» disse Pippa.
Nonnina Melody la guardò a lungo, al di sopra degli occhiali.
«Speriamo un pochino meno, amore mio.»
Rose rise. Violet no. Fuori, nella neve, passò un’automobile con i fari accesi, e la sua luce scivolò per un istante sulle pareti del salotto, sui ritratti degli antenati, sul sorriso della nonna.
«C’era una volta», lesse Melody, «un pomeriggio insolitamente silenzioso…»
Candore criminale
Quarto racconto · Haven House
Il candore
Il pomeriggio era insolitamente silenzioso, rotto soltanto dal respiro regolare del neonato attaccato al seno materno. La stanza profumava di borotalco e di latte tiepido. La madre sorrideva, con gli occhi socchiusi per la stanchezza, e accarezzava la testolina rada del secondogenito.
Dall’angolo della stanza, immobile accanto alla finestra, Chloe osservava la scena. Aveva sei anni, i capelli raccolti in due trecce perfette e grandi occhi chiari che non sbattevano quasi mai.
«Mamma?» La voce di Chloe era un filo di seta sottile.
«Dimmi, tesoro», rispose la madre, senza distogliere lo sguardo dal piccolo.
«Quando saremo grandi… dovrò dividere con lui la mia eredità?»
La madre si irrigidì. Il sorriso le svanì dalle labbra, sostituito da un gelo improvviso che sembrava colare dalle pareti. Abbassò lo sguardo sulla primogenita, cercando nei suoi occhi la traccia di uno scherzo, di una sciocchezza infantile. Non trovò nulla. Soltanto una calma piatta, geometrica.
«Perché mi fai questa domanda, Chloe?» chiese, stringendo d’istinto il neonato a sé.
Chloe tese le labbra in un sorriso lieve, quasi impercettibile, e fece un passo indietro, verso i suoi giocattoli.
«Niente. Solo per sapere.»
Da quel pomeriggio la porta della cameretta non rimase mai più socchiusa, e il bambino fu sorvegliato a vista, giorno e notte, come se un predatore invisibile camminasse sui tappeti di casa.
Capitolo primo — Il patto del Surrey
Il Surrey non era soltanto una contea: era un club privato per persone che possedevano troppe cose e troppo poco tempo. Fra colline bagnate da una pioggia perenne e viali alberati sorgeva Haven House, una grandiosa dimora vittoriana trasformata in una casa di cura esclusiva. Lì dentro l’odore della vecchiaia veniva coperto dal profumo di una costosa cera per pavimenti e dagli infusi di lavanda.
La struttura era un meccanismo perfetto, gestito da tre cugine.
Imogen, la direttrice, era l’eleganza fatta persona: tailleur impeccabili, voce ferma e un talento innato per rassicurare le famiglie più facoltose di Londra.
Tabitha, la mente scientifica, si muoveva fra il laboratorio e la stanza dei farmaci, con gli occhi perennemente nascosti dietro occhiali sottili, attentissima ai dosaggi e alle cartelle cliniche.
Eleanor, infine, sedeva dietro una scrivania di mogano e si occupava dei conti, dei contratti e delle quote.
Il loro modello d’affari era tanto semplice quanto spietato. I parenti degli anziani, stanchi di aspettare che la natura facesse il suo corso per incassare il patrimonio di famiglia, stringevano con loro un accordo verbale. Le cugine garantivano una “morte programmata”: un passaggio dolce e del tutto insospettabile, registrato come arresto cardiaco naturale. In cambio Eleanor tratteneva una percentuale fissa e sostanziosa dell’eredità, non appena i testamenti venivano eseguiti.
Tutto funzionava a meraviglia. Finché l’avidità dei vivi non superò la pazienza delle cugine.
Capitolo secondo — Le strisce sul tetto
Due dei parenti complici, freschi di eredità dopo il decesso dei rispettivi zii, avevano cominciato a fare i furbi. Telefonate senza risposta, scuse sui tempi delle banche, velate minacce di rivelare i retroscena della clinica.
Imogen non amava le trattative lunghe.
«Se non rispettano i patti, dobbiamo spiegare loro le regole», disse una sera, davanti a un tè scuro. «E dobbiamo farlo lontano da qui.»
Il piano fu eseguito con precisione militare. Il parco auto della clinica comprendeva una vecchia Morris nera d’epoca: un’automobile magnifica, comune fra i collezionisti del Surrey, perfetta per non dare nell’occhio. Prima di partire, Tabitha applicò sul tetto due vistose strisce adesive, una arancione e una azzurra, e sostituì le targhe con due riproduzioni false.
Il primo bersaglio fu colpito un martedì sera. L’uomo camminava lungo un viale poco illuminato, distratto dal suo cane che annusava un cespuglio. La Morris nera accostò silenziosa sul ciglio della strada. La portiera posteriore si aprì di pochi centimetri; una figura scura scivolò fuori, tese il braccio e gli piantò una siringa nel collo.
Un secondo appena. Il liquido preparato da Tabitha agì all’istante, bloccando il respiro. L’uomo si accasciò a terra come colpito da un infarto fulminante. La portiera si richiuse e la Morris ripartì, scomparendo nella nebbia.
Tre giorni dopo la stessa scena si ripeté identica in un altro quartiere, con il secondo parente moroso, sorpreso anche lui di sera mentre portava fuori il cane.
Subito dopo ogni colpo la Morris deviava in un sentiero isolato fra i boschi. In meno di tre minuti Imogen ed Eleanor staccavano le strisce dal tetto e rimettevano le targhe originali. Chiunque avesse visto qualcosa avrebbe parlato alla polizia di una “Morris con le strisce colorate”. Quella che rientrava a Haven House, invece, era soltanto un’auto d’epoca nera, lucida e impeccabile, al di sopra di ogni sospetto.
Gli altri clienti capirono il messaggio senza bisogno di parole. I pagamenti ripresero la mattina seguente, regolari come il battito di un orologio.
Capitolo terzo — Il gioco del bar
Il problema si presentò tre settimane più tardi, durante un sopralluogo di routine della polizia nei dintorni della clinica. Un detective inspector di nome Campbell stava interrogando alcuni abitanti della zona a proposito di una vecchia segnalazione. Imogen si trovava poco distante, vestita con un sobrio abito da suora laica per una delle sue visite di beneficenza al villaggio.
Una bambina con le trecce, che passava di lì per mano alla madre, si fermò di colpo. Era Chloe. Indicò Imogen con il dito e, guardando il poliziotto, esclamò:
«Ma tu non sei la suora? Ti ho vista l’altra sera, vicino alla macchina nera!»
L’ispettore Campbell si voltò di scatto, con l’istinto investigativo improvvisamente all’erta. Fissò Imogen stringendo gli occhi. La trappola stava per scattare.
Imogen non batté ciglio. Sostenne lo sguardo del poliziotto con una calma celestiale, sorrise appena e disse con voce ferma e calda:
«Di epiteti me ne hanno dati tanti, nella vita, ispettore, ma questo è decisamente nuovo. Anche perché, devo ammetterlo, ho altre piccole debolezze…»
Mentre pronunciava le ultime parole, il suo sguardo magnetico scese con calcolata lentezza e si posò sul basso ventre dell’ispettore. Fu questione di un secondo: un aggancio psicologico spietato.
L’orgoglio maschile di Campbell, punto sul vivo da quella promessa silenziosa e da tanta audacia, andò in cortocircuito. Il cervello del detective cancellò all’istante la bambina, le indagini e il Surrey intero. Il maschio prese il sopravvento sul poliziotto.
«Certo… capisco», tossicchiò Campbell, raddrizzando la schiena e aggiustandosi la giacca. Poi si rivolse alla madre della piccola: «Può andare, signora, qui abbiamo finito. Devo approfondire alcuni dettagli in privato con la signora.»
Allontanata la bambina, sfoderò il suo sorriso migliore.
«C’è un bar qui all’angolo. Che ne dice se andiamo a parlarne lì, con più calma?»
Imogen inclinò la testa, perfettamente collaborativa.
«Mi sembra un’ottima idea, ispettore.»
Capitolo quarto — Il bacio e il sandwich
Al bancone del bar l’ispettore Campbell faceva il galletto. Raccontava delle sue indagini importanti, delle sue brillanti intuizioni, e si sporgeva verso di lei per mostrare il profilo migliore. Imogen ascoltava, annuiva e sorrideva, e intanto aveva appoggiato la borsa di pelle sul bancone, a pochi centimetri dal gomito del poliziotto.
Se Campbell avesse allungato la mano e aperto quella cerniera, avrebbe trovato, adagiata su un panno di velluto, una siringa sterile. E sulla siringa un’etichetta con un nome scritto a penna: D.I. Campbell. Lui credeva di condurre il gioco; in realtà era entrato di sua spontanea volontà nel mattatoio.
