Copertina di «Gioia oltre il Muro»

Gioia oltre il Muro

Firenze, 1348. Mentre la peste svuota le strade, Gioia scavalca il muro del convento travestita da Madonna: scambiata per un’apparizione, trova un amore, un’alleata e un viaggio fino alla corte del Papa ad Avignone. Sette secoli dopo, una sua discendente ritrova il diario nascosto nel palazzo di famiglia.

Lettura: circa 3 ore e 24 minuti

Indice
  1. Prologo
  2. Scena prima
  3. Scena seconda
  4. Dal diario di gioia
  5. L’annuncio
  6. La partenza
  7. Lo sposalizio della badessa
  8. Le cipolle
  9. Il confine invisibile
  10. La stireria
  11. La carrozza dei ricci
  12. La fuga
  13. L’uscita da firenze
  14. Il fiume e lo storpio
  15. L’arrivo alla villa
  16. Le presentazioni
  17. La nascita di un amore
  18. Il segreto di dianora
  19. Il miracolo dell’orto
  20. La lettera di clarissa
  21. La lettera del vescovo
  22. La messa in villa
  23. Troppe madonne
  24. Il dono di neri
  25. Marin da venezia
  26. Vieri
  27. Niccolò
  28. Il banchetto di sant’antonio
  29. Il congedo dalla villa
  30. La porta in faccia
  31. I fantasmi di casa strozzi
  32. Il sapone e la crema
  33. Il tassello mancante
  34. Le nozze segrete
  35. La lettera a beatrice
  36. L’arrivo della leonarda
  37. L’avventura
  38. Il fico torto
  39. Lucca
  40. I pellegrini
  41. Lo spino secco
  42. I doria
  43. Il segreto di arnolfo
  44. Il bagno
  45. L’oie amoureuse
  46. Avignone
  47. Le stoffe del papa
  48. Beatrice racconta
  49. La torta di mele
  50. L’alleanza nelle stanze del papa
  51. Nel nome dello spirito
  52. La bolla sullo scrittoio
  53. Da casa verso casa
  54. Il ritorno sull’acqua
  55. Il trionfo delle rose
  56. Il primo giorno di lavoro
  57. La tattica della collettoria
  58. La porta di borgo pinti
  59. La goccia di rugiada
  60. Le carrozzine nere di giovannino
  61. Il pareggio
  62. Il dispaccio del mare
  63. I frutti dell’attesa
  64. Il venerdì santo degli albizi
  65. La serva del signore
  66. I disegni di gioia
  67. L’ingresso a gaudium manor
  68. La benedizione di letizia
  69. Il restauro
  70. Le pie banchiere
  71. Il censimento
  72. La lettera del papa
  73. Le ombre del chiostro
  74. Le botteghe di dianora
  75. La cucina di trota
  76. Gli invisibili
  77. La botola
  78. L’impresa segreta della balia
  79. Il fuoco dei pazzi
  80. La domenica di pasqua
  81. Il brindisi di arianna
  82. Le parole sul camino
  83. La terra dei morti
  84. L’isola che galleggia
  85. Guccio innamorato
  86. L’orso del papa
  87. Il dio nel giardino
  88. L’ultima pagina
  89. Epilogo
  90. Scena prima
  91. Scena seconda
  92. Scena terza
  93. Scena quarta
  94. Fine
  95. Nota di chi ha aiutato

C’è un momento in cui il cammino si interrompe davanti a un muro. E allora bisogna scegliere: tentare la scalata verso la libertà o rassegnarsi ai confini del recinto.

Non sai che cosa troverai, ma conosci bene ciò che lasci. E allora coraggio: salta, e vola verso l’ignoto, che sa essere irresistibile. Comunque vada, avrai provato l’ebbrezza del volo.

Dopotutto, un momento di sana allegria vale bene qualche osso rotto.

Scena prima

Firenze, oggi. Una mattina di sole. Davanti a Palazzo Della Gioia si ferma una grande automobile scura, seguita da un piccolo corteo di altre vetture: sono i periti che dovranno fare l’inventario degli arredi. Dalla prima scende Maria Maddalena Della Gioia, cinquant’anni, tailleur scuro, occhiali da sole, cartellina sotto il braccio.

Il cancello di ferro battuto è già aperto: il portiere, avvisato del suo arrivo, l’ha spalancato all’alba. È lo stesso cancello da cui, quasi settecento anni prima, uscì la carrozza che portava una ragazza di nome Gioia al monastero di San Pier Maggiore.

IL PORTIERE (togliendosi il berretto) Buongiorno, dottoressa. Il cancello è aperto da stamattina alle sei. Non si apriva così, tutto spalancato, dal funerale del suo bisnonno.

MARIA MADDALENA E oggi, Ottavio, facciamo il funerale al palazzo.

Entra, seguita dai dodici periti. Nell’atrio si ferma e si volta verso di loro.

MARIA MADDALENA Signori, i piani sono tre e voi siete dodici: quattro per piano. Distribuitevi e cominciate pure. Ogni oggetto, ogni mobile, ogni quadro: voglio l’inventario completo entro sera.

I periti si disperdono per le scale con metri, macchine fotografiche e registri. Maria Maddalena attraversa il salone. Passando davanti al grande camino di pietra alza appena gli occhi: sull’architrave, in lettere consumate dal tempo, si legge HIC GAVDIVM ET AMOR — FOCVS THESAVRVS MEVS.

MARIA MADDALENA (distratta, senza fermarsi) «Qui gioia e amore: il focolare è il mio tesoro.» Che frase dolce.

Esce in giardino. Si ferma davanti alla statua di marmo bianco: una giovane donna in tunica, con lo sguardo al cielo. Si toglie gli occhiali da sole.

MARIA MADDALENA Gioia, santa mia… tu che mi conosci da tutta la vita e conosci ogni segreto che ti ho confidato. Tu che sei stata la guida spirituale e morale di questa famiglia per quasi settecento anni. Oggi comincia una nuova vita.

Uno dei periti, affacciato a una finestra del pianterreno, la vede parlare da sola. Esita, poi esce in giardino e le si avvicina con discrezione.

IL PERITO Mi scusi, dottoressa… va tutto bene?

MARIA MADDALENA Sono cose che non la riguardano. (Pausa. Poi, con un sorriso gentile.) Comunque grazie di avermelo chiesto. Sì, va tutto bene. Ora vada, che oggi abbiamo tanto da fare.

Il perito rientra nel salone, poco convinto. Un collega, intento a misurare una credenza, alza la testa.

IL COLLEGA Allora?

IL PERITO (sottovoce, indicando il giardino con il mento) Parla con la santa. (Pausa.) Tra un mese la pregheranno i clienti dell’albergo. Sarà la prima santa con il servizio in camera.

Il collega soffoca una risata e torna alla sua credenza. In giardino, Maria Maddalena guarda la statua e le sorride.

MARIA MADDALENA C’è una cosa che ci accomuna, Gioia: siamo tutte e due belle… e di dura pietra.

Ride. Poi scuote la testa.

MARIA MADDALENA Guarda un po’: un’affermata professionista di cinquant’anni che parla con una statua. Mi sa che sto diventando strana.

Continua a ridere fra sé e sé, mentre rientra nel palazzo.

Scena seconda

L’ultimo piano del palazzo. Una grande sala rivestita di librerie di noce scuro. Il perito della scena prima è davanti a una libreria antica, incassata nella parete, e la esamina con una lente.

IL PERITO (affacciandosi alla tromba delle scale) Dottoressa! Può salire un momento, per cortesia?

Maria Maddalena sale le scale di buon passo, sui tacchi.

IL PERITO Guardi qui. È una libreria a incastro, del Trecento. Un pezzo rarissimo. Il problema è che non so se va in inventario o resta al palazzo.

MARIA MADDALENA Il contratto parla chiaro: tutto ciò che è murato resta al palazzo, camini compresi. Se questa è incassata nella parete… (fa un passo per guardarla meglio) …resta all’albergo.

Il tacco le si impunta in una fessura del pavimento. Maria Maddalena inciampa e, per non cadere, si aggrappa alla libreria. Il ripiano di base, sotto la sua mano, si muove.

MARIA MADDALENA E questo?

Si china. Il ripiano più basso è leggermente arcuato e non è fissato come gli altri. Lo tocca: sotto ci sono due piccoli fermi di ferro. Li smuove, uno dopo l’altro. Il ripiano si solleva e scopre una nicchia nascosta nel muro. Dentro c’è una specie di scatola di cuoio, scurita dal tempo.

IL PERITO (sporgendosi, eccitatissimo) Dottoressa! Un doppiofondo! Bisogna catalogarlo subito, fotografarlo, datarlo…

MARIA MADDALENA (senza voltarsi) Sono cose che non la riguardano. (Pausa.) Comunque grazie. E adesso mi lasci sola, per favore. Scendete tutti al piano di sotto.

Il perito esce, voltandosi un paio di volte. Maria Maddalena resta sola. Si siede per terra, accanto alla libreria, e apre la scatola. Dentro c’è un libro rilegato in pelle, consumato ai bordi. Sulla copertina, in lettere dorate ormai sbiadite, si legge: GAVDIVM MEVM.

MARIA MADDALENA (sfiorando le lettere con un dito) Gaudium meum… La mia gioia. (Pausa.) O forse: io, Gioia.

Apre il libro con delicatezza e legge ad alta voce.

MARIA MADDALENA «Io, Gioia, scrivo queste cose perché nessuno le sappia finché io sono viva, e perché qualcuno le sappia quando sarò morta. Non sono una santa. Sono soltanto una che ha saltato un muro.»

Continua a leggere in silenzio. Sorride. Volta pagina. Ride, una risata breve, sorpresa. Volta ancora. Arrivata alla terza pagina, resta immobile a lungo. Poi prende il telefono e compone un numero.

MARIA MADDALENA (al telefono, calma) Sì, sono io, amore. No, non è successo nulla. (Pausa.) Ma ora lo faccio succedere io. Oggi entri nel mio passato e farai parte della mia memoria, perché ti lascio. Nuove strade ci aspettano. E ti chiedo di non tornare a casa: tanto tu sai dove andare.

Riattacca. Tira un lungo, profondo sospiro di liberazione, come chi esce all’aria aperta dopo anni. Poi scoppia in una risata limpida. Si sfila la fede dal dito, la guarda, e la ripone nella scatola di cuoio, nel posto rimasto vuoto dove per quasi settecento anni aveva dormito il diario.

MARIA MADDALENA Ecco. Adesso anche tu sei storia.

Dalla finestra si vede il giardino, e in fondo la statua bianca.

MARIA MADDALENA Santa Gioia… e io che ti ho sempre portato i fiori. (Sorride.) D’ora in poi, collane.

Gira la quarta pagina. Le luci si abbassano su di lei e si alzano, lentamente, su un altro tempo.

Dal diario di gioia

L’annuncio

Come ogni sera, all’ora del vespro, cenavo in cucina con i domestici. In casa non era una cosa ben vista, ma io adoravo la mia balia, e il posto più caldo del palazzo era accanto a lei.

All’improvviso sulla soglia apparvero i miei genitori.

Ci alzammo tutti in piedi, sorpresi. I domestici chinarono il capo in silenzio: non potevano parlare se non erano interpellati.

«Buonasera a tutti» disse mio padre. «Restate pure seduti.»

«Buonasera a voi, signorie» risposero i domestici, in coro.

Mia madre mi guardò. «Gioia, appena hai finito vieni in sala: il tuo signor padre deve parlarti.»

«Sarò da voi presto, signora madre.»

«Risparmiati il “signora madre”, cara. Basta “Vostra Signoria”.»

Mi voltai verso mio padre. «E voi, messere, come devo chiamarvi?»

«Basterà “padre”» rispose lui. «Ma non abusarne.»

«Padre, corro da voi.»

Appena se ne furono andati, la cena riprese in allegria. Solo la mia balia e io restammo in pensiero, e non toccammo più cibo.

Finita la cena, mentre i miei fratelli mangiavano ancora nella sala da pranzo, la balia mi accompagnò al cospetto dei miei genitori.

«Gioia» cominciò mio padre, «ormai sei una ragazza che cresce in fretta. Con la tua signora madre abbiamo deciso di mandarti a studiare nel monastero di San Pier Maggiore. Là imparerai le arti, a leggere e a scrivere in volgare e in latino, le buone maniere. Farai amicizie che col tempo ti saranno utili e, soprattutto, diventerai una donna degna del tuo rango: capace di mandare avanti una casa e di dare vita a una famiglia prospera.»

Poi mia madre si rivolse alla balia. «La partenza è fra due giorni. Prepara una cassapanca con tutto ciò che le può servire. Ora potete ritirarvi.»

Facemmo un inchino e uscimmo. Appena chiusa la porta, con gli occhi lucidi, la mia balia e io ci stringemmo forte.

«Mi dispiace per quelle povere monache» le sussurrai all’orecchio. «La loro vita sta per diventare difficile.»

Lei si staccò da me e mi prese il viso tra le mani.

«Non fare sciocchezze, Gioia. Impara il più possibile e comportati bene.» Poi abbassò la voce, come si fa con i segreti. «E fai sempre di pancia: il cuore, tante volte, fa brutti scherzi.»

Non lo sapevo ancora, ma avrei seguito quel consiglio per tutta la vita.

La partenza

Durante la notte la balia e io preparammo insieme la cassapanca da portare in convento, con tutto il necessario per il soggiorno. Ogni vestito che lei piegava era una lacrima; ogni vestito che piegavo io, un sorriso.

Per ultimo la balia vi ripose un cofanetto ricoperto di velluto. Dentro c’era Fiammetta, la mia bambola: un manichino che rappresentava una nobildonna riccamente vestita, con un corredo di abiti da cambiarle, cuciti dalle migliori sarte della città. Sopra Fiammetta la balia posò tre foglie d’alloro. Poi chiuse la cassapanca: era tutto pronto.

Di mattina presto le domestiche e la balia vennero a svegliarmi, ma io ero già in piedi e di buon umore. Mi lavarono e mi vestirono; scesi in cucina a bere il latte con il pane speziato, e poi andai nel salone, dove i miei genitori mi aspettavano.

«Buongiorno, Gioia» disse mia madre. «Oggi è un giorno importante: lasci questa casa per diventare una vera donna da maritare, e sono sicura che nel monastero saprai far valere il nome della nostra casata. Per me è un dolore troppo forte vederti partire: per questo andrai con il tuo signor padre.»

«Buongiorno a voi, Vostra Signoria. Mi rattrista il dolore che vi causo, ma vi assicuro che sarete fiera di me, e che metterò in pratica tutto l’amore e i buoni insegnamenti che da voi ho ricevuto.»

Mia madre rimase in silenzio, con una mano sul mento, cercando di ricordare quando mai mi avesse dato amore, e a quali insegnamenti mi riferissi. Non le venne in mente nulla.

«Comunque, figlia mia» disse infine, «applicati nello studio e nell’addolcire il carattere, come ogni brava moglie deve fare.»

«Se è tutto pronto, possiamo andare» disse mio padre. «Ho già fatto caricare la cassapanca in carrozza.»

«Buongiorno a voi, padre. Io sono pronta.»

Mio padre si avvicinò con un cofanetto tra le mani. «Gioia, questo lo consegnerai alla Madre Badessa. Dentro ci sono i fiorini d’oro per la tua retta.»

Feci un inchino e presi il cofanetto. Lo aprii: tanti fiorini d’oro luccicanti. Lo richiusi. Ero pronta.

All’ingresso del palazzo c’erano tutti i domestici a salutarmi. La balia mi sistemò il mantello e mi sussurrò quello che mi ripeteva fin da bambina, ogni volta che uscivo di casa: «Le cose falle con la pancia, Gioia mia, perché il cuore a volte inganna.» Salii in carrozza con mio padre, e mentre la portiera si chiudeva, la balia gridò: «GIOIA MIA!»

Il cancello era già aperto. La carrozza lo attraversò lentamente e prese la strada verso il monastero. Mi voltai a guardare il palazzo che si allontanava, e sentii il cuore libero e la pancia in festa.

Lo sposalizio della badessa

Il giorno in cui il nuovo arcivescovo entrò in Firenze, tutto il monastero era in fermento. Secondo l’antica usanza, prima di prendere possesso della sua cattedra, l’arcivescovo doveva celebrare a San Pier Maggiore uno sposalizio simbolico con la Badessa.

Domina Filippa si era preparata come una regina. Aveva fatto costruire per l’occasione un letto a baldacchino così sontuoso che mezza Firenze ne parlava da settimane: legni intagliati, cortine di seta, cuscini ricamati d’oro.

Noi educande assistevamo dal fondo della chiesa, tra incensi e canti. Quando l’arcivescovo tese la mano per infilare l’anello al dito della Badessa, la manica del paramento gli scivolò lungo il braccio, e io vidi sul suo polso una piccola macchia scura. Aveva la forma di una farfalla. Non ci feci caso più di tanto: in quel momento pensavo ad altro.

Guardavo quella cerimonia solenne, gli anelli, il letto nuziale che aspettava, e non riuscii a trattenermi.

«Tutta questa messa in scena» mormorai a Clarissa, «e poi si evitano la parte più divertente.»

Monna Laudomia, che aveva orecchie anche dietro il velo, mi sentì. Mi prese per un braccio e mi trascinò fuori.

«In cucina! A pelare rape e sbucciare cipolle, finché non avrai imparato a tenere a freno la lingua!»

Le cipolle

La montagna di rape e la cesta di cipolle che mi aspettavano in cucina avrebbero scoraggiato un esercito. Ma io avevo ancora un’arma.

Scrissi in fretta un biglietto e lo affidai al garzone che portava il pane, con un soldo e la promessa di un altro al ritorno. Il biglietto era per la mia balia, monna Letizia dei Fabbri.

Non passò mezz’ora che monna Letizia entrò dalla porta di servizio, con due domestiche e le maniche già rimboccate. Mi abbracciò, mi asciugò il naso col grembiule, e senza una parola si nascosero tutte e tre sotto il grande tavolo della cucina, coperto da una tovaglia che arrivava fino a terra.

Lavorarono come fate. Io, seduta sullo sgabello, passavo loro le rape e le cipolle sotto la tovaglia e ricevevo indietro il lavoro fatto. E piangevo, per via delle cipolle, come la più commossa degli invitati alle nozze.

Quando monna Laudomia tornò in cucina, trovò un monte di rape pelate e una cesta di cipolle sbucciate, tutte in fila come soldatini. E me, seduta sullo sgabello, con le mani in grembo e gli occhi ancora rossi.

«Tutto questo in un’ora?» disse, sospettosa, guardandosi intorno.

«Un miracolo, monna Laudomia» risposi io, con la voce più devota che avevo. «Oggi è giorno di nozze. Il Signore è di buon umore.»

Sotto il tavolo, monna Letizia si morse la mano per non ridere.

Il confine invisibile

Clarissa attraversava il cortile quando monna Laudomia le sbarrò la strada.

«E tu che fai in giro a quest’ora? Torna subito al tuo posto!»

Clarissa si fermò. Per un attimo abbassò gli occhi, come aveva sempre fatto. Poi li rialzò.

«Monna Laudomia, nel nome del Signore e per grazia ricevuta, tra me e voi c’è un confine invisibile. Cercate di non oltrepassarlo.»

E se ne andò, a passo lento, senza voltarsi. Monna Laudomia rimase in mezzo al cortile con la bocca aperta.

Clarissa entrò nella mia cella come un colpo di vento, rossa in viso, il cuore che le batteva in gola.

«Gioia… Gioia, gliel’ho detto! Gliel’ho detto davvero!»

Rideva e tremava insieme. Le presi le mani: erano gelate, ma gli occhi le brillavano come non li avevo mai visti.

Quel giorno Clarissa non aveva vinto una lite. Aveva ritrovato se stessa.

La stireria

Quella mattina mi svegliai tardi: avevo letto fino a notte fonda le avventure di re Artù. Mi vestii come meglio potevo e corsi alle lodi. Ma attraversando il cortile mi trovai di fronte, imponente, Domina Filippa.

«Gioia, fermati. Sei in ritardo, e non è la prima volta. Non si può far aspettare Nostro Signore misericordioso.»

«Vi chiedo scusa, Domina Filippa. Con tutta l’agitazione per le vostre nozze di ieri con il vescovo, ho dormito poco.»

«Non è una buona ragione. Il rispetto della regola viene prima di ogni cosa. E poi non erano le mie nozze: io sono soltanto un’umile serva del Signore. Erano le nozze tra il vescovo e la Santa Chiesa, rappresentata nella mia persona.»

«Domina Filippa, volete dire che, oltre a essere la Badessa, voi siete anche la Santa Chiesa?»

«Gioia, non essere insolente.»

«Domina, con tutto il rispetto, vi ricordo che l’avete appena detto voi.»

«Basta così! Corri a pregare, e pentiti della tua alterigia.»

«Corro subito, e perdonatemi il malinteso. Ma ho visto quel lussuoso letto a baldacchino, di legno pregiato, con la seta ricamata d’oro, dove il vescovo ha passato la notte qui in monastero, e ho creduto che fosse diventato vostro marito.»

Domina Filippa divenne viola, poi verde, poi rossa.

«Gioia, ora basta! In penitenza! Vai in stireria e stira tutto quello che trovi nelle ceste. Più tardi passerò a controllare se sei diventata più docile.»

«Domina… e quanti mariti siete riuscita ad avere, finora?»

«Basta, creatura infernale! A stirare!»

La stireria era lontana dal cortile, vicino alla lavanderia e all’orto. Dentro c’erano così tante ceste di panni che mi sarebbe servita una settimana per finire tutto.

Presi un soldo, aprii la finestra che dava sulla strada e fischiai a un ragazzotto. Gli consegnai un biglietto e lo mandai di corsa dalla mia adorata balia. Ormai la mia balia conosceva la strada dell’orto meglio delle monache: in meno di mezz’ora era già lì, con tre fantesche pronte a stirare. In due ore era tutto stirato, piegato, profumato e diviso in ordine sui tavoli. Poi se ne andarono attraverso l’orto, così come erano arrivate.

Un’ora dopo arrivò Domina Filippa, con la faccia trionfante, sperando di trovarmi afflitta e ancora china sul ferro. Io ero seduta sulla soglia a guardare il cielo, fingendo di pregare.

«Gioia… ma com’è possibile che tu, in così poco tempo, abbia fatto un lavoro così perfetto?»

«Domina Filippa, quando si lavora con amore per Nostro Signore e si rispetta la regola con umiltà, gli angeli ci aiutano.»

Domina Filippa guardava incredula la biancheria stirata e ne annusava il profumo, senza dire una parola.

«Domina Filippa, dovete scusarmi per le mie uscite poco felici. Prendo le vostre penitenze come un gesto d’amore per migliorare il mio carattere, che ho ereditato dal mio signor padre, mercante di seta di Lucca e di lana di Firenze.»

«Gioia, forse a volte sono troppo severa con te. Ma voglio che tu diventi una brava moglie, obbediente. Ora andiamo in refettorio: devo comunicarvi una mia iniziativa che sarà gradita a Nostro Signore misericordioso.»

E uscimmo insieme dalla stireria, con Domina Filippa che mi teneva leggermente abbracciata.

La carrozza dei ricci

Stavamo attraversando il cortile quando sentimmo bussare con insistenza al portone del monastero. Due monache corsero ad aprire e, come una furia, entrò messer Ricci. Senza nemmeno salutare affrontò Domina Filippa.

«So che gli Albizi si sono già trasferiti in campagna, dai Fini, alla villa della Fonte dei Tre Visi. Sono venuto a prendere mia figlia Iacopa: andiamo oltre Fiesole, finché la peste non sarà finita. Fate in fretta, la carrozza è pronta per partire.»

Domina Filippa non obiettò una sola parola. Mandò alcune monache a cercare la ragazza, e Iacopa salì sulla carrozza con i soli vestiti che aveva addosso. I cavalli ripartirono al galoppo prima ancora che il portone si fosse richiuso.

Fu lì che capii. Le monache andavano verso i malati; i ricchi andavano verso le colline. E io sapevo benissimo da che parte stava la vita.

La fuga

Dopo l’uscita di messer Ricci rimasi sorpresa dalla sudditanza di Domina Filippa davanti al potere. In quel momento mi cadde un velo dagli occhi e cominciai a vederla in un altro modo. Non era più la santa donna di Chiesa, né la severa Badessa, né la sposa del vescovo, né una delle donne più ricche di Firenze. Era una semplice donna impaurita, che davanti all’irruenza di un uomo potente resta zitta e umile e ne asseconda il volere, anche a costo di infrangere ogni regola del convento. Una donna con tanti vestiti addosso e tante maschere, come una Madonna manichino che si veste secondo la processione e la festa di turno. E davanti a quello sguardo fisso e freddo pensai che forse la sua fede non era altro che fanatismo, per nascondere una vita fallita.

Entrammo nel refettorio, dove tutte ci aspettavano. Io mi misi vicino alla porta, mentre Domina Filippa andò a sedersi in fondo alla sala, sullo scranno alto, con in mano un bastone d’ebano e d’avorio.

Ci disse che ci aveva convocate per informarci che il Gonfaloniere aveva chiesto una penitenza per fermare il flagello divino della peste, mandato su Firenze per i peccati degli empi. Così, il giorno dopo, saremmo uscite tutte dal convento, anche le monache di clausura, per pregare nelle strade della città e curare i malati. Il che, a mio vedere, significava morte sicura per tutte.

Con Clarissa bastò uno sguardo per capirci. Senza dare nell’occhio scivolammo fuori e corremmo verso la cappella, dove le spiegai il mio piano e le mostrai la corda per stendere i panni che avevo nascosto sotto la tonaca uscendo dalla stireria.

La cappella era illuminata soltanto dalle candele. In quella penombra cominciai a spogliare la Madonna della Misericordia: il manto, i paramenti, la corona, i gioielli. Clarissa rimase di sasso. La Madonna a cui per anni aveva confessato tutto e dedicato le sue preghiere era soltanto un palo di legno grezzo, con la testa e le mani di cera. Le dissi di non farci caso e di aiutarmi a vestirmi.

Mentre infilavo le braccia nelle maniche d’oro del vestito, Clarissa indietreggiò di un passo, con il respiro mozzo. Privata dei suoi paramenti sacri, la Madonna della Misericordia era sparita. Al suo posto restavano solo un fusto di legno tarlato, due rozze assi incrociate a fare da spalle e un volto di cera che la fiamma della candela faceva quasi sudare. Le mani miracolose, che Clarissa aveva baciato cento volte implorando la fine del contagio, erano pezzi di cera fredda infilati su fili di ferro. Vidi un brivido correrle lungo la schiena. Aveva consegnato i suoi giorni a un guscio vuoto, e ora l’unica misericordia rimasta in quel monastero stava per scavalcare il muro, lasciandola sola al buio. Io, invece, guardando quel palo spogliato pensai a Domina Filippa Donati: tolti i titoli e l’autorità, anche lei sarebbe rimasta un manichino, tarlato dal fanatismo.

«Muoviti, Gioia» mi disse, stringendomi i nodi del pesante mantello azzurro, «prima che la Domina finisca il suo discorso e suonino la Compieta.»

Le dita le tremavano. L’indomani Filippa Donati avrebbe spalancato i portoni di San Pier Maggiore e ci avrebbe trascinate tutte nel cerchio dell’inferno, tra i miasmi e i lamenti della carne che marciva in mezzo alla strada. Un suicidio in nome di Dio.

Pensai all’altezza del muro di pietra forte. Addosso a me, il vestito d’oro e d’azzurro della Misericordia sembrava una beffa alla morte.

Presi Clarissa per le spalle, mentre la stoffa d’oro della tunica frusciava contro la pietra. «Ascoltami, Clarissa. Non restare qui a guardare questo legno vuoto. Passa dall’orto, adesso. Evita le monache giardiniere: stanno già raccogliendo la ruta per i bracieri dell’alba. Corri al vecchio palazzo dei tuoi, quello con la torre, prendi il cavallo più veloce e scappa a Pontassieve, dai tuoi genitori. Lì l’aria è pulita. Se resti qui, domani Filippa vi consegnerà alla morte.»

Clarissa guardò prima il volto di cera della statua spogliata, poi i miei occhi, che erano vivi. La paura per quel silenzio divino si trasformò in una rabbia disperata, una fiammata di voglia di vivere.

Uscimmo insieme nel cortile. Mi arrampicai sulla vecchia vite, quella che dicevano miracolosa perché l’aveva piantata una santa, legai la corda a un ramo robusto, la lanciai oltre il muro e con cura mi calai lentamente sulla strada. Dall’altra parte sentii Clarissa sciogliere la corda e ritirarla, perché nessuno scoprisse da dove ero passata; poi i suoi passi leggeri che correvano verso l’orto.

L’uscita da firenze

Avevo appena posato i piedi sulla strada e sistemato alla meno peggio il vestito, il manto azzurro e la corona, quando dal buio sbucò un mendicante. Mi vide, cadde in ginocchio e mi chiese la grazia.

«Prego per voi e per il mondo intero, figlio mio.»

Fu questo a darmi il coraggio di mettermi in cammino nel cuore della notte, rompendo il coprifuoco che vigeva in città per impedire gli sciacallaggi nelle case dei morti. Chi veniva sorpreso per strada rischiava la vita. Ma una Madonna che cammina per le vie di Firenze, pensavo, chi mai avrebbe osato fermarla?

Il silenzio era assoluto, spaventoso. Se una ronda mi avesse vista con addosso gli abiti splendenti della Vergine, mi avrebbe presa per un’apparizione miracolosa… o per una ladra sacrilega da impiccare sul posto. Ma quel mendicante, con la sua innocenza, mi aveva dato forza.

Presi Borgo Pinti e, camminando piano rasente il muro, passai davanti al nostro palazzo. Era tutto buio: la mia famiglia era già partita per la campagna, portandosi dietro tutta la servitù. Mi dette serenità sapere che la mia adorata balia era al riparo.

Ora restava la prova più dura: passare Porta a Pinti, già chiusa per la notte, con le guardie sia dentro sia fuori le mura.

Non mi persi d’animo. Se aveva funzionato con il mendicante, poteva funzionare anche con le guardie. Mi sistemai per bene, rimisi dritta la corona, aggiustai i gioielli, legai stretta Fiammetta alla cintola e lentamente mi avvicinai alla porta.

Appena le guardie mi videro lasciarono cadere le lance e si inginocchiarono, chiedendo perdono e una benedizione. Io risposi come sempre: «Prego per voi e per il mondo intero. Ogni figlio del creato è figlio mio.»

Piangevano di gioia. E proprio in quel momento i battenti, che qualcuno aveva chiuso male, si aprirono da soli con un lungo cigolio. Le guardie gridarono al miracolo, e io, svelta, uscii dalla mia adorata città, verso Fiesole.

Il fiume e lo storpio

Una delle tappe più difficili l’avevo superata. Ora restava da arrivare alla villa, a piedi scalzi, nel buio rotto soltanto dai fuochi di erbe e di ginepro che ogni tanto ardevano lungo la strada per purificare l’aria. C’era la luna piena, e il mio vestito brillava come un cielo stellato.

Mi dispiaceva lasciare la mia adorata città in quelle condizioni. Ma mi tornò in mente un detto della balia: «Dove nulla puoi, nulla possa su di te.» Quel ricordo mi confortò. Non stavo abbandonando Firenze: me ne allontanavo per un poco, per tornare quando avrei potuto essere utile a ricostruirla.

