Una storia di fantasmi nella quale nessuno doveva essere salvato. Bastava che qualcuno aprisse la porta.
Capitolo primo — La casa che aspettava
Alcuni anni prima, in una splendida mattina di primavera, una giovane coppia percorreva le colline fiorentine alla ricerca di una casa.
Aspettavano un bambino e desideravano che crescesse fra gli alberi, il canto degli uccelli e il profumo dei fiori.
Un agente immobiliare aveva fissato loro un appuntamento per visitare una villa poco distante da Fiesole.
La donna osservava il paesaggio dal finestrino.
«Vorrei una casa con un bel giardino», disse accarezzandosi il ventre.
«E io una casa con tante stanze», rispose il marito. «Così nostro figlio avrà tutto lo spazio per giocare.»
Improvvisamente il motore tossì.
L’automobile rallentò e si fermò.
Il marito tentò inutilmente di rimetterla in moto.
«Accidenti! Proprio oggi!»
Telefonarono al soccorso stradale, che avrebbe impiegato almeno un’ora per raggiungerli.
La moglie scese dall’automobile.
Dall’altra parte della strada si apriva un grande cancello di ferro battuto, lasciato socchiuso.
Oltre il cancello, un lungo viale di cipressi conduceva a una villa antica, parzialmente nascosta dalla vegetazione.
Su un pilastro era appeso un cartello:
VENDESI
«Guarda che meraviglia!» esclamò la donna.
Il marito si avvicinò.
«Sembra abbandonata.»
«Forse aspetta soltanto qualcuno.»
Entrarono dal cancello.
Il giardino era incolto, ma conservava una bellezza straordinaria. Fra le erbacce spuntavano rose antiche, e una fontana asciutta custodiva ancora le sue figure di pietra.
La villa aveva grandi finestre, muri color miele e una loggia rinascimentale.
Sulla facciata, quasi nascosta dall’edera, si leggeva il nome:
I Cipressi.
La donna si fermò davanti alla casa.
«È questa.»
Il marito la guardò sorpreso.
«Questa cosa?»
«La nostra casa.»
«Ma non abbiamo nemmeno visto l’interno!»
«Non importa.»
«E l’altra villa? L’agente immobiliare ci sta aspettando.»
Lei sorrise.
«Telefonagli. Digli che abbiamo trovato quello che cercavamo.»
Il marito rise.
«E se dentro fosse tutta da rifare?»
«La rifaremo.»
«E se fosse troppo grande?»
«La riempiremo.»
«E se fosse troppo cara?»
La donna guardò nuovamente la villa.
«Allora troveremo il modo.»
Proprio in quel momento una finestra al piano superiore si aprì lentamente.
Non si vedeva nessuno.
«Hai visto?» domandò il marito.
«Sarà stato il vento.»
Ma gli alberi erano immobili.
Quel pomeriggio non visitarono più nessun’altra proprietà.
E poche settimane dopo Villa I Cipressi cambiò proprietari.
Cominciarono i lavori di restauro.
Le stanze vennero liberate dalla polvere, gli affreschi ripuliti, i giardini riportati alla luce.
E quando la gravidanza giunse agli ultimi mesi, durante uno scavo nei pressi di un antico muro, gli operai trovarono qualcosa.
Un angelo di terracotta, sepolto da secoli.
Aveva il volto di un bambino e una ferita sulla fronte.
La futura madre si avvicinò.
E proprio mentre guardava il piccolo volto, sentì un calcio fortissimo nel ventre.
«Oh!» esclamò, portandosi una mano sulla pancia.
«Che succede?»
«È il bambino. Si è mosso!»
Guardò nuovamente l’angelo.
E per un istante ebbe la stranissima sensazione che quella creatura di terracotta fosse stata lì ad aspettare proprio suo figlio.
Credevano di aver comprato una casa. Non sapevano che, da molto tempo, quella casa stava aspettando di diventare la loro.
Il cancello degli spiriti
Il cancello era rimasto aperto per tanti anni.
Nessuno ricordava chi lo avesse aperto e nessuno si era mai preoccupato di richiuderlo.
Quando Lapo vi passò davanti, udì una vocina provenire dal giardino.
«Finalmente sei arrivato!»
«Chi sei?» domandò il bambino.
«Un amico.»
«Ma io non ti vedo.»
«Non importa, Lapo. Anche il vento non si vede, eppure gioca con le foglie.»
Lapo sorrise ed entrò.
Dietro di lui, il cancello si chiuse lentamente.
Non per impedirgli di uscire.
Ma perché gli spiriti non volevano essere disturbati mentre giocavano.
Capitolo secondo — I bambini della nebbia
Villa I Cipressi dormiva.
La luna illuminava appena i grandi alberi del giardino e una nebbia leggera saliva lentamente dalle terrazze, avvolgendo le statue, le fontane e gli antichi muri di pietra.
Erano quasi le tre del mattino quando una musica delicata attraversò il silenzio della casa.
All’inizio sembrava provenire da molto lontano.
Poi divenne più distinta.
Era il carillon.
Nel grande salone, sopra il magnifico pianoforte Bechstein nero a mezza coda, gli automi avevano cominciato a muoversi.
Le piccole dame in abiti Impero giravano lentamente su se stesse. I cavalieri si inchinavano e gli occhi di pietre preziose scintillavano nella penombra.
Nessuno aveva dato la carica al meccanismo.
La madre di Lapo aprì gli occhi.
«Caro…»
Il marito dormiva profondamente.
«Caro, svegliati.»
«Che succede?»
«Senti?»
L’uomo rimase in ascolto.
«È il carillon.»
«Lo so. Ma chi lo ha acceso?»
«Forse è rimasto carico.»
La donna si sollevò sul letto.
«Da ieri sera? E avrebbe cominciato a suonare proprio adesso?»
Il marito sospirò.
«Andiamo a vedere.»
Indossarono le vestaglie e uscirono nel corridoio.
Passando davanti alla cameretta di Lapo, la madre socchiuse la porta.
Il letto era vuoto.
«Lapo?»
Nessuna risposta.
Accese la luce.
Le lenzuola erano scostate e il pigiama del bambino era sul letto.
«Caro! Lapo non c’è!»
Il padre entrò immediatamente.
«Sarà andato in bagno.»
Ma il bagno era vuoto.
Cercarono nella biblioteca, nella cucina, nel salotto, persino nelle stanze che venivano utilizzate raramente.
Niente.
«LAPO!» gridò la madre.
Il marito cominciava a spaventarsi.
«Lapo, rispondi!»
Il carillon continuava a suonare.
La sua musica sembrava del tutto indifferente all’agitazione che aveva provocato.
Fu allora che la madre si fermò davanti a una finestra.
«Aspetta.»
«Che cosa?»
«Senti quelle risate?»
Il marito tese l’orecchio.
Dal giardino proveniva una risata infantile.
Poi un’altra.
E un’altra ancora.
Sembravano molti bambini che giocavano insieme.
«Ma chi può esserci in giardino a quest’ora?»
La madre non rispose.
Era già corsa verso la porta.
La nebbia aveva invaso il prato davanti alla fontana.
Fra gli alberi, illuminati dalla luna, si distinguevano alcune piccole figure.
La madre si fermò improvvisamente.
«Mio Dio…»
Lapo era lì.
Scalzo, con la camicia da notte bianca, rideva felice mentre correva in cerchio con altri bambini.
Ma quei bambini erano diversi.
Indossavano abiti di epoche lontane.
Uno aveva un piccolo mantello di velluto.
Una bambina portava una cuffietta ricamata.
Un altro indossava una tunica chiara, stretta in vita da una cordicella.
E tutti erano leggermente trasparenti.
Attraverso i loro corpi si intravedevano gli alberi, la fontana e i cespugli di rose.
Lapo rideva così tanto da non riuscire quasi a respirare.
«Non vale! Non vale! Mi avete fatto il solletico!»
Una bambina dai lunghi capelli biondi gli sfiorò una spalla.
«Adesso tocca a te prenderci!»
«Ma voi correte troppo veloci!»
«Allora devi imparare!»
Le loro risate risuonarono nel giardino.
Il padre di Lapo si portò una mano alla bocca.
«Ma… che cosa sono?»
In quel momento la madre gridò:
«LAPO!»
Tutti i bambini si voltarono contemporaneamente.
Per un istante rimasero immobili.
Poi, uno dopo l’altro, scomparvero nella nebbia.
Non fuggirono.
Non corsero via.
Svanirono semplicemente, come immagini riflesse sull’acqua quando qualcuno la increspa.
Soltanto Lapo rimase al centro del prato.
Guardò sorpreso il punto in cui si trovavano i suoi amici.
«Ma dove siete andati?»
La madre gli corse incontro.
«Lapo! Amore mio!»
Lo prese fra le braccia, stringendolo fortissimo.
Il padre li raggiunse.
«Lapo, che cosa ci facevi qui fuori?»
Il bambino sorrise.
«Giocavo, papà!»
«Con chi?»
«Con i miei amici.»
La madre tremava.
«Quali amici, tesoro?»
«Quelli che abitano qui.»
Il padre guardò il giardino deserto.
«Ma qui non abita nessun bambino.»
Lapo scoppiò a ridere.
«Papà, che sciocchino! Certo che abitano qui!»
«E dove?»
Il bambino indicò gli alberi, la fontana e il vecchio muro.
«Dappertutto!»
I genitori lo riportarono immediatamente in casa.
Chiusero la porta principale, controllarono le finestre e abbassarono tutte le imposte.
La madre avvolse Lapo in una coperta.
«Amore mio, non devi mai più uscire da solo durante la notte.»
«Ma mamma, stavamo giocando!»
«Lo so, tesoro, ma è pericoloso.»
«Perché?»
«Perché è buio e potresti farti male.»
Lapo rifletté.
«Ma loro vedono benissimo anche al buio.»
Il padre si inginocchiò davanti a lui.
«Lapo, ascoltami. Chi sono quei bambini?»
«Sono i miei amici.»
«Come si chiamano?»
«Sono tanti, papà. Non posso dirti tutti i nomi adesso.»
«E da quanto tempo giochi con loro?»
Lapo lo guardò sorpreso.
«Da sempre.»
La madre sentì un brivido lungo la schiena.
«Da sempre?»
«Sì, mamma. Ma voi non li vedete mai.»
Il padre rimase in silenzio.