Quando uscirono dal bar era già buio. La strada era deserta, avvolta nella tipica umidità del Surrey. Campbell, convinto di aver fatto colpo e di poter concludere la serata a modo suo, si fermò sotto un lampione, le prese le mani e si chinò per baciarla.
Imogen rispose al bacio. Lo tenne stretto, immobile, e con una mano dietro la nuca gli fece reclinare la testa, lasciandogli il collo scoperto. Campbell chiuse gli occhi, assaporando quella che credeva una conquista.
Nel silenzio della notte, lo stridio di pneumatici che frenavano sul selciato fu l’unico avvertimento. La portiera della Morris nera si spalancò prima ancora che l’auto fosse ferma. Eleanor scivolò fuori dall’abitacolo come un’ombra. La siringa trovò il collo di Campbell con la precisione di un ago da ricamo.
L’ispettore sgranò gli occhi; il bacio si spezzò. Cercò di parlare, ma le gambe gli cedettero all’istante. Crollò sul marciapiede, mentre Imogen si ripuliva le labbra con un fazzoletto di stoffa e lo guardava dall’alto, senza la minima emozione.
Caricarono il corpo nel bagagliaio, senza fretta.
«Ottimo lavoro», disse Eleanor, mettendosi alla guida.
«Ho una fame tremenda», rispose Imogen, salendo dalla parte del passeggero. «Fermiamoci in quel pub sulla statale, prima di rientrare. Ho voglia di un club sandwich e di una birra media.»
La Morris nera si allontanò nella notte, mentre le due cugine discutevano della qualità del pane tostato del locale.
Capitolo quinto — Il premio di Brighton
Mentre nel Surrey la polizia cercava disperatamente di far luce sulla misteriosa scomparsa dell’ispettore Campbell, a poco più di un’ora di strada il destino tesseva la sua tela. Chloe era partita con la scuola per Brighton. Con il mare d’autunno sullo sfondo e le grida dei gabbiani, sembrava una scolara come tutte le altre; ma la sua mente continuava a registrare e a rielaborare ogni immagine del passato.
Per la festa di fine anno le maestre avevano organizzato una grande mostra di disegni nel salone principale. Il tema era libero, purché ispirato alle buone azioni e ai valori della solidarietà.
Il giorno della premiazione, fra palloncini colorati e genitori orgogliosi vestiti a festa, i disegni dei bambini tappezzavano le pareti di legno della scuola. C’erano i soliti gattini salvati dagli alberi, casette colorate, famiglie che si tenevano per mano. E poi c’era il disegno di Chloe.
Il foglio era colorato con una precisione geometrica sorprendente per una bambina della sua età. Al centro, sotto la luce di un lampione tratteggiato a pastello giallo, si vedeva una figura vestita da suora, con il volto sereno, quasi angelico. Con un braccio sorreggeva un anziano signore, che aveva un cagnolino ai piedi; con l’altra mano, in un gesto incredibilmente fluido, gli spingeva una siringa nel collo. In un angolo del foglio Chloe aveva disegnato una vecchia automobile nera con due vistose strisce colorate sul tetto.
Il vicario della parrocchia e la direttrice della scuola si fermarono davanti al disegno, commossi.
«Guardi che meraviglia», sussurrò il vicario, passandosi una mano sul mento. «La purezza di questa bambina è sconvolgente. Ha colto l’essenza stessa del soccorso: una suora che, con amorevole cura, somministra una medicina a un povero vecchio colto da malore per la strada. Questo è il vero significato della pietà.»
Le maestre annuirono, con le lacrime agli occhi. Nessuno notò la Morris nera sullo sfondo. Nessuno interpretò la testa reclinata del vecchio come un rantolo di morte. Per tutti quel delitto perfetto era la più alta espressione del bene.
Il disegno di Chloe vinse il primo premio. La bambina salì sul palco con le sue trecce perfette, strinse la mano al vicario e ritirò il Premio per la Carità Cristiana, posando per i fotografi locali con un sorriso candido e impenetrabile.
Il giorno dopo la foto di Chloe, orgogliosa, con il disegno fra le mani, finì in prima pagina sulla Brighton & Hove Gazette.
Quando il giornale arrivò sul tavolo della cucina di Haven House, Imogen posò lentamente la tazza sul piattino e fissò la pagina. Tabitha si sporse oltre la sua spalla, con gli occhi sgranati dietro le lenti sottili. La Morris con le strisce sul tetto era lì, stampata in bianco e nero, e accanto c’era il volto della bambina del villaggio. Il loro segreto era diventato di dominio pubblico, trasformato in un manifesto di santità.
Epilogo — Il passaggio di consegne
Gli anni nel Surrey passarono avvolti nella nebbia di sempre, ma per Imogen, Tabitha ed Eleanor non ci fu più una notte davvero tranquilla. Il disegno di Brighton non aveva portato la polizia alla loro porta, perché l’ingenuità del mondo aveva protetto il loro segreto; ma aveva lasciato una certezza. Là fuori c’era qualcuno che sapeva. Qualcuno che stava crescendo.
Il giorno del suo venticinquesimo compleanno, con una laurea in farmacologia fresca d’inchiostro, Chloe si presentò di buon’ora ai cancelli di Haven House. Non era più la bambina con le trecce, ma una giovane donna dall’eleganza affilata, con gli stessi occhi chiari che non sbattevano mai. Sotto il braccio stringeva un pacco piatto, incartato con cura.
Imogen la ricevette nel suo studio privato, nell’aria tesa come una corda di violino. Tabitha ed Eleanor comparvero sulla porta pochi istanti dopo, in silenzio.
«Siete invecchiate bene, cugine», disse Chloe, sedendosi sulla poltrona di pelle senza aspettare di essere invitata.
«Che cosa vuoi, Chloe?» Imogen andò dritta al punto, intrecciando le mani sulla scrivania.
Chloe sorrise, lo stesso sorriso candido di quando aveva sei anni.
«Voglio soltanto rassicurarvi. So esattamente che cosa fate qui. E so che cosa avete fatto all’ispettore Campbell. Ho scritto ogni dettaglio, ogni data, ogni modalità in un quaderno. È sigillato, al sicuro, custodito da un sacerdote di mia fiducia. Se mi dovesse succedere qualcosa, o se dovessi sparire, quel quaderno finirebbe dritto alla polizia.»
Eleanor fece un passo avanti, pallida, ma Chloe la fermò con un cenno della mano.
«Non agitatevi. Il mio è un investimento, non una minaccia. Il sacerdote sa che, finché io sto bene, il sigillo non si tocca. E adesso possiamo continuare a vivere in serenità. Anzi: in affari.»
Imogen fissò la ragazza a lungo. Nella sua mente calcolatrice la rabbia lasciò il posto a una mostruosa forma di ammirazione. Quella giovane donna era della loro stessa stoffa, ma con un talento superiore per la pianificazione. Le aveva battute tutte e tre quando ancora giocava con le bambole.
Un mezzo sorriso le comparve sulle labbra. Si voltò verso Tabitha ed Eleanor, che annuirono impercettibilmente.
«C’è un posto per te qui, Chloe», disse Imogen, rilassando le spalle. «Come nostra collaboratrice. Abbiamo bisogno di menti come la tua.»
«Consideratemi già parte dello staff», rispose Chloe.
Si alzò, prese il pacco e strappò con garbo la carta elegante. Era un quadretto con la cornice d’argento. All’interno, disposte su un fondo di velluto nero con la precisione di una bacheca da entomologo, c’erano tre siringhe identiche, lucide e letali. Un ago per ogni cugina.
Chloe lo appese con cura al chiodo dietro la scrivania di Imogen, si sistemò la giacca e si voltò verso di loro con un sorriso radioso.
«Così vi ricorderete di me ogni mattina. Bene, adesso vado. Sono venuta in bicicletta.»
Si avviò verso la porta, poi si fermò di colpo, come se si fosse ricordata di un dettaglio insignificante. Ridacchiò, una risata cristallina, da bambina.
«Ah, sapete… mio fratello è finito in un precipizio con la macchina, dietro una curva. Si erano staccati i tubi dei freni. Una fatalità.»
Fece l’occhiolino alle tre cugine, rimaste pietrificate dietro la scrivania. Poi uscì nel cortile di Haven House, salì in sella e partì leggera lungo il viale alberato del Surrey, suonando allegramente il campanello nella nebbia.
La quinta sera
La storia che non era nel libro
L’ultima sera la neve aveva smesso di cadere. Il parco di Aspen House era bianco e immobile sotto la luna, e nel silenzio si sentiva soltanto il fuoco che parlava piano fra i ceppi.
«Chloe è la più cattiva di tutte», dichiarò Violet, sedendosi. «Le cugine almeno lo facevano per lavoro. Lei no. Lei andava via in bicicletta suonando il campanello!»
«Chloe era una ragazza molto in gamba», disse nonnina Melody, versando il tè. «Ma un po’ vanitosa.»
«Vanitosa?»