Ormai fuori dalle mura, camminavo a passo svelto. Mentre stringevo i lacci del mantello, mi tornarono in mente le pagine miniate del vecchio codice salernitano che avevo scoperto nella biblioteca del monastero. Le parole di Trota, la sapiente guaritrice, erano chiare: il male non si cura con le preghiere sulle strade polverose, ma con l’aria pura delle colline, l’acqua corrente e il sapone. La Domina cercava il martirio in nome dello spirito; io volevo salvare la carne. La sapienza delle medichesse di Salerno mi aveva dato la chiave, e il muro di San Pier Maggiore era stato la porta da aprire.

Affrettai il passo, perché si faceva giorno. Passai davanti a un gruppo di case, dove la gente cominciava a uscire per andare a lavorare nei campi, e io avanzavo serena, ancora illuminata dalla luna che stava cedendo il posto al sole.

Accanto a una bottega abbandonata, appoggiato a un muro, c’era uno storpio. Si trascinava nella polvere stringendosi la gamba ritorta: pochi giorni prima era caduto da un albero mentre raccoglieva le olive, e da allora non riusciva più a stare in piedi. Quando vide quella figura celeste con il mantello azzurro si gettò ai miei piedi.

«Grazia, Madre di Misericordia, grazia! Madonna Santissima della Compassione, guariscimi, che il male mi consuma!»

Non potevo far finta di nulla, anche perché gli altri mi fissavano a bocca aperta, come un’apparizione. Mi fermai. Sotto i veli, il mio sguardo non era mistico, ma quello di chi studia un malato. Osservai la posizione innaturale della gamba, la sporgenza deforme del bacino, e mi ricordai le tavole dei libri di Salerno: non era un male incurabile, ma una lussazione ancora fresca. L’osso della coscia era uscito dalla sua sede, e si poteva rimettere a posto.

Lì accanto, appoggiata a un forno spento, c’era una pesante pala di legno per il pane. La afferrai, e con un cenno chiamai due contadini robusti. «Tenetelo per le spalle tu, e tu tiragli la gamba, con tutta la forza che hai.» Obbedirono come si obbedisce alla Madre di Dio. Mentre uno tirava e l’altro lo teneva fermo, puntai la pala sulla sporgenza dell’anca e spinsi con tutto il mio peso, con un colpo secco, preciso, violentissimo.

Si udì un clac sonoro, orribile. L’uomo cacciò un urlo disumano e cadde a terra. Ma dopo un istante di silenzio si toccò il fianco: il dolore lancinante era sparito. Fece leva sulle gambe e, tremando, si rimise dritto in piedi.

«Miracolo!» gridò un vecchio dall’angolo della via. «La Madonna ha sanato lo storpio!»

In un attimo le poche anime disperate che erano sulla strada si gettarono in ginocchio, implorando. Spaventata da quel fervore, lasciai cadere la pala e mi misi a correre, con il mantello d’oro e d’azzurro che sbatteva contro i muri dei vicoli.

I miei piedi nudi, feriti dai sassi, trovarono il fango freddo sulla riva del Mugnone. Il ponticello di legno che portava verso la collina cigolava, con le assi marcite dall’umidità della gora, e non mi dava nessuna fiducia. Con un gesto rapido raccolsi tra le mani i lembi del pesante mantello dorato e sollevai la veste per non bagnarla.

L’alba spaccava il cielo e tingeva l’acqua di un riflesso rosato, lattiginoso per la nebbia. Allungai la gamba e posai il piede sulla prima pietra piatta che sporgeva dal pelo dell’acqua, poi sulla seconda, rapida e leggera, come mi avevano insegnato da bambina in campagna.

Sull’argine opposto, due contadini che fuggivano dalla città si fermarono di colpo, paralizzati. Nella foschia dell’aurora le pietre scure erano invisibili, sommerse dal chiarore dell’acqua. Ai loro occhi apparve l’inconcepibile: non una ragazza, ma la Vergine Maria che, scalza, avanzava sopra la corrente del Mugnone senza che un solo lembo della sua veste d’oro si bagnasse.

Caddero in ginocchio nel fango, battendosi il petto e urlando al cielo: «Cammina sull’acqua! È la Madre di Dio che benedice il fiume!»

Sentii le grida, ma non mi voltai. Raggiunsi l’altra riva con il cuore in gola, lasciandomi alle spalle quel coro di lodi spaventate, e salii di gran carriera per il sentiero che portava alla Fonte dei Tre Visi.

L’arrivo alla villa

Stanca e un po’ spaventata, ma felice per la riuscita della mia impresa, mi trovai davanti al portone socchiuso della villa fortezza dei Fini. Poco prima dell’ingresso c’era la famosa Fonte dei Tre Visi, che dava il nome alla villa. L’acqua, fresca e cristallina, zampillava e scorreva veloce come il tempo.

Mi lavai le gambe, le braccia e la faccia, rimisi in ordine i capelli e la corona e, guardando il Giano dai tre visi, lo supplicai.

«Giano, sono davanti a te e ti supplico. Quest’acqua terga il sangue e la polvere dai miei piedi; ma tu, Giano dei Tre Visi, monda la mia mente. Lascia il passato alla terra che muore e il domani al cielo che tace. Donami adesso la medicina più grande: il volto della Gioia vera. Non l’illusione della cera, non il rigore del legno, ma la carne viva della speranza. Con questa faccia vincerò la mia battaglia.»

Poi, tenendo ben stretta Fiammetta, scivolai dentro il palagio attraverso il grande portone socchiuso. Le forze mi stavano abbandonando. Mi rannicchiai su una panca di legno intagliato, vicino alla grande bifora che guardava verso la collina. Con un sospiro profondo mi strinsi al petto Fiammetta, la mia vecchia bambolina di pezza e di crine, vestita lussuosamente come una Madonna: l’unica cosa davvero mia che ero riuscita a salvare dal monastero. Chiusi gli occhi e sprofondai in un sonno senza sogni, cullata dal canto dei primi uccelli.

Quello che accadde dopo me lo raccontarono più tardi. Quando il sole ebbe superato le cime dei cipressi, i primi ospiti della villa scesero nel salone e si fermarono di colpo, ammutoliti. Un raggio di luce dorata tagliava la penombra e accarezzava una figura celeste addormentata sulla panca. Il diaspro azzurro e i falconi d’oro luccicavano come se fossero fatti di pura luce.

«È la Madre di Misericordia» sussurrò una delle dame, portandosi le mani al cuore e accennando a inginocchiarsi.

Ma poi, avvicinandosi con il fiato sospeso, notarono i piedi scalzi e graffiati, e quella piccola bambola di pezza stretta tra le braccia regali. Non sapevano più se avevano davanti un miracolo calato dal cielo o una fanciulla viva, che aveva sconfitto la notte e portato la giovinezza e la speranza dentro il loro rifugio.

Il mormorio dei passi e i sussurri devoti sciolsero il mio sonno come nebbia al sole. Aprii gli occhi lentamente, con la vista ancora offuscata dalla stanchezza. Intorno a me non c’erano le pareti spoglie di San Pier Maggiore, né le ombre severe delle monache giardiniere. C’era un cerchio di volti pallidi, vestiti di sete leggere, che mi fissavano trattenendo il respiro.

«Guardate le mani…» sussurrò Guidetta, una fanciulla bionda in prima fila, stringendosi le dita al petto. «È immobile come la statua della cappella della Misericordia. È scesa dall’altare per mondare i nostri peccati.»

«Sia lodato il Cielo» le fece eco un giovane poeta, con un inchino profondo. «Il morbo assedia le mura, ma la Vergine ha scelto il nostro palagio per manifestarsi.»

Mi sollevai di scatto sulla panca, colta da un brivido di panico. Nel movimento il pesante mantello azzurro frusciò sonoramente, e i falconi d’oro tessuti nella seta sembrarono guizzare alla luce del sole. D’istinto strinsi più forte al petto Fiammetta e le nascosi il volto di pezza sotto i veli sacri. Quello scatto così umano, così privo di solennità divina, fece fare un passo indietro ai più timorosi.

Fu in quel momento che una risata sommessa, carica di un’ironia tutta mercantile, spezzò l’incantesimo. Dianora Strozzi si fece largo tra i giovani sbigottiti, con il passo fermo e lo sguardo tagliente, e si fermò a un passo dalla panca.

«Spaventatevi meno per i miracoli e guardate la terra, sciocchi.» Indicò con il mento i miei piedi nudi, segnati dai graffi della pietra forte e sporchi del fango secco del Mugnone. «Le Madonne dei dipinti non camminano scalze nei fossi per scappare da Firenze. E di certo non portano una bambola di crine sotto i paramenti sacri.»

Alzai lo sguardo e incrociai gli occhi grigi e acuti di Dianora. Vi lessi uno sconcerto che durò un solo battito di ciglia, subito sostituito da una scintilla di assoluta ammirazione. Dianora Strozzi aveva capito tutto: non ero un’apparizione, ero una fuggiasca che aveva compiuto un’impresa impossibile.

La guardai intensamente negli occhi e le chiesi: «Quale dolore così forte vi ha indurito il cuore?»

Dianora cambiò colore ed espressione. Non era più la donna saggia e pratica di un momento prima. Per un istante mi fissò con occhi che sembravano pugnali, poi urlò: «Tu non sai nulla, Madonna di due fiorini!» E scappò piangendo verso il giardino, gridando ancora: «Tu non sai nulla di nulla!» E scomparve.

Le presentazioni

Appena Dianora scomparve nel parco, mi trovai circondata da una piccola folla incredula. Alcuni erano già in ginocchio a pregare; gli altri, uno dopo l’altro, cominciarono a presentarsi, rivolgendosi a me con un rispetto riverente.

Ero in un imbarazzo assoluto. Avevo trovato il migliore dei modi per uscire dal convento, ma non avevo mai avuto l’intenzione di ingannare nessuno. Il malinteso l’avevano creato loro, più che io. Eppure, finché non mi fosse venuta un’idea per uscirne, dovevo reggere la parte, o finire alle Stinche.

Lorenzo, Guccio, Niccolò, Neri, Vieri e Marin da Venezia furono i primi a rendermi omaggio. Si disposero in semicerchio nella penombra del salone, affascinati dai riflessi dorati del diaspro lucchese che risplendeva nel sole del mattino. Lorenzo, il poeta, fece un passo avanti e chinò profondamente la testa.

«Ave, o Maria, Madre di Misericordia» mormorò con un filo di voce, come se temesse che il fiato potesse far svanire la visione. «Siete voi, discesa tra noi per salvarci dal morbo?»

Lo fissai dalla panca, stringendo Fiammetta sotto i veli. Il cuore mi batteva forte, ma la mente era lucida. Sostenni il suo sguardo devoto e, con una calma solenne che lasciò tutti con il fiato sospeso, risposi: «Questo lo dite voi, figli di Nostro Signore.»

Un sussurro di meraviglia corse tra gli ospiti. Guidetta, con gli occhi accesi di fervore, si voltò verso la porta da cui era fuggita Dianora.

«E madonna Dianora dubita per due piedi graffiati! Anche le piaghe di Cristo, allora, sono da non credere? Vorrebbe forse negare il dolore della carne nei miracoli di Nostro Signore?»

Dal fondo del semicerchio si levò la voce anziana e sferzante di monna Lapa: «La Madonna camminava scalza, figliola. Non portava mica il cognome Strozzi!»

Risero tutti, complici. Io no. Avevo visto gli occhi di Dianora prima che scappasse, e sapevo di aver toccato una ferita vera.

La nascita di un amore

All’improvviso un rumore di zoccoli ci fece correre tutti sul loggiato. Dal portone entrò un destriero pugliese, nero e lucido, cavalcato a pelo da un ragazzo bellissimo, con i capelli neri, a torso nudo sotto una mantella scura. Era, come seppi un attimo dopo, Vanni dei Cavalcanti.

La mantella annodata al collo si apriva come le ali di un corvo a ogni balzo del cavallo e scopriva il torso, teso nello sforzo di governare la bestia senza sella. La pelle del petto, lucida di sudore, prendeva i raggi del sole come il manto morello del pugliese. Era uno spettacolo selvaggio, sfrontato, che calpestava secoli di etichetta fiorentina. Il ragazzo si passò una mano tra i capelli scompigliati dal vento.

Venne al trotto verso il loggiato e, quando fu quasi sotto di me, tirò le redini con troppa foga, per mostrare tutta la sua audacia proprio davanti ai miei occhi. Il gran morello cacciò un nitrito potente e si impennò, lanciando gli zoccoli contro il cielo del cortile. Ma senza l’arcione della sella a trattenerlo, il ragazzo scivolò all’indietro lungo la schiena sudata dell’animale e perse la presa sulla criniera. Cadde sul selciato di pietra forte con un colpo sordo che gli mozzò il fiato, mentre la mantella gli si aggrovigliava tra le braccia. Il cavallo, spaventato, scartò di lato e lo lasciò a terra, immobile nella polvere.

«Vanni!» urlò Dianora, ricomparsa in fondo al loggiato.

Ma io ero già scattata. Dimenticai il decoro, dimenticai i veli della Misericordia e il peso del diaspro d’oro: scesi i gradini dello scalone d’un fiato, volando sulle pietre a piedi nudi, come quando avevo saltato il muro di San Pier Maggiore. Mi inginocchiai nella polvere accanto a lui. Le mie dita, rapide e sicure come mi avevano insegnato le pagine delle medichesse, cercarono subito il battito sul collo, poi seguirono la linea delle costole per sentire se un osso avesse ceduto.

«Vanni… Vanni, guardatemi» sussurrai con il fiato corto, e gli sfiorai il viso per scuoterlo dal torpore.

Riaprì gli occhi a fatica, tossendo per la polvere. Sotto il velo della Vergine, che si era scostato, vide i miei capelli sciolti e i miei occhi lucidi di spavento per la sua vita. Bastò quel solo, interminabile battito di ciglia. Nel silenzio del cortile, mentre i servi accorrevano, i nostri cuori si misero a battere insieme, per sempre.

Mi fissava, con una mano premuta sul petto che saliva e scendeva affannato. Poi, con la chiarezza dell’oro di Lucca, disse: «Non so se siete una Madonna scesa dall’altare o una donna fatta di terra. Ma so che siete quella che mi renderà felice.»

Io gli strinsi la spalla e lo guardai dritto negli occhi. «Anche il grano, Vanni, cade nella terra scura e sembra perduto. Eppure trova la forza di spaccare la zolla e di alzarsi dritto verso il cielo. Non è questo il tempo di giacere nella polvere.» Gli tesi tutte e due le mani, puntando i piedi nudi sul selciato. «Su, forza, alzatevi.»

Quelle parole agirono su di lui meglio di qualunque unguento. Ci mise l’anima e l’orgoglio: afferrò le mie mani, puntò le gambe e si tirò su d’un colpo, incurante del dolore alla schiena. Quando fu di nuovo in piedi, alto davanti a me, non me le lasciò. Il grano era uscito dalla terra.

Gli sistemai con calma un lembo della mantella sulle spalle. Ma il mio sguardo rimase severo, senza nessun compiacimento per quella esibizione di forza.

«Voi cercate la grandezza nell’ardire di un destriero, messere. Ma la vera grandezza, quella che nessuna peste può consumare, abita nell’umiltà. I nobili di questa città credono che il loro blasone sia uno scudo per dominare, e dimenticano che è un dovere. Siete voi, che sedete nei palagi alti, a dover dare l’esempio al popolo che vi guarda. Lì, e solo lì, sta la vera nobiltà: non nell’oro che ostentate, ma nel modo in cui camminate nella polvere per sollevare chi cade.»

Vanni abbassò gli occhi per un istante. Poi li rialzò nei miei, e la sua voce non aveva più la sfrontatezza di poco prima, ma una dolcezza solenne.

«Voi parlate di nobiltà e di esempio, madonna. E io vi dico che la vera santità non sta nelle penitenze imposte tra le mura di pietra, né nelle preghiere recitate per paura dell’inferno da chi ha il cuore di ghiaccio. La santità sta nelle parole che escono dal cuore. Sta in quello che avete appena fatto: vi siete inginocchiata nella polvere per uno sconosciuto.»

Sentii un brivido. Per la prima volta qualcuno non mi vedeva come una fuggiasca né come un’apparizione miracolosa, ma mi capiva fin nei pensieri più segreti.

Dianora mi confessò più tardi che dal loggiato si era sporta oltre la balaustra, pronta a scagliare una delle sue saette per punire la stoltezza del nipote e il decoro infranto. Aveva le parole già sulle labbra, affilate come coltelli da speziale. Ma si era fermata. Aveva visto Vanni rialzarsi non più come un Cavalcanti piegato dal fallimento dei Bardi, ma come un uomo che ha appena trovato la sua bussola. Aveva visto l’oro di Lucca brillare nella polvere e, per la prima volta in vita sua, era rimasta ammutolita. Quella mente guardinga, abituata a calcolare pesi, fiorini, alleanze e vendette, si trovava davanti a un mistero che non sapeva dove mettere. Non era politica, non era un inganno e non era nemmeno la superstizione bigotta di Domina Filippa. Era qualcosa di spaventosamente vero. E per la prima volta da quando era cominciata la peste non seppe che cosa pensare.

Il segreto di dianora

Eravamo appena rientrati nel salone quando dal fondo del parco arrivò un clamore di voci. Vanni uscì a vedere e tornò a grandi falcate, con la mantella che gli sbatteva sulle spalle.

«Serrate i portoni!» ordinò ai servi, con una voce che non ammetteva repliche. «Sbarrate le inferriate e tirate i chiavistelli, subito!»

Un rumore cupo di legno massiccio e di ferro battuto risuonò per tutto il palagio, mentre i grandi battenti si chiudevano sul mondo di fuori. Mi alzai in piedi, stringendo Fiammetta. Guidetta e monna Lapa si fecero il segno della croce.

Dal fondo del salone gli Albizi, che dai Fini erano arrivati prima di tutti, lo guardavano senza fiatare. Seppi più tardi che erano stati loro, con il loro gruppo, a pignorargli il palazzo in città e a chiudergli la porta in faccia. E adesso quel ragazzo senza casa dava ordini nella casa dove loro erano ospiti, e i servi gli obbedivano di corsa.

«Che cosa succede, messere?» domandò Guidetta, spaventata.

Vanni non rispose a lei. I suoi occhi cercarono subito i miei.

«La voce ha corso più veloce del vento. C’erano dei contadini, al Mugnone. Hanno visto una Madonna camminare sull’acqua e guarire uno storpio con una pala da forno. La notizia è rimbalzata fino ai vicoli di Firenze, e mezza città sta salendo verso questa collina. Il popolo è già ai cancelli del giardino: urlano, piangono, si accalcano. Chiedono tutti una grazia che voi non potete dare.»

Da fuori, oltre le spesse mura del palagio, cominciò a levarsi il coro confuso di centinaia di voci disperate che invocavano la Misericordia. Guardai Vanni, poi la porta sbarrata. La mia fuga dal monastero era finita; la mia avventura tra gli uomini era appena cominciata.

I Fini fecero dire alla folla che la Madonna si era ritirata in preghiera, e fecero distribuire pane e acqua ai cancelli. Io stavo per seguire Vanni quando Dianora scese lo scalone a passi rapidi e mi fermò nell’androne. La stretta delle sue dita sul mio braccio era forte, piena di un’ansia febbrile. I suoi occhi grigi, di solito taglienti, erano lucidi e smarriti.

«Tu non mi convinci, fanciulla» sussurrò, e per la prima volta le tremava la voce. «Ma ho un bisogno disperato di parlare con te. Tu parli di cuori induriti dal dolore, e non sai quanto sia vero. A diciannove anni ho commesso il peccato più grande della mia vita, e ancora sto pagando la mia grandissima colpa: ho abbandonato il mio bambino, nato fuori dal matrimonio, alle monne dello Spedale. Da allora non ho più trovato pace in nessuna preghiera.»

La guardai, e nei miei occhi non c’era ombra di condanna. I libri di Salerno mi avevano insegnato una sapienza antica: il corpo non guarisce se l’anima è lacerata dal rimorso. Le strinsi a mia volta il braccio, ferma e risoluta.

«Non giudicatevi per il passato, Dianora. Il passato è polvere, ma l’oggi è carne viva. Fate preparare la vostra carrozza, subito. Datemi dei vestiti semplici e fate prendere una cesta di agrumi per le monne: si scende in città.»

Dianora, spiazzata da tanta determinazione, diede l’ordine ai servi con un cenno del capo. Poco dopo, vestita come una fantesca, uscivo con lei dal cancello degli orti, sul retro della villa, senza che nessuno nella folla mi degnasse di uno sguardo. Le ruote della carrozza degli Strozzi stridevano sulla pietra, lungo le strade deserte e spettrali di Firenze, verso lo Spedale di San Gallo.

Sedute l’una di fronte all’altra, viaggiavamo nel silenzio della città appestata, unite da un segreto tremendo. Dianora si torceva le mani, atterrita all’idea di sfogliare i vecchi registri dei gittatelli in cerca di un neonato che credeva perduto nel fango del mondo.

Non ce ne fu bisogno. Le monne si ricordavano bene di quel bambino. «È cresciuto con amore, al nostro riparo» dissero. «Un grande studioso. E adesso è salito in alto. Ma tanto, tanto in alto.»

Dianora impallidì. Lo sconforto ci invase tutte e due, e ce ne andammo tristi, senza fare altre domande. Solo molto più tardi avremmo capito quanto in alto.

Tornate alla villa, Dianora si fermò un poco con me in giardino; poi andammo a mangiare in cucina.

Poi a dormire: lei nella villa, io nelle stanze vicino al giardino degli agrumi, che i Fini avevano fatto preparare per me.

Il miracolo dell’orto

Per tre notti non dormii. Le vesti della Madonna erano piegate in fondo a una cassa, nella villa, e ogni volta che chiudevo gli occhi mi pareva di sentirle sospirare. La corona luccicava anche al buio.

Io non ero una ladra. Le avevo prese in prestito, nella fretta, come si afferra il primo mantello quando la casa brucia. Ma un prestito alla Madonna, pensavo, va restituito prima che se ne accorga.

Così, la quarta sera, feci un fagotto di tela grezza con ogni cosa: il manto azzurro ricamato d’oro, la veste di diaspro lucchese, il velo, la corona, le collane di perle e di coralli, gli anelli, gli orecchini, e perfino le scarpette di raso, che a me non erano mai entrate. Lo legai con un nastro di seta azzurra, corsi in camera di Dianora e le spiegai il mio intento, chiedendole di aiutarmi. Lei non esitò un attimo: chiamò i servitori, e in meno di mezz’ora la carrozza era pronta.

Le strade di Firenze erano pozzi di oscurità e di silenzio, rotti soltanto dal lamento lontano di qualche moribondo e dal passo affannato dei beccamorti. Il coprifuoco imposto dalla Signoria per arginare il contagio vietava a chiunque di circolare dopo il tramonto, pena il carcere o il bando. Ma le ruote cerchiate di ferro della pesante carrozza nera degli Strozzi non rallentavano affatto, e facevano risuonare la pietra dei vicoli deserti. Alla Porta a Pinti le guardie avevano riconosciuto il blasone e aperto senza una parola. Nessuna guardia del Podestà, nessuno sgherro degli Albizi avrebbe avuto l’ardire di sbarrare il passo allo stemma di una delle casate più potenti della città.

Dentro, nella penombra, io stringevo il fagotto tra le mani. Accanto a me Dianora osservava il mio profilo, con gli occhi grigi che brillavano alla luce fioca di una lanterna.

«Sei ancora in tempo a cambiare idea, fanciulla» sussurrò, con quel suo tono a metà tra l’ironia e la premura. «Con quell’oro e quella seta lucchese, ad Avignone, potresti comprarti mezzo quartiere. Il Papa non ne saprebbe nulla, e Filippa Donati ha ormai troppa paura dello scandalo per venire a cercarti.»

Scossi la testa. «Quel vestito ha salvato la mia carne e mi ha portata fino a Vanni, Dianora. Ha fatto quello che doveva fare. Ma io non sono una ladra, e non voglio tenermi addosso un solo filo che profumi dell’ipocrisia di San Pier Maggiore. Voglio andare incontro al mio futuro con le mani pulite.»

Arrivammo sotto il muro dell’orto mentre le campane battevano la mezzanotte. La carrozza si fermò con uno stridore sommesso di ruote nell’angolo più buio del vicolo, all’ombra delle mura altissime del monastero. Il cocchiere rimase al suo posto, con gli occhi fissi sulla strada, a vigilare sul silenzio.

Scesi. L’aria della notte era fredda, satura dell’odore di aceto e di zolfo che la gente bruciava per cacciare i miasmi. Feci tre passi nel fango del vicolo, con il fagotto tra le braccia.

Lo conoscevo pietra per pietra, quel muro: lo avevo guardato a lungo dall’altra parte, sognando di scavalcarlo. Era stato la mia prigione, e adesso mi pareva piccolo, quasi ridicolo, davanti alla libertà che mi ero conquistata. Adesso ero io a stare fuori, e le mie colpe a tornare dentro.

Presi fiato, tesi le braccia con la forza che mi avevano dato le fatiche della stireria e i giorni della fuga, e scagliai il fagotto verso l’alto. La tela volò nel buio oltre la cresta del muro e scomparve tra le chiome invisibili degli alberi dell’orto. Si udì un tonfo sordo tra i cespugli di ruta e di lavanda, seguito dal tintinnio della corona d’oro che urtava la terra.

Il debito era pagato. Il passato era tornato al passato.

Senza voltarmi risalii in carrozza e richiusi lo sportello con un colpo secco. Dianora mi rivolse un sorriso acuto, fiero, e batté il palmo contro il legno per dare il segnale al cocchiere. I cavalli scattarono, e la carrozza degli Strozzi si lasciò alle spalle le mura del convento, correndo nella notte verso la pace della villa, mentre io stringevo forte al petto Fiammetta, pronta finalmente a spiegare le ali verso il mondo nuovo.

La lettera di clarissa

La mattina dopo, mentre i lamenti della folla continuavano a battere contro il legno massiccio dei portoni sbarrati, un servitore dei Gondi, trafelato e coperto di polvere, riuscì a scivolare dentro il palagio passando dalle cucine. Portava una pergamena sigillata con la ceralacca verde della casata.

Vanni fermò il messaggero, ma io tesi la mano. «È per me. Riconosco la scrittura di Clarissa.»

Ruppi il sigillo, mi misi a sedere sulla panca e srotolai la pergamena. Le parole della mia amica entrarono nel salone come una ventata d’aria pulita della Val di Sieve.

«Gioia adorata, affido queste righe al favore delle tenebre e alla borsa di un messaggero fedele, sperando che la peste o la lama di un brigante non le fermino prima che tocchino le tue mani. Spero che il tuo mantello d’oro ti abbia portata in salvo. Qui in campagna l’aria è magnifica, e la clausura è già un vecchio ricordo.

«Sei fuggita appena in tempo. Un’ora di più, e avresti sentito il respiro del lupo alle nostre spalle. Quello che è successo dopo la nostra fuga l’ho saputo da Domitilla Orsi, che mi scrive di nascosto.

«Quando si sono alzate per il Mattutino e sono entrate nella cappella della Madonna della Misericordia, lo stupore è stato enorme. Domina Filippa, vedendo soltanto dei legni tarlati, una testa e due mani di cera, è quasi svenuta. Poi si è messa a urlare che la Madonna se n’era andata per i nostri peccati, ha chiamato tutte a raccolta per una penitenza di digiuno e si è convinta ancora di più di avere ragione a mandarle per le strade ad assistere i malati.

«Ma di mattina presto è arrivato un messaggero del Gonfaloniere, con una lettera. Chiedeva di non fare più la penitenza, perché durante la notte molte persone avevano visto la Madonna andare verso Fiesole, guarire uno storpio e camminare sull’acqua, fino alla villa dei Fini, alla Fonte dei Tre Visi. E da quella notte, dice il Gonfaloniere, il morbo ha cominciato a calare. Domina Filippa è caduta in ginocchio: “Sia benedetto il Signore! La Madonna non ci ha abbandonate: è andata a redimere i grandi peccatori.” E sono partite le preghiere.

«Dice ancora Domitilla che ieri mattina le monache giardiniere hanno trovato nell’orto i vestiti della Madonna e tutti i gioielli, sparsi tra la ruta, con la corona agganciata a un ramo di fico. Domina Filippa è accorsa subito e, con i suoi occhi di lince, ha recuperato fino all’ultima perla. Poi è tornata dentro e ha scritto al vescovo per un Te Deum. Lo canteranno domenica. E il vescovo ha fatto sapere che questa apparizione vuole vederla di persona: salirà alla villa.

«Questo per quanto riguarda il monastero. Ora ti racconto di me, e ti devo ringraziare. Tu mi hai dato tanto coraggio. Da quando, in quel cortile, ho tenuto testa a Domina Filippa e le ho parlato dei limiti che anche lei doveva rispettare, ho preso tanta sicurezza.

«Prima, però, il mio viaggio. Come mi avevi consigliato, passai dal vecchio palazzo dei miei. Non c’era quasi più nessuno. Mi cambiai, salii in cucina a prendere una sacca con del cibo e dell’acqua bollita con le erbe, scesi di corsa alle scuderie, mi feci sellare una giumenta senza dare spiegazioni a nessuno e partii. La strada lungo l’Arno era piena di guardie e di gente in fuga, e così presi la via dei monti.

«La giumenta teneva un passo faticoso ma costante, mentre il sentiero si inerpicava verso Poggio alla Croce. Firenze era ormai solo un ricordo di fumi e di rintocchi a morto, giù nella pianura. Mi voltai indietro una volta sola, stringendo i lacci del mantello contro il vento pungente del crinale.

«D’un tratto, tra le selve fitte e i castagni dei Monti Scalari, la mole severa e fortificata della Badia di Montescalari mi apparve come un gigante di pietra a guardia del monte. Le campane dei monaci vallombrosani battevano l’ora sesta: un suono pulito, che sapeva di terra e di pace, così diverso dal terrore della città.

«All’ombra di quelle mura spesse, volute da san Giovanni Gualberto, trovai il sentiero nascosto dei carbonai: una via sicura per scendere verso Figline e, da lì, seguire la valle fino a Pontassieve. La protezione della Badia mi aveva ridato il fiato. La strada per la mia salvezza, e per l’incontro che mi avrebbe cambiato la vita, era ormai tracciata.

«E adesso viene il bello, con tutti i dettagli, perché non sto nella pelle. Il monastero della Domina ci voleva sottomesse, e ha finito per fare di noi delle cacciatrici. Appena ho messo piede alla villa ho deciso di non perdere tempo con le preghiere. Ho diciannove anni, Gioia, e ne ho già regalati troppi al silenzio. Tre giorni fa è passato a trovare mio padre Laudemio Ricci. Sì, proprio lui, il primogenito, il cugino della nostra Iacopa. Non lo vedevo da tanto: da piccolo era bruttino, ma crescendo è diventato uno dei ragazzi più belli e più agognati di tutta Firenze, e in sella al suo baio era uno splendore. Così, dopo mangiato, l’ho invitato a vedere le scuderie nuove.

«Camminava fiero lungo il corridoio, indicando con la mano guantata la solidità delle poste di legno e la linea dei corsieri. Non riuscì a finire la frase. Lo guardai dritto negli occhi, con la stessa fermezza con cui avevo sostenuto lo sguardo d’aquila di Domina Filippa. Solo che stavolta nei miei occhi non c’era rabbia, ma tutt’altra fiamma. Gli misi le mani sul petto e lo spinsi all’indietro con forza. Perse l’equilibrio e cadde rovinosamente su un covone di fieno immenso e morbido, appena raccolto. Prima che capisse che cosa stava succedendo gli ero già addosso, e lo tenevo per i risvolti del farsetto.