«E perché sono scappati quando siamo arrivati?» domandò infine.
Lapo abbassò gli occhi.
Per la prima volta sembrava triste.
«Perché voi grandi gli fate paura.»
La madre gli accarezzò i capelli.
«Amore mio, adesso devi andare a dormire.»
«Ma io voglio i miei amici!»
«Domani, tesoro.»
«Ma domani loro non possono giocare tutti insieme!»
«Perché?»
Lapo sospirò con la pazienza di chi deve spiegare una cosa semplicissima a persone che non capiscono niente.
«Perché alcuni dormono di giorno!»
In quel momento, dal salone, la musica del carillon cominciò a rallentare.
Le ultime note si susseguirono sempre più lentamente.
Una piccola dama si inchinò.
Il generale sollevò il bastone.
Le figure si fermarono.
Il carillon tacque.
Nella villa tornò il silenzio.
I genitori si guardarono, sollevati.
Ma soltanto per un istante.
Dal grande salone arrivò una nota di pianoforte.
Un Do.
Lungo.
Profondo.
Sostenuto.
La vibrazione attraversò le stanze, percorse i corridoi e sembrò fermarsi proprio davanti alla porta.
Il padre si voltò lentamente.
«Il pianoforte…»
La madre impallidì.
«Non c’è nessuno in salotto.»
Lapo, ancora avvolto nella coperta, sorrise felice.
«Oh, bene!»
I genitori lo guardarono.
«Che cosa, amore?»
Il bambino si sistemò meglio fra le braccia della madre.
«Hanno detto buonanotte.»
La nota continuò a vibrare ancora per qualche secondo.
Poi si spense.
Lapo chiuse gli occhi.
«Buonanotte anche a voi», sussurrò.
E si addormentò.
Il padre rimase immobile a fissare la porta del salone.
La madre stringeva il bambino addormentato.
Fuori, la nebbia cominciava lentamente a dissolversi.
Nel giardino, vicino alla fontana, una piccola altalena si muoveva dolcemente.
Eppure non c’era vento.
Capitolo terzo — I non nati
La mattina seguente, Villa I Cipressi era immersa in una splendida luce autunnale. La nebbia della notte si era dissolta e il sole illuminava le terrazze e le rose bagnate di rugiada.
Nella grande cucina, Lapo faceva colazione con la mamma. Aveva tre anni, i capelli spettinati e il pigiamino azzurro con piccoli orsetti ricamati. Davanti a sé aveva latte caldo e una fetta di pane con il miele.
Il padre era già uscito per lavoro. La madre, dopo gli avvenimenti della notte precedente, aveva dormito pochissimo. Continuava a rivedere quei bambini trasparenti che correvano nella nebbia, le loro risate, il carillon che suonava da solo e quel Do sostenuto del pianoforte.
Lapo invece era allegro come sempre e cercava di convincere un pezzetto di pane a rimanere in equilibrio sul bordo della tazza.
«Mammina?»
«Dimmi, amore.»
«Che cosa vuol dire i non nati?»
La madre smise di versare il caffè.
«Che cosa hai detto, tesoro?»
«I non nati.»
«Dove hai sentito queste parole?»
«Me le hanno dette i miei amici.»
La donna rimase immobile. Non sapeva come spiegare un concetto tanto delicato a un bambino di tre anni.
«Beh, amore… sono quelli che non sono venuti al mondo.»
Lapo aggrottò la fronte, rifletté per qualche istante e poi sorrise.
«Ah, allora ho capito!»
Riprese a mangiare tranquillamente.
«Che cosa hai capito, tesoro?»
«Che i miei amici sono i non nati.»
La madre sentì un freddo improvviso percorrerle la schiena.
«Quali amici, Lapo?»
«Quelli del giardino, mammina!»
«I bambini di ieri notte?»
«Sì. Loro non sono nati, perciò vogliono giocare con me. E anche con l’angelo.»
«Quale angelo, amore?»
Il bambino la guardò meravigliato.
«Ma quello che piange, mammina!»
La donna si aggrappò al bordo del tavolo. L’angelo di terracotta era stato ritrovato durante il restauro, quando lei era agli ultimi mesi di gravidanza. Ricordava il calcio del bambino nel ventre alla vista del piccolo volto ferito; ricordava anche le sottili tracce umide che talvolta comparivano sulle guance della scultura.
«Mammina, perché l’angelo piange?»
«Non lo so, tesoro.»
«Forse perché i bambini non hanno una mamma.»
«E tu come lo sai?»
«Me lo hanno detto loro.»
«E che cosa ti hanno detto?»
Lapo abbassò gli occhi sulla tazza.
«Che vorrebbero tanto nascere.»
Ci fu un lungo silenzio.
«Ma non possono.»
La madre gli accarezzò i capelli.
«Amore mio…»
Lapo guardò fuori dalla finestra.
«Però non sono tristi quando giochiamo. Ridono tanto! Posso portare loro dei biscotti?»
La madre si alzò, raggiunse il telefono nel corridoio e chiamò il marito.
«Caro, devi tornare a casa.»
«Che succede? Lapo sta male?»
«No, sta benissimo. Ma devi tornare.»
«Sono successi altri fatti strani?»
«Lapo mi ha parlato dei bambini. Dice che sono i non nati.»
Dall’altro capo della linea calò il silenzio.
«Hai capito bene?»
«Perfettamente. E dice che giocano con l’angelo.»
«Arrivo.»
Quando la donna tornò in cucina, Lapo aveva terminato la colazione.
«Mammina, posso andare a salutare l’angelo?»
Lei avrebbe voluto dirgli di no, prenderlo in braccio e portarlo lontano dalla villa. Ma lui la guardava con tanta naturalezza che non trovò il coraggio di spaventarlo.
«Vengo con te, amore.»
Raggiunsero la nicchia dove era stato collocato l’angelo di terracotta, con il volto rivolto verso l’alto e quella frattura sulla fronte che nessun restauratore aveva cancellato.
«Buongiorno, angelo», disse Lapo, alzandosi sulle punte dei piedi. «Oggi vengono ancora a giocare.»
Sotto un occhio della scultura, una linea più scura attraversava la guancia. La madre si avvicinò e la sfiorò con un dito. Era umida.
«Vedi, mammina?» sorrise Lapo. «È contento.»
«Perché dici così?»
«Perché adesso non è più solo.»
Fuori, nel giardino, una piccola risata attraversò il silenzio. La madre si voltò di scatto. Non c’era nessuno, soltanto le rose, i cipressi e il vento.
Lapo alzò la manina e salutò qualcuno attraverso la finestra.
«A dopo!»
Capitolo quarto — Le case degli amici
Quando il padre arrivò a Villa I Cipressi trovò la moglie pallida, ferma in corridoio, con le mani strette l’una nell’altra. Lapo, invece, era seduto sul tappeto del salone e allineava caramelle colorate come se preparasse un piccolo dono.
«Papà!» esclamò appena lo vide.
Il padre si chinò. «Lapo, la mamma mi ha detto che hai parlato dei tuoi amici. Che sono i non nati.»
«Sì, papà.»
«Mi vuoi spiegare meglio?»
Lapo ci pensò, poi si alzò con decisione.
«No. Vi faccio vedere.»
I genitori si scambiarono uno sguardo.
«Adesso?» domandò la madre.
«Sì, mammina. Ma dovete fare i bravi. Venite in giardino e non dovete parlare.»
«Perché?»
«Perché se fate rumore si spaventano.»
Lapo mise una caramella in tasca e uscì. I genitori lo seguirono, incerti, attraverso il giardino illuminato dal sole. Non c’era nebbia, ma i sentieri sembravano immersi in un silenzio particolare.
Il bambino camminava davanti a loro, voltandosi ogni tanto per controllare che lo seguissero.
«Zitti», sussurrava. «Se no non si fidano.»
Si fermò davanti a un albero secolare, così grande da sembrare una piccola torre viva.
«Fermi. Sta dormendo.»
«Chi?» mormorò la madre.
«Mammina! Avevo detto niente parole.»
«Scusami, amore.»
Lapo si accovacciò vicino alle radici, le accarezzò e disse: «Qui abita uno dei miei amici. Gli piace stare qui perché sente la terra. Dice che è calda.»
Depose una caramella fra due grosse radici.
«Questa è per te. Quando ti svegli la trovi.»
Poi si alzò sorridendo. «Adesso andiamo da un’altra.»
Attraversarono una parte ombrosa del parco e raggiunsero un cipresso sottile e altissimo.
«Qui abita una bambina. Lei non corre tanto. Sta quasi sempre seduta.»
«E dov’è seduta?» chiese il padre.
Lapo indicò il terreno. «Vicino al tronco. Però adesso non la vedete perché non vuole.»
Si chinò e depose un’altra caramella.
«Questa è alla fragola, come piace a te.»
La madre tremava. Il padre le posò una mano sulla spalla, cercando di rassicurarla e di rassicurare se stesso.
Proseguirono così ancora. A ogni albero Lapo si fermava, abbassava la voce, presentava qualcuno e lasciava un piccolo dono.
«Qui abita quello con il mantello.»
«Qui una piccolina che non parla mai.»
«Qui due fratellini insieme, ma uno si nasconde sempre.»
«Qui ce n’è uno che non vuole caramelle perché preferisce i fiori.»
A poco a poco i genitori capirono che Lapo conosceva quel giardino come si conosce una casa abitata. Ogni albero era una dimora. Ogni radice custodiva una presenza. Ogni angolo aveva una piccola storia.
Giunsero infine al vecchio cancello del Giardino Segreto. La targa di pietra era quasi nascosta dall’edera.
«Qui non entriamo adesso», disse Lapo.
«Perché?»
«Perché oggi sono stanchi.»
«Chi?»
Lapo sollevò pazientemente gli occhi al cielo.
«Papà, tutti.»
Dispose in cerchio le ultime caramelle davanti al cancello.
«Così stasera saranno contenti.»
La madre trovò finalmente la voce.
«Lapo… quanti sono?»
Lui si guardò intorno come per contare qualcosa che soltanto lui vedeva.
«Tanti.»
«Quanti, amore?»
«Tanti quanti quelli che non hanno avuto una casa.»
Il padre sostenne la moglie, che sembrava sul punto di cedere. Fra i cespugli si udì una risatina, leggera e infantile. Questa volta la sentirono entrambi.