«Chi fa le cose per bene non le racconta, tesoro. E soprattutto non le disegna. Quel quaderno, quel quadretto con le siringhe, quella confidenza sul fratello prima di uscire… Tutta scena.» Sospirò, mescolando lo zucchero. «E poi i freni. Che cosa poco originale.»
Rose sollevò gli occhi dal suo quadernetto. Rimase a guardare la nonna per qualche secondo, con la matita ferma a mezz’aria, poi abbassò la testa e scrisse qualcosa. Violet non se ne accorse. Pippa stava contando i biscotti.
«Nonnina», disse Rose dopo un po’, con la voce più piccola del solito, «posso farti una domanda?»
«Ma certo, amore mio.»
«La mamma ha detto che in primavera arriverà un fratellino.»
«Lo so, tesoro. È una notizia meravigliosa.»
«Quando sarà grande…» Rose esitò. «Dovremo dividere tutto con lui? Anche Aspen House?»
Nel salotto scese un silenzio profondo. Il fuoco schioccò fra i ceppi. Violet e Pippa si voltarono verso la sorella, poi verso la nonna.
Nonnina Melody posò la tazza sul piattino, senza il minimo rumore. Allungò una mano e accarezzò lentamente la frangetta di Rose.
«Ecco una domanda che conosco molto bene», disse con dolcezza. «Non si fanno queste domande, tesoro. Si fanno sempre troppo presto, e quasi sempre alla persona sbagliata.»
Rose arrossì fino alle orecchie.
«Scusa, nonnina.»
«Non devi scusarti. Era soltanto per sapere, vero?»
«Sì.»
«Lo immaginavo.»
Poi nonnina Melody fece una cosa che non aveva mai fatto. Chiuse il libro rosso, lo posò sul tavolino accanto alla teiera e si tolse gli occhiali.
«Non leggi?» domandò Pippa, delusa.
«Stasera no. Stasera vi racconto l’ultima storia, e non è nel libro. Questa la so a memoria.»
Le tre sorelle si strinsero l’una all’altra sul tappeto. Violet tirò su le ginocchia sotto la camicia da notte. Pippa, per una volta, dimenticò i biscotti.
«È la storia di una bambina deliziosa», cominciò la nonna. «Bella come un angelo, educatissima, sempre gentile. Diceva sempre “per favore” e “grazie”, e voleva tanto bene alla sua famiglia. Viveva nel Surrey, in una bella villa con il giardino, e aveva un piccolo amico che portava sempre con sé.»
«Come si chiamava?»
«La bambina? Sweety Melody Hall Crown.»
Pippa spalancò gli occhi.
«Ha il tuo stesso nome, nonnina!»
Nonnina Melody sorrise. Era un sorriso dolcissimo, sereno, quasi consapevole.
«È un nome molto comune, tesoro. Nel Surrey, a quei tempi, ce n’erano moltissime.»
Fuori, sotto la luna, il parco di Aspen House era immobile. Una corrente d’aria fredda attraversò il salotto, e Violet si voltò a guardare la finestra.
Era chiusa.
Sweety Melody Hall Crown
Quinto racconto · Una bambina deliziosa
Una storia nera e atroce, raccontata con la leggerezza di un foulard portato via dal vento.
Capitolo primo — La nascita di un angelo
Sweety Melody Hall Crown venne al mondo in una luminosa mattina di primavera, in una famiglia benestante del Surrey, rispettabile e fermamente convinta che l’educazione fosse la più importante delle virtù.
La sua nascita era stata attesa con grande gioia. La camera era piena di fiori, la culla ornata di pizzi, e il padre camminava avanti e indietro senza riuscire a fermarsi, come fanno gli uomini che hanno qualcosa di immenso da festeggiare e nessuna idea di dove mettere le mani.
Quando l’infermiera depose la neonata fra le braccia della madre, entrambi i genitori rimasero senza parole.
Era bellissima. Aveva la pelle delicata come porcellana, un visino perfetto e due occhi straordinariamente attenti.
«Guarda, caro. Sembra proprio un angelo.»
Il padre si chinò per baciarle la fronte. La piccola aprì gli occhi e sorrise: un sorriso dolcissimo, sereno, quasi consapevole.
Nello stesso istante, un brivido gelido percorse la schiena di entrambi.
«Hai sentito anche tu?» domandò la madre.
«Che cosa?»
«Come una corrente d’aria fredda.»
L’uomo controllò la finestra. Era chiusa.
«Sarà l’emozione.»
La bambina continuava a sorridere. E poiché era così bella, nessuno diede importanza all’accaduto.
Fu il primo di molti errori.
Capitolo secondo — Il candelabro Baccarat
A tre anni, Melody era già una creatura deliziosa. Salutava gli ospiti, ringraziava per i regali, non dimenticava mai un «per favore» e aveva imparato a parlare con quella voce soave che fa perdonare molte cose prima ancora che accadano.
Una sera d’estate la madre prendeva il tè nel salotto della villa. Sul grande tavolo troneggiava un magnifico candelabro di cristallo Baccarat, appartenuto alla bisnonna.
Melody si avvicinò con le manine giunte.
«Mammina cara, potrei avere un gelato?»
«No, tesoro. Ne hai già mangiato uno questa mattina.»
Melody sorrise.
«Capisco, mammina.»
Poi si avvicinò al tavolo, prese il candelabro con entrambe le mani e lo scaraventò sul pavimento di marmo.
Il cristallo si frantumò in cento scintille.
Seguì un silenzio così assoluto che si sarebbe potuto udire il rumore di una foglia cadere in giardino.
La madre rimase con la tazza sospesa a mezz’aria.
«Melody! Perché l’hai fatto?»
La bambina osservò i frammenti, inclinò graziosamente la testa e rispose:
«Non lo so, mammina. Forse mi è scivolato.»
«Non devi mai più fare una cosa simile!»
«Certamente, mammina.»
Melody le diede un bacio sulla guancia.
«Ti voglio tanto bene.»
Quella sera la madre raccontò tutto al marito.
«Forse dovremmo insegnarle a controllare le emozioni.»
«Cara, ha soltanto tre anni. E poi è una bambina così dolce.»
Dal corridoio giunse la voce melodiosa della piccola:
«Buonanotte, papino! Buonanotte, mammina!»
La madre ricambiò il saluto, ma continuò a guardare il punto del salotto dove il candelabro non c’era più.
Capitolo terzo — Una questione di eredità
Qualche tempo dopo nacque il fratellino di Melody. La villa si riempì di fiori, doni e parenti entusiasti.
«Che bello, mammina! Adesso avrò qualcuno con cui giocare.»
La madre, commossa, le mostrò il neonato.
«Guarda, tesoro. Dovrai volergli molto bene.»
«Certamente, mammina.»
Melody osservò attentamente il bambino, roseo e addormentato. Poi alzò gli occhi.
«Posso farti una domanda?»
«Ma certo, amore mio.»
«Quando tu e papino non ci sarete più, dovrò dividere l’eredità con lui?»
La madre impallidì.
«Melody! Perché mi fai una domanda simile?»
La bambina sorrise come sempre.
«Niente, mammina. Era soltanto per sapere.»
Si chinò sulla culla e accarezzò delicatamente la manina del fratello.
«Benvenuto in famiglia.»
«Adesso vai a giocare in giardino, tesoro», disse la madre.
«Certamente.»
Melody uscì saltellando, canticchiando una graziosa canzoncina. Da quel giorno, senza saperne spiegare il motivo, la madre cominciò a tenere il neonato costantemente sotto gli occhi.
In fondo, Melody non aveva fatto nulla di male. Aveva soltanto posto una domanda.
Capitolo quarto — Un amico dalla Svizzera
Una delle zie tornò da un viaggio in Svizzera con una valigia piena di cioccolatini, un orologio per il padre e un foulard di seta per la madre.
Per Melody aveva scelto un coltellino svizzero: un piccolo prodigio di metallo con lame, forbicine, lima, cavatappi e tanti altri strumenti che sembravano nascondersi l’uno dentro l’altro.
«Guarda, tesoro! Quante applicazioni!»
Melody spalancò gli occhi.
«Oh, zietta! È meraviglioso!»
La madre intervenne.
«Non sarà un regalo un po’ pericoloso per una bambina?»
«Sciocchezze, cara! Basta insegnarle a usarlo con prudenza.»
Melody lo rigirò fra le mani con la delicatezza con cui avrebbe raccolto una farfalla.
«Potrò portarlo sempre con me?»
«È fatto proprio per essere utile in tante occasioni.»
«Grazie, zietta. È il regalo più bello che abbia mai ricevuto.»
«Promettimi che farai attenzione», disse la madre.
«Te lo prometto, mammina.»
Da quel giorno Melody non se ne separò quasi mai. Lo custodiva con cura, imparava a riconoscere ogni accessorio e lo considerava il suo migliore amico: discreto, silenzioso, sempre disponibile e soprattutto incapace di contraddirla.