«Sgranò gli occhi, con il fiato mozzo. Cercava la fanciulla che ricordava chiusa in clausura, e trovava una donna che lo dominava dall’alto con un sorriso sfrontato e i capelli sciolti che profumavano di libertà. L’onore dei Ricci e dei Gondi stava per essere travolto dal profumo del fieno, e in quel momento nessuno dei due pensò minimamente a chiedere scusa.

«Dopo, Laudemio giaceva sul covone con i capelli pieni di fili di fieno e il farsetto di velluto slacciato, ancora senza fiato. Io mi passai una mano tra i riccioli e mi risistemai la veste, con una calma che lo lasciò sbigottito. Mi fissava mezzo spaventato e mezzo follemente innamorato.

«“Madonna Clarissa…” mormorò, cercando di ritrovare la dignità dei Ricci. “Voi non siete una donna, siete una gatta selvatica. La Domina e le vostre maestre di San Pier Maggiore vi hanno cresciuta nel silenzio e nella penitenza. Com’è possibile che siate diventata così impavida?”

«Risi così forte che uno dei corsieri nitrì nella posta vicina. Mi chinai su di lui e gli sfilai un filo di paglia dal colletto. “È proprio questo che non capite, Laudemio. La Domina e i vecchi di questa città credono che la severità e le mura di pietra servano a piegare lo spirito delle donne. Credono di renderci mansuete. Ma quel monastero è stato una forgia: più ci stringevano nella morsa del silenzio, più il nostro metallo diventava duro. Ci volevano schiave e ci hanno fatte leonesse. Ora alzatevi, messere, e ripulitevi il farsetto: avete un matrimonio riparatore da chiedere a mio padre, e dubito che vogliate presentarvi davanti ai Gondi con il fieno tra i capelli.”

«Mio padre sta già preparando le carte. Annuncio dunque a te e al mondo il mio felicissimo matrimonio riparatore. Sposo un Ricci, Gioia, e so già che Filippa Donati e gli Albizi masticheranno fiele per i prossimi sette secoli. Fai in modo di salvarti anche tu, perché ti voglio al mio banchetto. La tua Clarissa.»

Alzai gli occhi dal foglio e, per la prima volta da quando ero fuggita da San Pier Maggiore, scoppiai in una risata limpida, contagiosa. Guardai Vanni, che mi fissava rapito da quel cambio improvviso di luce sul mio volto. La vita, in un modo o nell’altro, stava vincendo sulla morte.

Rilessi la riga del Gonfaloniere. La peste non calava affatto: bastava affacciarsi verso la città per vedere i fumi. Ma a lui piaceva crederlo, e ancora di più gli piaceva pensare che fosse merito mio.

Una riga sola mi aveva gelato il sangue: il vescovo voleva vedermi di persona. Ma a quello avrei pensato l’indomani. Arrotolai la pergamena, guardai il cielo, dove il sole splendeva, e ringraziai la nostra sorte.

La lettera del vescovo

Era mattina presto, e stavamo bevendo il latte caldo con il pane appena sfornato, quando il silenzio della villa fu rotto dall’arrivo di un messo della sede vescovile. Consegnò una pergamena e ripartì subito per Firenze.

Messer Fini la ricevette nel salone. Da uomo d’altri tempi, che considerava la compostezza la prima forma di nobiltà, non mostrò nessuna fretta. Parlava poco, ma ogni suo gesto aveva l’autorità di chi possiede quelle terre da generazioni. Spezzò il sigillo di ceralacca purpurea, che portava l’impronta della diocesi, con dita che tremavano appena, non per la vecchiaia ma per la solennità del momento. Poi posò la pergamena sul grande tavolo di quercia e la spianò con il palmo della mano, lento e fermo, imponendo il silenzio a tutta la sala.

Scorse le righe senza una parola, mentre i suoi occhi severi si facevano via via più pensosi. Poi alzò lo sguardo su di me, su Vanni e su Dianora, che aspettavamo immobili.

«Il vescovo Belgioioso in persona salirà da noi venerdì prossimo, il tredici» annunciò, e la sua voce profonda risuonò sotto le volte. «Vuole esaminare i prodigi che si raccontano a Firenze sull’apparizione della Madonna della Misericordia. Celebrerà una messa solenne nella nostra cappella in onore di sant’Antonio da Padova, benedirà la villa e vedrà con i suoi occhi la nostra Madonna. Chiede che sia preparato tutto l’occorrente per il sacro ufficio.»

La notizia cadde come una pietra in un pozzo. Nell’ombra della grande sala gli sguardi si incrociarono, rapidi e carichi di segreti. Io trattenni il respiro e strinsi i pugni tra le pieghe della veste. Vanni era serio, e Dianora quanto lui.

Mentre messer Fini cominciava a dare ordini ai servitori perché ripulissero l’altare e lucidassero i candelabri, l’aria nella sala si fece irrespirabile. Dietro l’orgoglio del padrone di casa, ognuno di noi sentiva mancarsi la terra sotto i piedi. Il mio finto miracolo, e quel fagotto lanciato oltre il muro dell’orto, stavano per portare la massima autorità della Chiesa fiorentina proprio nel cuore dell’inganno.

Messer Fini si ritirò nel suo studio, aprì lo scrigno, ne tirò fuori pergamena, inchiostro e ceralacca, e scrisse in volgare la sua risposta.

«Al reverendo in Cristo padre e signore mio onorando, messer Belgioioso, per la grazia di Dio vescovo di Firenze, il vostro umile e devoto servitore Fini, dalla villa della Fonte dei Tre Visi alle porte di Firenze, si raccomanda alla vostra santa e pastorale benedizione.

«Venerabile padre e signore mio, ho ricevuto con somma reverenza e filiale letizia la vostra lettera, con la quale mi fate grazia di annunziare la vostra venuta in questa mia diletta dimora. La notizia della vostra santa visita illumina la mia casa e tutta la mia famiglia. Sappiate, messere, che ogni cosa qui è pronta e si appresta al vostro comandamento. La villa, i giardini, la fonte e tutto ciò che Iddio mi ha concesso di possedere sono a vostra piena disposizione, per il ristoro dell’anima e del corpo vostro e della vostra onorevole compagnia. Attendiamo il vostro santo arrivo con quel timore e quella devozione che si convengono a un così degno pastore.

«Prego l’Altissimo Iddio che vi conservi in lunga vita e in santa prosperità. Umilmente, in ginocchio, vi chiedo la vostra santa benedizione. Dalla Fonte dei Tre Visi, a dì nove di giugno dell’anno del Signore 1348. Il vostro fedele e devoto servitore, Fini.»

Arrotolò la pergamena, la legò con un nastro dai colori dello stemma della casata, la sigillò con la ceralacca e spedì subito un suo messo alla sede vescovile.

La messa in villa

Venerdì tredici giugno del 1348 il sole sorse limpido sulle colline, con un’aria fresca che pareva voler spazzare via l’odore della pestilenza.

La villa dei Fini era trasformata: i servitori avevano lavorato per giorni sotto l’occhio vigile e inflessibile del padrone di casa. La cappella era stata tirata a lucido. Le pietre grigie del pavimento, lavate con acqua e aceto, brillavano alla luce delle candele di cera pura. I candelabri d’ottone, lucidati fino a riflettere i volti, erano disposti in due file, e sull’altare spiccavano i drappi di lino più fine, ricamati dalle monache di un convento vicino. Perfino l’aria era diversa: l’odore di chiuso e di paura era stato coperto dal profumo dell’incenso, del mirto e dell’alloro selvatico sparsi sui gradini.

Messer Fini aspettava al cancello, con il suo abito di panno scuro più solenne. Guardava la strada con la calma di chi accoglie i potenti sapendo di essere il signore di quelle mura. Dietro di lui c’era tutta la famiglia, poi noi ospiti, e per ultimi i servitori. Tra noi l’atmosfera era tutt’altro che serena. Io tenevo le mani intrecciate per nascondere il tremito e cercavo di darmi un contegno. Poco distante, Vanni dei Cavalcanti scrutava i contadini e i curiosi che si accalcavano ai margini del cortile. Dianora Strozzi stava in disparte, avvolta nel suo velo, con il cuore stretto da un presentimento che non sapeva spiegarsi.

Poi, dal fondo della via, salì un rumore di zoccoli. Ci aspettavamo un corteo, con la croce d’argento in testa e i chierici salmodianti. Arrivarono tre cavalli al trotto: il vescovo Belgioioso e due giovani chierici, senza altri orpelli. Messer Fini, che aveva pronto l’inchino più solenne della sua vita, rimase un attimo spiazzato da tanta semplicità. Ci inginocchiammo tutti.

Il vescovo entrò a cavallo fino al loggiato, dove gli stallieri presero le bestie e le fantesche si fecero avanti con i bacili d’acqua fresca e i panni di lino ricamato. Rientrammo, ci furono i convenevoli, e subito dopo il vescovo chiese di me.

Mi fece cenno di seguirlo fino a una panca e mi invitò a sedere, mentre Vanni ci guardava pensieroso. Mi fissò negli occhi, e io ressi il suo sguardo con la dignità di chi sa di essere una creatura del Signore.

«Allora dimmi, fanciulla dagli occhi color del cielo: tu saresti la Madonna della Misericordia?»

«Questo lo dite voi, messer vescovo.»

«Eppure in tutta Firenze si dice che hai compiuto dei miracoli. Hai guarito uno storpio, hai camminato sulle acque, e chiunque ti abbia incrociata ha ritrovato la fede che la peste gli aveva portato via.»

«I miracoli li fa Nostro Signore onnipotente, nella sua infinita amorevolezza. Li fa la Sapienza. E li fanno le persone che agiscono di pancia, messer vescovo.»

«C’è saggezza e candore nelle tue parole. Ma se sei la Madonna della Misericordia, dacci una prova della tua essenza divina.»

«Beato chi crede senza vedere, perché è puro di cuore. Messer vescovo, siete venuto per vostro volere in casa dei Fini, non dai saltimbanchi che danno spettacolo per divertire il popolo.»

«Allora, Madonna della Misericordia…»

Lo fermai prima che continuasse. «Questo lo dite voi. Io sono Gioia.»

«Allora, Madonna della Gioia.»

«Anche questo, messer vescovo, è un vostro pensiero.»

Aveva gli occhi lucidi. Si alzò. «Adesso andiamo, che ho una messa da dire in nome di Nostro Signore.»

Attraversammo la folla per entrare in cappella. Le porte erano state lasciate spalancate sul cortile, perché potesse seguire anche la gente salita dalle case intorno: in gran parte vedove, orfani e vecchi, molti vestiti a lutto, con tuniche scure di lana grezza.

Il vescovo salì all’altare, con le spalle a noi, rivolto a oriente. La messa era tutta in latino. Quando i due chierici intonarono il canto, le voci si alzarono sotto la volta e un brivido passò su tutti. Nessuno parlava: il popolo rispondeva solo con sussurri, preghiere mute e colpi sul petto.

Al momento del sermone il vescovo si voltò e parlò in volgare, perché tutti capissero. Ricordò i miracoli di sant’Antonio, il santo che fa ritrovare ciò che si è perduto. Non nascose che molti chiamavano la peste un castigo di Dio; ma più che minacciare invitò ciascuno a confessarsi e a non lasciare solo chi soffriva. Molti scoppiarono in pianto, ricordando i loro morti.

Poi venne l’elevazione, il culmine della messa. Al suono del campanello ci inginocchiammo tutti sulla pietra nuda. Il vescovo sollevò l’ostia consacrata sopra la testa, con tutte e due le mani. In un silenzio assoluto, rotto solo da qualche singhiozzo, tutti gli occhi si alzarono per vedere il corpo di Cristo: in quell’attimo l’angoscia della morte lasciava il posto a una disperata domanda di protezione e di salvezza.

Fu allora che una manica della veste gli scivolò giù lungo il braccio e lasciò scoperto il polso. E sul polso apparve una voglia a forma di farfalla.

Dianora si alzò in piedi e lanciò un urlo che rimbombò per tutta la cappella.

«Figlio mio! La farfalla… te la baciai la notte che ti lasciai a San Gallo!»

E cadde a terra.

Il vescovo rimase un istante immobile, con le braccia ancora alzate. Poi posò l’ostia sull’altare, con le mani che gli tremavano, si voltò e corse verso la madre appena ritrovata. Si strinsero in un abbraccio che fece piangere tutti, e in quel pianto se ne andarono anni e anni di sofferenza.

Quando riuscì a staccarsi da lei, tornò all’altare e finì la messa con la voce rotta. La prima a cui portò la comunione fu sua madre. Dianora, che non aveva più trovato pace in nessuna preghiera, la trovò lì, in ginocchio davanti a suo figlio.

Dopo la benedizione il vescovo mi cercò con gli occhi. «Madonna Gioia, io non so chi tu sia. Ma oggi un miracolo lo hai compiuto.» E tornò ad abbracciare sua madre.

Tutti avevano cercato il miracolo nel mio vestito. Era nel polso di un vescovo.

Troppe madonne

Finita la messa uscii in giardino, un po’ sconvolta, e andai a sedermi sotto un pergolato d’edera per mettere in ordine i pensieri. Cominciavo a rendermi conto di quanta confusione aveva creato la mia innocente fuga.

Vidi arrivare quasi di corsa monna Piccarda e monna Ghita, che si misero in ginocchio davanti a me.

«Ave, Madonna Santissima» disse monna Piccarda.

«Ave, Madonna Santissima» ripeté monna Ghita.

«Il Signore sia con voi, madonne. Ma basta soltanto “madonna”. Oppure Gioia.»

«Allora ave a te, Madonna della Gioia.»

«Ave a te, Madonna della Gioia.»

«Va bene. Ditemi, madonne.»

«Madonna della Gioia…» ricominciò monna Piccarda.

«Madonne, non ci siamo capite. In questo nostro incontro ci sono troppe Madonne. Chiamiamoci per nome.»

«Ditemi, Madonna della Gioia» si preoccupò monna Ghita, «non sarà troppo irrispettoso?»

«No, non è troppo.»

«Bene, Gioia» attaccò monna Piccarda. «Io ho avuto tre mariti, che riposano come e dove Nostro Signore, vostro figlio, ha deciso di metterli. Durante la messa Dianora ha trovato un figlio, e per di più un figlio di trent’anni. Com’è possibile, se lei non ha mai preso marito? Anch’io ho fatto dei figli, ma sono nati in seguito a una notte di passione. Dianora si occupa solo di conti e di campagne.»

«Piccarda, allora tu sei grulla» la rimbeccò monna Ghita. «Proprio a lei fai una domanda del genere? Anche Gioia ha avuto un figlio senza prendere marito.»

«Certo che sì. Ma lei, scusate, Gioia, è la Madonna Santissima: l’ha detto il vescovo, che ha fatto un miracolo. E poi, un figlio di trent’anni, e vescovo!»

«Vuol dire, Piccarda, che a nostra insaputa ha avuto una relazione con un alto prelato. Altrimenti non le nasceva vescovo. E questa ci è sfuggita: tanto Dianora è furba come una volpe.»

«Gioia, voi come lo spiegate?»

«I figli nascono bambini innocenti» risposi. «Crescendo scelgono le strade più diverse, secondo la loro ispirazione e il disegno di Nostro Signore. Le vie del Signore sono infinite e segrete; e di segreti voi siete pratiche, perciò capirete bene. Anche Sara partorì il suo primogenito a novant’anni.»

Monna Piccarda e monna Ghita fecero un balzo.

«Oh, Signore mio santissimo! Ghita, andiamo via, e stiamo attente: il pericolo e la vergogna sono alle porte!»

E dopo un inchino scapparono, terrorizzate.

Il dono di neri

Ero ancora sotto il pergolato d’edera, e stavo incidendo allegramente su un pezzo di legno i fiori del giardino della villa, quando mi si avvicinò con grande rispetto un bel giovane, un po’ imbarazzato, che teneva qualcosa tra le mani.

«Ave a voi, Madonna Santissima della Misericordia. Il mio nome è Neri, e sono venuto a rendervi omaggio.»

«Ave a te, Neri. Sono davvero lusingata. Ma basterà che tu mi chiami soltanto Gioia.»

«Scusate, madonna. Allora: ave a voi, Madonna Santissima della Misericordia e della Gioia.»

«Neri, chiamami soltanto Gioia, e sarò felice di ascoltarti.»

«Madonna Gioia, vi ho portato un mio ex voto. Rappresenta il Paradiso Terrestre: un inno alla vita. Ecco a voi, Santissima Gioia.»

Mi consegnò il suo lavoro, fatto con infinita cura. Io, al solo vederlo, rabbrividii. Dentro una teca di vetro c’erano piante e rose di cera, farfalle infilzate con gli spilli a rami di cera, uccellini impagliati e lucertole morte, seccate al sole. Nell’inno alla vita non c’era niente di vivo.

Lo ringraziai e gli chiesi di portarlo in villa e di affidarlo alla governante, che gli avrebbe trovato un posto adatto: io sarei partita di lì a poco, e dove andavo non avrei potuto portarlo. Gli dissi però che, oltre ad apprezzare il suo dono, avrei portato con me la sua intenzione. E lo pregai di ripensare un poco a che cosa fosse la vita, per averne una rosea, come meritava.

Sembrava felice. Mai quanto me, quando se lo riportò via. Fece tre passi indietro, un mucchio di inchini, e se ne andò di buon passo verso la villa.

Anche questa era andata bene.

Marin da venezia

Ero ancora sotto il pergolato d’edera, a intagliare i miei fiori come ricordo di quella insolita avventura, e pensavo a come la distanza da Firenze in piena peste, ma soprattutto la distanza di condizione, rendesse le persone indifferenti.

Sentii alle mie spalle un «Ave, madonna». Finalmente qualcuno di ragionevole, pensai. Ma cambiai subito idea.

«Il mio nome è Marin, e vengo da Venezia.»

In un attimo me lo trovai davanti: un bellissimo ragazzo, con le calze così attillate da non lasciare nulla all’immaginazione. Io lo guardai fisso negli occhi.

«Ave a te, Marin da Venezia.»

«Madonna, la vostra bellezza è disarmante. E io di Madonne belle me ne intendo: il mio parente Marin Falier, nel suo palazzo sul Canal Grande, ne ha una grande collezione, e ha anche una santa Lucia tutta ricoperta d’oro.»

«Di Madonna ce n’è una sola. Le altre sono immagini, per ricordarci l’origine di Nostro Signore. Adorarle, per quanto pura sia l’intenzione, è sempre idolatria.»

«Tanto io guardo solo quanto possono costare, per un’eventuale eredità.»

«Nobile pensiero, Marin da Venezia.»

«Bene. Ma veniamo al motivo della mia visita. Volevo chiedervi, madonna, quanto mi costa una grazia per diventare ricco e desiderato dalle donne e dagli uomini influenti. Poi vi riconoscerò una parte dei guadagni.»

«Mi dispiace deluderti, ma sono rimasta a corto di grazie. Perciò questo affare non s’ha da fare. Comincio a scaldarmi, Marin: è meglio che tu vada. Ti ringrazio della visita.»

«Se avete caldo, vi propongo un giro per il parco. E se ci stanchiamo, ci si riposa sull’erba.»

«Mi sembra una buona idea, perché comincio a bollire.»

«Anch’io non sto nella pelle, madonna.»

Gli chiesi di aiutarmi ad alzarmi. Il legno mi scappò di mano, e partì un colpo secco proprio in mezzo a quella virilità messa così bene in mostra. Subito mi mostrai dispiaciutissima.

«Oh, perdonate, messer Marin! Il legno mi è sfuggito. Vi siete fatto male?»

«Niente, niente, madonna» disse lui con un filo di voce, piegato in due. «Ma la passeggiata… la rimandiamo.»

Per una volta, Marin aveva pagato un prezzo senza contrattare.

Vieri

Ero ancora sotto il pergolato d’edera, rilassata, con il mio intaglio quasi finito, quando arrivò un ragazzo timido, bello e sorridente. Pensai subito: adesso si ricomincia con le Madonne. Ma porta pazienza, mi dissi, perché tutto questo trambusto lo hai fatto tu.

«Ave a te. Sono Vieri. Abito vicino a Porta a Pinti, e l’altra notte ti ho vista passare, e ho visto i battenti aprirsi da soli per lasciarti uscire. Ma non fu un miracolo: le guardie li avevano chiusi male, e il tuo arrivo ha risparmiato loro una bella punizione. Questo è stato il tuo miracolo.

«Vestita in quel modo, la gente ti ha messo addosso una parte che forse nemmeno volevi. Ma le persone hanno bisogno di prodigi. Anche a me hanno cucito addosso una reputazione, per le mie abitudini, che con la verità ha poco a che fare.

«Io vedo in te una bellissima ragazza in cerca della libertà, imprigionata nella superstizione del popolo. La santità che ti sei trovata addosso con i vestiti da processione abitava già in te: era la ricerca della libertà e della verità, e la lotta contro le ipocrisie. Come ha detto il vescovo: non so chi tu sia, ma i miracoli li hai fatti davvero. E Madonna o no, sappi, ragazza fiorentina di Borgo Pinti, che in me avrai sempre un amico.»

Poi, com’era arrivato, se ne andò, lentamente, senza voltarsi.

Restai immobile, e piansi. Piansi di liberazione, e di contentezza per essere stata riconosciuta per quello che ero: una ragazza fiorentina di Borgo Pinti.

Niccolò

Avevo finito il mio bel lavoro d’intaglio e stavo tornando verso la villa, quando nel loggiato mi fermò un bel giovane dalla faccia allegra.

«Ave, Madonna Santissima della Misericordia e della Gioia. Io sono Niccolò, e vi porgo i miei omaggi.»

Ero stanca, e non avevo voglia di ricominciare con i soliti discorsi. Risposi di conseguenza.

«Ave a te, dolce creatura.» E continuai a camminare. Lui dietro.

«Per amore del cielo e di Nostro Signore, fermatevi un momento! Voglio conoscervi, Madonna dei miracoli.»

Davanti a una vera supplica non potevo non ascoltare. Mi sedetti su una panca; ma ero stanca davvero.

«Madonna Santissima, io vi sono devoto, e credo in ogni miracolo che Nostro Signore ci dona ogni giorno. A quelli da baraccone, un po’ meno.»

«I miracoli sono tutti eventi che vanno oltre ogni comprensione e oltre ogni legge della natura. Anche quelli che tu chiami da baraccone possono essere miracoli del Signore. Spiegati meglio, Niccolò.»

«Io credo nel miracolo di svegliarmi ogni mattina. Di avere da mangiare. Di essere scampato, per ora, alla peste. Di ricevere dalla mia amorosa un bacio che mi scalda il cuore. Di essere amato dai miei. E di trovare la Madonna della Misericordia e della Gioia seduta accanto a me, in una villa. Tutti questi per me sono miracoli. Ci credo, e non ho bisogno di prove, perché già il credere mi rende felice.»

Il discorso rischiava di diventare una lunga ragnatela, e preferii chiuderlo in fretta.

«Niccolò, anche questo è un miracolo della fede. Pregherò ogni giorno per te, perché il tuo stupore davanti alla grandezza di Nostro Signore renda la tua vita, e quella di chi ami, sempre più ricca di miracoli e di serenità.»

Mi alzai. Lui piangeva, in ginocchio. Gli toccai la testa, e accadde una cosa strana: smise di piangere, si alzò in piedi, mi abbracciò forte e mi baciò le mani.

«Secondo voi, Madonna della Misericordia e della Gioia: il miracolo siete voi, o sono io?»

E mi lasciò ammutolita.

Il banchetto di sant’antonio

Usciti dalla cappella, messer Fini ci condusse nella sala da pranzo, preparata per l’occasione. Una lunga tavola era apparecchiata con peltri e vetri preziosi; su un’altra era esposto tutto il mangiare, tra frutti e fiori.

Monna Lapa, che non perdeva un’occasione, fece notare a mezza voce che era venerdì, giorno di magro, e che sulla tavola vedeva più penne che squame. Il vescovo la sentì e sorrise. «Non è quello che entra per la bocca che ci condanna all’inferno, monna, ma quello che ne esce.» Monna Lapa diventò rossa fino alle orecchie. «E poi oggi la licenza la do io: quando si ritrova chi era perduto, il Vangelo comanda di ammazzare il vitello grasso.»

Il credenziere fece assaggiare ogni piatto e ogni coppa di vino davanti al vescovo, prima che lui toccasse cibo. Non per paura del veleno, tra amici, ma come massimo segno di rispetto. E tra una portata e l’altra i servitori passavano con brocche d’argento piene d’acqua tiepida, profumata con petali di rosa e scorze d’arancia, e con asciugamani puliti: noi mangiavamo con le mani, aiutandoci solo con il coltello e il cucchiaio, e lavarsele era un rito continuo e solenne.

Si cominciò, per aprire lo stomaco, con la frutta fresca e candita: fichi, meloni della Valdelsa e pesche mature. Poi le frittelle di sambuco e di salvia, e l’ippocrasso, il vino rosso riscaldato con la cannella, lo zenzero e il miele, servito in coppe d’argento.

Vennero quindi le minestre. La carabaccia, la zuppa di cipolle dei fiorentini, ma arricchita di mandorle tritate, cannella e zucchero: lo zucchero era una spezia rara e costosa, e i Fini ci tenevano a sfoggiarla. E i tortelli in brodo di cappone, ripieni di formaggio fresco, uova e spezie, in un brodo grasso e dorato.

Poi il trionfo delle carni. Più un animale vola alto, si diceva, più è nobile e adatto ai signori e all’alto clero; le bestie che camminano sulla terra sono per i contadini. Il cuoco dei Fini aveva arrostito un pavone allo spiedo e l’aveva poi ricomposto sul piatto, rivestito delle sue stesse penne, per stupire il vescovo all’ingresso in sala. Seguì la lombata di cinghiale in agrodolce, con aceto, miele, uvetta, prugne selvatiche e spezie fini. E per i chierici e la servitù, una porchetta profumata di ramerino e di finocchio selvatico.

Infine, per chiudere lo stomaco, come vuole la scienza dei medici: il cacio marzolino con le pere mature, lusso da signori che al contadino è meglio non far conoscere; i berlingozzi e i cialdoni all’anice, da intingere nel vino; e i confetti di spezie, mandorle e semi di coriandolo rivestiti di zucchero, da masticare a fine pasto.

Tutto andò bene e in armonia. Tra una portata e l’altra il vescovo teneva stretta la mano di Dianora, che era rinata.

«Prima di fissare la mia visita» raccontò «chiesi alla Badessa, Domina Filippa Donati, di accompagnarmi, visto che il suo monastero era coinvolto in questa strana storia. Le dissi che sarei salito alla villa a vedere il prodigio con i miei occhi. Mi rispose che una serva del Signore, una donna di Chiesa, non mette piede nella casa dei peccatori.» Sorrise. «Io le feci notare che Nostro Signore, a casa dei peccatori, ci andava a cena. Non mi parve convinta.»

Dianora aggiunse, asciutta, la verità: «Non sono i peccatori che la spaventano, figlio mio. Sono gli Strozzi.»

Risero tutti. Io guardavo quel vescovo che le monne di San Gallo avevano chiamato Belgioioso perché era un bambino bello e allegro, e sorrisi. C’era la gioia perfino nel suo nome: Dianora l’aveva perduta e ritrovata senza saperlo.

Il congedo dalla villa

La sera stessa della messa Dianora si piantò davanti a Vanni e a me nell’androne della villa, con le braccia conserte e uno sguardo grigio che non ammetteva repliche. La commozione di avere ritrovato suo figlio non l’aveva indebolita: le aveva ridato, al contrario, l’autorità di un generale degli Strozzi.

«Di abbandoni ne ho fatti due, e ho passato tutta una vita a pentirmene» tuonò, fissandoci dritto negli occhi. «Questo sbaglio non lo faccio un’altra volta. Gioia, non lascerò che tu torni in clausura in quel covo di vipere, né che tu finisca a fare la serva in casa dei tuoi genitori, che ti hanno venduta alle monache. E tu, Vanni, escluso da tutti i consigli della Repubblica, con il palazzo di famiglia pignorato e sbarrato dagli Albizi: non ti lascio certo per la strada, nipote adorato.»

Fece un passo avanti e ci prese tutti e due per un polso, con una fermezza che ci spiazzò.

«Vi porto con me a palazzo. Abiterete ognuno a un piano diverso, nel massimo decoro, finché non avremo combinato la vostra unione e le carte non saranno firmate. Il tempo della paura e dell’attesa in questa villa è finito. Si torna a Firenze.»

Vanni e io ci scambiammo uno sguardo pieno di una speranza nuova. L’armatura d’acciaio di Dianora era diventata la nostra fortezza. La ritirata era finita; la marcia per riprenderci la città era appena cominciata.

La mattina dopo Dianora cercò messer Fini nel salone d’onore. Il vecchio padrone di casa sedeva vicino alla grande finestra, intento a esaminare i registri delle rendite. Lei avanzò con passo misurato. Non si fermò a distanza come una supplice: si avvicinò al tavolo, posò la mano sul bordo del legno e aspettò che lui alzasse lo sguardo severo.

«Messer Fini, sono venuta a rendere omaggio alla vostra generosità, e a dirvi che i nostri giorni tra queste mura sono giunti al termine. Io, mio nipote Vanni e Gioia lasciamo la vostra villa con il cuore pieno di gratitudine, sperando che Nostro Signore ve ne renda merito.»

Messer Fini non mostrò sorpresa. I suoi occhi, avvezzi a leggere i segreti degli uomini, scrutarono il volto di lei. Con un gesto lento posò la penna d’oca e raddrizzò la schiena.

«La vostra partenza è repentina, madonna Dianora. Questa collina gode ancora della protezione del miracolo che vostro figlio, il vescovo, ha benedetto soltanto ieri.»

Dianora accennò un sorriso. «Il miracolo ha rimesso ogni cosa al suo posto, messere, ed è proprio per questo che la nostra strada cambia. Non cerco più il rifugio delle vostre mura, e nemmeno i fasti del palazzo degli Strozzi. Sistemate alcune pendenze, andrò a vivere al Guarlone, tra i campi e la quiete della campagna. Lì consumerò il tempo che mi resta, lontano dai complotti meschini e dagli occhi di Firenze.»

Messer Fini rimase in silenzio qualche istante, misurando il peso di quella scelta. Poi chinò leggermente il capo, in segno di rispetto per la fierezza di quella donna.

«La terra del Guarlone è fertile, madonna, e assai lontana dai sussurri dei vicoli. Che la grazia che ha toccato questa villa vi accompagni. Le mie stanze resteranno pronte per voi; ma so che chi sceglie la libertà della campagna difficilmente si volta a guardare indietro.»

Il cortile della villa si riempì del fragore dei preparativi. Dianora aveva disposto ogni cosa con la precisione di un comandante. Io presi posto nella carrozza, circondata dai pesanti bauli, e da lì guardavo lo schieramento che avrebbe scortato la mia libertà.

Accanto alle ruote Vanni montava fiero il suo morello pugliese, un cavallo da guerra possente, nero e lucido, che scalpitava alle prime luci del giorno, pronto a scattare al minimo cenno di pericolo. Ma l’apparizione più maestosa fu quella di Dianora. Guidava il corteo su un superbo palafreno, bardato con i colori della sua stirpe: drappi di velluto rosso e oro, profilati da ricami d’argento che scintillavano al sole di giugno. Seduta di lato sulla sella, con la schiena dritta e le redini tenute con studiata lentezza, avanzava come una regina.