Lapo salutò con la mano.
«A stasera!»
Rientrarono lentamente. Sulla soglia la madre si chinò davanti al figlio.
«I tuoi amici ti hanno mai chiesto qualcosa?»
«No. Vogliono solo giocare. E vogliono che l’angelo non pianga più.»
«Perché?» domandò il padre.
«Perché anche lui è rimasto fuori.»
Lapo corse nel corridoio a salutare l’angelo. I genitori restarono immobili sotto il portico.
Dal giardino giunse un’altra risata. Il vecchio cancello del Giardino Segreto si mosse appena, come se qualcuno, dall’altra parte, lo avesse spinto piano.
Capitolo quinto — I sette cipressi
Erano appena rientrati dal giardino. Lapo era corso a salutare l’angelo, mentre i genitori erano rimasti nel grande salone, ancora sconvolti.
La madre si sedette sul divano. Il marito le portò un bicchiere d’acqua.
«Dobbiamo trovare una spiegazione», disse.
Lei non rispose. Guardava il giardino attraverso la finestra.
Poi improvvisamente si alzò.
«Aspetta. Gli alberi!»
«Quali?»
«Quelli dove Lapo ci ha portati.»
Cominciò a contare sulle dita: «Il primo vicino alle rose, il secondo dietro la fontana, il terzo dove abitano i due fratellini… quattro, cinque, sei…»
Si fermò.
«Sette.»
«Sette cosa?»
«Sette alberi. E sono tutti cipressi.»
L’uomo guardò fuori.
«Ecco perché questa casa si chiama I Cipressi», sussurrò lei.
«Cara, è una coincidenza. Sulle colline di Fiesole ci sono cipressi dappertutto.»
«Ma Lapo non si è fermato davanti agli altri. Sapeva dove andare. E se fossero stati piantati per loro?»
«Per chi?»
«Per i bambini che non sono mai nati.»
Fu allora che dal pianoforte Bechstein si levò una musica fortissima. Il carillon aveva cominciato a suonare, non la solita melodia delicata, ma una musica che sembrava provenire da un’intera orchestra. Gli automi giravano freneticamente; le dame si inchinavano, i cavalieri alzavano le braccia, gli occhi di rubino e smeraldo brillavano nel sole.
«Fallo smettere!» esclamò la madre.
Il marito si precipitò verso il meccanismo.
«Non toccarlo, papà!» disse una vocina alle sue spalle.
Era Lapo, apparso sulla porta.
«Perché non devo toccarlo?»
«Perché stanno facendo festa!»
«Chi, amore mio?»
«I miei amici.»
«Perché fanno festa?»
Lapo accarezzò una guancia della madre.
«Perché finalmente vi siete accorti di loro.»
La donna lo strinse fra le braccia.
«Che cosa vogliono da noi, tesoro?»
«Niente, mammina. Vogliono soltanto che non vi dimentichiate che ci sono anche loro.»
Il carillon si fermò all’improvviso. Seguì un silenzio assoluto. Poi, senza che nessuno sfiorasse la tastiera del Bechstein, risuonò una nota sola: Do sostenuto.
«Avete sentito?» domandò Lapo.
«Sì», rispose il padre, pallidissimo.
«Hanno detto grazie.»
Capitolo sesto — La contessina dei sette cipressi
La cucina di Villa I Cipressi era una stanza grande, dalle pareti color crema, con un enorme camino e un tavolo di legno massiccio.
Serafina stava preparando la pasta fresca. Era una donna robusta, con le guance rosse, le mani sempre infarinate e quella saggezza che appartiene a chi osserva molto e parla solo quando serve.
La madre di Lapo, intenta a tagliare le verdure, le domandò:
«Serafina, sai perché questa casa si chiama I Cipressi?»
La cuoca smise di impastare.
«Ma certo, signora. È per via della vecchia contessina.»
«Quale contessina?»
«Violante. La chiamavano contessina perché non si era mai sposata, anche se di pretendenti ne aveva quanti ne voleva. Era bellissima, sa? E generosa! Faceva feste meravigliose. Arrivavano persone da Firenze, da Roma, perfino dall’estero. Musica e balli fino al mattino!»
«Una donna felice, allora.»
Serafina fece una smorfia.
«Eh, signora mia, la felicità è come la pasta fresca: se la lasci troppo al sole, si secca.»
La madre sorrise.
«E che cosa c’entrano i cipressi?»
«La contessina aveva una strana abitudine. Ogni due anni interrompeva le feste e si ritirava a vita privata per due mesi. Sempre due. Poi tornava più bella di prima, faceva una grande festa e ordinava al giardiniere di piantare un cipresso. Uno soltanto.»
«Quanti ne piantò?»
Serafina contò sulle dita infarinate.
«Sette, signora. Sette cipressi.»
Il coltello scivolò dalle mani della madre e cadde sul tavolo.
«Signora, si sente bene?»
«Sì, sì. Continua.»
La cuoca si asciugò le mani sul grembiule.
«Poi successe una cosa brutta. La famiglia la ripudiò.»
«Perché?»
«Questo non lo so. All’epoca si faceva presto a togliere il saluto a una donna. Bastava che non si comportasse come volevano gli altri.»
«E lei che cosa fece?»
«Continuò a vivere qui, finché poté. E faceva tanto bene alle suore del convento. Portava denaro, vestiti, coperte, medicine. Diceva che nessuno doveva sentirsi abbandonato.»
«Abbandonato…» ripeté la madre.
«Sì, signora. Era la parola che usava. E pensare che non aveva figli.»
«Come hai detto?»
«Non si sposò mai e non ebbe figli. Almeno così raccontavano.»
La madre guardò attraverso la finestra, verso i sette cipressi.
«Serafina, la contessina parlava mai con gli alberi?»
Per la prima volta la cuoca perse il sorriso.
«E lei come fa a saperlo?»
«Che cosa dovrei sapere?»
«Raccontavano che ogni sera uscisse in giardino e parlasse con i cipressi. A volte cantava delle ninne nanne.»
«E perché?»
Serafina abbassò la voce.
«Quando glielo chiedevano, rispondeva sempre la stessa cosa: anche chi non è nato ha diritto a una ninna nanna.»
Proprio in quel momento Lapo entrò in cucina, con le tasche piene di caramelle.
«Serafina, hai fatto la torta?»
«Ma certo, tesoro. Quella che ti piace tanto.»
«Che bello! Mammina, oggi possiamo portare una fetta anche alla signora Violante?»
La madre impallidì. Serafina rimase con la bocca aperta.
«Quale signora Violante, amore?»
«Ma quella che viene a trovare i bambini!»
«Tu l’hai vista?»
«Certo. Là fuori, vicino ai cipressi. È tanto bella, ma qualche volta piange con l’angelo.»
Serafina si fece il segno della croce.
Dal salone il carillon cominciò a suonare.
Lapo batté le manine.
«Oh, bene! È arrivata anche la musica!»
Capitolo settimo — La lettera dietro lo specchio
Il padre di Lapo non riusciva a togliersi dalla mente le parole di Serafina.
La contessina Violante, le sue feste, i misteriosi ritiri e quei sette cipressi che sembravano custodire qualcosa di indicibile.
Aveva deciso di esaminare i documenti rimasti nella villa.
Durante i restauri, molti oggetti erano stati depositati nelle vecchie cantine, in attesa di essere inventariati.
Scese la scala di pietra che conduceva ai sotterranei.
L’aria odorava di umidità, legno antico e vino.
Attraversò una prima stanza dove riposavano vecchie botti, poi raggiunse un ambiente più piccolo, nel quale erano stati accatastati mobili, cornici e alcune casse contenenti carte ingiallite.
Appoggiato alla parete c’era un grande specchio dalla cornice dorata.
Era annerito dal tempo e presentava alcune macchie sulla superficie riflettente.
L’uomo si avvicinò.
«Questo potrebbe essere ancora bello, dopo un restauro», mormorò.
Cercò di spostarlo per osservarne la cornice.
Fu allora che qualcosa scivolò da dietro lo specchio e cadde sul pavimento.
Un piccolo involucro di carta.
L’uomo si chinò.
Era una lettera piegata in quattro, ingiallita dal tempo, ma perfettamente conservata.
Non aveva busta.
Sulla parte esterna, in una grafia elegante, era scritto soltanto:
Alla contessina Violante.
La aprì con delicatezza.
Violante adorata,
sono tornato ancora una volta davanti al cancello della tua casa, ma non ho trovato il coraggio di entrare.
Ti scrivo perché esistono parole che la voce non riesce a pronunciare quando il cuore ne conosce troppo bene il significato.
Ti amo, Violante.
Ti amo da quando ti vidi per la prima volta scendere la grande scala del salone, vestita di azzurro, mentre tutti ammiravano la tua bellezza.
Io, invece, vidi la tristezza nei tuoi occhi.
Da allora ho compreso che la bellezza può diventare una prigione quando tutti desiderano possederla e nessuno si preoccupa di conoscere chi la custodisce.
So che parlano di te.
So che la tua famiglia disapprova le tue scelte.
So anche che, nei lunghi periodi in cui chiudi le porte della villa, nessuno riesce a sapere dove tu vada e perché ritorni sempre così diversa.
Ma io non ti domanderò spiegazioni.
Non voglio essere un altro giudice della tua esistenza.
Vorrei soltanto essere l'uomo al quale tu possa aprire la porta senza dover fingere di essere felice.
Se un giorno desidererai raccontarmi il tuo segreto, ti ascolterò.
Se invece vorrai conservarlo, ti amerò ugualmente.
Non temo il tuo passato, Violante.
Temo soltanto che tu debba attraversare il futuro senza qualcuno che ti tenga la mano.
Ti amo.
Tuo per sempre,
Giulio.
Il padre di Lapo rimase immobile.
Rilesse la firma.
Giulio.
Conosceva quel nome.
Lo aveva sentito pronunciare molte volte durante le riunioni di famiglia.
Era il suo prozio Giulio.
Da bambino aveva visto alcune sue fotografie, conservate in un vecchio album della nonna.
Un uomo elegante, con baffetti sottili e occhi malinconici.
Non si era mai sposato.
In famiglia dicevano che aveva amato una donna impossibile e che, dopo averla perduta, non aveva più voluto conoscere nessun’altra.
Ma nessuno gli aveva raccontato chi fosse quella donna.
Adesso lo sapeva.