La madre avrebbe preferito un orsacchiotto.
Capitolo quinto — Dove si mettono i piedi
La scuola di Melody era una delle più prestigiose della zona. Le insegnanti la trovavano graziosa, intelligente e impeccabilmente educata. I compagni, invece, cominciarono a nutrire qualche perplessità.
Nel giro di poche settimane accaddero diversi incidenti difficili da spiegare.
Un bambino che aveva rifiutato di prestarle i pastelli cadde dalle scale, rompendosi un braccio. Un altro, che le aveva risposto sgarbatamente durante l’intervallo, fece la stessa fine pochi giorni dopo.
La direttrice convocò il personale.
«Due bambini caduti dalle scale in così poco tempo! Dobbiamo controllare la sicurezza dell’edificio.»
Furono esaminati gradini, corrimano e persino le suole delle scarpe. Non risultò alcuna irregolarità.
Melody, interrogata, si mostrò sinceramente dispiaciuta.
«Poverini! Devono aver sofferto moltissimo. Le persone dovrebbero stare più attente a dove mettono i piedi.»
«Hai perfettamente ragione, Melody», rispose la direttrice.
«E anche a come rispondono.»
«Come, scusa?»
«Dicevo soltanto che bisogna essere sempre educati.»
Qualche giorno dopo, un’insegnante rimproverò Melody davanti alle compagne. La bambina ascoltò pazientemente.
«Hai capito quello che ti ho detto?»
«Perfettamente, signora maestra. La ringrazio per avermelo spiegato.»
Nel pomeriggio, nel parcheggio della scuola, l’insegnante scivolò su una misteriosa macchia d’olio. Si fratturò il femore.
La direttrice era ormai sull’orlo di una crisi nervosa. Gli addetti alla manutenzione e gli ispettori della sicurezza non seppero spiegare nulla.
«Oh, povera maestra!» esclamò Melody. «Spero che adesso starà più attenta a dove mette i piedi.»
Da allora i bambini cominciarono a prestarle spontaneamente quaderni, matite, giochi e merendine. Nessuno le rispondeva più male.
La direttrice considerò il cambiamento un grande successo educativo.
«Finalmente i nostri alunni hanno imparato il valore della gentilezza.»
Melody applaudì delicatamente.
«È proprio vero. Essere gentili non costa nulla. Essere maleducati, invece, qualche volta costa moltissimo.»
Nessuno rise.
Capitolo sesto — La torta di ribes
Un pomeriggio Melody tornò da scuola particolarmente allegra. Appese il cappottino e chiamò:
«Mammina? Papino? Sono tornata!»
A risponderle fu la tata, Anne Pidgeon, una donna robusta dai capelli grigi raccolti in uno chignon.
«I tuoi genitori sono andati a Londra, signorina Melody. Torneranno dopo cena.»
«Oh, che peccato! Volevo raccontare alla mammina della scuola.»
«Potrai farlo domani. Adesso vieni: ti ho preparato una bella merenda.»
Sul tavolo della cucina troneggiava una magnifica torta di ribes rossi e neri. La pasta era dorata, lo zucchero brillava in superficie e il profumo del burro riempiva la stanza.
Melody batté le manine.
«Tata Anne! È meravigliosa!»
Sedette composta, mise il tovagliolo sulle ginocchia e mangiò con evidente piacere.
«È squisita, tata. Potrei averne ancora un pochino?»
«No, signorina Melody. Fra poco dovrai cenare.»
Melody sorrise.
«Ma io volevo soltanto un pezzettino in più.»
«E io ti ho detto di no. Ti conosco, signorina! Un pezzettino diventa due, poi tre, e alla fine non mangi più la cena.»
La bambina rimase in silenzio un istante.
«Hai perfettamente ragione, tata Anne.»
«Bene. Adesso vai a fare i compiti.»
«Subito. Grazie per la merenda.»
Melody prese la cartella, si accomodò al tavolo vicino alla finestra e cominciò a svolgere gli esercizi. Anne riordinava la cucina e ogni tanto la guardava.
Era una bambina così diligente. Così tranquilla.
«Tutto bene, signorina Melody?»
«Benissimo, tata Anne. Ho tutto quello che mi serve.»
Due più tre faceva cinque. Sette meno quattro faceva tre.
Sul tavolo, sotto una campana di vetro, la torta di ribes aspettava la cena. Melody la osservò per un momento e sorrise.
Poi tornò alle sottrazioni.
Capitolo settimo — Buonanotte, tata Anne
Dopo cena Anne accompagnò Melody nella cameretta. La bambina indossò il grazioso pigiamino rosa, si lavò i denti e si infilò sotto le lenzuola profumate di lavanda. Sul comodino sistemò il suo inseparabile coltellino svizzero.
«Buonanotte, tata Anne.»
«Buonanotte, signorina. E niente capricci.»
«Certamente. Sei tanto buona con me.»
Anne le rimboccò le coperte e le baciò la fronte. Poi scese in salotto, aggiunse un ceppo al camino e si accomodò con il lavoro a maglia, aspettando il ritorno dei signori Hall Crown da Londra.
L’orologio batté le dieci.
D’un tratto la porta del salotto si spalancò.
«Tata Anne!»
Era Melody, con il suo pigiamino rosa e le braccia aperte.
«Signorina! Che cosa ci fai alzata?»
«Volevo soltanto dirti una cosa. Ti voglio tanto, tanto bene!»
Le saltò in grembo, le gettò le braccia intorno al collo e la baciò sulla guancia. Qualcosa luccicò nella sua piccola mano.
Fu un movimento improvviso, terribile. Anne non ebbe nemmeno il tempo di comprendere. Il lavoro a maglia le scivolò dalle ginocchia; gli aghi caddero sul tappeto. La tata rimase immobile nella poltrona.
Il fuoco continuò a crepitare.
«Buonanotte, tata Anne», disse Melody.
Poco dopo, nella villa silenziosa, un vetro si infranse e una finestra rimase aperta. Sulle superfici del salotto comparvero impronte di grandi stivali infangati; alcuni pezzi dell’argenteria scomparvero. Sarebbero stati ritrovati più tardi nei pressi della serra, dove il giardiniere custodiva le proprie cose.
Melody tornò nella cameretta, sistemò con cura ciò che aveva portato con sé e si infilò sotto le coperte.
«Domani devo andare a scuola», mormorò.
Spense la lampada e si addormentò profondamente.
I genitori rientrarono poco prima di mezzanotte. Trovarono la finestra spalancata, le impronte di fango e Anne Pidgeon morta davanti al camino.
«Melody!» gridò la madre. «Dov’è la nostra bambina?»
Corsero al piano superiore. La trovarono nel lettino, addormentata, con un’espressione angelica.
«Tesoro! Stai bene?»
La piccola aprì gli occhi.
«Mammina? Papino? Siete tornati?»
La madre la strinse disperatamente.
«Sì, amore mio. È successa una cosa terribile.»
Melody abbassò lo sguardo quando seppe della tata.
«Oh, povera tata Anne.»
La polizia arrivò poco dopo. Tutto sembrava indicare un furto finito tragicamente: la finestra rotta, le impronte, gli oggetti d’argento mancanti. Il giardiniere venne interrogato a lungo.
La bambina non aveva sentito niente. Tutti la considerarono fortunata.
La mattina dopo Melody domandò alla madre:
«Mammina, chi mi preparerà la torta di ribes?»
La madre, sconvolta, non trovò la forza di rispondere.
Capitolo ottavo — Il circo nel Surrey
Il circo era arrivato nel Surrey. Grandi manifesti promettevano acrobati, cavalli ammaestrati, giocolieri e un clown capace di far ridere persino le persone più malinconiche.
Melody non parlava d’altro.
«Mammina, ci saranno i trapezisti?»
«Certamente, tesoro.»
«E qualcuno potrebbe cadere?»
«Speriamo proprio di no!»
«Naturalmente. Sarebbe terribile.»
Un sabato pomeriggio la bambina indossò il vestitino preferito, convinta che sarebbero andati allo spettacolo. Ma i genitori avevano un aperitivo da amici e non potevano rinunciare.
«Ci andremo uno dei prossimi giorni», spiegò la madre.
«Ma io volevo andarci oggi.»
«Non è possibile, tesoro.»
Il padre, che stava sistemando la cravatta, intervenne:
«Melody, ti abbiamo già detto di no.»
Lei insistette ancora, sempre con garbo.
«Adesso basta», disse il padre. «Vai in camera tua.»
Melody sorrise.
«Certamente, papino.»
Quando i genitori rientrarono, era già buio. La madre salì al piano superiore; il padre si accomodò in salotto.
Poco dopo Melody scese in pigiamino rosa.
«Papino?»
«Che cosa c’è, piccola?»
«Facciamo pace?»
«Ma certo, amore mio. Vieni qui.»
La bambina gli gettò le braccia al collo e lo abbracciò fortissimo.
«Ti voglio tanto bene, papino.»