Così, in quello sfoggio di sfarzo, di ferro e di nobiltà, ci mettemmo in movimento, lasciandoci alle spalle le mura della villa fortezza dei Tre Visi.

Il corteo non passò inosservato. Via via che la carrozza scendeva dalla collina verso le porte della città, il calpestio degli zoccoli si fece più fitto. Gli armati degli Strozzi, con le armature lucide e le insegne della casata al vento, erano venuti incontro a Dianora per farle da scorta d’onore. Le guardie dei Ricci, che ci avevano accompagnati fin lì, ci consegnarono a loro. Vanni si portò in testa, scambiando un cenno d’intesa con il capitano dei fanti, e intorno alla mia carrozza si formò una muraglia di ferro, di scudi e di lance.

Le ruote solcarono le strade di Firenze in mezzo a quella schiera fedele, finché il portone del palazzo degli Strozzi non si aprì per accoglierci nel cortile, finalmente al sicuro.

La porta in faccia

Sistemati tutti e tutto nel palazzo, la vita prese un andamento quieto e pieno di speranza. Dianora ci aveva messi a due piani di distanza, come vuole il decoro. Ma aveva lasciato tra noi una scala sola, e sapeva benissimo che cosa faceva.

Fuori, intanto, la peste continuava a decimare la città. I nobili e i grandi mercanti erano al riparo nelle loro campagne o dietro le mura dei loro palazzi. Il popolo minuto non aveva avuto scelta. Gli artigiani, i lanaioli, i tintori e i bottegai erano dovuti restare nei vicoli, esposti giorno dopo giorno al fiato della pestilenza, per strappare un pezzo di pane alla fame. Nei giorni più feroci le botteghe chiusero i battenti non per decreto, ma perché maestri e garzoni morivano uno dopo l’altro, lasciando i telai vuoti e le incudini fredde.

I signori si trovarono d’un tratto in un mondo capovolto: avevano gli scrigni pieni di fiorini d’oro, ma non c’era più nessuno che facesse loro gli stivali, che riparasse il ferro delle carrozze o che tessesse i panni fini per i loro inverni. Senza le mani degli artigiani, la ricchezza dei grandi palazzi era diventata un mucchio di metallo inutile.

Negli anni che seguirono vidi con i miei occhi un prodigio che nessuno aveva previsto. I pochi artigiani scampati alla morte si ritrovarono preziosi come l’oro. La richiesta dei signori era disperata e le braccia rimaste erano pochissime: così i bottegai superstiti alzarono la testa con una fierezza mai vista prima. Non accettavano più pochi spiccioli per dovere. Posavano le loro tariffe sul tavolo dei nobili, e una vecchia aristocrazia era costretta a pagare. Firenze riapriva i suoi mercati con un volto nuovo: le botteghe mezze vuote portavano i segni del lutto, ma anche il riscatto di un popolo che aveva pagato il prezzo più alto, e che ora teneva tra le dita callose il futuro della Repubblica.

Un martedì, di buon mattino, il pesante battente di ferro del portone risuonò tre volte, cupo e perentorio. Sulla strada, con il respiro affannato dalla fretta e la rabbia che le stringeva la gola, aspettava Domina Filippa Donati, con le dita serrate sul mantello.

Al primo piano un’imposta si aprì con un cigolio secco. Dianora si affacciò, e io restai dietro di lei, nella penombra, ad ascoltare. Guardò la donna in basso senza nessuna fretta.

«Che cosa vuoi, Donati?» La voce scese tagliente, senza convenevoli.

Filippa alzò il mento, con gli occhi fiammeggianti. «Voglio indietro la mia novizia. Voglio Gioia.»

Dianora non si scompose. Appoggiò le mani sul davanzale di pietra e la guardò dall’alto in basso, con un mezzo sorriso.

«Non ti faccio entrare, Donati. Abbiamo appena dato la cera ai pavimenti, e non voglio che la polvere della strada li rovini.»

Filippa aprì la bocca per ribattere, ma Dianora la anticipò, e la sua voce si fece d’un tratto solenne, scandita come una sentenza.

«E poi ricorda: Nostro Signore ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Ci ha creati liberi, e ci ha messi in questo paradiso terreno per la sua gioia. Le persone non si possiedono, Filippa. Ora vai. E già che torni sui tuoi passi, ricorda agli Albizi che hanno ancora un conto in sospeso con mia cugina Beatrice, ad Avignone.»

L’imposta si richiuse con un colpo netto, troncando ogni replica.

Rimasta sola sulla pietra della via, Filippa Donati digrignò i denti. Umiliata, con il velo scosso dalla rabbia, si voltò di scatto e, come una belva costretta a battere in ritirata, riprese a passo di carica la strada del monastero, rimuginando sulla sconfitta e su quel nome, Beatrice, che ora le pesava addosso come una minaccia.

I fantasmi di casa strozzi

Ogni mattina Vanni e io scendevamo a fare colazione da Dianora, lui dal suo piano e io dal mio, ancora in veste da camera, assonnati e spettinati. E ogni mattina, per puro caso, ci incontravamo sul pianerottolo.

Il mercoledì il caso volle che ci trovassimo dietro la grande tenda del pianerottolo proprio mentre Erminia, la fantesca, faceva le pulizie con il battipanni in mano. Erminia è una donna robusta e timorata. Vide la tenda muoversi da sola, pensò ai fantasmi e fece l’unica cosa che le parve giusta: li riempì di botte. Il battipanni cadeva sulla tenda come la grandine, e dalla tenda usciva una nuvola di polvere. Io stringevo i denti. Vanni resistette finché poté; poi la polvere gli arrivò al naso, e starnutì così forte che tremarono i vetri.

Erminia lasciò cadere tutto per terra e scappò giù per le scale urlando: «I fantasmi! Ci sono i fantasmi!»

«Calmati, Erminia» la sentimmo consolare da Dianora. «Tra due giorni sistemo anche i fantasmi.»

Ci presentammo a colazione in condizioni pietose. Vanni si sedette con molta cautela; io avevo ancora la polvere nei capelli.

«Scusate, zia. Ho sbattuto contro un armadio.»

Dianora, senza alzare gli occhi dal suo latte caldo con la cannella e dal pane appena sfornato, sorrise. «Caro Vanni, Erminia sembra proprio un armadio.» Poi, a me: «E tu, Gioia? C’era un sassolino sotto i materassi?»

A pranzo, quello stesso giorno, mi alzai per andare in cucina a prendere dell’altro pane, per non disturbare la servitù, che era rimasta poca. Vanni mi seguì, e nel corridoio mi spinse un’altra volta dietro una tenda, per darmi un tenero bacio.

Erminia passava di lì con una padella appena riparata. Vide la tenda muoversi.

«Adesso non mi fai più paura!»

E calò una padellata sul sedere di Vanni. Lui cacciò un urlo. Urlò anche Erminia, dallo spavento, e corse in sala da pranzo.

«Sono tornati! Sono tornati!»

«Calmati, e dimmi chi è tornato.»

«I fantasmi, madonna! Ma stavolta gli ho dato una lezione che non dimenticheranno.»

Vanni entrò in sala zoppicando, e io lo sorreggevo amorevolmente.

«Zia, sono inciampato in un mattone che balla. Va fatto mettere a posto, perché è pericoloso. Anche per l’adorabile Erminia.» E la fulminò con uno sguardo.

A quelle parole Erminia si fece piccola piccola, e rossa in viso.

«Tranquilli» disse Dianora. «Venerdì sistemo i fantasmi e anche il pavimento.»

Il sapone e la crema

Da cinque giorni tutto il palazzo era a soqquadro per le grandi pulizie, fatte seguendo le mie indicazioni. Dianora aveva tirato fuori le casse di sapone di Marsiglia che sua cugina Beatrice le mandava ogni anno da Avignone; in lavanderia avevano preparato tinozze intere di ranno; e i contadini di Coverciano avevano portato ghirlande di alloro, agrumi, lavanda e altre piante medicinali, che io avevo tratto dai miei appunti sulle medichesse di Salerno, da appendere sotto gli archi del cortile.

Ogni pietra, ogni mattone, ogni vetro e ogni legno fu lavato, e perfino le facciate. Ci lavorarono quasi cento persone. Alla fine tutto era pulito, e gli odori erano cambiati. Il palazzo era in ordine e finalmente vi regnava la serenità. Fuori la peste continuava; ma noi, puliti tutti e pulito tutto, eravamo più al riparo.

Ognuno, nel palazzo, aveva ricevuto l’ordine di fare il bagno ogni giorno, con l’acqua calda, il sapone di Marsiglia, arrivato per mare dai porti di Provenza, e un forte ranno di cenere, per togliersi di dosso il lezzo e il pericolo del contagio che regnava fuori.

Ma la pelle, dopo un lavaggio così energico, restava secca e arrossata. Fu allora che presi in mano la faccenda, e tirai fuori un segreto imparato nei miei studi di nascosto. Non una ricetta qualunque: seguii alla lettera gli insegnamenti delle medichesse di Salerno, le sole donne in Europa che curavano i corpi non con la paura, ma con la grazia della natura.

Mi misi al lavoro davanti a un piccolo braciere d’argento, nel salone accanto alle stanze private, dove i servitori avevano appena finito di asciugare i pavimenti. Mi aiutava Erminia, che ogni tanto lanciava un’occhiata alle tende e teneva accanto a sé un bel bastone.

Feci sciogliere a fuoco lento, in un pentolino di rame, l’olio di mandorle dolci con la cera d’api pura. Poi pestai nel mortaio di marmo le erbe consigliate dalle maestre salernitane: la malva e la piantaggine, che ammorbidiscono e spengono i rossori, con tre cucchiai di miele vergine, per nutrire la pelle e chiudere le piccole ferite. Infine, perché il profumo tenesse lontani i miasmi, aggiunsi l’acqua di lavanda e un goccio di purissima acqua di rose.

Con il pestello di legno mescolai tutto, girando sempre nello stesso verso, finché, raffreddandosi, l’unguento non diventò una crema soffice, vellutata e candida. La versai nei vasetti di ceramica invetriata.

Non era soltanto una cura per la pelle. Era il profumo dolce della vita e del piacere, che si riprendeva il suo posto sopra il ranno e sopra la morte, e preparava i nostri corpi alla grande partenza.

La prima a provarla fu proprio Erminia. Non smise di sorvegliare le tende; ma si sentì una regina.

Il tassello mancante

La sera del giovedì Vanni e io andammo insieme da Dianora e la abbracciammo forte, come per cancellare con quella stretta settimane di fughe, di ombre e di pestilenza. Lei ci accolse contro il petto, con la tenerezza fiera di una madre che ha appena difeso i suoi cuccioli dal lupo.

Vanni sciolse lentamente l’abbraccio. Il suo sguardo, di solito cupo e tormentato, era acceso da una luce nuova. «Siamo ormai una famiglia» disse. «Ma manca ancora un tassello.»

Dianora ci aveva confidato il nome del suo secondo abbandono: il Benci, l’uomo che aveva amato a diciannove anni, il padre del bambino lasciato a San Gallo.

Il venerdì mattina, di buon’ora, Dianora scrisse dalla sua camera una lettera a suo figlio e la mandò alla sede vescovile con un messo degli Strozzi.

«Al reverendissimo in Cristo padre e signore, monsignor Belgioioso, per grazia di Dio vescovo di Firenze. Figlio mio dilettissimo, il mio cuore ancora vibra per la commozione e per la grazia immensa che ha toccato la cappella della villa dei Fini. Il Signore ha voluto compiere un prodigio grande davanti ai nostri occhi, e la mia anima non cessa di ringraziare l’Altissimo per avermi concesso di stringerti di nuovo tra le braccia dopo gli anni del silenzio e del rimpianto.

«Poiché i giorni che viviamo sono ancora incerti e colmi d’ombre, e poiché la vita mi impone di prendere presto decisioni importanti, ti prego di farmi la grazia di salire al palazzo degli Strozzi questa sera stessa. Vieni senza paramenti solenni, per celebrare in segreto il matrimonio tra Gioia e Vanni. Ad attenderti troverai soltanto l’affetto di chi ti ha sempre custodito nel profondo del cuore. Ho bisogno anche della tua parola e della tua santa benedizione per un passo decisivo che sto per compiere. Che i santi angeli custodiscano i tuoi passi fino alla mia soglia. La tua devotissima madre, Dianora Strozzi.»

Intanto Vanni era uscito senza dire niente a nessuno. Mi raccontò poi di avere attraversato l’Arno come un’ombra, nel mattino di Firenze, e di essersi infilato in Oltrarno, tra le case fortificate dei Bardi. Lì, in una stanza nascosta, trovò il Benci, logorato da un vecchio rancore e convinto che Dianora non lo avrebbe mai perdonato. Vanni gli parlò con calma della seconda possibilità che la vita offriva a tutti e due, e del figlio, il vescovo Belgioioso, che li aspettava. Quelle parole aprirono una breccia nella sua rocca di fiele. Avvolti nei mantelli, ripassarono il fiume in segreto.

Quando Vanni fece entrare il Benci nel salone, Dianora raggelò. Poi fece tre passi avanti, con la sua nobiltà di sempre, posò le mani in quelle del suo antico amore e lasciò andare trent’anni di dolore.

«Fu il pregiudizio, non il mio cuore, a separarci. E mi portò a fare la scelta più atroce della mia vita: abbandonare mio figlio. Trent’anni di sofferenza e di sensi di colpa, trent’anni di solitudine, mi hanno indurito il cuore; e per soffrire meno sono diventata sarcastica e insensibile. Ma in questi giorni una Gioia è entrata nella mia vita. Mi sono vista in lei come in un grande specchio, ho capito chi ero diventata, e con il suo aiuto sono corsa ai ripari. Oggi il cerchio si chiude in bellezza: ho conservato ciò che non volevo perdere e ho ritrovato ciò che era perduto. E d’ora in poi lo terrò stretto fra le mie braccia.»

Nel pomeriggio il vescovo arrivò a palazzo e si trovò davanti il padre che credeva perduto. Si strinsero tutti e tre in un abbraccio che fu un miracolo di pura liberazione, e il figlio benedisse il loro domani.

Le nozze segrete

Quella stessa sera, prima che il sole lasciasse il posto alla luna, la cappella del palazzo divenne il tempio di un miracolo segreto. Non c’erano invitati né fasti pubblici: c’era solo la verità degli affetti. Dianora e il Benci, pochi amici fidati, e Clarissa con il suo Laudemio, arrivati apposta da Pontassieve.

Davanti al piccolo altare di pietra Vanni e io stavamo l’uno di fronte all’altra. Io portavo una veste di seta e broccato rosso, con una mantella gialla ricamata d’oro e d’argento con lo stemma degli Strozzi. Non avevo nessuno dei gioielli della Vergine, ma soltanto, al collo, una catenella spezzata: il segno della libertà ritrovata. Vanni era vestito di bianco, con una mantella di velluto rosso, i colori dell’arme dei Cavalcanti. Teneva le mie mani tra le sue con una devozione che non aveva mai mostrato davanti a nessun potente.

A celebrare il rito, con una veste scura e la mano destra sollevata, c’era il vescovo Belgioioso. Guardava noi due, che avevamo sfidato i muri del convento e l’orrore della peste in nome della libertà, e nei suoi occhi si leggeva l’orgoglio del sangue ritrovato.

«Voi avete capito che l’amore non è un dovere, ma una grazia» disse, e la sua voce profonda risuonò sotto la volta come una promessa. «In questo mondo ferito, che tenta di rinascere, il vostro legame è il segno che la vita vince sempre sulla morte.»

Vanni mi guardò negli occhi e pronunciò la sua promessa lentamente, dando a ogni parola il suo peso: «Per amore e per piacere, Gioia. Per sempre.»

«Perché amore è solo amore» risposi, con un filo di voce.

Il vescovo unì le nostre mani, tracciò il segno della croce e pronunciò le parole sacre che ci legavano davanti a Dio e agli uomini. Fu in quell’istante che nacque la stirpe dei Della Gioia.

Poi ci riunimmo tutti nella sala da pranzo privata. Il banchetto di nozze si consumò nel silenzio protetto di quelle mura, lontano dalle spie degli Albizi; ma Dianora aveva voluto che ogni cosa fosse degna della casata appena nata. Sulla tavola di quercia, coperta da una tovaglia di lino finissimo ricamata d’argento, non trovò posto nessuna morte: fu un pranzo tutto di frutti della terra, per celebrare la vita che rinasceva. Grandi ciotole di fichi e di ciliegie, focacce calde al ramerino e al miele, formaggi freschi di capra profumati con le erbe delle colline, e ricche torte di mandorle, noci e spezie rare venute dall’Oriente. Il vescovo alzò il calice d’argento e offrì agli sposi il vino dolce di Candia. Il Benci sedeva accanto a Dianora e le versava l’acqua di rose, con la grazia ritrovata di un tempo.

Non ci furono canti né brindisi rumorosi, ma parole piene di futuro. Io mangiai pochissimo: il cuore mi batteva forte per l’amore di Vanni e per il distacco che sentivo vicino. Ogni boccone, con il suo sapore dolce di terra, sapeva di addio e di benedizione.

Quando ci alzammo, Dianora ci strinse a sé un’ultima volta, in un abbraccio che era insieme un congedo e una benedizione. Era pronta a lasciarci volare verso Avignone.

La lettera a beatrice

Il giorno dopo le nozze Dianora si chiuse nel suo studio e scrisse ad Avignone. Poi mi chiamò e mi lesse la lettera ad alta voce, perché sapessi che cosa ci aspettava.

«Alla nobilissima e diletta cugina, madonna Beatrice Strozzi negli Alberti, presso la corte pontificia di Avignone.

«Cugina mia amatissima, il tempo e le distanze non hanno mai mutato il legame di sangue che ci unisce, ed è a questo affetto sincero che oggi mi affido, nel momento in cui la vita impone grandi mutamenti alla nostra stirpe. La grazia del Signore ci ha concesso di attraversare vivi i giorni più duri del flagello che ha colpito Firenze, e la mia anima si prepara ora a cercare la quiete tra i campi della nostra villa di Coverciano, insieme al Benci, al quale il cielo ha concesso una seconda possibilità di vita e di dignità.

«Ma mentre i miei passi cercano la pace della campagna, altri passi, ben più gloriosi, si muovono verso di te. Ti scrivo per annunciarti che sono in partenza da Firenze il mio nobile nipote, Vanni dei Cavalcanti, e la sua sposa Gioia, ormai uniti indissolubilmente nel sacro vincolo delle nozze. Viaggiano sotto la nostra protezione, per presentarsi al nostro amatissimo Papa.

«Portano con sé una dimora semovente d’acciaio e di velluto, e bauli colmi di doni di grande pregio destinati al Santo Padre: una pezza del velluto porpora più regale, una di seta cruda e una di superbo diaspro lucchese, i cui fili d’oro sapranno certamente deliziare gli occhi di Sua Santità. Con loro si muovono la forza del ferro degli Acciaiuoli e il rispetto che la nostra casata impone.

«Ti prego dunque, per il sangue degli Strozzi che scorre nelle tue vene e per il prestigio del nome degli Alberti, che oggi porti con onore in terra di Francia, di accogliere i ragazzi al loro arrivo. Usa la tua influenza, la tua grazia e la tua vicinanza alle stanze del Papa, perché Vanni entri fin da subito nelle grazie di Clemente. Fa’ che le porte del palazzo pontificio si aprano al suo passaggio, e che il suo mandato riceva il sigillo della benevolenza papale. Quanto al conto che gli Albizi hanno in sospeso con te, credo che tu abbia finalmente trovato chi saprà riscuoterlo.

«Che la Vergine santa ti custodisca, e protegga il cammino dei nostri ragazzi fino alla tua soglia. La tua devotissima cugina, Dianora Strozzi.»

Ripiegò la pergamena, la sigillò e mi guardò da sopra la ceralacca. «Beatrice ha un debole per le stoffe e un altro per le vendette. Con questa lettera le ho accontentate tutte e due.»

Quella sera stessa un messo degli Strozzi partì a cavallo per Avignone. In quindici giorni sarebbe arrivato. Noi, con la Leonarda e tutto il corteo al seguito, ce ne avremmo messi trenta: Beatrice avrebbe avuto tutto il tempo di prepararci l’accoglienza.

L’arrivo della leonarda

Tutto il palazzo era in fermento, perché Dianora aveva dato l’ordine di aprire il portone grande sulla facciata. Non si faceva quasi mai: si usavano le porte di lato o quella sul retro. Ma quel giorno il portone grande era spalancato, e lasciava vedere tutta l’ampiezza del cortile, adorno di ghirlande. Dianora aspettava sulla soglia e non stava nella pelle; e nessuno, nemmeno noi, sapeva il perché.

Sentimmo un calpestio forte, e gente che correva verso il palazzo. Il selciato tremò sotto il peso di una forza mai vista prima in città. A Firenze era arrivata la Leonarda.

Era la carrozza ideata da un certo Giovannino, venuto da Vinci, che aveva sempre la testa piena di macchine e teneva bottega sul Montalbano. La tiravano sei maestosi cavalli del Perche: colossi neri come la pece, venuti dalle terre di Francia, con i muscoli della groppa tesi sotto il cuoio dei finimenti e folti ciuffi di pelo intorno agli zoccoli, che spazzavano la polvere a ogni passo. I morsi d’argento brillavano nella luce del mattino, e i cavalli sbuffavano vapore nell’aria fresca.

Lentamente, da regina qual era, la Leonarda entrò trionfante nel cortile. I cavalli furono portati in scuderia, e noi restammo a guardarla.

Era alta cinque braccia e lunga otto. Nera e lucida, con lo stemma degli Strozzi sugli sportelli, nascondeva sotto il legno le lamine d’acciaio che un Acciaiuoli aveva regalato a Dianora. Ai finestrini aveva scuri pieghevoli, anch’essi d’acciaio. Sul tetto portava quattro archi lunghi, all’inglese; e il tetto era scorrevole, perché in caso di assalto dei briganti i cocchieri potessero calarsi dentro in un lampo. Sul retro c’era perfino un agiamento. I sedili, imbottiti e trapuntati, potevano diventare letti. Dentro non mancava nulla: tasche di cuoio per le carte, lanterne, e piccoli scomparti segreti per i valori. Grandi bauli erano ancorati dietro e sul fondo del tetto. Una scaletta rientrava da sola sotto lo sportello, e sotto la cassa, tra le ruote, era appesa una piccola zattera, per salvarsi nel guado dei fiumi.

Nessuno aveva mai visto una carrozza simile. Giovannino l’aveva chiamata la Leonarda, dal nome di un suo amore segreto: una donna così irruente e voluttuosa, dicevano, che per tenerla a freno ci volevano almeno sei cavalli. Tutti i grandi di Firenze l’avrebbero voluta; ma soltanto una donna come Dianora era stata capace di mettere mano al progetto, e soprattutto aveva i mezzi per averla.

La Leonarda portava il nome di un amore e la corazza di un altro. Era la carrozza più innamorata di Firenze. Ed era il mezzo più sicuro per portarci ad Avignone.

Dietro di lei entrò una seconda meraviglia, più piccola, di un lusso sfrenato: quella che Giovannino chiamava il suo landò, non si è mai saputo perché. Dianora se l’era fatta costruire per andare con il Benci alla villa di Coverciano, a fare vita ritirata e a cercare di recuperare trent’anni di mancanze.

La cassa, solida e bella, era sospesa su un telaio di legno pregiato verniciato di scuro. La sua meraviglia era il doppio mantice di cuoio nero finissimo, che quel giorno era tutto ripiegato, e faceva della carrozza un salotto a cielo aperto. Sugli sportelli spiccava, dipinto a smalto, il grande stemma degli Strozzi. Dentro, i due sedili, l’uno di fronte all’altro, erano foderati di un sontuoso velluto rosso e oro, i colori della stirpe, profilato d’argento. Le lanterne e le maniglie erano d’ottone lucidato a specchio.

Lo tirava una pariglia di giannetti di Spagna, grigi pomellati, quasi candidi: grigi come gli occhi di Dianora. Erano animali di una bellezza da statua, con il collo arcuato e fiero, il petto ampio, le criniere e le code lunghissime, di seta, che ondeggiavano a ogni movimento. Portavano finimenti di cuoio nero, gualdrappe di velluto rosso bordate d’argento, e sulla fronte pennacchi gialli e rossi. I morsi e le fibbie erano d’argento puro, e a ogni passo mandavano un tintinnio che pareva musica.

Non avevano la forza pesante dei nostri cavalloni del Perche. Avanzavano con un’andatura alta, fiera, cadenzata, quasi una danza, e muovevano il landò senza una scossa: così che Dianora potesse viaggiare seduta di lato, con la sua compostezza impeccabile.

Il portone fu richiuso, e restammo ad ammirare quelle due bellezze. Poco dopo bussarono. Era il vescovo, con tutti i paramenti sacri, che veniva a benedire le carrozze e a mangiare con la mamma.

Entrammo tutti in palazzo, dove ci aspettava un lauto pranzo. Io camminavo abbracciata a Vanni. Erminia ci vide così, e si mise a urlare.

«Madonna Dianora! Sono tornati!»

«Chi è tornato, Erminia?»

«I fantasmi!»

E partì una risata contagiosa, liberatoria, che non finiva più.

L’avventura

Le grandi sale del palazzo degli Strozzi erano invase dalla luce chiara del mattino, in un silenzio solenne: quello che viene prima delle grandi separazioni. Tutto era pronto. Nel cortile la Leonarda aspettava ferma sul selciato, con i sei cavalloni neri già attaccati e i bauli carichi della porpora, della seta cruda e del diaspro lucchese destinati alla corte del Papa. Accanto, il landò, con i due grigi che battevano lo zoccolo.

Il Benci entrò nel salone con passo fermo, trasformato dal perdono e dall’aver ritrovato suo figlio. Andò verso Dianora senza nessuna fretta; posò sulla panca il suo vecchio mantello da viaggio e le offrì il braccio, con la dignità di chi ha finalmente chiuso i conti con i rancori del passato.

Dianora lo accolse con un cenno fiero del capo. Poi si voltò verso di noi, e diede a ogni parola il peso della sua stirpe.

«Le nostre strade si dividono qui, ragazzi. Io e il Benci prendiamo la via di Coverciano. Là, tra la quiete della campagna e l’ombra dei colli, troveremo la nostra pace, lontano dalle macerie di questa città. Voi puntate dritti su Avignone. Amatevi per amore e per piacere, e portate al Papa l’oro e la bellezza di Firenze.»

Vanni, con la mano ferma sull’elsa della spada, fece un profondo inchino. Io abbracciai Dianora un’ultima volta, e sentivo il cuore battermi forte per il viaggio che mi aspettava.

I due vecchi amanti ritrovati salirono sul landò, lei fiera e dritta, seduta di lato, tra il rosso, l’oro e l’argento dei suoi colori. I giannetti grigi si mossero con il loro passo di danza, uscirono dal portone grande e svanirono verso Coverciano. Dietro, venti carri con i servitori e le cose di Dianora.

Restammo soli nel cortile. Per la prima volta non c’era più nessuno a proteggerci.

Proprio allora entrò un drappello di cavalieri con le insegne dei Ricci. Li mandava Laudemio, e li comandava un suo capitano fidato. Tra loro riconobbi due facce della villa: Lorenzo, con il liuto a tracolla, e Guccio, armato come per tre.

Vanni non mostrò nessuna fretta. Posò la mano, con studiata lentezza, sul pomo d’argento della spada, e raddrizzò la schiena sul suo morello.

«Siamo pronti, Cavalcanti» disse il capitano. «Vi scorteremo fino in Lunigiana, come pattuito.»

Vanni annuì gravemente. Sapeva che quella era una scorta d’onore, e sapeva anche che tra le gole della Lunigiana i cavalieri dei Malaspina ci avrebbero dato altri uomini.

Qualcuno, vedendo tanti armati, ci prese per dei principi. Io, che sono figlia di mercante, sapevo fare il conto: una scorta costa sempre meno di un carico perduto.

Io ero già dentro la Leonarda, con Fiammetta sulle ginocchia e il cuore in gola. Vanni voltò il cavallo verso la strada del nord e diede il segnale al cocchiere. La grande carrozza si mosse con un rombo solenne, per le strade di una Firenze ferita ma sbalordita davanti a tanto fasto, e il portone si richiuse alle nostre spalle.

Il viaggio verso la Francia, verso una nuova avventura e un nuovo destino, era finalmente cominciato.

Il fico torto

L’immensa Leonarda solcò le ultime pietre di Firenze, lasciandosi alle spalle le botteghe mezze vuote dei mercati, che cercavano faticosamente di rialzarsi. Davanti a quel gigante foderato dell’acciaio degli Acciaiuoli i pochi passanti si scostavano sbalorditi, a guardare il baluginare dei morsi d’argento sui sei colossi neri del Perche.

Vanni guidava la marcia sul suo morello, accanto allo sportello. Dietro venivano le guardie mandate dal suo unico, leale amico, Laudemio Ricci. E in fondo al tetto, seduti su un baule che faceva da strapuntino, c’erano Lorenzo, con il liuto e le sue romanze, e Guccio, che raccontava senza prendere fiato le sue gesta militari, amorose e mercantili, ripetendo ogni tanto che per umiltà non raccontava il resto.

Prendemmo la Via Regia verso ponente. Fu un viaggio solenne: sfiorammo le mura severe di Pistoia, e le nostre ruote fecero tremare il selciato davanti all’antico Ospedale del Tau, ad Altopascio. Lì ci fermammo, alla locanda del Fico Torto.

L’oste, sbalordito davanti a quel colosso d’acciaio, si inchinò fin quasi a toccare terra, e mise a disposizione le sue stalle migliori per i sei cavalli. Gli armati presero possesso dei tavoli, reclamando brocche di vino rosso e lanciando occhiate d’intesa alle fantesche della cucina. Io, intanto, imposi la mia: i servitori degli Strozzi scaricarono dai carri coperti le provviste della tenuta e occuparono i focolari. Sotto gli occhi curiosi dell’oste comparvero sui taglieri d’argento pani caldi al ramerino, ciotole di farro speziato e fichi secchi al miele. Alla tavola degli sposi, come alle nozze, non doveva sedere nessuna morte.

Nella penombra di velluto della Leonarda mi rinfrescai con l’acqua di rose e mi passai sui polsi l’unguento delle medichesse di Salerno, contro i miasmi della pianura. Vanni mi raggiunse poco dopo e tirò il chiavistello dall’interno. E mentre fuori la scorta beveva e rideva forte con le fantesche, noi due consumammo il nostro pranzo quieto, nel profumo delle erbe, dentro la fortezza che l’ingegno di Giovannino aveva reso inespugnabile.

Passammo la notte lì: noi nella Leonarda, e il seguito nella locanda, a divertirsi e a far felici le fantesche, che non avevano mai visto arrivare tutti insieme venti bei ragazzi pieni di energia e di fiorini.

Quando la prima luce livida dell’alba bucò la nebbia che saliva dai paduli, il cortile del Fico Torto offriva uno spettacolo che di militare aveva ben poco. La scorta era tutta rintronata, duramente provata dai fumi del vino e dalle fatiche amorose finite poche ore prima.

I fieri cavalieri di Laudemio Ricci, capaci in sella di atterrire chiunque con un solo sguardo, barcollavano sul selciato umido come sonnambuli. Un grosso armigero, con la corazza slacciata che gli pendeva da una spalla, cercava di infilare la testa in un secchio d’acqua gelata, grugnendo, per scacciare il cerchio di ferro che gli stringeva la fronte. Poco più in là due lancieri si reggevano l’uno all’altro per non cadere, con gli occhi rossi e la bocca impastata, incapaci perfino di ricordare dove avessero buttato gli elmi la sera prima.