Era Violante.
La contessina dei sette cipressi.
L’uomo si sedette su una vecchia cassa.
Osservò la lettera.
Per quale motivo era stata nascosta dietro quello specchio?
Violante l’aveva ricevuta?
L’aveva letta?
E soprattutto, aveva mai risposto?
Un rumore leggerissimo lo fece voltare.
Sembrava il fruscio di un abito di seta.
«C’è qualcuno?»
Nessuna risposta.
La cantina era vuota.
Soltanto il grande specchio continuava a riflettere debolmente la luce della lampadina.
L’uomo si alzò.
Per un istante ebbe la curiosa impressione che, nel vetro annerito, qualcuno fosse in piedi alle sue spalle.
Si voltò immediatamente.
Non c’era nessuno.
Guardò di nuovo lo specchio.
Vide soltanto se stesso.
«Devo essere stanco», mormorò.
Ripiegò la lettera con cura e risalì verso il piano nobile.
La moglie era nel salotto, intenta a sistemare alcuni fiori.
«Ho trovato una cosa straordinaria», annunciò lui.
«Che cosa?»
«Una lettera d’amore.»
«Una lettera d’amore?»
«Del mio prozio Giulio.»
La donna sorrise.
«Che romantico! E a chi scriveva?»
Il marito la guardò.
«Alla contessina Violante.»
Il sorriso scomparve dal volto della moglie.
«Violante? La nostra Violante?»
«Proprio lei.»
Le porse la lettera.
La donna cominciò a leggere.
Quando arrivò alle parole non voglio essere un altro giudice della tua esistenza, si fermò.
Ripensò a tutto quello che Serafina le aveva raccontato.
Una donna bellissima.
Una famiglia che l’aveva ripudiata.
Sette misteriosi ritiri.
Sette cipressi.
«Povera Violante», sussurrò.
Poi guardò il marito.
«Forse era molto più sola di quanto immaginassero.»
Proprio in quel momento Lapo entrò nel salone.
Aveva le guance arrossate per aver corso in giardino.
«Papà! Mammina!»
«Vieni, amore.»
Il bambino si avvicinò al tavolo e osservò la lettera.
«Che cos’è?»
«Una lettera molto vecchia, tesoro.»
«Di chi?»
«Di un nostro parente. Il prozio Giulio.»
Lapo sorrise.
«Ah, Giulio!»
Il padre lo guardò sorpreso.
«Lo conosci?»
«Certo.»
La madre posò lentamente la lettera.
«E dove lo hai conosciuto, amore?»
Lapo sembrò stupito.
«Ma nel giardino!»
I genitori si guardarono.
«Nel giardino?» ripeté il padre.
«Sì. È quello che aspetta sempre vicino al cancello.»
«E che cosa aspetta?»
Il bambino alzò le spalle.
«Non lo so.»
Poi aggiunse con naturalezza:
«Dice che aspetta una signora.»
La madre sentì nuovamente quel freddo che ormai conosceva fin troppo bene.
«E come si chiama la signora, Lapo?»
Il bambino rifletté.
«Non me lo ricordo. Ma lui dice sempre che è bellissima.»
Il padre rimase in silenzio.
Lapo guardò ancora la lettera.
«Papà, posso portargliela?»
«A chi?»
«A Giulio!»
«Perché?»
Il bambino sorrise.
«Perché così, mentre aspetta, può rileggerla.»
Dal grande salone non proveniva alcun rumore.
Il carillon era immobile.
Il Bechstein nero taceva.
Eppure, per un istante, la madre ebbe l’impressione di sentire qualcuno sospirare.
Non un sospiro di dolore.
Quasi di sollievo.
Capitolo ottavo — Il freddo dei privilegi
La cena era terminata da poco.
Serafina aveva sparecchiato e la grande villa era immersa nella tranquillità della sera.
Lapo dormiva nella sua cameretta, mentre i genitori erano rimasti nel salotto, seduti sul grande divano davanti al camino.
La donna aveva appoggiato la testa sulla spalla del marito.
Il fuoco crepitava dolcemente.
Sul tavolino c’erano due bicchieri di vino e la vecchia lettera che Giulio aveva scritto alla contessina Violante.
«Povera donna», mormorò lei.
«Chi, Violante?»
«Sì. Pensa a quanto doveva essere sola, nonostante tutte quelle feste.»
Il marito annuì.
«E Giulio che continuava ad amarla senza poterle stare vicino.»
Rimasero in silenzio.
Poi la donna sospirò.
«Noi siamo stati davvero fortunati.»
«Sì, cara. Abbiamo avuto tutto.»
«Le migliori famiglie, le migliori scuole, un’educazione impeccabile.»
L’uomo sorrise.
«Io, pensa, a sette anni ero già in Inghilterra, in un college prestigiosissimo.»
«E io a cinque anni ero dalle suore. Un collegio meraviglioso, frequentato dalle bambine delle migliori famiglie.»
La donna sorrise al ricordo.
«Avevamo persino le lenzuola ricamate con le nostre iniziali.»
«Noi avevamo le uniformi confezionate a Londra.»
«E la domenica il dolce servito nei piatti di porcellana.»
«Noi potevamo scrivere una lettera a casa ogni settimana.»
La donna smise di sorridere.
Il marito continuò a guardare il fuoco.
«Ricordo ancora il primo giorno. Avevo una valigia più grande di me.»
Lei rimase immobile.
«Anch’io.»
«Mio padre mi disse che dovevo essere coraggioso. Che gli uomini della nostra famiglia non piangevano.»
«La mia mamma mi disse che ero una bambina fortunatissima.»
Un ceppo si spezzò nel camino.
La donna abbassò gli occhi.
«Avevo cinque anni.»
L’uomo le accarezzò una mano.
«Io sette.»
«La prima notte piansi tanto. Chiedevo della mamma, ma la suora mi spiegò che dovevo imparare a essere una signorina.»
Il marito non rispose.
«E tu?» domandò lei.
«Io aspettavo le vacanze. Contavo i giorni.»
«Venivano a trovarti?»
«Qualche volta. Mio padre era molto occupato.»
Un lungo silenzio riempì la stanza.
Fuori, il vento attraversava lentamente i sette cipressi.
La donna si strinse al marito.
«Sai una cosa?»
«Dimmi.»
«Non ricordo che mia madre mi abbia mai accompagnata a dormire.»
Lui chiuse gli occhi.
«Io non ricordo che mio padre mi abbia mai raccontato una favola.»
Rimasero immobili.
Poi la donna sussurrò:
«Caro…»
«Sì?»
«Anche noi eravamo bambini lasciati fuori.»
L’uomo abbassò la testa.
Per qualche istante sembrò voler rispondere, ma non trovò le parole.
Alla fine disse soltanto:
«Sì.»
La donna si voltò verso di lui.
Aveva gli occhi lucidi.
«Anche noi non li volevamo disturbare. Dovevamo essere educati, riconoscenti, comportarci bene…»
«E non chiedere mai di tornare a casa.»
Lei annuì.
Poi disse quella frase che nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di pronunciare:
«Anche noi non eravamo voluti.»
Il marito la strinse fortissimo.
Non cercò di consolarla con una spiegazione.
Non le disse che le loro famiglie avevano fatto tutto per il loro bene.
Per una volta non cercarono di giustificare nessuno.
Rimasero semplicemente abbracciati.
Due bambini diventati adulti che, davanti al fuoco, avevano finalmente riconosciuto la propria solitudine.
«E pensare», mormorò lei dopo molto tempo, «che abbiamo comprato questa casa perché Lapo potesse crescere con noi.»
Il marito le baciò la fronte.
«Forse volevamo dargli quello che ci era mancato.»
«Una casa?»
«No, amore.»
L’uomo guardò il fuoco.
«Qualcuno che ci fosse.»
La donna si asciugò una lacrima.
«Allora promettiamoci una cosa.»
«Quale?»
«Che Lapo non debba mai domandarsi se lo vogliamo.»
«Te lo prometto.»
Si abbracciarono nuovamente.
In quel momento, dal grande salone, giunse un suono leggerissimo.
Un piccolo scatto.
Poi un altro.
Il carillon aveva cominciato a suonare.
Ma questa volta non c’era nulla di spaventoso.
La melodia era dolce, quasi una ninna nanna.
Gli automi si muovevano lentamente sopra il Bechstein nero.
La donna sollevò la testa.
«Lo senti?»
«Sì.»
«Dovremmo andare a vedere?»
Il marito sorrise appena.
«No. Rimaniamo qui.»
Lei si rannicchiò nuovamente fra le sue braccia.
La musica attraversava la casa come una carezza.
E per la prima volta, nessuno dei due ebbe paura.
Nel giardino i sette cipressi oscillavano dolcemente.
L’angelo di terracotta custodiva il suo silenzio.
E al piano superiore Lapo dormiva sereno.
Quella sera, a Villa I Cipressi, due bambini che erano stati lasciati soli molti anni prima avevano finalmente trovato qualcuno che li tenesse abbracciati.
Il carillon continuò a suonare piano.
Come se qualcuno avesse finalmente deciso di cantare anche per loro.
Capitolo nono — Indifferenza e Superbia
La contessina Violante amava profondamente gli animali. Diceva spesso che gli uomini parlavano troppo, mentre gli animali avevano il buon senso di esprimere soltanto ciò che sentivano.
Un pomeriggio di primavera ricevette la visita di una vecchia zia, appena tornata da un lungo viaggio in India. La signora portava abiti di seta, gioielli curiosi e un’infinità di racconti su principi, palazzi e giardini meravigliosi. Ma il suo regalo più straordinario erano due magnifici pavoni reali.
Il primo aveva un piumaggio blu intenso, con riflessi verdi e dorati. Il secondo era ancora più imponente, con una coda lunghissima tempestata di occhi iridescenti.
Violante rimase incantata.
«Zietta! Sono meravigliosi!»
«Sono una coppia di creature regali, mia cara. Trattali bene.»
La contessina si avvicinò. Uno dei pavoni aprì la coda, formando un ventaglio così splendido che persino il giardiniere si tolse il cappello.
«Che bellezza!» esclamò Violante.
Proprio in quel momento l’altro pavone lanciò un grido terribile, quasi umano, che attraversò il giardino e fece sobbalzare tutti.
«Santo cielo!» esclamò la zia.
Violante scoppiò a ridere.