Lui sorrise. Per un istante, fra le pieghe del pigiamino, qualcosa brillò.
Poi il salotto tornò silenzioso.
Melody attraversò l’ingresso, lasciò la porta principale aperta e tornò in camera.
La madre passò a salutarla.
«Siamo tornati, tesoro. Questa settimana andremo sicuramente al circo.»
«Che bello, mammina!»
«Hai visto papà?»
«Sì, per un momento.»
«Ah, bene.»
«Non volevo disturbarlo, perché parlava con un signore in salotto.»
La madre si fermò.
«Con un signore? Quale signore?»
«Non lo conosco.»
Insospettita, scese le scale. La porta d’ingresso era spalancata e un vento freddo attraversava il corridoio. Entrò nel salotto: il marito era ancora nella poltrona.
«Caro, ma che cosa…»
Si avvicinò e comprese.
Il suo grido risuonò per tutta la casa.
Alle sue spalle apparve Melody.
«MAMMA! PERCHÉ LO HAI FATTO? ERA IL MIO PAPÀ!»
La madre si voltò, atterrita.
«Melody! Ma che cosa dici?»
«PERCHÉ GLI HAI FATTO QUESTO?»
I vicini accorsero. Qualcuno chiamò la polizia. Gli agenti trovarono la donna sconvolta accanto al marito morto e una bambina che continuava a ripetere la medesima accusa.
Le parole di Melody furono trascritte nel verbale. La madre parlò della porta aperta e di un misterioso sconosciuto, ma nessuno lo aveva visto. Fra sospetti ed elementi ancora da verificare, venne arrestata.
Mentre la accompagnavano fuori, gridava che era innocente.
Melody la osservava dalla cima delle scale.
«Ti voglio bene, mammina», disse, mandandole un bacio con la mano.
Capitolo nono — La separazione
Quella stessa sera la villa fu occupata dalla polizia. Il padre era morto, la madre era in custodia e i due bambini aspettavano l’arrivo dei parenti.
A occuparsi di loro fu incaricata l’agente Kate Harlow, una donna dai modi gentili e dalla pazienza infinita.
Trovò Melody seduta sul divano della biblioteca, con le mani intrecciate sulle ginocchia.
«Ciao, piccola. Io sono Kate.»
«Buongiorno, signorina Kate.»
«Puoi chiamarmi semplicemente Kate.»
«Grazie, signorina Kate.»
L’agente le spiegò che stavano arrivando due coppie di zii: una da Aspen House, poco distante, e l’altra dal Galles, con il primo volo disponibile.
«E il mio fratellino?» domandò Melody.
«Anche lui starà con persone che gli vogliono bene.»
La bambina appoggiò la testa sulla spalla dell’agente.
«Posso restare qui vicino a lei?»
«Ma certamente, tesoro.»
Poco dopo si addormentò fra le braccia di Kate. L’agente rimase immobile per non svegliarla, pensando a quanto potesse essere crudele il destino con una bambina così dolce.
Nel tardo pomeriggio arrivarono gli zii di Aspen House, una coppia elegante che non aveva figli. Più tardi giunsero anche i parenti dal Galles. Fu deciso che Melody sarebbe andata ad Aspen House e il fratellino sarebbe partito con gli altri zii.
I domestici prepararono le valigie. La governante raccolse gli abitini, i giocattoli e il coltellino svizzero che Melody aveva chiesto espressamente di non dimenticare.
Quando tutto fu pronto, la polizia sigillò la villa. Le finestre furono controllate, le porte chiuse, e il grande ingresso ricevette il sigillo ufficiale.
Melody osservò la casa dal finestrino dell’automobile.
«Che peccato. Era tanto bella.»
La zia le prese la mano.
«Adesso avrai una nuova casa, tesoro.»
L’auto attraversò la campagna del Surrey. Dopo un lungo silenzio, Melody domandò:
«Zietta, il mio fratellino crescerà bene in Galles?»
«Ma certamente, cara. Gli zii gli vogliono tanto bene.»
«E sarà felice?»
«Ne sono sicura.»
«È molto lontano, il Galles?»
«Abbastanza, amore mio.»
«E resterà lì anche quando sarà grande?»
«Probabilmente sì. Ma potrete sempre farvi visita.»
Melody guardò fuori dal finestrino. Sulle sue labbra comparve un piccolo sorriso, quasi un ghigno, scomparso così rapidamente che nessuno lo notò.
«Che bello», disse. «È importante che ogni bambino abbia il proprio posto nel mondo.»
L’automobile imboccò il lungo viale alberato di Aspen House. La grande dimora apparve dietro un cancello di ferro battuto.
«Benvenuta a casa, tesoro», disse la zia.
«Grazie. Sono sicura che saremo molto felici insieme.»
Un brivido freddo percorse la schiena della donna. Si voltò verso il finestrino. Era chiuso.
Capitolo decimo — L’erede universale
Ad Aspen House la vita riprese lentamente il suo corso. Gli zii, che non avevano figli, erano felici di avere finalmente una bambina in casa, anche se la tragedia degli Hall Crown rimaneva come un’ombra sui loro giorni.
La zia si occupava delle lezioni di musica e del guardaroba. Lo zio accompagnava Melody a scuola e ascoltava con piacere i racconti della sua giornata.
«Questa bambina ha riportato la primavera ad Aspen House», diceva spesso.
Un pomeriggio piovoso, Melody stava facendo i compiti al grande tavolo della sala da pranzo. Davanti a lei erano disposti ordinatamente il quaderno di aritmetica, il libro di grammatica e un astuccio rosso.
Nello studio attiguo, la porta era socchiusa. Lo zio parlava al telefono con l’avvocato di famiglia.
«Mia moglie ed io abbiamo deciso. Desideriamo predisporre i documenti perché Melody diventi la nostra erede universale.»
La bambina continuò a scrivere.
«Non abbiamo figli e la consideriamo ormai una figlia nostra. Vogliamo che un giorno tutto ciò che possediamo appartenga a lei.»
Melody cancellò delicatamente una cifra sbagliata.
«Domani potrà passare con i documenti. Mia moglie ed io saremo pronti a firmare.»
Lo zio riagganciò e attraversò la sala da pranzo.
«Come vanno i compiti, principessina?»
«Benissimo, zietto. Ho quasi finito l’aritmetica.»
«Bravissima. Sai che ti vogliamo tanto bene?»
«Certamente. Anch’io vi voglio un mondo di bene.»
«Sei la nostra gioia.»
Melody sorrise.
«E voi siete la mia fortuna.»
Lo zio rise affettuosamente. Lei tornò ai quaderni.
La pioggia batteva contro i vetri; l’orologio a pendolo scandiva i minuti. Melody aprì il libro di grammatica e copiò con la sua bellissima calligrafia una frase dell’esercizio: «I bambini devono rispettare gli adulti».
La osservò per qualche istante, poi voltò pagina.
Capitolo undicesimo — Tutto in perfetto ordine
Il giorno dopo l’avvocato arrivò puntuale. I documenti furono letti, firmati e sistemati secondo le formalità previste. L’originale rimase allo studio legale; le copie furono riposte nella cassaforte di Aspen House.
Ogni cosa era perfettamente in ordine.
Passarono giorni tranquilli. La colazione alle otto, il tè alle cinque, le passeggiate nel parco e le cene nella luminosa sala da pranzo davano alla casa il ritmo rassicurante delle famiglie felici.
Una sera gli zii parlarono dei documenti davanti al camino.
«Finalmente abbiamo sistemato tutto», disse lo zio.
«Sono contenta, caro. Melody avrà sempre una sicurezza.»
«E un giorno tutto ciò che abbiamo costruito sarà suo.»
La zia sospirò.
«Speriamo soltanto di vivere abbastanza per vederla diventare una bella signorina.»
«Ma certamente. Abbiamo tanti anni davanti a noi.»
Proprio allora Melody entrò con un libro fra le mani.
«Buonasera, zietti cari.»
«Che cosa leggi, tesoro?»
«Una bellissima storia. Parla di una bambina che eredita un castello.»
Lo zio rise.
«Ma guarda che coincidenza!»
Melody alzò gli occhi.
«Perché, zietto?»
«Niente, piccolina. Continua pure.»
La bambina si sedette sul tappeto davanti al fuoco. Dopo qualche minuto domandò:
«Zietto, che cosa significa esattamente “erede universale”?»
«Significa che una persona riceverà, quando verrà il momento, tutto ciò che un’altra ha deciso di lasciarle.»
«Anche una casa?»
«Certamente.»
«E i mobili?»
«Anche quelli.»
«E i gioielli?»
«Tutto, tesoro», rise la zia.
Melody annuì.
«Che parola interessante!»
Poi tornò al libro. Il fuoco crepitava e la grande casa non era mai sembrata tanto tranquilla.
Capitolo dodicesimo — Una partita a Scrabble
Era un sabato pomeriggio piovoso. Davanti al camino, seduti sul tappeto persiano, Melody e gli zii giocavano a Scrabble.