Dalle finestre di sopra alcune fantesche, con i capelli ancora in disordine e i grembiuli sgualciti, ridevano piano, tirando torsoli di mela e battute contro quegli uomini d’arme ridotti così male. Un giovane balestriere, nel disperato tentativo di darsi un contegno e mettersi sull’attenti davanti al capitano, inciampò nei lacci dei propri stivali e finì lungo disteso nel fango, tra gli sberleffi dei compagni e lo schiamazzo delle galline.

L’unico con la schiena dritta, in mezzo a quel marasma, era Vanni. Saldo sul suo morello, guardava la truppa con un’aria severa, tradita da un’ombra di divertimento all’angolo della bocca. Sapeva che quegli uomini erano rozzi; ma sapeva anche che erano la sola barriera a difesa della sua sposa.

Sullo strapuntino del tetto l’arciere di guardia sbadigliava, stretto al suo arco lungo. Io, affacciata al finestrino tra gli scuri d’acciaio, guardavo la scena con il viso fresco, riposato, profumato di miele e di malva.

Ci vollero un richiamo secco di Vanni e parecchi insulti del capitano perché la scorta ritrovasse un briciolo di disciplina, allacciasse i cuoi e risalisse a fatica in sella. Poi, con uno sbuffo potente dei sei cavalli, la Leonarda si mosse, e si trascinò dietro, fuori dal Fico Torto, quella carovana rintronata ma fedele.

Lucca

Prendemmo la strada lucchese e coprimmo le miglia con un passo solenne, finché all’orizzonte non si profilarono le mura di Lucca. Alle porte le guardie restarono a bocca aperta, vedendo sfilare quella fortezza semovente, con i suoi quattro archi lunghi e la sua scorta.

Dal mio salotto di velluto guardavo avvicinarsi le torri. Lucca era il cuore di tutta la ricchezza dei tessuti di Toscana: la città della seta che vendeva mio padre, e del diaspro che viaggiava nei nostri bauli. Ci fermammo quanto bastava per farvi entrare altre trame preziose, prima della dura salita verso i valichi.

I pellegrini

Oltre Lucca, sulla Francigena, incrociammo una fila di pellegrini che scendevano verso Roma. Venivano da chissà dove, con il bastone e la bisaccia, stanchi, impolverati, con i piedi fasciati di stracci. Si fecero da parte per lasciar passare la Leonarda, e ci guardarono come si guarda una montagna che cammina.

Feci fermare la carrozza. Vanni mi guardò dal suo morello, ma non disse niente: aveva già capito.

Scesi, feci aprire le botti dell’acqua e i bauli della dispensa, e diedi loro da bere, del pane, e a ciascuno un pezzo di panpepato, di quello con il miele e le spezie, che dura per settimane e sembra fatto apposta per chi cammina. Poi li mandai a lavarsi alla fonte, lì vicino, con un pezzo del nostro sapone di Marsiglia.

Mi ringraziavano come se avessi fatto chissà che cosa. Io avevo dato soltanto acqua, pane e sapone. Ma avevo camminato scalza una notte intera, da Porta a Pinti fino alla Fonte dei Tre Visi, e sapevo bene che cosa vuol dire trovare qualcuno che ti apre una porta.

Un vecchio, prima di ripartire, mi fece il segno della croce sulla fronte e disse che avrebbe pregato per me a San Pietro. Io gli risposi come sempre: «E io prego per voi e per il mondo intero.»

Li guardai allontanarsi verso sud, mentre noi andavamo a nord. Da qualche parte, lungo quella stessa strada, c’era San Gimignano con le sue torri, e pensai che anche lassù, di certo, qualcuno si sarebbe affacciato a una porta con una brocca d’acqua in mano.

Lo spino secco

Passata la Versilia, la strada cominciò a farsi aspra. I sei giganti del Perche tesero i muscoli sotto il cuoio dei finimenti, finché la pianura svanì del tutto e lasciò il posto alle vette boscose e ai picchi di roccia della Lunigiana.

Fu all’ombra dei grandi castelli di pietra che dominano quelle valli che il patto segreto di Dianora prese forma. All’imbocco della valle della Magra una schiera di cavalieri coperti di ferro, con le insegne dello Spino Secco, ci sbarrò la via. Erano i signori assoluti di quelle terre: i Malaspina.

Il loro capitano avanzò lentamente, si portò al fianco di Vanni e posò uno sguardo di profondo rispetto, da uomo d’armi, sulla carrozza di Giovannino e sui quattro archi lunghi pronti al tiro.

«Da qui in avanti queste valli sono dei Malaspina» disse con voce ferma. «La Leonarda prosegue con il ferro dello Spino Secco.»

Una nuova, fitta barriera di cavalieri di Lunigiana circondò la carrozza, e i nostri fecero un passo indietro per lasciare il primo posto agli ospiti.

Intanto, sul tetto, Lorenzo cantava l’amore perduto, perché al Fico Torto si era innamorato di una fantesca; e Guccio, senza mai fermarsi, si vantava della nottata. A un tratto la Leonarda si arrestò di colpo, e i cavalli si impennarono.

Vanni accorse per capire il motivo di quella sosta improvvisa. Trovò i cocchieri in piedi a cassetta.

«Messere, noi vi portiamo fino in capo al mondo. Ma quei due, o li fate scendere voi, o scendiamo noi.»

Vanni rise, perché si era aspettato qualcosa di ben più grave. Fece scendere Lorenzo e Guccio, e li pregò, per cortesia: per la sicurezza di tutti era meglio che andassero in coda, ultimi, a chiudere il corteo, visto il coraggio e le gesta di Guccio, e la vista lunga di Lorenzo.

Guccio esitò, e cercò subito di ridimensionarsi, perché quello era il posto più pericoloso. Nemmeno Lorenzo pareva tanto d’accordo. Ma Vanni li rassicurò tutti e due.

«Guccio, con la tua destrezza e la tua forza non hai niente da temere. E poi c’è Lorenzo: con le sue romanze terrà lontano qualunque brigante.» E tornò in testa al corteo.

Io ridevo come una matta. Li aveva riempiti d’orgoglio e aveva placato i cocchieri: quella era pura diplomazia. Guccio partì verso il fondo fiero come un capitano. Non si accorse che, da quel momento, i cocchieri avevano ricominciato a cantare loro.

Con quella formidabile scorta al fianco, pronta a vigilare su ogni sentiero, i sei cavalli neri ripresero la loro marcia sicura verso i valichi. La strada per la Francia e per la corte di papa Clemente era aperta, e la proteggeva un potere che in quelle valli selvagge nessuno avrebbe osato sfidare.

I doria

La voce della carrozza che camminava da sola su per le Riviere ci precedette, e corse di bocca in bocca tra i mercanti del porto di Genova. Fu così che i Doria seppero del nostro arrivo, e decisero di farne una festa a modo loro.

A poche miglia dalle porte della città, lungo la strada della costa battuta dal vento salato, il cielo si riempì di un baluginare d’acciaio. I Doria ci venivano incontro alla testa di un corteo sfolgorante: cavalieri dalle corazze brunite, fanti con le bandiere dell’aquila spiegate al vento, e al centro i signori della casata, su destrieri bardati di velluto nero e oro. Erano i grandi ghibellini che la legge teneva fuori dal governo della Repubblica, ma che restavano padroni delle flotte e del mare. E volevano che dalle torri della città tutti li vedessero.

Quando i due cortei si trovarono di fronte, le scorte dei Ricci e dei Malaspina si fermarono e serrarono le file intorno alla carrozza. Per un lungo momento si sentì soltanto lo sbuffare dei sei cavalli del Perche. I genovesi ci girarono intorno, e guardavano con stupore, e con il rispetto di chi di guerra se ne intende, le lamine degli Acciaiuoli, i quattro archi lunghi sul tetto e lo strapuntino sul baule.

Il capo dei Doria avanzò fino allo sportello e sollevò la visiera dell’elmo. Incrociò lo sguardo fermo di Vanni, poi vide me al finestrino, e chinò la testa. Non era una sottomissione: era il saluto di una casata a un’altra.

La sera, a cena sotto le tende, capimmo il perché di tanto riguardo. Messer Doria aveva fatto i suoi conti. Una carrozza protetta da tre casate come gli Strozzi, i Ricci e i Malaspina, guidata da un Cavalcanti e attesa ad Avignone dagli Alberti, era un’amicizia da non lasciarsi scappare; tanto più per un uomo in lite con il Doge, a cui un amico alla corte del Papa poteva sempre servire. Così ci diede altri uomini, e ci scortò lungo tutto il golfo come si fa con gli ospiti di riguardo. E per tutta la Repubblica di Genova nessuno osò sbarrarci la strada.

Fu sempre a quella cena che i Doria ci raccontarono, ridendo fino alle lacrime, quello che era successo in città. Dall’alto del palazzo il Doge, Giovanni da Murta, aveva seguito i movimenti di quella giornata con il fiato sospeso. Vedere i Doria, i suoi peggiori rivali, uscire in armi incontro a un colosso d’acciaio scortato da mezza Toscana, gli aveva fatto credere a una congiura per rovesciare il governo del popolo. Aveva fatto raddoppiare le guardie sulle mura e tenere pronte le balestre. Poi aveva visto la Leonarda tirare dritto lungo la costa, senza deviare di un palmo verso le porte, e aveva tirato un sospiro che, dissero, si era sentito fino al porto.

Io risi con loro. Ma pensai anche che, in pochi mesi, ero passata dal far paura a una Badessa al far paura a un Doge. E non avevo fatto niente: ero soltanto passata di lì.

Il segreto di arnolfo

La Leonarda fermò la sua marcia sulle scogliere assolate di Nizza, l’ultimo grande avamposto prima del cuore della Provenza. Fuori dalle mura, le scorte dei Ricci e dei Malaspina si radunarono per stringere i cuoi e oliare i cardini dei bauli.

Io, nel velluto della carrozza, sentivo addosso la stanchezza di un mese di viaggio lungo le vie del mare: il vento salato e la grande parata dei Doria a Genova mi avevano messa a dura prova.

Fu allora che Vanni, sul suo morello, si allontanò verso le porte della città con il suo paggio, Arnolfo Guiducci, e restò via per diverse ore, senza dirmi dove andava. Quando tornarono, venne a salutarmi con un mazzo di fiori di campo e un bel sorriso, e se ne tornò al suo lavoro. Io non chiesi nulla. Ma la curiosità era tanta.

Quando la Leonarda ripartì, approfittai di una sosta lungo il sentiero per chiamare il giovane Arnolfo. Si accostò al finestrino, tenendo le redini con la destra, perché era mancino e la spada gli pendeva dalla parte sbagliata; e gli chiesi dove fossero andati.

«Madonna Gioia, ho giurato lealtà e fedeltà a messer Vanni dei Cavalcanti, e non potrei dirvi niente senza rompere il mio giuramento. Ma vedo che questa faccenda vi ha messo in ansia, e forse vi ha fatto nascere sospetti che non meritate. Perciò vi parlerò come Arnolfo Guiducci, e non come vostro servitore.»

Gli brillavano gli occhi. «Dovevate esserci, madonna! Il mio signore mi ha preso con sé, e abbiamo cavalcato fino a un monastero di clarisse, appena fuori città. Messer Vanni non cercava armi, né notizie, né alleanze. Ha mostrato l’oro degli Strozzi alle suore speziali, e ha chiesto soltanto il meglio, per voi.»

E agitando le mani, come fanno i ragazzi fiorentini quando si accendono, mi raccontò tutto. Le monache avevano aperto i loro orti e i loro ricettari della scuola di Salerno, e avevano messo a bollire a lungo il mosto cotto della vendemmia passata con il miele vergine delle colline di Provenza.

«Messer Vanni ha controllato ogni gesto delle clarisse» continuò a voce bassa. «Ha voluto che nel mellito andassero soltanto i chiodi di garofano, la cannella e lo zafferano, e che lo filtrassero finché non è diventato limpido come l’ambra. E ha giurato alle monache che la sua sposa ha un’anima pura, che non vuole violenza né morte sulla tavola, e che quel succo doveva essere un nettare degno di lei, lontano da ogni miasma e da ogni peccato del mondo.»

Ascoltavo, e capivo che il nostro era un viaggio d’amore, e che perfino i gesti che io non vedevo costruivano intorno alla mia vita un riparo di gentilezza.

Promisi ad Arnolfo di mantenere il segreto. Ormai lo consideravo un amico, e gli dissi che portare verità e serenità a un cuore non rompe nessun giuramento: semmai rinsalda la fiducia tra le persone. Lui mi salutò con rispetto e tornò al suo posto nella fila.

E io decisi che, quando Vanni mi avesse dato quel mellito, avrei fatto la faccia più sorpresa del mondo.

Il bagno

Si era fatta notte. La cena era stata leggera ma nutriente, e io ero stanchissima per quel viaggio interminabile, pieno di colpi di scena. Mi coricai nella Leonarda con la speranza di riposare, quando sentii dei rumori di metallo e d’acqua.

Mi affacciai al finestrino per capire, e vidi Vanni uscire da una grande tinozza, dove aveva fatto il bagno con l’aiuto del suo fedele Arnolfo. Restai muta a guardare la sua bellezza, illuminata dalla luna piena. Sembrava uno di quegli dèi antichi che avevo visto nei libri miniati del monastero, nei margini delle storie di Ovidio, fra cieli d’oro e mari splendenti. Pensai a come la vita fosse stata ingiusta con un uomo così bello, buono e coraggioso, e lo amai ancora di più.

Poco dopo, avvolto nel suo lino bianco e con una caraffa tra le mani, entrò nella Leonarda. Me la porse con un gesto pieno di fiera devozione.

«Bevi, sposa mia» mi sussurrò, accarezzandomi il viso profumato di malva. «Questo succo è nato dalla terra, purificato dal miele delle monache, e non ha in sé nessuna violenza. Ti ridarà la forza per le strade della Provenza, e ti farà da scudo contro le insidie del mondo.»

Era il mellito delle mie adorate ricette di Salerno, cugino del leggendario conditum degli antichi Romani. Le clarisse avevano fatto bollire a lungo il mosto cotto con il miele vergine delle colline di Provenza, con la cannella, i chiodi di garofano e un pizzico prezioso di zafferano, e l’avevano filtrato finché non era diventato limpido come ambra liquida.

Non ebbi bisogno di fingere la sorpresa: mi invase una tenerezza così grande che non ce ne fu bisogno. Emozionata, piena d’amore per lui, sollevai il calice d’argento e bevvi a piccoli sorsi quel nettare caldo, speziato e dolcissimo. Sentivo la forza di Salerno scorrermi nelle vene, e guardavo Vanni: in quel sorso d’uva e di miele c’era tutta la promessa del nostro domani, una purezza che nessuna peste avrebbe mai potuto corrompere.

Si distese al mio fianco, mi abbracciò forte e mi baciò; e a tutti e due venne da piangere, insieme, a singhiozzi. Era un pianto che liberava, di gratitudine e d’amore.

Uniti nell’abbraccio e nel bacio, coperti di carezze, quella sera diventammo due cuori, un solo corpo.

Tu che stai leggendo, discendente nostro: non credo che tu abbia bisogno di altri dettagli su come andò la nostra serata. Gioia.

L’oie amoureuse

Il sole di Provenza calava dietro le distese viola della lavanda selvatica quando la carovana raggiunse l’ultima stazione di posta prima della meta. La Leonarda entrò con solennità nel cortile di una grande e stravagante costruzione di pietra, con un’insegna di ferro battuto che mostrava un uccello dal collo sinuoso: era la locanda dell’Oie amoureuse, l’oca innamorata.

L’oste, mentre ci mostrava le stalle, ci raccontò l’origine di quel nome. Quando la locanda aprì, avevano preso un cuoco e gli animali da cortile; e un’oca si innamorò del cuoco. Ogni giorno entrava in cucina a fargli un uovo, e poi restava per ore nel cortile a guardarlo dalla finestra. Nessuno ebbe mai il coraggio di metterla in pentola: morì di vecchiaia, e la locanda prese il suo nome. Pensai che in quel paese perfino le oche amavano meglio di certi mariti.

Il nome bizzarro e la musica che usciva dalle finestre misero subito tutti di buonumore. Lorenzo attaccò le sue romanze; Guccio studiava con attenzione le fantesche, che si mostravano graziosamente accoglienti e ripetevano ridendo, sorniona: «L’or fait la joie!» L’oro fa la gioia. Io, che di nome faccio Gioia, decisi di prenderlo come un complimento.

Le scorte dei Ricci, dei Malaspina e dei Doria, stanche del trotto ma eccitate dall’arrivo ormai vicino alla corte dei Papi, smontarono da cavallo con fiera allegria. Il giovane Arnolfo saltò giù dal suo cavallo per assistere Vanni, e rimase poi di guardia, immobile e fiero, perché nessun estraneo si avvicinasse alla carrozza.

Fu una notte di baldoria popolana. Mentre noi due, tranquilli nella Leonarda, ci riposavamo nel profumo del mellito delle clarisse, di sotto le scorte avevano preso possesso dei tavoli. I soldati toscani, i montanari dello Spino Secco e i marinai dei Doria, incantati dalla grazia straniera, amoreggiavano apertamente con le fantesche. E le ragazze di Provenza, ridendo delle loro battute rozze, mescevano vino rosso e ballavano tra le travi, regalando a quegli uomini d’arme una notte calda che scacciava ogni terrore della peste.

La mattina il risveglio fu comico come al Fico Torto, e forse di più. Le scorte erano rintronate dai fumi del vino di Provenza. Una delle fantesche più vispe, affacciata alla finestra con i capelli spettinati e la veste stropicciata, li additò a tutto il cortile.

«Regardez les lions de Florence! Hier soir ils rugissaient, et ce matin ce sont des oies amoureuses!» Ieri sera ruggivano come leoni, e stamattina sembrano oche innamorate.

Le altre scoppiarono in una risata sonora, e i soldati di Laudemio, con la testa che rimbombava come una campana, risposero con grugniti divertiti. Poco distante, Arnolfo porgeva a Vanni l’acqua per lavarsi, con la schiena dritta. Ci volle un richiamo secco del Cavalcanti perché gli uomini smettessero di scherzare con le ragazze e risalissero a fatica in sella.

Con uno sbuffo potente dei sei cavalli del Perche, la Leonarda si mosse. L’Oie amoureuse svanì alle nostre spalle, e tutto il convoglio riprese la marcia per le ultime miglia. Davanti a noi, sopra il Rodano, cominciavano a vedersi le torri del palazzo dei Papi.

Avignone

Entrammo in Avignone dopo un mese di strada, sotto un sole che faceva brillare il Rodano come una lama. La casa di Beatrice Strozzi negli Alberti stava proprio di fronte al palazzo dei Papi, e quando la Leonarda entrò nel suo cortile, con i sei cavalli neri e tutta la scorta dietro, mezza città si affacciò alle finestre.

Lasciai che il mio viso uscisse dall’ombra della carrozza un dito alla volta, con una grazia solenne e calcolata, e mi sporsi in avanti. Raccolsi la gonna di seta, e un fruscio ruppe il silenzio. Lo stivaletto cercò il predellino e vi si posò sopra senza peso.

Fu in quell’istante che la mia mano strinse quella che la aspettava. Non era una mano qualunque: era quella, potente e carica di gemme, del Papa di Avignone, sceso in cortile per vedere con i suoi occhi la carrozza di cui parlava mezza Provenza.

Nel momento in cui le nostre dita si serrarono cadde un silenzio assoluto. Le montature d’oro e le pietre smisurate dei nostri anelli, così ricche e sporgenti, trovarono un incastro perfetto, e si agganciarono con un piccolo clic. Le sue dita restarono prigioniere delle mie, e le mie delle sue, intrappolate da tanta magnificenza.

Chinai la testa per il bacio rituale all’anello del Pescatore. Ma le montature erano così strette l’una nell’altra, i castoni così agganciati, che non riuscii a portarmi la sua mano alle labbra. Eravamo legati, intrappolati l’uno all’altra.

Non mi scomposi. Un bacio glielo dovevo; e se l’anello non si lasciava raggiungere, la guancia era lì a un palmo. Così feci quello che avrei fatto con la mia balia: mi alzai sulla punta dei piedi e gli diedi un bacio sulla guancia. Un bacio leggero, da figliola, che sapeva di violetta e di vento.

Nessuno fiatò. I prelati erano di pietra, scandalizzati; gli altri non sapevano dove guardare, perché capivano che stavo correndo un rischio grande.

In quell’istante tutto il mondo del Vicario di Cristo si fermò. Il cerimoniale della corte, i dogmi, il peso della tiara e le trame di Avignone svanirono in un battito di ciglia. Mi guardò serio, con gli occhi lucidi, e a voce bassissima, che sentii io sola, domandò:

«Maman?»

Rimase immobile, con il respiro sospeso, lontano chissà quanti anni. Poi tornò da quel viaggio in un passato dorato e morbido, sorrise, e disse forte, perché sentissero tutti:

«Madonna, non ci conosciamo ancora, ma abbiamo già stretto un’alleanza.»

A quelle parole mi inginocchiai.

Le stoffe del papa

Appena gli anelli si furono sciolti e il bacio sulla guancia ebbe rotto il ghiaccio del protocollo, Vanni fece un cenno deciso. Arnolfo si fece avanti a passi misurati e aprì i pesanti lucchetti dei bauli sul retro della Leonarda.

Avevo diviso i doni con tutta la diplomazia di cui ero capace. Per il Vicario di Cristo erano pronti il diaspro lucchese azzurro, i rotoli di seta cruda e il velluto porpora più profondo. Per la cugina Beatrice, invece, il diaspro d’oro e le sete cangianti rosse e gialle, i colori della nobiltà toscana.

Ma appena furono sollevati i teli, quella parata di colori tagliò l’aria del cortile, e papa Clemente perse letteralmente la testa. La sua famosa vanità, che in quelle settimane Beatrice aveva stuzzicato con arte, si accese di una voglia incontenibile. Accarezzò il velluto porpora destinato a lui; ma i suoi occhi restarono stregati dal diaspro d’oro e dalle sete rosse e gialle di Beatrice, che sotto il sole di Provenza brillavano come metallo fuso.

Dimenticato ogni decoro, allargò le braccia sopra le casse, come per prenderne possesso fino all’ultimo palmo.

«No, no! Un trionfo così non si può dividere!» esclamò, con un’ostinazione teatrale e comica, lanciando a Beatrice un’occhiata di sfida. Lei si strinse nelle spalle, con un sorriso divertito. «Le voglio tutte per me! Il diaspro d’oro sarà il mio manto, e le sete rosse e gialle brilleranno nelle mie stanze segrete!»

Mentre i prelati assistevano sbalorditi a quel sequestro e i servitori del Papa, arrivati di corsa, portavano via le pezze, l’occhio allenato del Pontefice vide di sbieco, oltre lo sportello aperto della Leonarda, qualcosa sul sedile di velluto: una copertina di lana purissima, così morbida e leggera che pareva un soffio. Dianora l’aveva fatta tessere a Firenze perché nel lungo viaggio mi tenessi calde le gambe.

Clemente sgranò gli occhi, la indicò con le dita cariche di zaffiri e si voltò verso di me con una supplica da bambino.

«E quella? Quella lana… posso?»

Prima ancora che Vanni potesse fare un cenno, e mentre Arnolfo si sforzava con tutte le forze di restare immobile e serio, il Papa aveva già allungato il braccio dentro la carrozza e se l’era presa. Si strinse al petto la copertina fiorentina, insieme alle sete e al diaspro d’oro tolto a Beatrice, e fu l’uomo più felice della cristianità.

Poi ordinò che tutto il nostro corteo, scorte comprese, dopo il meritato riposo, la sera passasse dall’altra parte della strada, nel suo palazzo.

Beatrice racconta

Nel pomeriggio, mentre riposavo, Beatrice si sedette sul bordo del mio letto e, ridendo come una ragazzina, mi raccontò come aveva preparato il nostro arrivo.

Una mattina, nel cortile del suo palazzo, si erano fermati gli zoccoli stanchi di un cavallo. Era il messo degli Strozzi, coperto dalla polvere di due settimane di galoppo attraverso i valichi. Le aveva consegnato una lettera di Dianora, chiusa con il sigillo di cera rossa. Beatrice l’aveva aperta piano piano, per farsela durare; e leggendo le parole di sua cugina aveva sentito un brivido correrle lungo la schiena. Stavamo arrivando sulla Leonarda, protetti dal ferro degli Acciaiuoli e dalle scorte di Vanni e di Laudemio, e nei bauli portavamo porpora e diaspro di Lucca capaci di far perdere la testa al Papa. Mancavano ancora diciannove giorni: proprio il tempo che le serviva.

Per svegliare una corte pigra e distratta, Beatrice aveva deciso di fare della diplomazia una sfilata. Già dal mattino dopo aveva cominciato a girare per Avignone con abiti che costavano un patrimonio, strascichi di broccato pesante che spazzavano le pietre e gioielli che le brillavano sul petto come stelle. Le sue amiche e i suoi amici, per non essere da meno, si erano messi a fare a gara; e ben presto anche i prelati e i cardinali avevano lasciato le vesti austere per manti di seta ricamata e cinture d’argento. Poi, da Genova, i corrieri avevano portato la notizia della parata dei Doria sulla costa, e la febbre era salita ancora. Per giorni Avignone era sembrata la più fastosa corte di Francia, tutta oro e velluti.

Il Papa, la cui vanità era famosa in tutta la cristianità, non poteva sopportare che una nobildonna fiorentina oscurasse il Vicario di Cristo. Così aveva cominciato anche lui a uscire per la città e per le processioni vestito come un re, avvolto in strati di broccato, con tiare cariche di pietre preziose. E Beatrice, quando incrociava il suo sguardo dall’alto di una loggia, sorrideva sotto il velo.

«Ecco perché stamattina si è preso tutte le stoffe» concluse. «Gliel’ho fatto venire io, l’appetito.»

Poi tornò seria, e abbassò la voce. «Ma non giudicarlo da questo, Gioia. È un Papa che ama il lusso, è vero. Però quest’estate, quando tutti cercavano qualcuno da bruciare, lui ha scelto di proteggere.»

Non capii subito che cosa volesse dire. Lo capii più tardi, davanti a una pergamena piena di cancellature.

La torta di mele

Varcammo i cancelli al tramonto. Mentre i sarti di corte venivano chiamati a gran voce per tagliare il diaspro, e il Papa si accoccolava sul suo scranno avvolto nella mia copertina di lana, fu imbandito un banchetto sontuoso.

A tavola mi parlò di un dolce che adorava: la torta di mele che sua madre gli faceva da bambino.

Mi alzai, corsi in cucina e, davanti allo stupore dei cuochi del Papa, chiesi tutto quello che serviva. Mezz’ora dopo ricomparvi in sala con il mio vestito di diaspro e di velluto tutto infarinato, e in mano un vassoio dove troneggiava una torta di mele.

Lui, commosso, prese il vassoio, ci mise davanti un braccio a protezione, come fanno i bambini perché nessuno gliela tocchi, e cominciò a mangiarla con gusto, sorridendo. Non disse niente. Ma io sapevo a chi stava pensando.

Quello che era nato come un capriccio di vanità diventò subito qualcosa di più profondo, e anche un po’ bizzarro. Quella lana purissima e soffice fu per il Pontefice una carezza di madre.

Clemente non la fece riporre nei bauli del guardaroba, insieme al diaspro d’oro e alle sete. Se la tenne stretta con gelosa ostinazione, e per tutto il banchetto e per i giorni che seguirono non se ne separò più.

Chi entrava nelle sue stanze restava a bocca aperta: il Vicario di Cristo firmava bolle e riceveva gli ambasciatori dei re d’Europa con la copertina di lana posata sulle ginocchia, o stretta sotto il braccio, come un bambino che cerca sicurezza.

Io lo guardavo e sorridevo, con tenerezza. Pensavo alla mia balia, e mi venivano gli occhi lucidi.

L’alleanza nelle stanze del papa

I calici d’oro erano ormai vuoti, e le risate dei cardinali francesi cominciavano ad affievolirsi sotto le alte volte del salone.

Papa Clemente, con l’angolo della bocca ancora sporco delle ultime briciole della mia torta di mele e la copertina di lana fiorentina stretta gelosamente sotto il braccio, si pulì le dita con studiata lentezza. Poi si chinò verso Vanni, che gli sedeva accanto, e gli parlò a bassa voce.

«Vanni dei Cavalcanti, il vostro sangue è fiero e la vostra stirpe non trema. I mercanti e i banchieri di Firenze devono alla Chiesa fortune immense, e non accennano a pagare. Vi chiedo di aiutarmi. I miei collettori sono anziani, o troppo legati ai potenti di Firenze. Ho bisogno di menti fresche e di anime libere.»

Vanni tenne la schiena dritta e fece un inchino profondo, in segno di assenso.

Soddisfatto, il Papa si alzò in piedi, levò il calice per un ultimo brindisi, allargò le braccia e ringraziò ad alta voce tutti i presenti per la splendida serata. Poi, con un gesto che non ammetteva repliche, congedò i cardinali, i nobili e l’intera corte. Solo Vanni e io dovevamo restare.

Appena le pesanti porte di quercia si furono chiuse e il salone rimase nel silenzio, Clemente fece un cenno verso la penombra. Ne uscì un uomo di legge austero e meticoloso, provenzale, alto ufficiale della curia: il notaio maître de Brès. Con passi felpati e precisi si avvicinò a un tavolo, vi posò i registri, i calamai e le pergamene ancora vergini, e si fermò alla dovuta distanza.

Il Papa ci invitò a sederci a quel tavolo. Poi prese in mano la croce, guardò Vanni negli occhi e tornò serio.

«Messer Vanni dei Cavalcanti, vi offro un incarico di fiducia. Accettate di diventare il mio collettore apostolico per Firenze e per tutta la Toscana? Perché abbiate l’autorità che serve, vi affido un piccolo esercito scelto di lance papali. E conferisco il comando anche al vostro leale amico Laudemio Ricci: le sue guardie, che vi hanno scortato fin qui, si uniranno alle mie, e insieme toglieranno ai malintenzionati la voglia di provarci.»

Vanni accettò, e Laudemio fu nominato suo vice. Sotto la guida del notaio l’accordo per le riscossioni fu messo per iscritto. Fu allora che maître de Brès mostrò a Vanni anche un altro atto: il lascito di Imogen Saint Croix, la donna inglese indomita che prima che la peste la portasse via aveva lasciato la sua vecchia dimora fiorentina, con i suoi lapislazzuli, al Papa, che considerava un uomo illuminato.

A Firenze tutti conoscevano quella casa. Imogen era ricca, bella e sola, e dalla sua porta entravano e uscivano sempre uomini: erano scrittori, pittori, musicisti, ma per i fiorentini una donna così non poteva essere che una poco di buono. Per questo la chiamavano la casa della Maddalena.

Vanni e io ci guardammo, e capimmo di aver pensato la stessa cosa nello stesso momento. Fu lui a parlare: chiese al Papa se fosse disposto a vendercela.

Clemente accarezzò la copertina, finse di pensarci a lungo, poi sorrise. «Imogen mi chiamava illuminato. Sarei un ben povero illuminato se lasciassi quella casa a prendere polvere nei registri della Camera Apostolica. Del resto, con la fama che le hanno fatto i vostri concittadini, nessun fiorentino la vorrebbe. È vostra, e a buon mercato. Maître de Brès, scrivete.»

E il notaio, senza battere ciglio, prese una pergamena nuova.