«Ma sono due mostri! Due mostri bellissimi!»
Il pavone gridò nuovamente.
«Ho deciso: li chiamerò Indifferenza e Superbia.»
«Che nomi terribili, Violante!»
«Terribili? Ma no, zietta! Sono due cose che conosco benissimo. L’Indifferenza è bellissima quando non deve guardare la sofferenza degli altri. E la Superbia ama talmente la propria bellezza da dimenticarsi che esiste il resto del mondo.»
«Mia cara, hai sempre avuto idee molto particolari.»
«Lo so, zietta. È uno dei miei pochi meriti.»
Da quel giorno Indifferenza e Superbia divennero i padroni incontrastati del giardino. Passeggiavano fra le rose, salivano sulle balaustre e interrompevano le conversazioni degli ospiti con i loro gridi assordanti.
Durante una delle celebri feste, uno dei pavoni lanciò un urlo proprio mentre un marchese dichiarava il proprio amore a una giovane vedova. La signora quasi svenne dallo spavento.
Violante, invece, rise fino alle lacrime.
«Vedete, signori? Persino la Superbia trova insopportabili certe dichiarazioni d’amore!»
Ma c’erano momenti in cui Violante rimaneva sola nel giardino. Allora sedeva sotto i cipressi, ascoltava il vento e lasciava che il silenzio le facesse compagnia.
Una sera Indifferenza si avvicinò alla sua poltrona.
«Vieni qui, mostriciattolo mio.»
Il pavone sollevò la testa e lanciò un grido lungo, straziante.
«Hai una voce orribile, tesoro. Sembra l’urlo della Morte.»
Un altro grido attraversò il giardino. Violante respirò il profumo delle rose e guardò gli ultimi raggi del sole.
«Eppure, ogni volta che vi sento gridare, mi viene ancora più voglia di vivere. Forse perché mi ricordate che la vita non è soltanto bellezza. È anche dolore, solitudine e paura. Ma rimane una cosa meravigliosa.»
Poi rise.
«E adesso basta con questi funerali! Andiamo a cena!»
Molti anni dopo Serafina raccontò questa storia alla madre di Lapo, mentre preparavano la cena.
«Sa, signora, dicono che la contessina amasse quei due uccelli più di certi suoi parenti.»
«E che fine fecero?»
«Non lo so. Ma mia nonna diceva che, anche dopo la loro morte, qualche notte si sentivano ancora gridare in giardino.»
In quel momento entrò Lapo.
«Serafina, perché parlate di Indifferenza e Superbia?»
La cuoca rimase con il mestolo sospeso.
«E tu come conosci quei nomi, piccolino?»
«Me li ha detti la signora Violante. Dice che erano i suoi mostri preferiti. Bellissimi, ma facevano paura quando cantavano.»
Serafina si fece il segno della croce.
«Non devi avere paura», le disse Lapo. «Violante dice che sono più buffi quando gridano.»
Dalla finestra aperta arrivò all’improvviso un urlo acuto e straziante. Il grido di un pavone.
Eppure a Villa I Cipressi non c’erano pavoni da più di un secolo.
Capitolo decimo — Gli ospiti
A Villa I Cipressi, ai tempi delle grandi feste di Violante, passavano persone di ogni genere.
Principi decaduti, signore troppo profumate, vedove allegre, gentiluomini pieni di debiti, cugine pie che spiavano tutti, contesse con il cuore secco come un fiore dimenticato e uomini così convinti della propria importanza da riuscire a stancare perfino gli specchi.
Il giardino, in quelle sere, era illuminato da lanterne colorate. Dal salone uscivano musica, risate e il tintinnio dei bicchieri.
Violante appariva bellissima, con abiti di seta, collane leggere e quel sorriso capace di accogliere tutti senza appartenere davvero a nessuno.
Ma non tutti gli ospiti erano piacevoli. Alcuni portavano con sé una freddezza che nemmeno il vino riusciva a sciogliere. Altri avevano occhi così vuoti che sembravano venire a una festa soltanto per controllare chi fosse più felice di loro.
E certi parenti, soprattutto, avevano un modo di parlare tanto elegante quanto spietato. Bastava una loro frase per spegnere il calore di una stanza.
Serafina raccontava che, durante quelle serate, perfino gli spiriti del giardino si ritiravano prudentemente fra i cespugli.
«Stasera arrivano gli ospiti di Firenze», mormorava uno.
«Allora nascondiamoci», rispondeva un altro.
I bambini non nati correvano sotto le ortensie. Giulio, dal cancello, sospirava. L’angelo taceva.
E persino Indifferenza e Superbia, i due pavoni, interrompevano per un poco i loro gridi, quasi offesi da tanta concorrenza.
Una sera, anni dopo, Lapo domandò a Violante:
«Ma perché i tuoi amici spiriti si nascondono quando arrivano i signori?»
La contessina rise piano.
«Perché, tesoro, i morti sono molto più sensibili di quanto si creda.»
«E hanno paura?»
«Non dei fantasmi. Degli invitati.»
«Perché?»
Lei si chinò verso il bambino e sussurrò:
«Perché certi vivi sanno essere più spaventosi dei morti.»
Poi guardò verso il viale dove un tempo arrivavano le carrozze.
«I morti, almeno, hanno il buon gusto di non fingere.»
A Villa I Cipressi gli spiriti uscivano soltanto quando gli ospiti se ne andavano. I fantasmi del giardino non temevano la morte. Temevano la cattiveria beneducata.
Il bambino che la casa aspettava
Villa I Cipressi aveva conosciuto secoli di solitudine. Fra le sue mura erano passati nobili, religiosi, servi e viaggiatori. Tutti avevano lasciato qualcosa, ma molti avevano portato via il proprio amore.
La casa aveva raccolto ciò che gli uomini abbandonavano: promesse, sogni, lacrime e bambini che non avevano mai visto la luce.
Poi era arrivato Lapo.
Non aveva portato grandi ricchezze, né risposte ai misteri del mondo.
Aveva soltanto una manciata di caramelle.
E quando incontrò il primo degli esclusi, non gli domandò chi fosse, da dove venisse o perché si trovasse lì.
Gli domandò semplicemente:
«Vuoi giocare con me?»
E dopo secoli qualcuno si sentì nuovamente desiderato.
Lapo e la Luna
Qualche anno passò, fra compiti, giochi e visite inattese. A Villa I Cipressi la vita quotidiana non aveva perso nulla della propria semplicità.
Quella sera la Luna era piena.
Lapo era seduto sul tappeto del salotto e giocava con alcuni soldatini di legno.
La madre gli aveva portato una coperta perché facesse meno freddo.
«Grazie, mammina.»
«Vuoi anche un bicchiere di latte?»
«Sì, ma non troppo caldo.»
Lei sorrise e gli baciò la fronte.
Il padre, seduto accanto al camino, osservava la scena.
Pensò a quando aveva sette anni e, nella grande camerata del collegio inglese, aspettava inutilmente che qualcuno venisse a rimboccargli le coperte.
Non provò rabbia.
Per la prima volta provò tenerezza per quel bambino che era stato.
La madre tornò con il latte.
Lapo lo bevve, si sporcò i baffetti e rise.
«Papà, guarda! Sono diventato un gatto!»
Il padre scoppiò a ridere.
Fuori, oltre la finestra, la Luna illuminava i sette cipressi.
Nessuno vide la contessina Violante ferma fra le rose.
Nessuno vide Giulio accanto al cancello.
E nessuno vide le piccole figure che osservavano dalle radici degli alberi.
Non erano venuti per ascoltare una rivelazione.
Guardavano semplicemente una famiglia trascorrere una sera qualunque.
Un bambino beveva il latte.
Una madre gli puliva il viso.
Un padre rideva.
E per alcuni di loro quella normalità era il mistero più grande che avessero mai incontrato.
Il Sole e la Luna
Era una sera tranquilla a Villa I Cipressi.
Lapo era seduto sulle ginocchia del padre, mentre la madre ricamava accanto al camino.
Dalla finestra si vedeva una bellissima Luna piena.
«Papà?»
«Dimmi, amore.»
«Ma il Sole non è mai stanco?»
«Perché dovrebbe essere stanco?»
«Perché lavora sempre! Fa luce, fa caldo, fa crescere i fiori… fa tutto lui!»
Il padre sorrise.
«In effetti è molto occupato.»
Lapo rimase pensieroso.
«E la Luna?»
«Che cosa fa la Luna?»
«Niente!»
La madre rise.
«Come, niente?»
«Sta lassù e si fa illuminare.»
«E non ti sembra poco?»
Lapo guardò ancora fuori dalla finestra.
«No. È bella.»
Poi aggiunse:
«E il mare le va dietro, vero, papà?»
«Sì, amore. La Luna fa muovere le maree.»
«Allora il mare le vuole bene!»
La madre sorrise.
«Forse sì.»
«E quando due persone si vogliono bene, guardano la Luna.»
«Qualche volta, tesoro.»
Lapo rifletté ancora un istante.
Poi domandò:
«Ma papà, si può stare tranquilli come la Luna, qualche volta? Senza dover fare sempre qualcosa?»
Il padre aprì la bocca per rispondere.
Poi la richiuse.
La madre smise di ricamare.
Lapo, intanto, sbadigliò.
«Papà, mi porti a letto? Ho sonno.»
«Certo, amore.»
«E lasci la finestra un pochino aperta?»
«Perché?»
«Così la Luna mi vede.»
Il padre lo prese in braccio e salì le scale.
La madre rimase davanti al camino.
Ripensò agli anni di collegio, alle lezioni, ai voti, ai doveri, alle buone maniere, a tutte le cose che aveva dovuto imparare per diventare qualcuno.
Nessuno le aveva mai insegnato che poteva semplicemente essere se stessa.
Guardò la Luna.
Non le sembrò più così immobile.
Le sembrò libera.
Dal salone arrivò una nota leggerissima del carillon.
Soltanto una. Poi tornò il silenzio.
Franca dei Bosconi
Quando i proprietari di Villa I Cipressi decisero di chiedere consiglio a Franca dei Bosconi, Serafina li avvertì che quella donna conosceva molte cose e ne raccontava pochissime.
«E, soprattutto, signori miei, non dimentica mai di farsi pagare.»