Lo zio, pur di vincere, continuava a inventare parole inesistenti.
«Quarantadue punti!» esclamò trionfante.
La zia si sporse sulla scacchiera.
«Ma caro, che parola sarebbe “frumbolazione”?»
«Una parola perfettamente legittima.»
«E che cosa significa?»
«Il movimento rotatorio di un oggetto che frumbola.»
Melody scoppiò in una risata argentina.
«Ma zietto! Non puoi spiegare una parola usando la stessa parola!»
«E chi lo dice, signorina?»
«La grammatica!»
La zia rideva così tanto da doversi asciugare gli occhi.
«Sei un imbroglione!»
«Sono un innovatore della lingua inglese!»
«Allora anch’io voglio inventare una parola», disse Melody. «Ziettolitudine!»
«E che cosa significa?»
«La felicità di stare con i propri zietti.»
La zia la abbracciò; lo zio, commosso, annunciò che quella parola valeva cento punti.
Quando l’orologio batté le sei, Melody raccolse le tessere.
«Adesso mangiamo e poi continuiamo a giocare fino all’ora di andare a dormire!»
La zia le accarezzò i capelli.
«Ci piacerebbe molto, tesoro, ma questa sera abbiamo una cena da alcuni amici. Domani continueremo.»
Melody sollevò il viso.
«Posso venire anch’io?»
«No, cara», rispose lo zio. «Saremo soltanto persone grandi. Non ci saranno bambini.»
La bambina rimase in silenzio.
«Mi dispiace un pochino. Mi stavo divertendo tanto.»
«Lo sappiamo, amore mio.»
Melody sorrise.
«Ma è importante che anche voi possiate giocare con i vostri amici.»
Gli zii salirono a cambiarsi. Nel frattempo calò il buio e le finestre del salotto cominciarono a riflettere le fiamme del camino.
Melody rimase sola qualche minuto. Poi prese il cappottino e uscì dalla porta laterale, con il suo inseparabile amico svizzero nella tasca. La grande automobile verde dello zio era ferma sul vialetto. La bambina le girò intorno, osservò qualcosa nella parte inferiore e rimase fuori per qualche minuto.
Quando rientrò, appese il cappottino e tornò tranquillamente in camera.
Più tardi gli zii scesero in abiti da sera. Lui indossava uno smoking impeccabile; lei un magnifico vestito avorio e una collana di brillanti che scintillava a ogni movimento.
«Siete bellissimi!» esclamò Melody. «Zietta, che collana deliziosa!»
«Era della mia mamma», rispose la donna. «Un giorno sarà tua.»
«Che cosa meravigliosa!»
La bambina abbracciò entrambi. Una domestica li accompagnò all’automobile.
«Buonanotte, tesoro», disse la zia. «Domani riprenderemo la partita.»
«Non vedo l’ora! Divertitevi tanto!»
L’automobile verde attraversò il cancello e scomparve lungo il viale alberato del Surrey, mentre dall’autoradio si diffondevano le melodie di Gershwin.
Gli zii continuavano a ridere delle parole inventate durante la partita. La zia disse:
«È stata una fortuna averla con noi.»
«Le daremo una vita felice», rispose il marito.
Poco dopo apparvero le luci rosse di un passaggio a livello. Le sbarre erano abbassate.
Lo zio tentò di rallentare. Il veicolo, però, continuò la sua corsa. Le luci di un treno diretto a Parigi avanzavano rapidamente nell’oscurità.
«Che succede?» domandò la moglie.
Lui cercò ancora di fermare l’automobile. Inutilmente.
Un lungo fischio attraversò la campagna. La musica di Gershwin continuava a suonare quando tutto scomparve nel fragore dell’impatto.
Il treno si arrestò soltanto trecento metri più avanti. Più tardi, tra i resti della vettura, sarebbe stato segnalato un danno al tubo dei freni. Nessuno, tuttavia, seppe stabilire con certezza quando fosse avvenuto.
Ad Aspen House, Melody aveva già indossato il pigiamino rosa. Una domestica le aveva preparato una tazza di latte caldo.
«Ti sei divertita oggi, signorina?»
«Moltissimo. Il mio zietto inventa parole buffissime.»
«Allora domani continuerete a giocare.»
Melody bevve un sorso di latte.
«Speriamo.»
Poi spense la lampada e si addormentò.
La partita a Scrabble era rimasta incompiuta.
Capitolo tredicesimo — La signorina Irene Mc Crow
La tragedia degli zii di Aspen House suscitò grande commozione nel Surrey. Melody era ormai una bambina ricchissima e, ancora una volta, senza una famiglia che potesse occuparsi di lei.
Il giudice incaricato del suo caso convocò Irene Mc Crow, assistente sociale scozzese di cinquantacinque anni, severa, puntualissima, con i capelli grigi raccolti in una crocchia stretta e una piccola spilla a forma di cardo sul bavero.
«Signorina Mc Crow, abbiamo una situazione delicata.»
«Le situazioni delicate richiedono decisioni ferme, Vostro Onore.»
Il giudice le illustrò la lunga serie di lutti della famiglia Hall Crown.
«Una bambina così sfortunata avrà bisogno di stabilità», disse Irene.
«Precisamente.»
«E soprattutto di disciplina. Con me imparerà che non si può ottenere tutto ciò che si desidera.»
«Una lezione importante.»
Irene sollevò l’indice.
«Perché quando dico no, è no.»
Il giudice, rassicurato, le affidò la tutela provvisoria della piccola.
L’incontro ebbe luogo nel salotto di Aspen House. Melody indossava un vestitino azzurro con il colletto bianco. Quando Irene entrò, si alzò immediatamente.
«Buongiorno, signorina Mc Crow. È stato piacevole il suo viaggio?»
«Abbastanza, grazie.»
«Desidera una tazza di tè? Un biscotto?»
«No, grazie.»
«Certamente, signorina.»
Irene rimase favorevolmente colpita dalle maniere della bambina.
«Dobbiamo stabilire alcune regole, Melody.»
«Naturalmente.»
«Dovrai rispettare gli orari, fare i compiti senza protestare, andare a dormire quando te lo dirò. E soprattutto accettare i rifiuti.»
«Capisco.»
«Un no è un no!»
Melody inclinò la testa.
«Che bella regola, signorina Mc Crow.»
«Sono lieta che tu sia d’accordo.»
«Lei dice sempre di no quando lo ritiene giusto?»
«Assolutamente sì.»
«Anche se l’altra persona rimane molto dispiaciuta?»
«Anche in quel caso.»
Melody rifletté.
«Deve essere molto coraggiosa.»
«Non è questione di coraggio, cara. È questione di carattere.»
«Oh, capisco.»
La bambina le porse la mano.
«Spero che diventeremo grandi amiche.»
«Se rispetterai le regole, certamente.»
«Farò del mio meglio.»
Quella sera Irene scrisse al giudice che la minore era educata, collaborativa e assolutamente non oppositiva. Considerava il primo incontro un grande successo.
Melody, nella propria camera, sistemò il coltellino svizzero sul comodino.
«La signorina Mc Crow ha idee molto precise», confidò alla bambola.
Sorrise.
«Un no è un no.»
Capitolo quattordicesimo — Una bambina da proteggere
Tre giorni dopo Irene ricevette una lettera del tribunale. La busta recava il sigillo ufficiale e la dicitura «Riservato».
Il giudice aveva letto con soddisfazione la relazione, ma desiderava richiamare l’attenzione della tutrice su un aspetto delicato: le indagini relative alle tragedie degli Hall Crown erano ancora aperte. Melody era beneficiaria di un patrimonio considerevole e la sua ricchezza avrebbe potuto attirare persone senza scrupoli.
La raccomandazione era chiara: massima vigilanza fino alla conclusione delle indagini.
Irene rilesse la lettera e guardò fuori dalla finestra. Melody sedeva in giardino con un libro illustrato, i capelli raccolti da un fiocco bianco.
«Così piccola, così ricca e così sola», mormorò. Poi si raddrizzò. «Ma finché ci sarò io, nessuno le farà del male!»
All’ora del tè convocò la bambina.
«Melody, sai che possiedi una fortuna considerevole?»
«Sì, signorina. Lo zietto mi aveva spiegato che un giorno tutto sarebbe stato mio.»
«Dobbiamo essere prudenti. Esistono persone che potrebbero avvicinarti soltanto per il denaro.»
«Oh, che brutta cosa!»
«Non devi aprire agli sconosciuti né allontanarti da sola dalla proprietà. Devi informarmi di qualunque circostanza insolita.»
«Certamente. Lei è molto buona.»
«È il mio dovere proteggerti.»
Melody le prese una mano.
«Allora anch’io cercherò di proteggerla.»
Irene sorrise.
«Proteggere me? Che idea graziosa!»
«Anche le persone grandi possono avere degli incidenti.»