Clemente ci guardò firmare. Maître de Brès gli passò le pergamene una per una, e il Papa vi appose il suo sigillo di piombo. Gli esemplari erano tre: uno sarebbe rimasto nel palazzo, uno era per Laudemio Ricci e uno per Vanni. Poi il Papa benedisse l’accordo con la croce, e il notaio ci consegnò le pergamene.

Clemente si voltò verso di noi con un sorriso pieno di calore, un po’ da bambino e un po’ da padre.

«Perché tutto si compia nel modo migliore, e possiate studiare questi registri in pace e al sicuro» disse, accarezzando la morbida copertina di lana, «desidero che per il resto del vostro soggiorno vi trasferiate qui, nel mio palazzo, nelle stanze accanto alle mie. Lavorerete lontani dalle distrazioni, e preparerete con calma il vostro ritorno a Firenze.»

Alle spalle di Vanni, alla dovuta distanza e immobile come una statua araldica, il giovane paggio Arnolfo Guiducci teneva gli occhi bassi; ma si vedeva che il cuore gli scoppiava di orgoglio toscano.

L’alleanza era fatta. Con l’oro del Papa, la firma di maître de Brès e lo scudo delle lance pontificie, Avignone era diventata il primo passo verso il nostro avvenire.

Quella notte stessa Vanni scrisse a Firenze. La lettera era breve, e la sigillò davanti a me: «Laudemio, amico mio: il Papa mi ha nominato suo collettore per Firenze e la Toscana, e io ho fatto il tuo nome come mio vice. Prepara i tuoi uomini e i registri. Torniamo con un sigillo di piombo e una lunga memoria. Vanni.»

Il messo partì all’alba.

Nel nome dello spirito

Un mattino il Papa interruppe lo studio di Vanni e mi chiese, con molta cortesia, di accompagnarlo: voleva un mio parere.

Mi alzai dall’inchino e lo seguii attraverso stanze austere, imbiancate a calce viva, finché, oltre una grande porta, entrammo in una sala tutta affrescata. C’erano ancora i ponteggi, i secchi dei colori, i garzoni con le mani sporche. I pittori smisero di lavorare e si inchinarono.

«Madonna, come vi sembra?» mi chiese il Papa.

«Santità, è un lavoro commovente, grande e armonioso. Ma si direbbe che stanotte qualcuno sia passato sui muri con il ferro da stiro.»

Il Papa e i pittori impallidirono.

«Questo è il paradiso terrestre» disse lui.

«Ne ho visto uno più credibile, una volta.»

«E secondo voi, Madonna, come dovrebbe essere?»

«Santità, si affacci alla finestra e mi dica se questi alberi dipinti somigliano a quelli del suo giardino.»

Il Papa si affacciò, ritirò subito la testa, guardò gli affreschi e disse soltanto: «Che orrore.» Poi, voltandosi verso di me: «Allora, Madonna, mostratemelo voi.»

Raccolsi da terra un foglio dei pittori e un carboncino, e cominciai a disegnare come avevo visto fare nei codici miniati della biblioteca del monastero, dove anche una Madonna grande come un’unghia aveva un trono vero in cui sedersi. Disegnavo da poco, ma sotto le mie dita nacque un tronco che girava su se stesso, con una foglia che si staccava dal foglio e una vite carica d’uva che pareva pronta per essere mangiata.

Uno dei pittori, sbirciando, esclamò: «Ma questa è eresia!»

Alla parola eresia il Papa corse a vedere.

«Io non vado al rogo per il capriccio di una Madonna» brontolò un altro.

«È stregoneria, un inganno dell’occhio» mormorava il capobottega, facendosi il segno della croce più volte.

«Nessuno andrà al rogo, maestri» risposi. «Vi siete solo dimenticati dello Spirito Santo. Non c’è eresia in questa profondità, e non state facendo l’opera del demonio. Se l’Onnipotente ha creato il mondo a sua immagine, e Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, allora il tre è l’impronta del Creatore su tutte le cose: l’altezza, la larghezza e la profondità. Dipingere le figure piatte, solo alte e larghe, vuol dire togliere al mondo una parte di Dio. È questo il vero torto alla Creazione. Date ai muri la profondità, e la bellezza di questo palazzo somiglierà un poco di più a quella del Cielo.»

I pittori rimasero a bocca aperta. Nella sala non volava una mosca.

Il Papa mi guardò a lungo. Poi un sorriso gli illuminò il volto, sollevò la mano destra e tracciò un segno di benedizione sul mio disegno.

«In fede mia, Madonna, la vostra mente è guidata da una luce che non viene da questa terra.» Poi si rivolse ai pittori, e la sua voce divenne seria: «Ogni bellezza e ogni gioia vengono dal Signore. Esaltarle è un inno alla vita. L’eresia non sta nei colori dei pittori: abita nei cuori e nelle menti buie. Maestri, riprendete i pennelli. Qui si dipinge nel nome del Padre, del Figlio e della profondità dello Spirito.»

Pensai che quel Papa aveva appena pronunciato il mio nome, senza saperlo. O forse lo sapeva benissimo.

I pittori, rinfrancati, si gettarono sul lavoro con una foga mai vista. Liberati dalla paura dell’eresia dalla benedizione del Papa, ridevano e si passavano il mio foglio di mano in mano. Il capobottega era il più felice di tutti.

Poi tornammo da Vanni, che lavorava ancora sui suoi registri. Il Papa gli disse di fermarsi un momento. Chiamò un paggio e gli diede una lettera da portare a Beatrice: la informava che quella sera avremmo cenato da lei, e la pregava, per cortesia, di evitare ogni frugalità.

La bolla sullo scrittoio

Vanni passava le giornate nella cancelleria, chino sui registri dei debitori di Toscana. Un pomeriggio gli portai un po’ di latte caldo con la cannella, e vidi sul tavolo del Papa una pergamena piena di cancellature. Era una bolla non ancora sigillata. Diceva che chi accusava gli ebrei di avvelenare i pozzi mentiva, perché gli ebrei morivano di peste come i cristiani, e la peste arrivava anche dove di ebrei non ce n’erano.

Restai a guardarla a lungo. L’uomo che si era preso la mia copertina e aveva mangiato la mia torta proteggendola col braccio, come un bambino, era lo stesso che in quel momento sfidava mezza Europa per salvare chi tutti volevano bruciare.

Io, per salvarmi, avevo dovuto scavalcare un muro. Quel Papa mi insegnò che non sempre i muri vanno scavalcati: a volte basta aprire un portone.

Da quel giorno, quando mi inchinavo davanti a lui, lo facevo con tutto il cuore.

Da casa verso casa

Era passata una settimana, ed era tutto pronto per la partenza.

I giorni nel palazzo dei Papi erano volati via leggeri, nel silenzio operoso delle cancellerie, e adesso il cerchio del nostro soggiorno ad Avignone stava per chiudersi. Per Vanni e per me quel mattino non era un semplice addio. Andavamo da casa verso casa: lasciavamo la dimora dorata che il Papa ci aveva offerto per tornare a Firenze, nella casa di Imogen, che sarebbe stata nostra per sempre.

Vanni era andato a riprendere le guardie, che il Papa, a loro grande dispiacere, aveva fatto sistemare in un monastero benedettino. Li ritrovammo puliti, rasati, un po’ più magri e stranamente silenziosi. Uno di loro, il più rumoroso dello Spino Secco, prima di salire a cavallo si fece il segno della croce: Vanni giurò di non averglielo mai visto fare. Lorenzo aveva messo da parte le romanze e cantava il Salve Regina. Ma il miracolo vero era Guccio: aveva fatto voto di silenzio, e lo stava mantenendo. Vanni sosteneva che fosse la prima volta in vita sua che stava zitto più di un’ora; io sospettavo che i monaci lo avessero accettato solo a quella condizione.

Per essere sicura dei metodi d’insegnamento, quando si cambiarono la camicia per il viaggio diedi un’occhiata alle loro schiene. Erano intatte. Pensai che, contro quei due, i benedettini avessero usato un’arma più terribile della frusta: la pazienza.

Prima che i bauli ferrati degli Acciaioli venissero chiusi, presi un ritaglio del velluto porpora che era avanzato. Lo tagliai come mi avevano insegnato le monache del monastero e ne feci un orsetto. Con calma disfeci una mia mantellina di lana morbida e lo imbottii; poi presi due orecchini di topazio color nocciola e gli feci gli occhi.

Mi vestii di broccato color miele e andai allo studio del Papa. Lavorava con la porta aperta. Entrai senza fare rumore, si sentiva solo il fruscio della veste, e mi inginocchiai davanti a lui. Mi fece alzare, e io, in silenzio, gli posai l’orsetto tra le mani.

Lo guardò a lungo, un po’ stranito. Gli occhi di topazio brillavano caldi nella luce del mattino. Poi il Vicario di Cristo se lo strinse al petto, con le lacrime agli occhi, e sussurrò un nome che nessuno doveva sentire da tanto tempo: «Pierrot… il mio piccolo Pierrot.»

Capii che con quel dono gli avevo restituito un pezzo dell’infanzia che gli era stata tolta a dieci anni.

Mi prese la mano. «Madonna Gioia, questo è un miracolo di pancia. Non so chi tu sia. So solo che hai attraversato le montagne per riportarmi la mia infanzia perduta. Adesso inginocchiati.»

Mi sembrò di sentire la voce della mia balia, sulla porta di casa: «Le cose falle con la pancia, perché il cuore a volte inganna.» Così, senza saperlo, un Papa e una balia mi avevano detto la stessa cosa.

Mi inginocchiai. Con la croce in una mano e Pierrot sotto il braccio, mi posò l’altra mano sulla testa.

«Che tu e la tua stirpe viviate sempre nella gioia, e lontano da ogni male. Ora alzati e va’, perché la tua vita deve ancora cominciare.»

Mi alzai, feci un profondo inchino e uscii. Sulla soglia mi voltai: il Papa stava parlando con Pierrot.

Un attimo dopo il cortile si riempì di rumore: ruote, zoccoli, ordini gridati. Arnolfo Guiducci sorvegliava tutto alla dovuta distanza, e maître de Brès contava i bauli uno per uno, come fossero articoli di un contratto.

Al porto sul Rodano ci aspettavano le chiatte che dovevano portarci fino al mare. I servitori fecero salire lungo le rampe di legno i sei grandi cavalli del Perche, poi la Leonarda, alta quasi cinque braccia, e legarono le ruote e i finimenti alle grandi piattaforme che galleggiavano sul fiume.

Io restai a terra fino all’ultimo momento, con Beatrice e le sue amiche. L’abbraccio di Beatrice fu lungo e caldo, e ci lasciammo con la promessa che sarebbe venuta a trovarci nella nostra casa. Poi, con il cuore piccino ma pieno di speranza, salii sulla chiatta.

Il ritorno sull’acqua

Vanni e il capitano della scorta si scambiarono un cenno, e le chiatte mollarono gli ormeggi. Passammo sotto le arcate del grande ponte di Avignone, e i barcaioli si tolsero il cappello davanti alla cappellina di san Nicola, il loro protettore. Dal tetto della Leonarda, Lorenzo intonò il Salve Regina. Ma Lorenzo ha la lisca, e quando arrivò all’«Eia ergo, advocata nostra» gli uscì «abbioccata nostra»; e la Madre di misericordia diventò «Mater misericordosa». Nessuno ebbe il coraggio di correggerlo. Per forza era abbioccata: l’aveva sfiancata lui, a furia di cantarle tutto il viaggio.

La corrente ci portò veloci verso la foce, finché le distese selvagge della Camargue lasciarono il posto all’azzurro immenso del Mediterraneo. In lontananza, fra le paludi, si vedeva il campanile della chiesa delle sante Marie del Mare, e i barcaioli si fecero il segno della croce. Si racconta che lì, tanto tempo fa, fosse approdata su una barca senza vele Maria Maddalena. Pensai a lei, arrivata dal mare in una terra straniera, mentre io dal mare stavo per tornare verso la casa che portava il suo nome. Lì, dove il fiume abbraccia il mare, mi resi conto di quante persone ci stavano aiutando soltanto per il piacere di farlo, e pensai che anche quello era un miracolo di pancia.

Ci aspettavano due grandi cocche dei Doria di Genova: navi tonde, alte come torri, con i loro castelli di prua e di poppa. Aprirono i fianchi di quercia, e i marinai liguri, con argani e paranchi e una precisione da orafi, sollevarono la Leonarda, alta quasi cinque braccia, come si solleva una neonata. Poi fu la volta dei sei grandi cavalli neri del Perche, che scesero dalle chiatte con gli occhi bendati, e furono calati anche loro nel ventre delle stive, al riparo dal rollio.

Finito il carico, prendemmo il largo. Le due cocche partirono scortate da due galee dei Doria, lunghe, veloci e minacciose, pronte a fare da scudo contro i pirati. Le grandi vele portavano l’aquila nera, e in cima agli alberi garrivano le bandiere con le chiavi di San Pietro: dicevano al mondo intero che quel convoglio apparteneva al Papa. Chi ci guardava dalla costa doveva restare senza fiato.

Navigammo lungo la costa ligure con ogni agio e in tutta sicurezza. I quattro arcieri con gli archi lunghi facevano la guardia sui castelli delle cocche; una parte delle scorte dei Ricci e dei Malaspina si godeva la brezza sul ponte; ma quasi tutte le nostre oche innamorate stavano distese per terra con il mal di mare, a sgranocchiare acciughe. A bordo si mangiava alla genovese: la galletta dei marinai, dura come il legno, che si ammorbidiva nel vino e si condiva con olio, aglio e acciughe salate, e una salsa d’aglio che i liguri chiamano agliata. Una sera il cuoco ci portò una focaccia sottile di farina di ceci, cotta nel forno di bordo. I marinai la chiamavano farinata. Io dissi che a casa nostra si chiama cecina, e per poco non scoppiò una guerra fra Genova e la Toscana.

Io mi riposavo nel castello di poppa, cullata dalle onde, con il succo d’uva e miele delle clarisse di Nizza. Vanni, con la mano sull’elsa, guardava sfilare le scogliere di Ventimiglia, di Savona e di Genova.

Spinte da un vento favorevole, le navi puntarono verso la Toscana e gettarono le ancore nel grande bacino di Porto Pisano, lo scalo della Repubblica di Pisa. Proprio lì davanti, a poche miglia, c’erano le secche della Meloria, dove sessantaquattro anni prima Oberto Doria aveva distrutto la flotta pisana. I pisani sul molo guardavano le aquile nere dei Doria entrare nel loro porto, e capii dai loro occhi che per loro quelle non erano vele: erano una ferita.

I sei cavalli neri rimisero gli zoccoli sulla terraferma con un’aria offesa e orgogliosa, e le rampe delle cocche restituirono la Leonarda alla strada.

Prima di ripartire, Vanni fece montare sul tetto della Leonarda le insegne del Papa: ai due angoli davanti, i vessilli con le chiavi di San Pietro incrociate e la tiara; dietro, i grandi drappi con lo stemma di famiglia di Clemente, le sei rose rosse su campo d’argento. Dalla strada si vedevano appena; dalle finestre alte dei palazzi si vedevano benissimo. Ed era proprio lì che dovevano vederle.

La rosa è il fiore della Madonna, e a me parve un buon segno: dopo tutte le Madonne che avevo visto in quei mesi, adesso era una di loro a riportarci a casa.

Giovannino guidava più impettito del solito: diceva che con quelle chiavi e quelle rose sopra la testa non c’era buca che osasse farci sobbalzare.

Arnolfo Guiducci controllò i lucchetti dei bauli uno per uno, e il convoglio si rimise subito in marcia. Stavamo tornando a Firenze.

Ma invece di seguire la strada più battuta, lungo l’Arno, Vanni prese verso nord, fino a Pistoia: lo avevamo deciso ad Avignone, e lo avevamo scritto a Laudemio e a Clarissa.

Lì, all’ombra delle torri pistoiesi, ci ritrovammo. Laudemio Ricci e Clarissa ci aspettavano alla testa di tutti gli uomini dei Ricci, schierati in un blocco di ferro lucente, che si unirono subito alle lance dei Malaspina e alla scorta che ci aveva dato papa Clemente.

Per ringraziare Dio di averci salvati dal mare e di averci fatto tornare con tutto quello che eravamo andati a cercare, quel grande corteo si fermò sulla piazza, ed entrammo nel duomo di San Zeno a far dire una messa di ringraziamento. Tra le navate antiche, nel profumo dell’incenso e nei canti dei chierici, davanti all’altare d’argento di san Iacopo, mi inginocchiai accanto al mio sposo. Avevo il cuore così pieno che nessuna peste avrebbe potuto toccarlo.

Ricevuta la benedizione, uscimmo sul sagrato. Gli uomini ripresero le armi, i morsi d’argento dei sei cavalli neri tornarono a tintinnare, e partimmo tutti insieme verso Firenze: Laudemio e Vanni a cavallo, fianco a fianco, e io con Clarissa nella Leonarda. Andavamo ad aprire le porte della casa della Maddalena.

Sulla strada per Firenze, a mezzogiorno, si vedevano le colline del Montalbano, dove Giovannino da Vinci l’aveva costruita nella sua bottega. Giuro che la Leonarda, passando, scricchiolò in un modo diverso, più dolce, come chi riconosce da lontano la casa dove è nato. Dopo tutta quella strada, dopo il Rodano e il mare, anche lei stava tornando a casa.

Il trionfo delle rose

Eravamo arrivati in vista di Firenze nel pomeriggio, ma Vanni e Laudemio non vollero entrare in città con il sole che calava. Così salimmo dai Gaddi, alla villa di Fontallerta, a Camerata. Clarissa, Vanni, Laudemio, Arnolfo e io dormimmo in villa; il seguito si accampò nel parco, dove gli portarono da mangiare alla toscana e da bere l’acqua della fonte all’Erta, quella che dà il nome alla villa.

La notte passò in una quiete solenne, nel profumo dei cipressi e dei campi bagnati di brina. All’alba, dal giardino delle rose antiche, vidi tutta Firenze ai miei piedi: i tetti, le torri, il Duomo ancora in costruzione. Era la città che avevo lasciato in piena peste. Ci lavammo, indossammo vesti pulite, bevemmo il latte con il pane caldo, e ci preparammo a scendere.

Il corteo si rimise in cammino giù per le colline. Ma invece di entrare dalla porta più vicina, Vanni e Laudemio scelsero, con una spavalderia ben calcolata, di fare un ampio giro intorno alle mura ed entrare dalla Porta alla Croce. Allungarono la strada di un bel pezzo: certe finestre andavano visitate.

Il frastuono che scosse la città fu memorabile. La Leonarda, alta quasi cinque braccia, con le lamine lucenti degli Acciaiuoli che specchiavano il sole, entrò fiera in Borgo la Croce, passò davanti a Sant’Ambrogio, prese per via Pietrapiana e costeggiò le mura del monastero di San Pier Maggiore. Clarissa, accanto a me, mi strinse la mano senza dire niente: dietro quel muro c’era la nostra vecchia prigione, e da qualche parte, dietro una grata, forse c’era Domina Filippa a guardarci passare.

Gli uomini dei Ricci, le lance dei Malaspina e la scorta del Papa ci facevano intorno un muro di ferro. Poco dietro, Arnolfo Guiducci reggeva le insegne, immobile sul suo cavallo come una figura di uno stemma.

Poi la Leonarda svoltò in Borgo degli Albizi, sotto le case delle grandi famiglie. Al suono delle trombe, gli Albizi e i Donati si affacciarono in fretta alle finestre del piano nobile. Non vidi le loro facce, ma immagino che il sangue gli si gelò nelle vene. Davanti a loro, all’altezza dei loro occhi, passavano le chiavi di San Pietro, e dietro, nell’argento, le sei rose rosse di papa Clemente. Avevano cercato di rovinare Vanni, e adesso lo vedevano tornare con il sigillo della Chiesa, intoccabile. Per loro quelle rose dovevano sembrare una condanna del Cielo.

Io me ne stavo al finestrino con il viso fresco e riposato, profumato di malva. Vanni, dritto sul suo morello, non degnava le finestre di uno sguardo. E il corteo proseguì solenne fino a casa Strozzi.

Davanti al portone ci aspettavano Dianora, il Benci e il Vescovo, con un coro di frati che pregavano. Quando videro la Leonarda tornare sana e salva dal mare, avevano le lacrime agli occhi, e il Vescovo alzò la mano per benedirci.

Il portone di casa Strozzi si richiuse alle nostre spalle, e lasciò fuori il fiato sospeso di Firenze. La Leonarda si fermò nel cortile, e io scesi di corsa.

L’abbraccio con Dianora e con il Benci fu tutto lacrime e commozione. Dianora, che per settimane aveva temuto il peggio, per il contagio e per le congiure della città, mi strinse forte, sospirando, e poi abbracciò Vanni: in quel Cavalcanti fiero vedeva lo sposo che avevo scelto e la salvezza della sua stirpe. Poi fece gli onori a Clarissa e a Laudemio, e ci invitò tutti al pranzo di ringraziamento per la festa di Santa Croce.

Arnolfo Guiducci, imperterrito, reggeva ancora lo stendardo con le sei rose. Vanni gli si avvicinò e lo abbracciò come un fratello, lasciandolo tutto confuso.

Il primo giorno di lavoro

La notte era stata agitata. Vanni aveva dormito stretto a me, e ogni tanto sussultava: sogni brutti, di quelli che vengono la notte prima di un grande giorno.

Ci alzammo presto, prima di tutti. Scesi in cucina, mentre la servitù dormiva ancora, e preparai il latte caldo con il miele e la cannella, e una torta di mele. Quando fu tutto pronto, Vanni aveva già fatto il bagno con l’aiuto di Arnolfo, e mi aspettavano tutti e due in sala.

Dissi ad Arnolfo di sedersi a tavola con noi. Era un po’ imbarazzato, ma accettò volentieri, e mangiammo in allegria.

«Oggi è il nostro primo giorno di lavoro» disse Vanni. «Arnolfo, teniamo i nervi saldi e stiamo tranquilli.»

Io guardai Arnolfo. «Lo dice per sé, per tranquillizzarsi.»

Arnolfo chiese il permesso di parlare, e Vanni glielo diede.

«Messer Vanni, io vi servo con zelo, ed è per me un onore e una gioia che i miei genitori abbiano scelto voi come mio signore. Ma vorrei dirvi una cosa che forse vi può essere utile. Ho studiato nove anni dai benedettini, e sono diventato amanuense. Scrivo in latino, in volgare, in lingua d’oc e in lingua d’oïl, in inglese e in tedesco.»

Restammo a bocca aperta.

Vanni, agitato com’era, lo abbracciò. «Da questo momento sei il nostro scrivano. Ma resti anche il mio paggio fidato.»

In quel momento suonò la campanella della porta della cucina. Le fantesche, già in piedi, andarono ad aprire, e come un lampo di allegria apparve Laudemio, agitato anche lui, con Clarissa dietro. Entrò in sala e disse: «Oggi è il grande giorno!»

«Sì» rispose Vanni, «e doppiamente, Laudemio: abbiamo appena assunto il nostro amanuense.» E indicò Arnolfo, che diventò rosso fino alle orecchie.

Finita la colazione, Clarissa e io accompagnammo tutti al loro primo giorno di lavoro, alla collettoria apostolica. Nel cortile aspettavano le guardie del Papa, gli uomini fidati dei Ricci e quattro di Dianora.

Alla collettoria, con i registri di maître de Brès aperti sul tavolo, Arnolfo alzò gli occhi verso Vanni e Laudemio e finì di elencare quello che sapeva fare.

«E c’è un’ultima cosa, messer Vanni. La mia penna sa leggere e mettere per iscritto anche l’inglese, la lingua dell’isola del Nord. Nei chiostri ho studiato i contratti e le lettere che i mercanti di Londra mandano in Toscana per la lana, e conosco quella parlata strana, mezza di vecchie parole germaniche e mezza di parole dei Normanni. Se qualche debitore nasconde accordi scritti in inglese con i lanaioli di Londra, per sfuggire a quello che deve alla Chiesa, io li trascriverò parola per parola, e non gli resterà nessuna scappatoia.»

Vanni sorrise, fiero e intenerito insieme, e per un momento credo che rivide sé stesso in quel ragazzo. Da quel giorno la collettoria divenne un tribunale da cui nessuno, in nessuna lingua, sarebbe più sfuggito.

Io guardavo i fogli dalla soglia, e pensavo che gli uomini possono cambiare lingua per nascondere i loro peccati, ma i conti, prima o poi, arrivano sempre. Qualcuno li avrebbe pagati proprio di venerdì, il giorno che Vanni aveva fissato per la resa dei conti.

Clarissa e io facemmo i nostri auguri ai ragazzi e stavamo per uscire a fare un giro per i mercati, quando ci fermò un grido, tutti e due insieme, che ci gelò il sangue: «Ragazze! D’ora in poi uscirete sempre con la scorta. E senza scherzi.»

Rimasi un po’ sorpresa e un po’ amareggiata, ma capii. Quel muro, questa volta, non andava scavalcato.

La tattica della collettoria

Alla collettoria Vanni e Laudemio non si sentivano al sicuro. C’erano ancora gli scrivani dei vecchi collettori, e qualcuno di loro poteva avere la lingua lunga nei mercati, o essere pagato dalle spie dei Donati. Così decisero di trasferire il lavoro per un po’ a casa Strozzi. I registri furono chiusi nel forziere degli Strozzi, dietro porte di quercia rinforzate di ferro e custodite dalla famiglia.

Quel giorno stesso lavorarono fino a notte fonda. Nello studio le candele di cera vergine si consumavano e allungavano le ombre sui tavoli, mentre Clarissa e io sbrigavamo le nostre faccende e ogni tanto, da dietro le tende, ascoltavamo il bisbiglio fitto delle loro strategie. Appena i nostri passi si facevano troppo vicini, Vanni gridava: «Erminia, sono tornati!» E noi scappavamo via ridendo, e tornavamo ai nostri posti, lasciando che gli uomini decidessero il destino di Firenze.

Con Arnolfo stesero una lunga lista di debitori, srotolando le vecchie pergamene della Chiesa per un censimento minuzioso. Bisognava sapere chi era ancora vivo dopo la falce del contagio, a quanto ammontava esattamente ogni debito, e se per i più poveri si poteva ricorrere alla carità della Chiesa.

Non era solo pietà: era una strategia fine. Rincuorando i piccoli mercanti e i più deboli con la clemenza del Papa, Vanni e Laudemio potevano lasciare per ultimi i potenti. Isolate dal resto della città, le grandi famiglie sarebbero state consumate dall’attesa, e il loro orgoglio si sarebbe logorato prima ancora che le guardie bussassero ai loro portoni.

E quando fosse venuto il momento, i ragazzi sarebbero andati da loro con rispetto, perché avevano davanti persone che avevano fatto grande Firenze. Non da vincitori in cerca di vendetta, ma offrendo una via d’uscita onorevole: il riconoscimento del debito, e il pagamento a rate, in più anni, tenendo conto dei lutti e dei danni della peste. Il debitore avrebbe salvato la faccia, e il Papa avrebbe riavuto il suo denaro.

Ma sotto il guanto di velluto la mano restava di ferro. Per chi rifiutava c’erano l’acculattata sulla pietra del Mercato Nuovo, come si fa con i debitori che non pagano, la confisca dei beni da parte del Podestà, e la scomunica per tutta la stirpe, fino alla terza generazione. Per un mercante fiorentino la scomunica era la morte: nessun cristiano poteva più commerciare con lui, i suoi contratti non valevano più niente, e i suoi debitori non erano più obbligati a pagarlo. E se una famiglia o una fazione si fosse ostinata, la collettoria poteva chiedere al Papa l’interdetto sulla città: niente messe, niente sacramenti, niente sepoltura in terra consacrata. A quel punto, a Firenze, nessuno gli avrebbe più stretto la mano.

Da quel giorno la guerra dei nervi prese un passo implacabile. Ogni mattina, al suono di terza, Vanni e Laudemio si davano appuntamento con i loro uomini e con la scorta del Papa sempre nello stesso posto: davanti al monastero di San Pier Maggiore.

Allo scoccare dell’ora il selciato tremava sotto gli zoccoli. Vanni, dritto sul suo morello, e Laudemio, con il ferro dei Ricci che brillava al sole, fermavano il corteo proprio sul sagrato del monastero. Con loro, ormai inseparabile, c’era Arnolfo: amanuense della collettoria, nominato da Vanni in attesa della nomina ufficiale da Avignone. Stringeva i registri di maître de Brès e lo stendardo con le sei rose rosse di papa Clemente.

Quella sosta immobile, alla stessa ora di ogni santo mattino, divenne una condanna. Dalle finestre dei loro palazzi, lì intorno, gli Albizi e i Donati guardavano giù attraverso le fessure delle imposte. Dopo una settimana di notti in bianco avevano il sudore freddo sulla fronte, e contavano i giorni che li separavano dalla rovina.

Vedere i ragazzi padroni del loro stesso quartiere, ogni mattina all’ora terza, mentre le navi dei Doria continuavano a portare ad Avignone le lettere di Vanni, e a riportare indietro, con i loro ritardi, le risposte del Papa, spense nei nemici ogni voglia di ribellarsi. Erano piegati dalla sola forza dell’attesa.

E mentre i potenti non chiudevano occhio, a casa Strozzi si preparava la rinascita, con l’aiuto dei fiorentini. Stanchi delle vecchie prepotenze, vedevano per la prima volta da tanti anni che la giustizia poteva ridimensionare l’arroganza dei potenti e riportare un po’ di prosperità. Firenze era ancora nel pieno della peste, ma sotto le sei rose del Papa respirava un’aria nuova di speranza nel Signore.

Un Dio non soltanto buono. Ma, finalmente, giusto.

La porta di borgo pinti

In quei giorni Vanni, Laudemio e Arnolfo lavoravano senza sosta, e con grande successo; ma anche con umanità, e a Firenze cominciavano a dirlo.

Una mattina chiesi a Vanni se quel giorno poteva tornare a casa prima: volevo che mi accompagnasse in un posto, a cavallo, e senza guardie. Non era molto d’accordo, ma insistetti tanto che alla fine cedette. Del resto, con lui accanto, la scorta ce l’avevo già.

Nel pomeriggio saltammo in sella e partimmo per Borgo Pinti. Ero fiera del mio bel marito, e volevo che mia madre lo vedesse.

Venne ad aprire lei stessa. Mi guardò da capo a piedi, senza riconoscermi. «Se è per la questua, abbiamo già dato il nostro obolo.»

«Signora madre, sono Gioia. Vostra figlia.»

Mi guardò meglio, e chiese scusa di non avermi riconosciuta. Poi, come quella sera in cucina, tanti anni prima: «Risparmiati il “signora madre”, cara. Basta “Vostra Signoria”.»

Dietro di lei era comparso mio padre. Lo guardai. «E voi, messere? Anche voi Signoria?»

«Basterà “padre”» rispose lui. «Ma non abusarne.»

Mia madre squadrò Vanni. «Bel ragazzo.» E dopo un momento: «Ma ora scusatemi: aspetto delle amiche. Facciamo una raccolta di fiorini per i bambini abbandonati.»

E ci chiuse la porta in faccia.

Restai lì, davanti al legno del portone. Vanni non disse niente: mi abbracciò forte, così forte che sentii il suo cuore attraverso il farsetto.

Quando rimontai a cavallo, qualcuno prese la rincorsa, fece un salto e mi montò dietro, aggrappandosi alla mia cintura. Era Letizia. Non aveva preso niente, solo i vestiti che aveva addosso. «Gioia mia» disse, «da oggi la tua casa è la mia.»