Franca arrivò con una grossa borsa, un mantello pratico e l’espressione di chi non vede alcuna ragione di spaventarsi per ciò che gli altri chiamano soprannaturale. Portava sette piccole campane da appendere agli alberi e un barattolo di qualcosa che chiamava Miellito di Trota.
«È un rimedio?» domandò la madre.
«È una cosa che preparo io», rispose Franca. «E basta che funzioni.»
Percorse il giardino, sostando davanti ai sette cipressi. Ogni tanto pareva ascoltare una voce che nessun altro sentiva. Dietro di lei si muovevano due ombre maestose, con code iridescenti appena trasparenti.
«Sono… pavoni?» chiese il padre.
«Sono curiosi», disse Franca. «Ed estremamente maleducati.»
Legò una campana a ciascun cipresso. Il vento non soffiava, eppure una di esse tintinnò.
«Queste aiuteranno il giardino a stare tranquillo», dichiarò.
La madre si torceva le mani.
«Ma Lapo? Non voglio che gli accada nulla.»
Franca si voltò verso il bambino, che la osservava con un biscotto in mano.
«Come ti chiami, piccino?»
«Lapo.»
La donna lo guardò a lungo, poi gli sistemò il colletto della camicia.
«E te dovevi essere l’ottavo, ma sei stato voluto.»
Il padre si irrigidì. La madre impallidì. Per un istante entrambi ricordarono i due mesi terribili durante i quali avevano temuto di perdere il bambino, ancora prima che nascesse.
«L’ottavo che cosa?» sussurrò la madre.
Franca non rispose.
«Certo che mi volevano!» disse Lapo. «La mia mamma e il mio papà!»
«Appunto», concluse Franca, richiudendo la borsa.
Nessuno seppe che cosa volesse dire. E nessuno poté dire che gli altri sette non fossero stati desiderati altrettanto.
Dal giardino arrivò un solo, piccolo tintinnio. Non c’era vento.
«E ora», disse Franca, «dovreste offrirmi qualcosa da bere. Ho parlato abbastanza per oggi.»
Prima di andarsene ricordò ai padroni di casa il compenso pattuito, come si trattasse della parte più importante della visita.
Lapo e i biscotti proibiti
Serafina stava impastando quando Lapo domandò:
«Serafina, quanti biscotti possiamo fare?»
«Quanti ne vuoi, tesoro.»
«Anche cento?»
«Cento? E chi dovrebbe mangiarli tutti?»
«I miei amici!»
Serafina smise di impastare.
«Quali amici, Lapo?»
«Quelli che dormono sotto gli alberi.»
La cuoca impallidì.
«Ma la signora Franca ha appena finito di farli addormentare!»
«Lo so.»
«E allora perché vuoi preparare tutti questi biscotti?»
Lapo la guardò sorpreso.
«Perché quando si svegliano avranno fame!»
«LAPO! NON DEVONO SVEGLIARSI!»
Il bambino rimase pensieroso.
«Ma Serafina, se dormono sempre, quando giocano?»
La cuoca aprì la bocca, ma non seppe cosa rispondere.
Dal giardino arrivò un tintinnio leggerissimo. Una delle sette campane al vento, sebbene non ci fosse un filo d’aria.
Lapo sorrise.
«Hai sentito? Secondo me hanno già sentito il profumo!»
I biscotti di Violante
Lapo aveva finito i compiti nella sua camera e decise di uscire in giardino per giocare e prendere un po’ d’aria.
Davanti al cipresso più grande trovò la contessina Violante inginocchiata, intenta a cantare una ninna nanna.
Il bambino si fermò ad ascoltarla.
Violante si voltò lentamente verso di lui e sorrise.
Ma quel sorriso, poco alla volta, si trasformò in un ghigno spaventoso.
La bocca si spalancò come le fauci di una belva ed emise un urlo così terribile da spaventare persino Indifferenza e Superbia, che fuggirono fra i cespugli.
Lapo la guardò seriamente.
Poi portò le mani dietro le orecchie, spalancò la bocca e fece un ruggito da leone.
«ROOOAAAR!»
Si fermò, soddisfatto.
«Ho vinto io!»
Violante lo fissò, sconcertata.
«Lapo…»
«Perché mi hai fatto quella faccia?»
La contessina abbassò gli occhi.
«Perché ho fatto tante cose sbagliate, Lapo.»
Il bambino ci pensò un momento.
«Hai chiesto scusa?»
Violante non rispose.
«Anch’io faccio cose sbagliate. Per esempio, prendo i biscotti di nascosto. Se mi scoprono chiedo scusa, altrimenti continuo a mangiarli.»
Violante lo guardò con infinita tenerezza.
Poi sussurrò:
«Ma io… quei biscotti li volevo…»
Lapo le prese una mano.
«Allora seguimi. Ma senza fare rumore!»
Entrarono nella villa.
Passando davanti al grande pianoforte, il carillon cominciò a suonare.
Violante si voltò, irritata, e soffiò come un gatto infuriato.
«Fffff!»
La musica si interruppe immediatamente.
Lapo sorrise.
«Brava!»
Attraversarono il corridoio e raggiunsero la cucina.
Il bambino trascinò una sedia davanti alla credenza, vi salì sopra e prese la grande scatola dei biscotti.
Ne sistemò alcuni su un piatto.
«Tieni, Violante. Mangiane quanti ne vuoi. Serafina li fa tutti i giorni!»
La contessina lo guardò perplessa.
Prese un biscotto.
Lo mangiò lentamente.
Poi ne prese un altro.
E un altro ancora.
A ogni biscotto il suo corpo diventava più trasparente.
Prima le mani, poi il vestito, poi i lunghi capelli.
Violante guardò Lapo.
Avrebbe voluto dirgli qualcosa, ma non trovò le parole.
Il bambino le porse un altro biscotto.
«Questo è quello con più cioccolato!»
Violante sorrise.
Questa volta il suo sorriso non si trasformò in un ghigno.
Era semplicemente un sorriso.
Poi diventò una luce sottile e luminosa che, con un piccolo fischio, fece un giro della cucina, sfiorò i capelli di Lapo e volò fuori dalla finestra.
Scomparve nell’aria
Lapo rimase a guardare la finestra aperta.
Poi rimise i biscotti nella scatola, riportò la scatola nella credenza, scese dalla sedia e la rimise al suo posto.
E tornò in giardino a giocare.
I sette biscotti
Quella notte Villa I Cipressi dormiva.
La cucina era silenziosa. Serafina aveva spento le luci, controllato il forno e chiuso accuratamente la credenza.
Ma poco dopo mezzanotte la porta si aprì lentamente.
Entrò la contessina Violante.
Non attraversò la parete come avrebbe potuto fare un rispettabile fantasma.
Aprì la porta.
Dopotutto, quella era stata la sua cucina, e conosceva ogni angolo della stanza.
Si avvicinò alla credenza.
«Vediamo un po’ dove il mio piccolo amico tiene i suoi tesori.»
Aprì l’anta e trovò la scatola dei biscotti.
Sorrise.
Ne prese uno.
Poi un secondo.
Continuò fino ad averne sette.
Li dispose sopra un tovagliolo di lino, scegliendoli con grande attenzione.
Il più grande era rotondo, dorato e aveva una generosa quantità di cioccolato.
Violante lo osservò compiaciuta.
«Questo è per la signorina.»
Richiuse la scatola e rimise ogni cosa al suo posto.
Poi attraversò il salone.
Passando davanti al Bechstein, guardò il carillon.
«Non cominciare, tesoro. Questa notte abbiamo da fare.»
Una delle figurine mosse appena la testa.
Violante la fissò.
«Ho detto di no.»
Il carillon rimase immobile.
Fuori, il giardino era illuminato dalla Luna.
Violante attraversò il prato con il suo piccolo fagotto di biscotti.
Si fermò davanti al primo cipresso e depose un biscotto fra le radici.
«Buona notte, tesoro.»
Poi raggiunse il secondo.
E il terzo.
E così, lentamente, visitò tutti gli alberi.
Davanti alla cipressa più grande si inginocchiò.
Rimase immobile per qualche istante.
Poi aprì il tovagliolo.
Ne era rimasto soltanto uno.
Il biscotto più grande.
Lo posò delicatamente ai piedi dell’albero.
«Questo è per te, piccola mia.»
Dal cipresso scese una minuscola goccia d’acqua.
Cadde proprio sul biscotto.
Violante la osservò.
Non pianse.
Cominciò invece a cantare quella vecchia ninna nanna che Lapo aveva ascoltato nel giardino.
E questa volta, fra le radici, qualcosa sembrò muoversi.
Una piccola mano pallida apparve per un istante.
Prese il biscotto.
E scomparve.
Violante sorrise.
«Brava bambina.»
Poi si alzò e tornò lentamente verso la villa.
La mattina seguente, Serafina aprì la credenza.
Contò i biscotti.
La sua espressione cambiò.
«LAPOOOO!»
Il bambino arrivò correndo.
«Che c’è?»
«Hai mangiato ancora i biscotti di nascosto?»
«No, Serafina!»
«Ne mancano sette!»
Lapo ci pensò un momento.
«Allora non sono stato io.»
«E come fai a esserne così sicuro?»
Il bambino la guardò con assoluta serietà.
«Perché io ne mangio almeno otto.»
Serafina rimase senza parole.
Dal giardino arrivò un grido terrificante.
Era Superbia.
Subito dopo rispose Indifferenza.
Lapo sorrise.
«Hai sentito? Ridono anche loro!»
La notte dei sette fiorini
Fu alle cinque del mattino che Serafina sentì il primo rumore.
All’inizio pensò a un gatto entrato dalla finestra. Poi udì un tonfo, lo schianto di qualcosa di fragile e una risata così limpida che rimase seduta sul letto con gli occhi sbarrati.
Indossò la vestaglia, prese una candela e raggiunse la cucina.
Il latte era rovesciato sul pavimento. Il burro sembrava essere stato spalmato su una mattonella, le caramelle erano sparse sotto il tavolo e una scia di farina attraversava la stanza fino alla credenza. Qualcuno aveva persino appoggiato un cucchiaio dentro una scarpa.
Serafina si fece il segno della croce, ma non per paura.
«Sono tornati quei birichini!»
Là dove avrebbe dovuto esserci un vassoio di biscotti rimanevano soltanto le briciole. Sopra il tavolo, disposti ordinatamente come sul banco di un cambiavalute, brillavano sette fiorini d’oro.