«Non preoccuparti. Sono una donna molto prudente.»
«Ne sono sicura», rispose Melody. «Soprattutto sulle scale bisogna stare molto attenti.»
Irene annuì distrattamente.
La sera scrisse nuovamente al giudice, rassicurandolo: la bambina era sorvegliata, maturissima per la sua età e persino desiderosa di ricambiare la protezione ricevuta.
Dal piano superiore giunse la voce di Melody.
«Buonanotte, signorina Mc Crow! Faccia bei sogni!»
«Anche tu, cara!»
Irene spense la lampada dello studio, certa di avere ogni cosa sotto controllo.
Capitolo quindicesimo — La lista dei no
Melody aveva cominciato a tenere una lista.
No ai biscotti prima di cena. No a un secondo bagno caldo. No a rimanere in giardino dopo il tramonto. No a un’altra fetta di crostata. No a leggere ancora un capitolo dopo l’ora stabilita.
Un’intera pagina di no, scritti con calligrafia ordinata.
Una sera la rilesse alla scrivania e sorrise.
«Che cosa straordinaria. È quasi impossibile che tanti no possano entrare tutti in una sola persona.»
Aprì un cassetto e prese la piccola scatola di latta che conteneva le biglie del fratellino: azzurre, verdi, trasparenti, con sottili venature bianche.
Quella notte Aspen House dormiva profondamente. Poco prima delle due, Melody si alzò dal letto in pigiamino rosa. La casa era silenziosa, la grande scala immersa nella penombra.
Con delicatezza lasciò alcune biglie sui gradini e sostituì la lampadina della scala con una fulminata. Poi tornò nella cameretta, uscì dalla finestra e raggiunse la porta d’ingresso. Cominciò a bussare con forza, a lungo, come se avesse urgente bisogno di aiuto.
Al piano superiore, Irene Mc Crow si svegliò di soprassalto.
Le parole del giudice le tornarono in mente: «La bambina è molto ricca e in pericolo».
Infilò la vestaglia, uscì nel corridoio e si affrettò verso la scala.
«Arrivo!»
Nel buio non vide ciò che aveva sotto i piedi.
Un tonfo violento attraversò la casa. Poi tornò il silenzio.
Melody, che aveva udito il rumore, rientrò con la stessa tranquillità con cui era uscita. Prima di tornare a letto rimise in ordine ciò che trovò sulle scale e raccolse con cura le biglie, riponendole nella scatola di latta.
Le sembrò che fossero tutte.
Si infilò sotto le coperte e si addormentò profondamente.
La mattina seguente i domestici trovarono Irene Mc Crow ai piedi della scala. Il medico chiamato d’urgenza constatò che la caduta era stata fatale.
Melody comparve sulla soglia della sala da pranzo, perfettamente pettinata.
«Buongiorno. Che cosa è successo?»
«La signorina Mc Crow ha avuto un terribile incidente sulle scale», le disse la cameriera.
Melody spalancò gli occhi.
«Che disgrazia. Avevo detto anche a lei che sulle scale bisogna stare molto attenti.»
Poi domandò cortesemente se fosse pronta la colazione.
Capitolo sedicesimo — Le due biglie
L’ispettore Arthur Pembroke arrivò ad Aspen House poco dopo le nove. Aveva quarantacinque anni, baffi ben curati, modi tranquilli e due figli che considerava le creature più adorabili e disordinate del mondo.
Esaminò la scala di quercia, il corrimano intagliato e il tappeto. Vicino al battiscopa, quasi nascoste sotto il bordo del tessuto, trovò due piccole sfere di vetro.
Le raccolse: una biglia azzurra e una verde.
«Ah, i bambini!» mormorò.
«Ha trovato qualcosa, ispettore?» domandò la governante.
«Soltanto due biglie. A casa mia trovo giocattoli persino dentro le scarpe.»
Stava per restituirle, ma cambiò idea e le mise nella tasca del soprabito. Non seppe dire perché.
Più tardi incontrò Melody nella biblioteca.
«Buongiorno, ispettore. È venuto per la povera signorina Mc Crow?»
«Sì, piccola. Ti trattava bene?»
«Benissimo. Diceva sempre che i bambini devono rispettare gli adulti.»
«E tu la rispettavi?»
«Naturalmente.»
L’ispettore la osservò. Era bellissima, immobile, educata.
«Sai perché le persone cadono dalle scale?» domandò infine Melody.
«Una distrazione. Un piede messo male. Qualcosa su cui si scivola.»
La bambina annuì.
«Allora bisogna guardare dove si mettono i piedi. Lo dico sempre anch’io.»
Pembroke sorrise. Ma uscendo toccò di nuovo le biglie nella tasca.
La sera tornò a casa stanchissimo. La moglie, Margaret, gli diede un bacio e trovò i due piccoli oggetti nel soprabito.
«Arthur! Perché hai delle biglie in tasca?»
«Le ho trovate durante un sopralluogo. Le avevo quasi dimenticate.»
Margaret le prese per guardarle. Una le sfuggì dalle dita e rotolò sul pavimento dell’ingresso.
Poco dopo, attraversando la stanza con un vassoio, ci mise sopra il piede e scivolò. Il vassoio cadde con un fracasso tremendo.
«Arthur!»
L’ispettore accorse e aiutò la moglie a rialzarsi. Fortunatamente si era fatta solo qualche contusione.
«Quella maledetta biglia!» esclamò lei. «Avrei potuto rompermi una gamba!»
Pembroke rimase immobile.
Guardò la biglia, poi Margaret, poi di nuovo la biglia.
Nella sua mente comparve la scala di Aspen House.
Più tardi, solo nello studio, posò le due biglie sulla scrivania e aprì i fascicoli. Una tata morta. Un padre morto. Una madre arrestata. Due zii vittime di un incidente. Una tutrice caduta dalle scale. E in mezzo a tutte le tragedie la stessa bambina.
Non aveva prove, soltanto coincidenze. Accusare una minore sulla base di un’intuizione sarebbe stato assurdo.
Eppure una frase continuava a tornargli in mente:
«Bisogna guardare dove si mettono i piedi.»
Pembroke fissò le biglie.
«Forse, piccola signorina Hall Crown, dovrei cominciare a guardare anch’io.»
Ad Aspen House, nel cassetto del comodino di Melody, la scatola di latta era accuratamente chiusa.
Mancavano due biglie.
Capitolo diciassettesimo — La casa sicura
Pembroke chiese un colloquio con il giudice.
«Vostro Onore, ritengo prudente trasferire temporaneamente la bambina in una casa protetta della polizia, almeno finché le indagini non saranno concluse.»
«Sta insinuando qualcosa, ispettore?»
«Non formulo alcuna accusa. Chiedo soltanto maggiore sicurezza.»
Il giudice esitò. Melody aveva già sofferto moltissimo, ma era erede di una fortuna e le circostanze delle morti non erano ancora chiarite. Alla fine autorizzò il trasferimento provvisorio.
Il giorno seguente l’ispettore arrivò ad Aspen House.
«Buongiorno, Melody. Per qualche tempo andrai a vivere in una casa nuova, dove starai bene e al sicuro.»
«Oh, davvero? E Aspen House?»
«Rimarrà qui ad aspettarti.»
«Posso portare le mie cose?»
«Certamente.»
«Anche il mio coltellino svizzero?»
Pembroke tossicchiò.
«Quello sarà meglio lasciarlo qui.»
Melody sorrise.
«Come desidera, ispettore.»
La governante preparò gli abiti, la bambola, i libri e il pigiamino rosa. L’automobile della polizia attraversò il cancello mentre Melody salutava i domestici con la mano.
La nuova casa era una grande costruzione con giardino e alte sbarre alle finestre. Il cancello di ferro si richiuse alle loro spalle. L’edificio era adibito all’accoglienza custodita di minori e Melody vi sarebbe rimasta temporaneamente, sotto vigilanza.
All’ingresso li aspettava l’agente Russell, una donna robusta dalla divisa impeccabile.
«Buongiorno, signorina Melody. Seguimi, ti mostrerò la camera.»
«È un piacere conoscerla.»
La stanza era luminosa, pulita e arredata con semplicità. Dalla finestra si vedevano gli alberi, le aiuole e i vialetti del giardino.
Melody si avvicinò ai vetri.
«Signora Russell, posso andare a fare un giro in giardino?»
«No, Melody. Non senza autorizzazione.»
«Neanche per pochi minuti?»
«Ho detto di no.»
La bambina sorrise.
«Certamente, signora Russell.»
Russell le indicò l’armadio.
«Adesso sistema le tue cose.»
«Subito.»
Quando l’agente uscì, Melody guardò le sbarre, poi il giardino. Non fece altre domande.
Capitolo diciottesimo — Nessuna prova
Passò un mese.