La goccia di rugiada

Dopo tanti giorni pieni, un pomeriggio mi concessi un giro per la città, a cavallo, con la scorta di Laudemio e le lance del Papa, come avevano voluto i ragazzi. Al collo portavo una collana con un topazio color miele, che mi piaceva tanto.

In un vicolo, una donna delle grandi famiglie si piantò davanti al corteo. Alzò il dito verso di me e cominciò a rimproverarmi a voce alta per quella collana: era uno sfarzo peccaminoso, diceva, una vergogna per una donna perbene.

Arnolfo si irrigidì sulla sella, pronto a intervenire. Io alzai appena la mano per fermarlo, senza guardarlo. Poi, sempre senza guardare la donna, parlai con voce calma:

«Beati quelli che davanti alla bellezza vedono soltanto la bellezza, perché vuol dire che sono puri di cuore.»

Solo allora alzai gli occhi, e la guardai dritta in faccia.

«Il malvagio vede il peccato anche in una goccia di rugiada.»

E prima che potesse rispondere, diedi un leggero tocco alle redini del mio andaluso e me ne andai, lasciandola ammutolita in mezzo alla strada.

Fu un altro muro saltato. E mentre tornavamo a casa pensai che forse quelle parole non erano nemmeno per lei. Erano per una porta di Borgo Pinti.

Le carrozzine nere di giovannino

Quando Vanni seppe della donna nel vicolo, non rise affatto. La morsa intorno agli Albizi si stringeva, e qualcuno poteva cercare vendetta per le strade. Il giorno dopo partì con Laudemio, a spron battuto, per il Montalbano, da Giovannino da Vinci. L’ordine fu chiaro, e senza badare a spese: due carrozze piccole e ferrate, una per me e una per Clarissa, fatte come nessuno ne aveva mai viste in Toscana.

Giovannino ascoltò con gli occhi che gli brillavano, e si mise subito al lavoro. Le fece strette, basse, corte e velocissime, l’opposto dei carri pesanti di allora. Ognuna era una piccola fortezza tirata da un solo cavallo andaluso, veloce e fiero. Ma la vera trovata era un’altra: si guidavano da dentro. Le redini passavano da due feritoie in una tavola ferrata, con una fessura per guardare la strada, e chi guidava restava al riparo da frecce e agguati. Fuori erano tutte nere, coperte di lamine degli Acciaiuoli; dentro, velluto porpora. Giovannino le chiamava «le mie lettighe», e anche questo, come per il landò, non si è mai saputo perché.

La bottega lavorò giorno e notte al ritmo dei martelli, e dopo una settimana le due carrozzine nere entravano dal portone di casa Strozzi. Arnolfo le guardava a bocca aperta; gli uomini dei Ricci e dei Malaspina accarezzavano il muso lucido degli andalusi.

Io salii nella mia, presi le redini, e la provai subito: fino alle colline di Coverciano, a trovare Dianora e il Benci. Guidavo da sola, chiusa nel mio guscio nero, e mi sentivo libera come quando avevo scavalcato il muro. Ma questa volta, al sicuro.

Il pareggio

Quello che successe alla collettoria quella mattina me lo raccontò Vanni la sera, ridendo, e io lo scrivo come me lo raccontò.

Mandati via i vecchi scrivani dalla lingua lunga, i ragazzi erano tornati a lavorare lì. Mentre la parata di ogni mattina continuava a logorare i nervi dei grandi debitori, dentro il lavoro non si fermava mai. Vanni e Laudemio, seduti al grande tavolo di quercia, esaminavano le pergamene piene di debiti; accanto a loro Arnolfo, con i calamai e le penne pronti, metteva a verbale ogni fiorino che mancava alla Chiesa, in qualunque lingua fosse scritto.

Quella mattina un servo degli Albizi portò di nascosto alla collettoria una pesante borsa di cuoio, gonfia di fiorini d’oro, con un biglietto: era un generoso omaggio «per il disturbo», e un augurio per un incarico così importante per Firenze. Era l’ultima carta di un uomo che non dormiva più.

Vanni guardò tutto quell’oro e scoppiò a ridere. Poi, sotto lo sguardo duro di Laudemio e quello immobile di Arnolfo, disse: «Ha scelto di tenere con noi un rapporto epistolare? E allora epistolare sia.» Si voltò verso Arnolfo. «Per cortesia, scrivi.»

Arnolfo preparò due pergamene, e Vanni dettò due lettere.

La prima partì con un cavaliere del Papa, che accompagnò la borsa fino al Palazzo del Podestà:

«Al nobile messer Podestà di Firenze. Vi faccio recapitare questa borsa di fiorini, che messer degli Albizi ha avuto la bontà di mandarmi stamane come buon augurio per il mio incarico e per il mio disturbo. Poiché il mio disturbo è servire la Santa Chiesa, e non ha prezzo, ritengo giusto che una tale generosità vada alla giustizia del Comune. Vogliate registrarla come offerta spontanea di messer degli Albizi, perché tutta Firenze conosca il suo amore per la legge. Con devozione, Vanni dei Cavalcanti, collettore apostolico per Firenze e la Toscana.»

La seconda, fredda e tagliente come una lama, partì subito per casa Albizi:

«A messer degli Albizi. Vi ringrazio di cuore per i fiorini di stamane. Non potendo accettarli, li ho girati a vostro nome alla giustizia del Comune, che saprà farne buon uso. Il Podestà vi è già riconoscente. Resta inteso che il vostro debito con la Santa Chiesa rimane intero. Vi aspetto venerdì, con i vostri registri. Vanni dei Cavalcanti.»

L’ultima riga fu la stoccata. L’Albizi aveva perso i fiorini, non aveva comprato niente, e per giunta si era fatto conoscere dal Podestà.

E nei loro palazzi, mentre sotto le finestre continuavano a passare ogni mattina le chiavi e le sei rose rosse del Papa, gli Albizi e i Donati si prepararono a un’altra settimana senza sonno.

Il dispaccio del mare

Pochi giorni dopo, il portone della collettoria si aprì per un corriere del Papa, con gli stivali ancora sporchi di fango e il fiato corto. Portava al fianco la scarsella di cuoio con le armi pontificie. La lettera era appena sbarcata a Porto Pisano: era scesa per il Rodano e aveva attraversato il mare su una galea veloce dei Doria, più in fretta del solito, per portare a Firenze i nuovi ordini di papa Clemente.

Arnolfo prese la pergamena, tagliò il cordone del sigillo di piombo e la srotolò davanti a Vanni e a Laudemio. Poi lesse ad alta voce le nuove disposizioni della curia di Avignone, firmate da maître de Brès: chi avesse ritardato anche di un solo giorno le rate concordate con la collettoria si sarebbe visto bloccare subito tutti i beni.

I ragazzi si guardarono, soddisfatti. Il Papa aveva capito, e li aveva coperti le spalle.

I frutti dell’attesa

L’assedio di ogni mattina e il terrore della scomunica diedero alla fine il loro frutto. Era mercoledì. L’Albizi non riuscì ad aspettare il venerdì: stremato dall’insonnia e dall’angoscia, si presentò alla collettoria di persona.

Dell’alterigia che mostrava dalle finestre del piano nobile non restava più niente. Avanzava stringendo al petto i suoi libri dei conti, pronto a qualunque accordo, pur di evitare l’acculattata sulla pietra del Mercato Nuovo e la confisca dei beni.

Accanto a lui, a garantire per i suoi debiti, c’era Domina Filippa Donati, la badessa di San Pier Maggiore. Era vestita del suo abito nero, ma dietro quell’umiltà c’erano le terre del monastero, che si stendevano a perdita d’occhio per tutto il contado. Aveva il viso teso, e sperava che il peso di tanti campi bastasse ad ammorbidire gli esattori del Papa.

Entrarono nello studio. Laudemio restò in piedi accanto al tavolo di quercia, con la mano sull’elsa; Arnolfo aveva davanti i registri di maître de Brès, aperti. L’Albizi posò i suoi libri sul tavolo con le mani che tremavano, e aspettò lo sguardo di Vanni.

Ma Vanni non guardò nemmeno i registri. Rimase dritto sul suo scranno, alzò gli occhi, e con la fermezza che il Papa gli aveva dato ad Avignone parlò piano, in modo che ogni parola cadesse come un sasso.

«Vi avevo detto venerdì, messere. Oggi non siete stato convocato. E voi, madre, non siete stata convocata affatto. La Chiesa non riceve i debitori quando fa comodo a loro, e non si fa dettare i tempi della giustizia dalla vostra stanchezza. Riprendete i vostri libri e uscite. Verremo noi a trovarvi, quando i vostri nomi verranno sul mio registro. Non prima.»

Restarono di sasso. Essere rimandati indietro era un’umiliazione peggiore di qualunque condanna: voleva dire altre notti in bianco, a chiedersi che cosa li aspettava.

Sotto lo sguardo di Laudemio e quello immobile di Arnolfo, ripresero i loro fogli e uscirono a capo chino. E la parata sotto le loro finestre sarebbe continuata ogni mattina.

Il venerdì santo degli albizi

Anche questo me lo raccontò Vanni, la sera, davanti al fuoco.

Il venerdì mattina, sul tavolo di quercia, i registri di Avignone erano aperti in tutta la loro severità. Poi Vanni e Laudemio indossarono i mantelli migliori e, con un drappello di lance del Papa, si avviarono verso il Borgo degli Albizi. Non c’era più esitazione nei loro passi: era venuto il momento di presentare il conto.

Con loro c’era Arnolfo, con lo scrittoio da viaggio sotto il braccio e i sigilli di maître de Brès. Vanni non aveva voluto un altro scrivano: per quel primo incontro voleva lui. Quando entrarono nel palazzo degli Albizi, Arnolfo si mise un passo avanti, al tavolo di fronte ai padroni di casa.

Mentre Vanni e Laudemio esponevano punto per punto l’accordo deciso dalla collettoria e approvato dal Papa, la mano di Arnolfo correva sulla pergamena, svelta e precisa, e registrava man mano ogni debito riconosciuto e ogni cifra, prima ancora che qualcuno potesse tentare una bugia. Gli Albizi impallidirono, vedendo correre quella penna: capirono che ogni loro parola diventava un atto scritto, legato al trono del Papa, e che non c’era più via d’uscita.

L’accordo fu firmato con un’armonia di facciata. L’Albizi firmava come chi porta la croce. Quel giorno, a Firenze, lo chiamarono poi il Venerdì Santo degli Albizi. Ma io, quando Vanni me lo raccontò, pensai che c’era una piccola differenza: Cristo non doveva niente a nessuno.

La serva del signore

Usciti dagli Albizi, toccava a Domina Filippa. I ragazzi sapevano che non sarebbe stato facile trattare cose terrene con una serva del Signore. Ma era proprio di terre che andavano a trattare.

I registri di maître de Brès parlavano chiaro: il monastero di San Pier Maggiore doveva alla Chiesa le decime di anni e anni, su terre che si stendevano per mezzo contado.

Li ricevette nel parlatorio, dietro la grata da cui per tanti mesi aveva sorvegliato me. Non dormiva da una settimana, ma volle giocare l’ultima carta. Si strinse il manto nero sul petto, abbassò gli occhi con una contrizione studiata, e disse sottovoce:

«Io sono soltanto una serva del Signore. Non possiedo nulla di questa terra.»

Vanni non si mosse. Rimase dritto, con la mano sull’elsa, e la guardò negli occhi.

«Madre, avete più terra voi sotto le unghie che tutti i vostri contadini messi insieme.»

Domina Filippa diventò bianca. La maschera della devozione le cadde dal viso in un attimo. Laudemio strinse la mascella per non ridere. Non c’era stato bisogno di sguainare una spada: per lei, ormai, c’erano soltanto l’accordo a rate, oppure la confisca e la scomunica.

Non avendo più niente a cui appigliarsi, accettò l’accordo. Di buona grazia, almeno in apparenza.

Io, quando lo seppi, ringraziai il Cielo per le grazie ricevute, e chiesi al Vescovo di dire una messa. Lui, che in pubblico ne diceva di rado, accettò volentieri.

I disegni di gioia

Durante il viaggio per mare, dal ponte delle navi dei Doria, avevo visto sfilare la Riviera: case che si affacciavano sull’acqua, giardini a terrazze che scendevano fino al mare. E ad Avignone, nella cappella di San Giovanni, avevo visto le pareti aprirsi in logge e finestre dipinte, così vere che sembrava di poterci entrare. Quelle immagini non mi lasciavano più.

Una volta a Firenze, decisi che la nostra casa non sarebbe stata fredda e severa come la città. Nella mia stanza a casa Strozzi, seduta allo scrittoio d’ebano, con Arnolfo accanto che mi porgeva i carboncini, cominciai a disegnare il restauro della casa della Maddalena. Disegnai finte logge, archi e finestre dipinte che sfondavano i muri e allargavano le stanze verso fuori, come facevano i miniatori nei codici del monastero e i pittori del Papa ad Avignone. Le stanze avrebbero parlato con il giardino, anche dove un muro le separava.

Quando Vanni entrò, mi posò una mano sulla spalla e restò senza fiato. Laudemio, dietro di lui, guardava i fogli con un misto di stupore e di inquietudine. A Firenze le pareti delle chiese erano piatte e severe, e quelle architetture che sembravano uscire dal foglio potevano spaventare qualche frate, e farlo gridare allo scandalo.

Alzai gli occhi e sorrisi. «Non c’è nessun peccato in questa profondità. Ad Avignone l’ho spiegato al Papa in persona: Dio è uno e trino, e il mondo che ha creato ha tre misure, l’altezza, la larghezza e la profondità. E il Papa ha benedetto i pittori, davanti a un cardinale. Se un frate fiorentino vuole gridare allo scandalo, dovrà prima scrivere ad Avignone.»

Vanni sorrise, fiero; e perfino Laudemio chinò la testa, sbalordito. Avevo la teologia dalla mia parte, e le lance del Papa alla porta. L’indomani saremmo entrati nella casa della Maddalena.

L’ingresso a gaudium manor

Una domenica mattina il portone della vecchia casa di Imogen Saint Croix si aprì finalmente per noi. Entrammo tutti insieme, in festa: Vanni e io, Laudemio e Clarissa, Arnolfo, Letizia, e Dianora con il Benci. Liberi, almeno per un giorno, dai registri e dai debitori, cominciammo a girare per la casa come bambini: attraversammo il salone, ci fermammo davanti al grande camino che aspettava il suo fuoco, ci affacciammo alla loggia sul giardino inselvatichito.

Ma l’allegria durò poco. Più ci addentravamo nelle stanze da restaurare, più il silenzio si faceva pesante. I corridoi erano deserti, le pareti scrostate aspettavano i pittori, e non c’era un ponteggio, non un muratore, non un maestro. Capimmo che cosa aveva fatto la peste anche lì: a Firenze gli artigiani bravi erano morti quasi tutti, e quei pochi rimasti costavano più dell’oro. Un fabbro chiedeva per una serratura quanto un orafo per un anello, e bisognava pure ringraziarlo, perché era l’unico fabbro vivo del quartiere. Laudemio strinse la mascella; Arnolfo, che aveva sempre un conto pronto in testa, abbassò gli occhi e non disse niente, che era peggio.

Fu Dianora a rompere il silenzio. Fece un passo avanti, in mezzo al salone, e ci guardò con gli occhi che le brillavano.

«Non si trovano? E allora li facciamo noi. Ci sono tanti ragazzi rimasti orfani, ragazzi del popolo che hanno fame di futuro e mani buone. Mettiamoli accanto a quei pochi maestri che restano, e che imparino: i colori, il legno, il ferro, la pietra. Se Firenze è rimasta senza maestri, questa casa sarà la loro scuola.»

Mi tornò il sorriso, e Vanni mi strinse la mano. Quella che era cominciata come una riscossione di debiti stava diventando un’altra cosa: una rinascita.

La benedizione di letizia

Le guardie di Laudemio avevano mandato via i vecchi custodi della casa della Maddalena, e Letizia si era messa subito al lavoro: toglieva la polvere dagli angoli e accendeva i camini, e quelle stanze fredde cominciavano a sapere di casa.

Davanti alla porta della camera grande pendeva una vecchia tenda di broccato. Vanni la scostò, e la stoffa, logorata dal tempo, gli si sbriciolò tra le mani e cadde a terra. Sull’architrave di pietra serena, rimasta nascosta chissà da quanti anni, c’era un’iscrizione:

PVLCHRITVDO MVLIEBRIS EST, PECCATVM VIRILE, SED AMOR AMOR EST.

La lessi a voce alta, e la tradussi per Vanni: «La bellezza è delle donne, il peccato è degli uomini, ma l’amore è soltanto amore.» Era la risposta di Imogen a tutti quelli che l’avevano chiamata Maddalena; e ce l’aveva lasciata scolpita sopra la porta, come una lettera che aspettava noi.

Era un motto, ma anche un ammonimento. Vanni mi strinse a sé, e restammo lì, abbracciati, in silenzio, davanti alla porta. Delle tre frasi, ce ne ricordammo una sola: l’ultima.

Dentro, Vanni e io, uno accanto all’altra, afferrammo i lembi di un vecchio arazzo tarlato che copriva un’intera parete, e lo tirammo giù con uno strappo. Il tessuto marcio cadde in una nuvola di polvere, e sotto apparve un affresco grande come la parete: un mare di lapislazzuli, con sirene e tritoni, e in mezzo, sulla schiuma, una donna nuda che nasceva dalle onde, come la Venere degli antichi. Aveva il viso di Imogen.

Nella stanza cadde il silenzio. Arnolfo, alla dovuta distanza, abbassò gli occhi. Letizia si avvicinò piano alla parete, stringendosi le mani nodose sul grembiule. Guardò a lungo quella luce e quell’azzurro d’oltremare, poi si voltò verso di noi con gli occhi lucidi.

«Che bella e brava donna» disse. Poi ci guardò tutti e due, e aggiunse, come una benedizione: «Non è del corpo che il Signore ci ha dato che dobbiamo vergognarci. È dei pensieri, perché quelli sono nostri.»

Le sue parole risuonarono sotto le volte come un canto di liberazione. A dirle era una donna del popolo, che sulla soglia di Borgo Pinti aveva lasciato tutto per amore; e in un attimo cancellarono la brutta fama di quella casa, e anche un po’ della ferita che mi aveva lasciato la porta di mia madre. Pensai a Vanni che usciva dall’acqua al chiaro di luna, a quel mare azzurro, a Imogen che tutti avevano giudicato: tutto tornava innocente.

Strinsi forte la mia balia. Da quel momento la casa della Maddalena era diventata la casa della nostra libertà.

Il restauro

Il giorno dopo cominciammo a cercare chi potesse rimettere in piedi la casa, e capimmo quanto aveva ragione Dianora. Ma poco alla volta la squadra si formò. Giovannino da Vinci scese dal Montalbano per i legni: porte, travi, imposte, scale. Per i lavori in ferro ci pensò Letizia, e non per niente si chiamava dei Fabbri: fece venire i suoi cugini da San Gimignano, maestri ferrai della città delle torri, legati a lei da un affetto che nessuna peste aveva spezzato. Arrivarono con le loro incudini e i loro segreti, trasformarono le vecchie scuderie in una fucina dove il carbone bruciava giorno e notte, e cominciarono a forgiare cardini per i portoni, grate per le finestre e catene per le travi. Arnolfo, accanto a loro, segnava sul registro ogni libbra di ferro. Accanto a ogni maestro c’erano due o tre ragazzi orfani che imparavano il mestiere.

Per i muri venne il vecchio Taddeo Gaddi, l’allievo di Giotto, quello delle nicchie di Santa Croce, e con lui un giovane pittore, Andrea di Cione, che tutti chiamavano l’Orcagna. Era bravissimo, ma la peste gli aveva messo addosso una paura scura: voleva figure rigide, fondi d’oro, un Dio lontano e severo. Un pomeriggio, davanti ai miei disegni, mi disse che in tempi come quelli dipingere la gioia era quasi un peccato. Gli risposi così:

«Messer Orcagna, la peste ci sta facendo tanto male. Ma non possiamo lasciarci piegare, né rinunciare ai nostri talenti perché qualcuno la chiama punizione di Dio. Non è un castigo: nasce dalla sporcizia, dall’aria guasta e dall’acqua cattiva, come insegnava Trota nei libri di Salerno.

«Siamo come gli alberi. Abbiamo radici profonde, che sono i nostri antenati. Abbiamo un tronco, a volte storto, che è la nostra vita, con le cicatrici dei colpi che ci ha dato e il segno delle gioie che abbiamo avuto. E poi abbiamo una grande chioma ancora tutta da fare: il nostro futuro, che deve essere un inno alla bellezza della vita.

«Non giudicatevi per il vostro passato. Lasciatevi in pace, andate a testa alta e lasciate sui muri il segno della bellezza. Chi si nega le gioie del creato si costruisce il proprio inferno in terra.

«E ricordatevi, messer Orcagna: come gli alberi, dopo aver dato tanti frutti, si muore in piedi.»

L’Orcagna rimase zitto a lungo. Poi prese il carboncino e, sul muro della loggia, aprì la sua prima finestra dipinta sul cielo. Taddeo Gaddi, che aveva ascoltato tutto, si fece ripetere l’ultima frase, e la fece scrivere in latino, a lettere grandi, sotto la Venere di Imogen:

QVI CREATI GAVDIA SIBI NEGAT, INFERNVM SVVM IN TERRIS AEDIFICAT.

Le pie banchiere

Ma la trovata più audace la ebbe Dianora. Con le sue amiche, signore delle migliori famiglie di Firenze, aprì in un grande fondo della casa una bottega di tendaggi di seta e di broccato. Per i tagli e le imbottiture delle stoffe di Lucca presero il tappezziere più famoso della città, uno dei pochi sopravvissuti, pagandolo come un orafo.

Sopra l’ingresso fecero dipingere il nome della bottega, e lo scelsero loro, con un’ironia tutta fiorentina: «Tendaggi delle Pie Banchiere». Davanti ai preti bigotti il nome «pie» le metteva al riparo dall’accusa di vanità; e intanto «banchiere» ricordava a tutti chi, a Firenze, teneva davvero i conti.

Fu un successo. Le signore e i mercanti facevano la fila davanti al portone per accaparrarsi i broccati delle Pie Banchiere, e i fiorini cominciarono ad arrivare a fiumi. Arnolfo registrava i contratti con la sua bella scrittura, in latino e, per i clienti di Provenza, in lingua d’oc.

Nel cortile le scintille della fucina dei cugini di Letizia si mescolavano al canto delle donne che lavoravano la seta e al profumo del legno fresco di Giovannino. Una sera Vanni, rientrando a cavallo, si fermò sotto la loggia, sbalordito da tanto movimento. Io sfiorai con le dita l’architrave di pietra serena della nostra camera, con l’iscrizione di Imogen, e sorrisi: in mezzo a una città ferita dalla peste, quella casa era diventata un’officina di bellezza.

I guadagni delle Pie Banchiere non finirono nei loro forzieri: servirono a fondare una vera scuola di arti e mestieri per quei ragazzi. Vanni volle che tutte quelle botteghe, la falegnameria di Giovannino, la fucina dei cugini di Letizia e il setificio, stessero sotto un unico nome, e fu Arnolfo a disegnare l’insegna, con la sua penna d’oca e le lettere d’oro, sopra il portone dei laboratori. Su mio consiglio la scrisse in due lingue: in latino, MANVS DEI, e nella lingua d’oc del Papa, Las Mans de Dieu. I fiorentini, che non perdono tempo a pronunciare due nomi quando ne basta uno, la chiamarono subito «il Duman»; e a me piacque, perché suonava quasi come domani. Davanti a quel nome, perfino i bigotti tacquero: se le mani di quei ragazzi tessevano la seta, intagliavano la quercia e stendevano l’azzurro sui muri, voleva dire che a guidarle era la grazia di Dio. Vanni raccontò tutto al Papa nelle sue lettere settimanali, e la nave dei Doria fece il resto. Qualche settimana dopo arrivò da Avignone un ordine con il sigillo di piombo, firmato da maître de Brès, che Arnolfo srotolò sul tavolo di quercia con le mani che gli tremavano dall’emozione. Il Papa aveva capito che quelle botteghe non erano un capriccio di signore, ma il primo seme della rinascita di Firenze. Ordinava a Vanni di fare il censimento dei conventi rimasti mezzi vuoti dopo la peste, e di sceglierne uno dove alloggiare i ragazzi: un letto caldo e un tetto sicuro per la notte, e il pane di ogni giorno pagato con una parte di quello che la collettoria riscuoteva. Così i debiti dei potenti avrebbero sfamato gli orfani.

Quella sera Vanni mi prese la mano e guardò fuori, verso i tetti di Firenze. «La giustizia di Dio» disse, «sta costruendo un mondo nuovo. E comincia dai più piccoli.»

A San Pier Maggiore, intanto, Domina Filippa non dormì per un’altra settimana.

Il censimento

L’ordine del Papa non chiedeva soltanto un tetto per gli orfani. Per scegliere il convento giusto, Clemente voleva sapere tutto: quali monasteri la peste aveva svuotato, e di chi erano adesso le loro terre.

Ogni sera, nello studio di casa Strozzi, al riparo dalle orecchie indiscrete, Arnolfo apriva i vecchi estimi e le pergamene di maître de Brès, intingeva la penna e tracciava mappe, confini e inventari, palmo per palmo, in latino e nella lingua d’oc del Papa.

La notizia corse per i vicoli in un giorno. E dietro la grata di San Pier Maggiore, Domina Filippa cominciò a tremare. Aveva appena firmato il suo accordo, e credeva di essersela cavata. Ma sapeva bene che cosa avrebbe trovato quel censimento: nei mesi bui del contagio la sua famiglia, i Donati, aveva allargato i propri confini prendendosi pascoli, vigne e rendite che appartenevano ai monasteri rimasti senza monache. Se la verità finiva scritta nei registri di Arnolfo, per lei e per i suoi sarebbe stata la rovina.

E mentre lei, avvolta nel suo manto nero, non dormiva più, a Gaudium Manor le botteghe fiorivano: la falegnameria di Giovannino, la fucina dei Fabbri, i tendaggi delle Pie Banchiere, tutti sotto la stessa insegna d’oro.

La lettera del papa

Qualche settimana dopo, la nave dei Doria portò da Avignone una lettera del Papa con il sigillo di piombo, indirizzata a Domina Filippa. Vanni volle consegnargliela di persona. Andò a San Pier Maggiore con Laudemio e con Arnolfo, e me lo raccontarono la sera, a tavola, ridendo fino alle lacrime.

La badessa li ricevette nel parlatorio. Non dormiva da settimane, e cercava di nascondere il tremito delle mani nelle maniche del manto nero. Si aspettava una condanna, forse le guardie del Podestà. Trovò invece Vanni in piedi, cortesissimo, con un sorriso amichevole. «Madre» le disse, «Sua Santità ha guardato da Avignone alle vostre virtù, e vi concede una grazia.» E fece un cenno ad Arnolfo, che srotolò la pergamena e cominciò a leggere ad alta voce.

Arnolfo poi ne fece una copia per me, e io la conservo qui, fra queste pagine, perché ogni volta che la rileggo rido ancora.

CLEMENS EPISCOPUS, SERVUS SERVORUM DEI.

Alla diletta figlia in Cristo Filippa, badessa del monastero di San Pier Maggiore in Firenze, salute e apostolica benedizione.

È giunta fino alla Nostra sede di Avignone la fama delle vostre virtù, della vostra rettitudine e della fede con cui da sempre onorate il nome della vostra casata e la grandezza di Firenze. I vostri meriti sono scritti nel Nostro cuore, e per essi rendiamo grazie all’Altissimo.

Come Ci riferisce il diletto figlio Vanni dei Cavalcanti, Nostro collettore per Firenze e la Toscana, il terribile flagello della peste ha lasciato il venerabile monastero di San Pier Maggiore quasi vuoto, privo di tante monache e novizie che un tempo ne facevano un faro di preghiera. La Santa Madre Chiesa non può permettere che un luogo così santo cada nell’oblio, né che tanti orfani vaghino per le strade della Repubblica senza futuro e senza dignità.

Perciò, ispirati dalla divina Provvidenza, abbiamo stabilito di accogliere entro le mura di quel santo cenobio la pia scuola e l’alloggio chiamati MANVS DEI, Las Mans de Dieu. Lì i fanciulli e le fanciulle di Firenze, in ali rigorosamente separate, saranno sottratti alla miseria e avviati alle arti e ai mestieri che faranno rinascere la terra di Toscana.

Conoscendo la grandezza del vostro cuore, vi esortiamo e vi comandiamo di mettere il detto monastero a disposizione di quest’opera, e di provvedere a vostre spese, come devoto contributo alla Santa Sede e alla vostra città, a ogni lavoro di restauro e di costruzione, comprese le vasche d’acqua calda per la pulizia quotidiana dei fanciulli, affinché il luogo sia pronto ad accoglierli al più presto. Di ogni spesa terrà diligente registro il Nostro diletto figlio Vanni. Un simile esborso sarà per voi il più splendido dei tesori nei cieli.

Confidando inoltre nel vostro zelo, vi affidiamo il compito di continuare a reggere e a vigilare il monastero, perché, con la vostra guida severa e insieme alle monache rimaste, garantiate a tutti i giovani che vi abiteranno un’educazione religiosa rigorosa e irreprensibile.

Accogliete questa Nostra volontà come una grazia singolare che il Vicario di Cristo concede a voi e alla vostra casata: il privilegio di essere scudo e madre di questa santa rinascita.

Dato in Avignone, sotto il sigillo di piombo, nel settimo anno del Nostro pontificato.

Quando Arnolfo finì di leggere, Vanni aggiunse, con la voce più gentile del mondo: «Non è una condanna, madre. È un favore che il Papa fa alla vostra casata.»

Domina Filippa diventò rossa, poi bianca. Capì in un attimo come l’avevano presa: le toglievano il monastero per farne una scuola, le facevano pagare una fortuna per lavare e sfamare i figli del popolo, e intanto la lodavano davanti a tutta Firenze. Non poteva gridare allo scandalo, e non poteva rifiutare: dire di no a una lettera del Papa voleva dire passare per ribelle, e rischiare la scomunica per sé e per la sua famiglia.

Con le mani che le tremavano di rabbia, prese la penna e firmò l’impegno. Poi si lasciò cadere su una cassapanca, a capo chino.

Nessuno, in tutta la cristianità, sapeva dire di no con tanta grazia come papa Clemente.

Le ombre del chiostro

Ma Vanni aveva in serbo un’ultima clausola. Per essere sicuro che i fiorini dei restauri venissero spesi fino all’ultimo e che gli ordini del Papa fossero rispettati alla lettera, si accordò con la badessa e con le monache: Clarissa e io saremmo diventate, ufficialmente, le aiutanti di Domina Filippa nel governo della scuola.

Domina Filippa la prese peggio di tutto il resto. Pagare i muratori era un conto; ma avere ogni giorno accanto, come due ombre, proprio le due ragazze che le erano scappate scavalcando il muro, era un’altra cosa.

Il giorno in cui entrammo dal portone del monastero, con le chiavi in mano, passai davanti all’orto e guardai il muro. Era sempre lì, con l’edera e il fico. Clarissa mi strinse il braccio, e ci mettemmo a ridere, piano, per non farci sentire.

Da allora la vita in quel chiostro diventò una commedia. Domina Filippa, davanti alle monache, doveva conservare la sua maschera di rettitudine; e noi due, con una cortesia squisita, la seguivamo dappertutto. Davamo un’occhiata ai libri dei conti, controllavamo i turni degli allievi, verificavamo che le ragazze imparassero i loro lavori nell’ala dei ricami, ben separata da quella dei ragazzi, dove Giovannino comandava sulla quercia.