La cuoca li guardò con le mani sui fianchi.
«Almeno hanno pagato. Ma chi pulisce, adesso?»
Dal corridoio arrivò Lapo, richiamato dal baccano, con i capelli arruffati e un piede dentro una pantofola e l’altro fuori.
«Serafina, che è successo?»
«Che è successo? Guarda! Qualcuno ha devastato la cucina!»
Lapo osservò il pavimento, poi i fiorini.
«Forse avevano fame.»
«E come fanno ad avere fame se la signora Franca li aveva addormentati?»
«Quando uno si sveglia ha fame», rispose Lapo, come se quella fosse la spiegazione più ovvia del mondo.
Serafina spalancò gli occhi.
«Lapo, tu non li avrai mica svegliati?»
Il bambino raccolse una caramella ancora incartata e la mise sul tavolo.
«Io ho soltanto dato dei biscotti a Violante.»
La cuoca guardò verso la finestra. Fuori, i sette cipressi ondeggiavano lentamente.
«Una volta si chiudeva la porta della cucina per tenere fuori i topi. Adesso bisogna chiuderla per tenere fuori i fantasmi.»
Lapo sorrise.
«Ma hanno lasciato i soldi!»
«Benissimo. Ci compreremo la farina. E tu mi aiuterai a pulire!»
I sette fiorini rimasero sul tavolo. Nessuno seppe dire da dove venissero. Il giorno dopo, però, Serafina comprò altra farina e molto più burro del solito.
Il regalo di compleanno
Mancavano pochi giorni al compleanno di Lapo.
I genitori, seduti a tavola dopo cena, gli domandarono che cosa desiderasse ricevere.
«Una bicicletta nuova?» propose il padre.
«No.»
«Un trenino elettrico?» domandò la madre.
«No, mammina.»
«Allora che cosa vorresti?»
Lapo posò il cucchiaino.
«Vorrei la serra.»
Il padre rimase perplesso.
«Quale serra?»
«Quella grande, dietro il giardino.»
«Ma Lapo, quella è una serra vecchia. Che cosa te ne fai?»
«Ci voglio mettere i giochi.»
La madre sorrise.
«Vuoi una sala giochi tutta tua?»
«No, mamma. Per tutti.»
«Per tutti chi?»
«Per i miei amici.»
I genitori si scambiarono uno sguardo.
«Quali amici, amore?»
«Quelli dei cipressi!»
Seguì un lungo silenzio. Lapo continuò tranquillamente:
«Non mi piace che debbano stare sempre sotto gli alberi. Quando piove si bagnano e quando fa freddo non hanno nemmeno una coperta.»
La madre gli accarezzò i capelli.
«Ma tesoro, loro sono…»
Si fermò. Non sapeva come terminare la frase.
«Sono cosa, mamma?»
«Niente, amore. Continua.»
«E poi la signora Franca li fa dormire sempre. Ma se dormono sempre, quando giocano?»
Il padre si schiarì la voce.
«E come vorresti sistemarla, questa serra?»
Gli occhi di Lapo si illuminarono.
«Con un tavolo grande per disegnare, le sedie piccole, i trenini, le bambole e una casetta! E anche i colori!»
«Altro?»
«Sì, un armadio per i biscotti.»
Serafina, che stava entrando con la frutta, si fermò sulla porta.
«Un armadio per CHE COSA?»
«Per i biscotti, Serafina!»
«Madonna santa! Non ti bastano quelli che spariscono dalla cucina?»
Lapo sorrise.
«Appunto! Così non te li prendono più!»
Il padre scoppiò a ridere.
«Devo ammettere che il progetto ha i suoi vantaggi.»
Più tardi, quando Lapo fu andato a dormire, i genitori rimasero davanti al camino.
«Che cosa ne pensi?» domandò la madre.
«Della serra?»
«Sì.»
«È inutilizzata da anni. Potremmo farla restaurare, mettere il riscaldamento e sistemare i vetri.»
La donna sorrise.
«Una sala giochi per sette bambini che nessuno vede.»
«Otto, se contiamo Lapo.»
Rimasero in silenzio.
«Sai che cosa mi ha colpita?» chiese lei. «Quando ero in collegio, avrei dato qualsiasi cosa perché qualcuno mi chiedesse con chi volevo giocare.»
L’uomo le prese una mano.
«Io avrei voluto una casa dove tornare dopo la scuola.»
Lei appoggiò la testa sulla sua spalla.
«E nostro figlio vuole regalare proprio una casa ai suoi amici.»
Il marito guardò il fuoco.
«Allora facciamola.»
La mattina seguente chiamarono Lapo.
«Abbiamo deciso», annunciò il padre. «Per il tuo compleanno restaureremo la serra.»
Lapo spalancò gli occhi.
«Davvero? Con i giochi? E i biscotti?»
Dalla cucina arrivò la voce di Serafina:
«QUELLI LI FACCIO IO!»
Lapo saltò in braccio alla madre e la riempì di baci. Poi corse in giardino e si fermò davanti al cipresso più grande.
«Avete sentito?»
Le sette campane appese da Franca cominciarono a tintinnare. Non c’era vento.
Lapo rise.
«Però dovete aiutarmi a scegliere i giochi!»
Fra le radici della cipressa più grande comparve per un istante una piccola mano. Questa volta non cercava un biscotto. Teneva una minuscola bambola di stoffa, consumata dal tempo. La depose sull’erba.
Lapo la raccolse.
«Ah, vuoi le bambole! Va bene!»
Poi corse verso la villa.
Dal salone arrivò il suono del carillon. La vecchia mazurca riprese esattamente dal punto in cui si era interrotta.
Le sette campane continuarono a suonare, ognuna con una nota diversa. E dalla cipressa più grande arrivò una risatina.
Non un urlo. Non un lamento.
Una risatina da bambina.
La festa del perdono
Il giorno del compleanno di Lapo arrivò con un sole chiaro e un vento leggero che faceva tintinnare le sette campane appese ai cipressi.
La grande serra era stata ripulita, arieggiata e preparata con cura. C’erano tavolini bassi, sedie piccole, trenini, scatole di colori, bambole, costruzioni di legno, cuscini, una casetta di stoffa e un armadio intero pieno di biscotti, preparati da Serafina con una rassegnazione che aveva qualcosa di eroico.
Sul tavolo principale troneggiava la torta di compleanno, con glassa chiara e otto candeline.
«Otto?» chiese la madre.
Lapo annuì.
«Una è per me. Le altre sette per i miei amici.»
Il padre e la madre si guardarono. Ormai avevano imparato che a Villa I Cipressi certe cose non andavano discusse troppo a lungo.
Nel pomeriggio arrivarono alcuni bambini, figli di amici di famiglia, con nastri, pacchetti e urla festose. Corsero nella serra, giocarono, litigarono per un trenino, fecero pace davanti ai biscotti e in poco tempo trasformarono la stanza in un regno di gioia e confusione.
Lapo rideva. Di tanto in tanto si voltava verso il giardino, come se aspettasse qualcuno.
La luce cominciava a cambiare quando accadde.
Prima si alzò un vento freddo. Poi i sette cipressi fremettero insieme. Le campane suonarono una dopo l’altra.
Una. Due. Tre. Sette.
Nella serra cadde un silenzio improvviso. Lapo si alzò.
«Sono arrivati.»
La madre fece per avvicinarsi, ma il padre le sfiorò il braccio.
«Aspetta.»
Dal fondo del giardino, fra la nebbia sottile della sera, apparvero figure alte, avvolte in veli neri. Avanzavano lentamente fra i cipressi. Non sembravano minacciose, ma neppure consolanti. Avevano il passo delle memorie che non si sono mai davvero spente.
Attraversarono il giardino in fila, senza rumore. I bambini si strinsero gli uni agli altri. Serafina si fece il segno della croce. Perfino Indifferenza e Superbia, appollaiati vicino alla serra, rimasero muti.
Le figure giunsero davanti alla porta aperta. Non entrarono subito. Si fermarono, come se attendessero un permesso.
Lapo si avvicinò.
«Venite», disse semplicemente.
Allora le figure entrarono. Nella serra l’aria si fece più fredda. I veli neri si mossero piano, come respirando.
Una dopo l’altra, le figure si inginocchiarono. Non davanti agli adulti e non davanti alla torta, ma davanti ai giochi, ai tavolini piccoli, alle sedie minuscole, ai colori, alle bambole e ai biscotti.
E da sotto i veli si levò una voce, poi un’altra e un’altra ancora. Voci basse, consumate dal tempo, di donne, uomini e forse ragazzi. Tutte ripetevano la stessa parola.
«Perdono.»
La madre sentì un nodo alla gola. Il padre abbassò gli occhi. Serafina si sedette, pallida, su una sedia.
«Perdono», dicevano le figure.
Ma nessuna spiegava per che cosa. Nessuna raccontava. Nessuna si giustificava. Era questo, forse, l’aspetto più inquietante.
Sembrava che il giardino intero stesse domandando perdono attraverso di loro. Per colpe antiche, omissioni, paure, bambini dimenticati, amori nascosti, vite non protette.
Lapo guardò in silenzio. Poi prese un biscotto dall’armadio di Serafina, lo spezzò in due e lo porse alla figura più vicina.
«Tieni.»
Una mano velata accettò il biscotto.
«Grazie», sussurrò una voce.
Lapo ne prese un altro. Poi un altro ancora. Presto anche gli altri bambini, senza capire bene perché, cominciarono a fare lo stesso: offrivano biscotti, pezzetti di torta, caramelle. Una bambina porse persino la propria bambola preferita.
«Se vuoi puoi tenerla un po’.»
Le figure velate tremarono. Alcune si piegarono come sotto il peso di un pianto trattenuto per secoli. Una lasciò cadere il velo dal capo. Sotto non c’era un mostro, ma un viso umano, stanco, bellissimo, addolorato, come uscito da un ritratto antico.
Un’altra figura lasciò scivolare il velo sulle spalle. Poi un’altra. Non tutte si svelarono completamente.
La madre di Lapo, senza accorgersene, cominciò a piangere. Il padre le strinse la mano.
«Che cosa vogliono?» sussurrò.
Lapo si voltò.
«Vogliono giocare dopo aver chiesto scusa.»
«Scusa per che cosa?»
Lapo alzò le spalle.
«Non lo so, papà. Hanno chiesto scusa. Adesso giochiamo.»