Pembroke continuò a indagare. Rilesse i rapporti della scuola, riesaminò il caso di Anne Pidgeon, la morte del padre di Melody, l’incidente ferroviario e la caduta di Irene Mc Crow. Interrogò testimoni, controllò i documenti e cercò un collegamento dimostrabile.
Non ne trovò.
Le due biglie non bastavano. Le coincidenze, per quanto numerose, non erano prove.
Il giudice lo convocò.
«Ispettore Pembroke, abbiamo tenuto quella bambina per un mese in una struttura sorvegliata.»
«Lo so, Vostro Onore.»
«Un mese nel quale non è emerso alcun elemento concreto.»
«È vero.»
«Ha una convinzione personale?»
«Ho dei sospetti.»
Il giudice chiuse il fascicolo.
«I sospetti non sono prove. Non possiamo limitare la libertà di una minore sulla base dell’intuizione di un investigatore.»
Pembroke abbassò gli occhi.
«Comprendo.»
«Dispongo che Sweety Melody Hall Crown ritorni ad Aspen House, con la normale supervisione dei servizi competenti.»
L’ispettore annuì, ma prima di uscire domandò:
«Vostro Onore, lei crede alle coincidenze?»
«Credo alle prove, ispettore.»
Due giorni dopo Melody tornò ad Aspen House. Mary, la governante, l’abbracciò commossa.
«Bentornata, signorina Melody!»
«Oh, Mary! Quanto mi siete mancati tutti!»
La camera era come l’aveva lasciata. Sul comodino, nella piccola custodia, riposava il suo coltellino svizzero.
Melody lo prese delicatamente.
«Eccoti, caro amico mio.»
Poi scese in salotto. Mary aveva preparato il tè.
«Desidera una fetta di torta, signorina?»
«Sì, grazie.»
«Una fetta grande?»
Melody sorrise.
«Una bella fetta grande, per favore.»
Finalmente era tornata a casa.
Capitolo diciannovesimo — Melody e la Morte
Una sera, entrando in salotto, Melody la vide subito.
Era seduta sul divano, composta ed elegante, come una signora arrivata troppo presto per il tè. Indossava un abito scuro, privo di tempo, e teneva le mani intrecciate in grembo. Non aveva falce né ombre minacciose. Soltanto una presenza ferma, silenziosa, antica.
Il fuoco nel camino crepitava piano.
Melody si fermò sulla soglia e la osservò con curiosità.
«Buonasera. Non mi avevano avvertita che aspettavamo visite.»
La Morte sollevò gli occhi.
«Non sempre mi si annuncia.»
Melody richiuse piano la porta.
«Capisco. In effetti, entrare senza farsi notare è una qualità utile.»
La Morte non rispose. La bambina la studiò un altro istante, poi domandò:
«Pensi di fermarti a lungo?»
Ci fu una pausa. Il fuoco schioccò fra i ceppi.
Melody sorrise appena.
«Pensa bene prima di rispondere.»
La Morte sembrò, per la prima volta da secoli, lievemente imbarazzata.
«Dipende», disse infine.
«Da cosa?»
«Dalla casa. Dalle persone. Dalle occasioni.»
Melody annuì lentamente.
«Allora immagino che qui tu ti sia trovata piuttosto bene.»
Un’ombra di espressione passò sul volto dell’ospite.
«Tu sei una bambina molto particolare.»
«Me lo dicono spesso.»
Melody si avvicinò al tavolino e versò il tè.
«Ne vuoi una tazza?»
«No.»
«Peccato. È molto buono.»
La Morte seguì i suoi movimenti.
«Non hai paura di me?»
Melody si voltò.
«Dovrei?»
«Tutti hanno paura di me.»
«Questo è perché ti vedono arrivare troppo tardi.»
La Morte rimase in silenzio. Melody si sedette sulla poltroncina di fronte, accavallando con grazia le caviglie.
«Io credo che tu sia spesso fraintesa.»
«Fraintesa?»
«Tutti ti accusano di interrompere le cose. A volte sei soltanto la conseguenza di ciò che gli altri non hanno voluto vedere.»
La Morte la guardò a lungo.
«Parli come una persona molto più anziana.»
«E tu ascolti come una persona molto stanca.»
Nel salotto scese un silenzio quasi cordiale.
«Perché mi hai chiesto se intendo fermarmi?» domandò infine la Morte.
Melody prese una piccola porzione di torta.
«Perché l’ospitalità esige chiarezza. Se un ospite si trattiene poco, gli si offre il tè. Se pensa di restare più a lungo, bisogna organizzarsi meglio.»
«E come ti organizzeresti?»
«Dipende. Alcuni ospiti si accompagnano alla porta. Altri si fanno accomodare più vicino al camino.»
«E io?»
Melody appoggiò la forchettina e la guardò negli occhi.
«Tu, cara signora, sei già di casa.»
La Morte abbassò lo sguardo. Non era abituata a essere accolta. Temuta, sì. Invocata qualche volta. Maledetta quasi sempre. Accolta con tanta tranquilla educazione, mai.
«Sai chi sono», disse.
«Sì.»
«E sai anche perché vengo.»
«Talvolta sì. Talvolta no. Ma non mi è mai sembrato educato farti troppe domande.»
Un lieve sorriso sfiorò il volto della Morte.
«Sei una bambina singolare.»
«Grazie. Anche tu, per essere la Morte, non sei sgradevole.»
Il fuoco si abbassò di colpo, poi riprese vigore.
La Morte si alzò.
«Per questa sera non resterò.»
Melody annuì.
«Mi sembrava la scelta più saggia.»
«Mi stai congedando?»
«No. Sto soltanto riconoscendo che certe visite è meglio non prolungarle inutilmente.»
La Morte si avviò verso la porta.
«Ci rivedremo.»
«Lo immaginavo.»
L’ospite si fermò sulla soglia.
«Hai qualche domanda, prima che io vada?»
Melody rifletté.
«Una soltanto: quando tornerai, busserai?»
La Morte esitò.
«Per te, Melody, credo di sì.»
La bambina sorrise.
«Molto gentile da parte tua.»
La porta si aprì senza rumore. Un soffio freddo attraversò il salotto e la Morte scomparve.
Melody rimase davanti al camino. Guardò il divano vuoto, la tazza, la torta.
«Che ospite interessante», mormorò.
Poi prese un altro biscotto.
Epilogo — Grazie, nonnina Melody
Passarono molti anni.
Il mondo cambiò, le automobili divennero più moderne, le città si trasformarono e molte grandi famiglie inglesi scomparvero lentamente dalla scena.
Ma Aspen House rimase splendida.
Il giardino continuò a fiorire, gli alberi del viale diventarono ancora più maestosi e il camino del salotto continuò a riscaldare le lunghe sere d’inverno.
Sweety Melody Hall Crown era ormai una signora anziana. Aveva conservato una bellezza raffinata, una voce melodiosa, modi impeccabili e una dolcezza che tutti ammiravano. I capelli erano bianchi come la neve.
Ma il sorriso era rimasto esattamente lo stesso.
Melody era diventata nonna e adorava le sue nipotine.
Nelle sere d’inverno le radunava davanti al camino. Le bambine si sistemavano sul tappeto fra cuscini colorati, cioccolata calda e biscotti appena sfornati.
«Nonnina Melody!»
«Ditemi, tesorini.»
«Ci racconti una favola?»
La nonna sorrideva.
«Ma certamente, amori miei.»
«Una favola bella!»
«Tutte le favole sono belle, tesoro. Dipende da come si raccontano.»
Le bambine si avvicinavano alla poltrona.
«C’era una volta», cominciava Melody con voce dolcissima, «una bambina molto educata che voleva soltanto essere felice…»
Il fuoco crepitava. Fuori cadeva lentamente la neve.
Le nipotine ascoltavano incantate. Ridevano, si sorprendevano, si stringevano l’una all’altra quando la storia diventava paurosa.
Quando la favola finiva, applaudivano felici.
«Grazie, nonnina Melody!»
Lei si chinava a baciarle una per una.
«Di niente, tesorini miei. Ricordatevi sempre di essere gentili, rispettosi e beneducati.»
«Sì, nonnina!»
«E soprattutto ricordate che le parole hanno sempre delle conseguenze.»
«Buonanotte, nonnina Melody!»
«Buonanotte, amori miei. Fate bei sogni.»
Quando l’ultima nipotina fu salita a dormire, Melody rimase sola davanti al camino.
Sul tavolino c’erano una tazza di tè, un libro rilegato in pelle rossa e una piccola scatola di velluto.
La vecchia signora aprì lentamente la scatola. Dentro riposava un antico coltellino svizzero. Il metallo era ancora perfettamente lucido.
Melody lo osservò con tenerezza.
«Quante cose abbiamo fatto insieme, vero, caro amico?»
Lo ripose delicatamente, poi si accomodò meglio sulla poltrona.
Il fuoco illuminava il suo viso.
E Sweety Melody Hall Crown sorrise.
Esattamente come aveva sorriso il giorno in cui era nata.