Allora Lapo soffiò sulle candeline. Le otto fiammelle si spensero insieme. La serra piombò per un attimo nella penombra.
In quel preciso istante il carillon, dal salone, cominciò a suonare da solo. Non era la vecchia mazurca, ma una melodia nuova, dolce, lentissima, quasi infantile.
Fuori i sette cipressi ondeggiarono nel vento. Nella serra una delle figure velate lasciò cadere un ultimo velo nero. Teneva in mano una piccola trottola di legno.
La depose davanti a Lapo.
Il bambino la raccolse.
«Adesso si gioca.»
E fu così che il compleanno di Lapo divenne, a Villa I Cipressi, la festa del perdono.
Nessuno spiegò le antiche colpe. Per una sera, però, nessuno rimase fuori dalla porta.
La più bella festa di Halloween
Ancora oggi, a Fiesole, si racconta della straordinaria festa di Halloween organizzata tanti anni prima a Villa I Cipressi.
I bambini che vi avevano partecipato, ormai diventati adulti, continuavano a ricordarla con entusiasmo.
«Una festa incredibile!»
«I fantasmi sembravano veri!»
«E quelle figure tutte vestite di nero!»
«Io mi ricordo una signora che aveva le mani trasparenti!»
«E io uno che piangeva senza fare rumore!»
Le madri raccontavano di aver ammirato soprattutto i costumi, raffinati come autentici abiti d’epoca. I padri si erano complimentati con i proprietari.
«Ma quanto avete speso per tutti quegli attori?»
Il padre di Lapo aveva sorriso educatamente.
«Attori?»
«Ma sì! Quelli vestiti di nero! Straordinari!»
La madre aveva stretto il braccio del marito.
«Ah… quelli.»
«Dovete assolutamente darci il nome della compagnia teatrale!»
Nessuno aveva avuto il coraggio di spiegare che non era stata ingaggiata nessuna compagnia teatrale.
Il mattino seguente Serafina trovò sette fiorini d’oro sulla tavola della serra. Accanto c’era un mucchietto di veli neri, piegati ordinatamente.
«Almeno questa volta hanno lasciato tutto pulito», commentò.
Lapo arrivò in pigiama.
«Serafina, è rimasta della torta?»
«Poca, tesoro.»
«E i biscotti?»
«Sono finiti.»
Lapo ci pensò.
«Allora dobbiamo farne degli altri.»
Serafina alzò gli occhi al cielo.
«Madonna santa, ricominciamo!»
Dal giardino arrivò un urlo terrificante. Era Superbia. Subito rispose Indifferenza.
Lapo sorrise.
«Hai sentito? Vogliono aiutarti anche loro!»
«I PAVONI IN CUCINA NO!»
E così, per molti anni, si continuò a parlare di quella festa. Qualcuno sosteneva che fosse stata organizzata da un celebre regista, altri raccontavano di effetti speciali mai più visti.
Ma nessuno seppe spiegare perché, durante la festa, il vecchio carillon avesse suonato una musica che nessuno conosceva. E nessuno scoprì chi fossero gli attori vestiti di nero.
I bambini ricordavano la festa più bella della loro vita. Gli adulti ricordavano uno spettacolo straordinario.
Soltanto gli abitanti di Villa I Cipressi sapevano che quella sera non era stata una festa dei fantasmi.
Era stata una festa per i fantasmi.
La scritta sul muro
«E poi quella scritta sul muro!» raccontava una signora, ricordando la festa.
«Terrificante! Una trovata davvero straordinaria!»
«Quale scritta?» domandò un’amica.
«Quella comparsa sulla parete della serra, proprio sopra le rose rampicanti.»
La signora recitò lentamente:
«Se ti mancherò, cercami tra i sepolcri. Mi troverai in ogni epitaffio che parli d’amore.»
«Che meraviglia! E che paura!»
«Pensa che una bambina si è messa a piangere.»
«Per lo spavento?»
«No, cara. Perché le aveva ricordato la sua nonna.»
La mattina seguente il padre di Lapo osservava la parete della serra. La scritta era ancora lì. Le lettere sembravano tracciate con una sostanza argentata, appena visibile alla luce del giorno.
«Chi ha scritto questa frase?» domandò alla moglie.
«Pensavo fossi stato tu.»
«Io? Assolutamente no.»
Chiamarono Serafina. La cuoca lesse attentamente.
«Bella», commentò.
«Ma chi può averla scritta?»
Serafina alzò le spalle.
«Qui dentro, signore, c’è sempre stato qualcuno che aveva qualcosa da dire.»
In quel momento arrivò Lapo, con una fetta di pane e marmellata.
«Che guardate?»
«Questa scritta, amore.»
Il bambino la lesse lentamente.
«Papà, ma se uno ti manca tanto, non basta ricordarselo?»
«Certo, amore.»
«Allora perché bisogna andare al cimitero?»
La madre gli accarezzò i capelli.
«Forse perché alcune persone hanno bisogno di un posto dove portare il loro amore.»
Lapo annuì.
«Ah. Come io porto i biscotti ai cipressi.»
E se ne andò tranquillamente a giocare.
Quella sera il padre passò davanti al vecchio specchio che aveva trovato in cantina. Si fermò. Ripensò alla lettera del prozio Giulio, alle sue parole d’amore per Violante.
Poi guardò attraverso la finestra. La serra brillava sotto la Luna. E sulla parete, per un istante, gli sembrò di vedere due ombre vicine.
Non seppe dire se si tenevano per mano.
Quando tornò a guardare, erano scomparse.
Epilogo — La stessa musica
Fu durante gli ultimi lavori di sistemazione del giardino che trovarono il vaso.
Un operaio stava scavando vicino alla grande cipressa quando la pala incontrò qualcosa di duro. Pensando a una pietra, cercò di spostarla. Ma dalla terra emerse una superficie scura, decorata con figure color ocra.
Chiamarono immediatamente il proprietario. Il vaso fu estratto con ogni precauzione e affidato agli studiosi, che lo riconobbero come un antico manufatto etrusco.
Era una scoperta importante. Ma ciò che attirò maggiormente l’attenzione della famiglia fu la decorazione.
Intorno al vaso correvano otto piccole figure. Otto bambini che giocavano.
Uno correva dietro a un altro. Due sembravano tenersi per mano. Una bambina era seduta. Un altro bambino teneva un piccolo oggetto rotondo. Gli altri si rincorrevano.
Nessuna figura sembrava triste. Nessuna piangeva.
Giocavano, come bambini di ogni tempo.
Quando il vaso tornò alla villa per essere esposto in una vetrina nella grande serra, il padre di Lapo rimase a osservarlo a lungo.
«Pensa», disse alla moglie, «quanti secoli sono passati da quando qualcuno ha dipinto questi bambini.»
Lei annuì.
«E sono sempre qui.»
Il marito guardò attraverso i vetri. I sette cipressi si muovevano nel vento. Le campane appese da Franca tintinnavano.
«Sette alberi», mormorò.
La moglie guardò il vaso.
«Otto bambini.»
Non dissero altro.
Lapo arrivò correndo con una scatola di costruzioni.
«Che bello! Lo mettiamo qui?»
«Sì, amore, ma dentro una vetrina. È molto antico.»
«Più della nonna?»
Il padre scoppiò a ridere.
«Molto più della nonna!»
Lapo osservò attentamente le figure.
«Giocano tutti insieme.»
«Sì, tesoro.»
«Allora sta bene nella sala giochi.»
Poi si chinò un poco verso il vaso. Uno degli otto bambini aveva in mano qualcosa di rotondo.
«Una mela?» domandò il padre.
«No», disse Lapo. «Un biscotto.»
Serafina sbuffò.
«Ma per favore!»
Lapo corse a cercare i trenini. E ogni tanto, nei giorni successivi, lasciò un biscotto vicino alla vetrina. Per prudenza, diceva.
Quella sera, mentre i genitori erano seduti davanti al camino, il carillon cominciò a suonare.
Era la solita mazurca. La piccola dama girava. Il cavaliere si inchinava. Le figure ripetevano i loro movimenti, identici a quelli compiuti per trecento anni.
«È strano», disse la madre.
«Che cosa?»
«Quel vaso è antico di molti secoli. Eppure i bambini stanno ancora giocando.»
Il marito ascoltò la musica.
«E questi continuano a ballare.»
Un’altra volta la dama si voltò verso il cavaliere. Un’altra volta lui tese la mano. Un’altra volta…
Tac.
Il carillon si fermò.
La dama rimase immobile a metà dell’inchino. Il cavaliere non riuscì a raggiungerla.
Il padre si avvicinò e provò delicatamente il meccanismo. Non si mosse.
«Si è inceppato.»
La moglie osservò le piccole figure.
«Dopo trecento anni.»
«Domani chiamerò qualcuno per farlo controllare.»
Ma quella sera non fecero nulla. Rimasero davanti al camino, abbracciati.
Dalla serra arrivavano risate. Forse Lapo non dormiva ancora. O forse erano altri bambini. Non andarono a controllare.
Passarono gli anni.
A Fiesole si continuò a parlare della straordinaria festa di Halloween a Villa I Cipressi. Qualcuno ricordava le figure velate di nero, qualcuno la scritta sul muro che invitava a cercare l’amore fra gli epitaffi, altri raccontavano dei pavoni che lanciavano urla terrificanti, delle risate nel giardino e di un’antica contessina che nessuno era mai riuscito a identificare.
Gli studiosi continuarono a interrogarsi sulla decorazione del vaso etrusco. Nessuno seppe perché raffigurasse proprio otto bambini. Nessuno scoprì chi avesse nascosto la lettera di Giulio dietro lo specchio, né perché fosse rimasta lì tanto a lungo. Nessuno riuscì a spiegare tutti gli strani avvenimenti della villa.
Quanto al carillon, per molti anni rimase immobile sopra il vecchio Bechstein. Le sue figure continuarono a guardarsi senza riuscire a raggiungersi.
Ma nelle notti di Luna piena, quando il vento muoveva i cipressi, qualcuno sosteneva di sentire ancora quella vecchia mazurca.
Forse era soltanto il suono delle sette campane. Forse era il vento.
O forse, in quella villa, la musica non era mai veramente finita.
Era sempre stata la stessa.
E soltanto un bambino, molti anni prima, aveva pensato che si potesse anche giocare a qualcos’altro.