Ma il momento che lei sopportava di meno arrivava ogni pomeriggio, davanti alle vasche. Io, con i libri di Trota sotto il braccio, controllavo che l’acqua per il bagno dei ragazzi fosse calda al punto giusto; e lei doveva firmare, davanti ad Arnolfo che segnava tutto, i pagamenti per le fascine che scaldavano le caldaie di rame.

E nei chiostri che la peste aveva svuotato, adesso risuonavano le voci dei ragazzi, il latino delle preghiere e, ogni tanto, la lingua d’oc delle lettere del Papa.

Le botteghe di dianora

Così la scuola si trasferì nel monastero di San Pier Maggiore. Le monache rimaste tenevano i ragazzi e le ragazze ben separati, nelle camerate come nei laboratori. Le ragazze imparavano i ricami dei tendaggi delle Pie Banchiere, la cucina con Letizia e i precetti di Trota; i ragazzi il legno con Giovannino e il ferro con i Fabbri; e per tutti, ogni mattina, c’era l’ora di religione. Domina Filippa, la sera, vedeva passare nei suoi chiostri cento orfani lavati e pettinati, e non sapeva più se pregare o piangere.

Ma Dianora guardava già più avanti. I primi allievi sarebbero presto diventati maestri, e un maestro senza bottega è come un albero senza terra. Allora, con i guadagni delle Pie Banchiere e con i suoi fiorini, cominciò a comprare le botteghe rimaste vuote dopo la peste: vecchie fucine, laboratori di pellicciai, telai fermi da mesi, che gli eredi lontani o il Comune non sapevano che farsene. Arnolfo la accompagnava e registrava ogni contratto.

Il piano era semplice e bellissimo: ogni ragazzo che finiva la scuola avrebbe ricevuto le chiavi di una bottega tutta sua, e un prestito per cominciare. Le mani dei maestri morti di peste sarebbero tornate a lavorare, attraverso le mani dei loro orfani.

Quando lo seppe, Domina Filippa la prese, se possibile, ancora peggio. Non solo il suo monastero era diventato una scuola: adesso anche le botteghe di mezza Firenze tornavano ad aprirsi, e il popolo tornava a respirare, senza chiedere il permesso alle grandi famiglie.

La cucina di trota

I ragazzi di San Pier Maggiore non si lavavano soltanto ogni giorno, nelle vasche d’acqua calda che i cugini di Letizia avevano costruito a spese di Domina Filippa. Per volere di Vanni, anche il loro cibo doveva essere una medicina.

Nelle grandi cucine del monastero, davanti ai focolari di pietra, Letizia e le monache più anziane cominciarono a insegnare alle ragazze. Ma non era una scuola di cucina come le altre. Sul tavolo di marmo Arnolfo copiava, una pagina dopo l’altra, quello che io avevo tradotto e riassunto dai libri di Trota di Salerno; e Letizia e le monache leggevano alle ragazze gli insegnamenti delle medichesse salernitane, che dicevano che il cibo è la prima difesa contro le malattie.

Così le ragazze impararono a usare le erbe dell’orto: il timo per il petto, la salvia per il sangue, il rosmarino per la forza. Impararono i brodi cotti piano piano, le carni bollite con le erbe, il pane scuro col miele. E impararono che la pulizia delle mani e delle pentole vale più di mille amuleti.

Il primo pranzo preparato da loro fu un trionfo, e si sentì il profumo fino all’Arno: arrosti speziati, lavanda nei panni della tavola, dolci di miele e di frutta. Le ragazze servivano ai tavoli dei ragazzi, che le monache tenevano, s’intende, ben separati.

E Domina Filippa guardava. Le sue cucine erano diventate la scuola delle medichesse di Salerno; le figlie del popolo leggevano Trota; e tutti mangiavano a sazietà la verdura dell’orto e il pane pagati con i suoi fiorini. Per lei, la giustizia di un Dio non soltanto buono, ma giusto, aveva il sapore amaro di un brodo d’erbe.

Gli invisibili

Una sera, mentre i pittori ripulivano i pennelli, mi trovai sola con Arnolfo nella loggia.

«Arnolfo, noi due siamo legati dallo stesso amore: quello per messer Vanni.»

Arnolfo arrossì, ma mi guardò dritto negli occhi. «Madonna, se l’ammirazione e la gratitudine si chiamano amore, allora sì. Ma si fermano lì. Messer Vanni mi ha visto quando ero invisibile, e mi tratta come nessuno ha mai fatto.»

Pensai a mia madre sulla soglia di Borgo Pinti, che non mi aveva riconosciuta.

«Lo so bene che cosa vuol dire essere invisibili» gli dissi. «Allora siamo in due a sapere chi è davvero.»

Da quel giorno Arnolfo non fu più soltanto il paggio di Vanni. Fu anche il mio.

La botola

Un pomeriggio, mentre i muratori lavoravano nelle altre stanze, ero sola nella nostra camera e misuravo il pavimento per le nuove assi. In un angolo, sotto la polvere, una tavola suonava vuota. La sollevai: era una botola.

Sotto, nel buio, c’erano tre piccoli forzieri di quercia rinforzati di ferro. Aprii il primo, e mi mancò il respiro. Era pieno di monete d’oro, ma non erano fiorini: su ognuna c’era un re, in piedi su una nave, con la spada e lo scudo. Erano monete inglesi, i nobili d’oro di re Edoardo. Capii subito da dove venivano: era la fortuna che Imogen si era portata dalla sua isola, e che aveva nascosto lì, sotto il letto dove dormiva.

Per la legge erano nostri. Avevamo comprato la casa dal Papa così com’era, con tutto quello che c’era dentro, e non c’era nessuno a cui restituirli. Ma io non me la sentii di toccarli. Quell’oro aveva una storia che non era la mia.

Chiamai Vanni e Arnolfo, e chiusi la porta. Restammo a lungo in silenzio, seduti per terra intorno alla botola, alla luce di una candela. Alla fine decidemmo insieme: non li avremmo spesi, e non li avremmo detti a nessuno. Li avremmo murati dietro il grande camino del salone, che i muratori stavano rifacendo proprio in quei giorni. Se un giorno qualcuno della nostra stirpe ne avesse avuto davvero bisogno, la casa glieli avrebbe restituiti.

La notte stessa, quando tutti dormivano, Vanni e Arnolfo portarono giù i forzieri, uno alla volta, avvolti in una coperta. Io tenevo la candela. All’alba, dietro la pietra del camino, non c’era più niente da vedere. Lo sapevamo soltanto noi tre.

L’impresa segreta della balia

Seppi poi che, mentre a Gaudium Manor ferveva il restauro, Letizia dei Fabbri, la mia adorata balia, aveva deciso che era venuto il momento di agire: da sola, e nel segreto più assoluto.

Voleva che il nostro grande focolare avesse il custode più fiero: un alare di ferro battuto con due grifoni, quello che, per usanza, avrebbe dovuto regalarci la mia famiglia. La mia famiglia ci aveva chiuso la porta in faccia. Allora lo avrebbe portato lei.

Ci chiese il permesso di assentarsi qualche giorno: una sua cugina era caduta e si era rotta un braccio, e doveva andare ad assisterla. Alle prime luci dell’alba, nella nebbia che saliva dall’Arno, scivolò fuori di casa stretta in un vecchio mantello di lana grezza. Aveva i risparmi di una vita cuciti in una borsa di cuoio sotto la gonna. Andò alla stazione di posta e salì su un carro da trasporto coperto da un grande telo cerato. Mescolata ai sacchi di farina e alle balle di lana, sembrava soltanto una vecchia contadina che tornava in campagna.

Il viaggio durò quattro giorni, per la strada di Siena e poi lungo la Francigena, duro e sussultante. Ma lei non vacillò mai. Arrivata fra le colline murate di Corsignano, cercò la bottega del miglior fabbro della Val d’Orcia, e con tutti i suoi fiorini comprò l’alare: due grifoni, con il corpo di leone e la testa d’aquila, la terra e il cielo uniti insieme. Era l’alare femmina, con le zampe più larghe, quello che spetta alla famiglia della sposa.

Intanto, a casa, Vanni passò dalla cucina e sentì le fantesche che parlavano sottovoce di quella pazzia. Andò su tutte le furie, per il pericolo che correva una donna sola su quelle strade; e nello stesso tempo si commosse fino alle lacrime per tanto amore. Diede un ordine secco: Arnolfo Guiducci partì di corsa con un drappello di cavalieri del Papa, intercettò il carro sulla via del ritorno e scortò la balia e il suo carico fin dentro il nostro cortile.

Letizia scese dal carro stanca, impolverata, ma fiera, e ci mostrò il pesante ferro. Vanni in persona sollevò l’alare e lo sistemò dentro il camino.

Corsi ad abbracciarla con le lacrime agli occhi. Lei mi prese per mano e mi fece chinare sul ferro. «Guarda le zampe, Gioia mia. Questo è più largo, perché la donna regge la casa.»

La nostra casa cominciava a prendere forma. Il fuoco lo avrebbero acceso i Pazzi; a custodirlo c’era già il ferro di Corsignano, la femmina, e presto sarebbe arrivato quello di Dianora, il maschio. E intanto, sotto il blu dei lapislazzuli di Imogen, quelle stanze si preparavano a far dimenticare a Firenze tutta la sua ipocrisia.

Il fuoco dei pazzi

Quando la casa fu pronta, andai io stessa a cavallo a invitare tutti, uno per uno. Cominciai da madonna Giovanna Pazzi, perché senza di lei non ci sarebbe stato fuoco; e per gli ospiti mandai dei carri coperti. Dianora e il Benci arrivarono con il landò. Beatrice e messer Alberti erano arrivati da Avignone pochi giorni prima, come mi aveva promesso. Il Vescovo venne a piedi, con due guardie; e con lui un frate carmelitano magro e gentile, fra Andrea Corsini, che allora nessuno immaginava sarebbe diventato vescovo, e poi santo.

Era il Sabato Santo. Quel giorno, in cattedrale, si era acceso il fuoco nuovo, e i Pazzi, come facevano da generazioni, lo portavano nelle case dove c’era un focolare da benedire. Arrivarono al tramonto, mentre suonava la preghiera della sera, su un carro scoperto: in mezzo, in una grande bacinella di bronzo, ardeva il fuoco acceso con le pietre del Santo Sepolcro. Dietro venivano i servitori armati, perché a quell’ora le strade erano piene di ubriachi e di briganti. I Pazzi, e noi che camminavamo con loro, eravamo vestiti di tuniche grezze da penitenti, a capo chino: agli occhi dei magistrati che spiavano dai vicoli, eravamo soltanto una processione di devoti. Ma sotto la tela ruvida c’erano gli abiti più belli e i gioielli più grandi che avessimo, pronti a risplendere. Era una cosa da scomunica, mi dissero. Ma si faceva. E io, in tasca, avevo la benedizione di papa Clemente.

Il carro entrò nel cortile, e le guardie di Laudemio chiusero il portone ferrato alle nostre spalle. Sopra il portone, appena restaurato, risplendeva nella pietra il nome che Imogen aveva dato alla casa: GAVDIVM MANOR.

Dianora aveva portato il suo regalo: l’alare maschio, con le zampe più strette, quello che spetta alla famiglia dello sposo. Vanni lo sistemò nel camino accanto a quello di Letizia, e per la prima volta i due ferri si guardarono in faccia. Letizia non disse niente: si asciugò gli occhi con il grembiule.

Vanni portò la bacinella di bronzo fin davanti al camino. Madonna Giovanna prese il fuoco e lo passò alla legna, e mentre alimentava la fiamma pregava a mezza voce in greco, con parole che nessuno di noi capiva e che suonavano antiche come il fuoco stesso. Fra Andrea si inginocchiò accanto alla bacinella, chiuse gli occhi e pregò con lei, in silenzio, nel suo latino. Il Vescovo guardava il soffitto con grande attenzione. Io pensai che Dio, se ascoltava, capiva tutte e due le lingue.

Quando la fiamma prese, Giovanna si voltò verso di noi. «Ricordatevi: chi maledice il focolare, maledice la stirpe. E chi lo benedice, la fa durare.»

E allora, via le tuniche! La tela grezza cadde a terra come una vecchia pelle, e la sala si riempì di colpo di diaspro di Lucca, di sete rosse e gialle, di gemme che brillavano alla luce del fuoco. Cominciò una festa che fece tremare le volte: Vernaccia nei calici, canti, risate. Entrati come una processione, eravamo diventati un banchetto.

Intorno a noi, sulle pareti, le logge e i cieli dipinti da Taddeo Gaddi e dal giovane Orcagna sembravano aprirsi sulla notte. E io pensai alle parole del Vangelo che si leggono a Natale: Verbum caro factum est, il Verbo si è fatto carne. Se Dio stesso ha voluto un corpo, come può il corpo essere una vergogna? Letizia l’aveva detto con parole sue, davanti alla Venere di Imogen; quei muri adesso lo dicevano con i colori.

Da quella sera, a Firenze, nessuno la chiamò più la casa della Maddalena. Diventò, per tutti, la casa della Gioia.

La domenica di pasqua

Fu la domenica di Pasqua a consacrare il nostro tempo nuovo. Era venuto il momento di prendere possesso, una volta per tutte, di Gaudium Manor, e di cancellare per sempre la brutta fama della casa della Maddalena.

Il sole illuminava Firenze quando il nostro corteo partì da casa Strozzi. Questa volta non c’erano spade né sguardi di sfida: era soltanto una festa.

Appena entrati, le guardie di Laudemio chiusero dietro di noi il portone ferrato, e l’emozione si sciolse in allegria. Letizia scese per prima, fiera come una regina del popolo, e prese possesso delle cucine, per comandare la servitù e preparare il pranzo di Resurrezione.

Vanni e io entrammo insieme nel salone, mano nella mano. Nel camino ardeva il fuoco che i Pazzi avevano portato la sera prima nella bacinella di bronzo, mentre Giovanna pregava in greco e fra Andrea pregava con lei, in silenzio. Il fuoco danzava fra i grifoni dell’alare che Letizia aveva comprato a Corsignano con i risparmi di una vita, e accanto a loro c’era l’alare di Dianora. Le fiamme gettavano riflessi d’oro sulle pareti; nella camera grande, la Venere di Imogen risplendeva nel suo mare di lapislazzuli.

Guardai Vanni, e ripensai a tutta la strada fatta: dal muro del monastero alla villa della Fonte dei Tre Visi, dalla Provenza alle navi dei Doria, fino a questa porta. E gli sussurrai le parole che Imogen aveva lasciato scolpite sopra la porta della nostra camera, e che ormai erano le nostre: «La bellezza è delle donne, il peccato è degli uomini, ma l’amore è soltanto amore.»

Quel giorno Gaudium Manor diventò la nostra casa, il nostro rifugio e la nostra libertà. E io, camminando per quelle stanze, avevo la strana sensazione che un giorno, fra molti secoli, qualcun altro le avrebbe percorse pensando a me.

Il brindisi di arianna

Quel pranzo di Pasqua non lo dimenticherò mai. Eravamo tutti intorno alla tavola di quercia: Vanni, Laudemio e Clarissa, Dianora e il Benci, Letizia, che per una volta si era lasciata servire, e Arnolfo, che non riusciva a stare lontano dai suoi registri nemmeno a Pasqua. Nel camino ardeva il fuoco dei Pazzi, fra i grifoni.

Alla fine del pranzo, nel silenzio buono che viene dopo i dolci, alzai il calice. Cercai gli occhi di Vanni, e raccontai una storia.

«Sapete il mito di Arianna? Teseo la porta via da Creta, e poi la abbandona, addormentata, sulla spiaggia di Nasso. Lei si sveglia sola, tradita, e crede che la sua vita sia finita. Ma all’improvviso sente un baccano di cembali e di canti: è Bacco, il dio della gioia e del vino, che si innamora di lei e la sposa. Le regala una corona, e quella corona, dicono, brilla ancora in cielo fra le stelle.

«E una notte, su una terrazza in riva al mare, fra le braccia di Bacco, Arianna alza il calice verso il cielo e fa un brindisi: a Teseo. Perché se lui non l’avesse abbandonata su quello scoglio, lei adesso non sarebbe felice.»

Feci una pausa, e accarezzai il topazio della mia collana.

«Il mio Teseo è stata Domina Filippa.»

Clarissa e Laudemio si guardarono. Tutti capirono. Era stata lei, con la sua durezza, a spingermi oltre il muro, nella notte della peste, convinta di lasciarmi sola e perduta. E invece quella notte mi aveva portata a Vanni, alla villa, ad Avignone, e fino a questa tavola.

«Non la perdono» dissi. «Il perdono spetta a Dio, e chi perdona troppo presto tradisce il proprio dolore. Ma non la maledico nemmeno. La ringrazio. Senza di lei, oggi non sarei qui.»

«A Teseo!» gridò Vanni, alzando il calice. E tutta la tavola rispose in coro: «A Teseo!»

Fuori, la peste non era ancora finita, e a Firenze si moriva ancora. Ma in quella casa, quel giorno, avevamo imparato a brindare anche al male che ci era stato fatto, perché ci aveva portati fin lì.

Le parole sul camino

Pochi giorni dopo Pasqua chiamai lo scalpellino che lavorava con la scuola, e con lui vennero quattro ragazzi del Duman, con i loro scalpelli nuovi e le mani ancora incerte. Volevo che sull’architrave del grande camino, sopra il fuoco dei Pazzi, ci fossero parole nostre, come Imogen aveva lasciato le sue sopra la porta della camera.

Le scrissi io su un foglio, e Arnolfo le ridisegnò con le sue lettere più belle, con le V al posto delle U, come si fa sulla pietra:

HIC GAVDIVM ET AMOR — FOCVS THESAVRVS MEVS.

Qui la gioia e l’amore: il focolare è il mio tesoro.

Ci vollero tre giorni. Il maestro tracciava, i ragazzi scolpivano una lettera ciascuno, e lui correggeva con pazienza. Uno di loro, il più piccolo, sbagliò la curva di una G, e scoppiò a piangere; il maestro gliela fece rifare tre volte, finché venne perfetta. Quando finirono, quella G era la lettera più bella di tutte.

Vanni lesse l’iscrizione ad alta voce e mi chiese perché proprio il focolare, e non l’oro, o i gioielli. Gli sorrisi, e non gli risposi. Lo sapevo solo io, e lo sapranno soltanto quelli che un giorno avranno la pazienza di cercare: il focolare era davvero il mio tesoro, in più di un senso.

La terra dei morti

Fra le carte di Imogen che Arnolfo decifrava una a una, c’era anche una lettera scritta di suo pugno, nella sua lingua, poco prima di morire. Diceva che aveva avuto una vita piena di emozioni, e che quella era stata la sua vera ricchezza. Non aveva rimpianti; qualche piccolo rimorso sì, ogni tanto. Vedendo la peste avanzare, e sapendo di non essere immortale, aveva deciso di lasciare la casa alla Chiesa, e con il suo denaro aveva comprato un campo fuori dalla Porta a Pinti: perché gli stranieri morti lontano da casa, anche quelli di altre fedi, che la Chiesa non poteva accogliere nelle sue terre benedette, trovassero pace nel sonno eterno. Fuori dalle mura, sì; ma vicino alla città che avevano amato.

Era un pensiero da lei: anche lei, a Firenze, era stata una straniera.

Andai a vederlo con Vanni. Uscendo dalla porta, riconobbi la strada: era quella che avevo percorso scalza, la notte della fuga, con il cuore in gola e il vestito della Madonna addosso. Adesso ci passavo a cavallo, con mio marito accanto, per dare riposo a chi non aveva più nessuno. Pensai che certe strade ci aspettano, e che prima o poi ci si torna, per un’altra ragione.

Poco più in là, sotto la collina, un’altra famiglia fece lo stesso. I Gaddi di Fontallerta, gli stessi che ci avevano ospitati vivi al ritorno da Avignone, donarono una parte dei loro campi per la fossa dei poveri morti di peste, che nessuno aveva più la forza di seppellire. Era una terra piena di ricordi e di segreti antichi: arando, i loro contadini trovavano ancora i cocci e le monete degli antichi, di quelli che avevano abitato quelle colline prima di Firenze, prima di Roma.

Il Vescovo benedisse il campo dei Gaddi. Davanti a quello di Imogen si fermò a lungo in silenzio, a capo scoperto, e non disse niente: aveva capito che quella terra doveva restare di tutti. E io pensai che una città si giudica anche da come tratta i suoi morti: quelli che non hanno nessuno, e quelli che vengono da lontano.

L’isola che galleggia

Passata la prima settimana a Gaudium Manor, con le botteghe che lavoravano a pieno ritmo sotto l’insegna delle Mani di Dio, mi concessi un giorno tutto per me, e per la casa. Volli festeggiare con un dolce difficilissimo, che avevo imparato ad Avignone dalla cuoca provenzale di Beatrice: lei lo chiamava, nella sua lingua, l’isola che galleggia.

Ma quel dolce voleva un rito: la solitudine. Mi chiusi da sola in cucina, e non feci entrare nessuno. Perfino Letizia la mandai via, con dolcezza ma con fermezza. La cuoca di Beatrice me l’aveva detto: le chiare d’uovo montate sono creature d’aria, e basta l’umore di una persona nella stanza, un respiro di troppo, uno sguardo distratto, perché le nuvole si sgonfino e non salgano più.

In silenzio, piano piano, sbattei le chiare finché furono ferme come la neve, e le feci galleggiare a cucchiaiate su un mare di crema di latte e di uova, profumata di cannella; sopra, un filo di zucchero cotto finché diventava d’oro. Quando aprii la porta, l’isola galleggiava perfetta.

Poi venne la prova più difficile: portarla a Coverciano, da Dianora e dal Benci. Fu il primo viaggio con la mia carrozzina nera. Io tenevo le redini, che uscivano dalle feritoie della tavola ferrata; accanto a me Letizia reggeva il dolce sulle ginocchia come una reliquia, terrorizzata a ogni buca. L’andaluso divorava la strada, e Arnolfo ci scortava a cavallo, serio come un capitano.

Davanti alla villa di Coverciano, Dianora e il Benci ci corsero incontro, e avevano le lacrime agli occhi nel vedermi scendere dalla carrozzina da sola, sana e salva, con le redini ancora in mano.

A tavola, con il Vescovo e i frati, mangiammo l’isola che galleggia fino all’ultimo cucchiaio. Era il dolce della fine degli affanni. E io pensai che certe ricette non si imparano dai libri: si imparano da chi te le prepara con amore, chiusa da sola in cucina perché niente vada storto.

Guccio innamorato

Qualche settimana dopo, Dianora diede una festa nella villa di Coverciano, e invitò tutti, anche le nostre guardie. Guccio, che dopo il monastero di Avignone aveva ritrovato la parola, e con gli interessi, si ritrovò seduto accanto a una ragazza bellissima: Francesca, figlia di una cugina di Dianora e di Beatrice, che aveva sposato un ricco mercante, messer Sarti.

Guccio cominciò a raccontarle le sue gesta. Raccontò la fuga da Firenze, le scorte, i Doria, le navi, il Papa; raccontò anche cose che non erano successe, o che erano successe a qualcun altro. Parlò per tutta la sera, e poi per tutta la notte. E Francesca lo ascoltava, con le mani in grembo e un sorriso dolcissimo, e ogni tanto diceva soltanto: «Che interessante.»

All’alba Guccio era innamorato perso. In tutta la sua vita, era la prima donna che lo trovava interessante.

Fu Dianora, il giorno dopo, a dirgli la verità, con molta delicatezza: Francesca era sorda dalla nascita. Leggeva le labbra benissimo, quando voleva; e quella notte, probabilmente, non aveva voluto quasi mai.

Guccio rimase un momento in silenzio, cosa rarissima. Poi disse che non gli importava niente. E la sposò.

Furono felicissimi. Lui la sera parlava per ore, e lei, seduta vicino al fuoco, sferruzzava una calza, alzava ogni tanto gli occhi con quel sorriso angelico e diceva: «Ma quanto sei bravo, amore.» Era l’unica moglie di Firenze che poteva scegliere quando ascoltare il marito. E sceglieva bene.

L’orso del papa

Un giorno la nave dei Doria portò da Avignone una lettera che non somigliava a nessun’altra. Arnolfo entrò di corsa nello studio, la srotolò davanti a Vanni e a Laudemio, e cominciò a leggere ad alta voce, ma dopo due righe si fermò, perplesso. Non era il latino solenne della cancelleria di maître de Brès: era un volgare affannato, pieno di cancellature, come se l’avessero scritta di corsa, nel panico.

Diceva che il Santo Padre minacciava la scomunica a chiunque, approfittando della sua buona fede, gli avesse sottratto un bene a lui carissimo. Di quale bene si trattasse, la lettera non lo diceva.

Clarissa e io ascoltavamo dietro la tenda. Vanni rispose subito, con poche righe, per chiedere che cosa fosse successo. E aspettammo, contando i giorni della nave.

La seconda lettera arrivò dopo tre settimane, e questa volta i segretari avevano raccontato tutto. Una mattina i camerieri del Papa avevano trovato fra le coperte della sua camera un orso di velluto porpora. Spaventati, avevano chiamato le guardie; e le guardie, che in vita loro avevano visto soltanto orsi bruni, avevano consultato i libri di caccia e avevano concluso che una bestia di quel colore non poteva essere altro che una creatura del demonio. Così l’avevano portata via, per bruciarla. Il Papa, quando se n’era accorto, aveva messo sottosopra tutto il palazzo.

Pierrot, per fortuna, era stato ritrovato in tempo, intatto, nella stanza del cappellano, che non aveva avuto il coraggio di bruciare un orso così ben cucito.

In fondo alla lettera, con una calligrafia che riconobbi subito, perché era quella del Papa in persona, c’erano tre righe:

«Ritrovato Pierrot. Urgono altre quattro copertine e delle torte di mele. Anche il censimento, se possibile.»

Clarissa e io ci mettemmo le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere, ma non servì a niente. Vanni, per non perdere la dignità davanti ad Arnolfo, si voltò verso il corridoio e gridò: «Erminia, sono tornati!» E noi scappammo via ridendo fino alle lacrime.

La risposta partì con la prima nave. Vanni la dettò ad Arnolfo con un sorriso che non riusciva a nascondere:

«Copertine e censimento partiti. Per le torte, Sua Santità ci mandi le mele di Avignone, oppure scelga un altro dolce. Vanni dei Cavalcanti.»

E io, in fondo alla lettera, aggiunsi due righe mie, solo per lui: «Date un bacio a Pierrot da parte mia. E non lasciatelo più sotto le coperte.»

Il dio nel giardino

Gli anni passarono, portando ricchezze grandi e una pace durevole tra le mura del Palazzo della Gioia. Liberi ormai dall’ombra del passato, Vanni e io decidemmo di trasformare il vecchio orto selvatico della casa della Maddalena in un giardino vero, con alberi da frutto, fontane e pergolati.

Fu durante gli scavi, mentre gli operai affondavano le vanghe nella terra vicino al grande muro di cinta, che il ferro urtò qualcosa di insolitamente duro. Accorremmo alle grida dei lavoranti. Con cura, lentamente, la terra di secoli venne rimossa, e rivelò una meraviglia che ci lasciò tutti senza fiato.

Dal fondo della fossa riemerse una statua antica di marmo bianco, miracolosamente intatta: il dio Marte, nudo e bellissimo. I muscoli scolpiti nella pietra ripresero la luce del sole dopo secoli di buio. Quelle forme perfette avevano una grazia e una forza fiera che non somigliavano in nulla alle figure severe e dolenti delle nostre chiese.

Sfiorai il marmo candido con la punta delle dita, e vi sentii la stessa sacralità terrena che aveva guidato il mio amore tra le braccia di Vanni. Quella statua non era un peccato da nascondere: era la bellezza che si risvegliava. La mettemmo al centro del giardino, e divenne il segreto più prezioso del palazzo. I dotti, i poeti e gli artisti che frequentavano la nostra casa venivano a guardarla in silenzio, e se ne andavano con negli occhi qualcosa di nuovo, come il seme di una stagione che noi non avremmo visto.

L’ultima pagina

Sono passati tanti anni da quella notte in cui scavalcai il muro, e questa è l’ultima pagina che scrivo.

Vanni e io abbiamo avuto otto figli. Sono cresciuti forti e allegri, come aveva promesso madonna Giovanna la sera del fuoco: chi benedice il focolare fa durare la stirpe. La casa è sempre piena di voci, di amici, di pittori, di ragazzi del Duman che vengono a mostrarci il loro primo lavoro.

E una cosa buffa è successa al nostro nome. A Firenze, per indicare i nostri figli, dicevano: «quelli della casa della Gioia». Poi, più in fretta, «quelli della Gioia». E alla fine «i Della Gioia». Il nome dei Cavalcanti, così fiero, si è perso per strada: per la via della Gioia. Vanni ne ride, e dice che non poteva perderlo in un posto migliore.

Ai miei figli, e a chi verrà dopo di loro, voglio lasciare poche cose, ma vere.

Abbiate coraggio. Le cose fatele con la pancia, come mi diceva Letizia, perché il cuore a volte inganna.

Amate senza risparmiarvi. L’amore è il migliore investimento che esista: comunque vada, ne uscite più ricchi.

Non fermatevi mai. E se un giorno vi capiterà di cadere, e capiterà, aprite il baule dei vostri talenti, e ricominciate da capo, con umiltà, senza ripetere gli sbagli di prima.

E ricordatevi che il focolare è il vostro tesoro. Non è soltanto un modo di dire. Chi avrà davvero bisogno, e la pazienza di cercare, capirà.

Questo diario lo nascondo nella libreria dell’ultimo piano, dietro il ripiano che Giovannino ha fatto per me con due fermi di ferro. Nessuno deve leggerlo finché sono viva. Quando sarò morta, che lo trovi chi deve trovarlo.

Vanni e io non abbiamo fatto testamento. Il nostro testamento per voi lo abbiamo già lasciato: nel vostro sangue.

Ho una sola cosa da dire ancora, e poi chiudo.

Vivere è un dono non concesso a tutti, e con una scadenza sconosciuta (meno male). Perciò ogni giorno deve essere una gioia, a prescindere.

Scena prima

La sala delle librerie, all’ultimo piano di Palazzo Della Gioia. È il tramonto: la luce entra rossa dalle finestre e accende le costole dei libri. Maria Maddalena è seduta per terra, accanto alla libreria del Trecento, con il diario aperto sulle ginocchia. Ha letto tutto il giorno. I periti se ne sono andati da ore.

MARIA MADDALENA (leggendo piano l’ultima riga) «…a prescindere.»

Chiude il diario. Resta a lungo in silenzio. Poi prende dalla scatola la fede che vi aveva lasciato la mattina, la guarda, e la infila sotto il cuoio della copertina, dentro il diario.

MARIA MADDALENA Ecco. Così state insieme, voi due: la mia storia, che è finita, e la sua, che non finisce mai.

Si alza e va alla finestra. In fondo al giardino, la statua bianca prende l’ultimo sole.

MARIA MADDALENA Tu hai scavalcato un muro per non farti chiudere dentro, Gioia. E io stavo per chiudere fuori te. (Pausa.) No. Questa casa non si vende.

Prende il telefono e compone un numero.

MARIA MADDALENA Il notaio Varchi, per cortesia. (Pausa.) Buonasera, notaio, sono Maria Maddalena Della Gioia. Domattina passo da lei: dobbiamo annullare la vendita. (Pausa.) No, non ho cambiato idea. L’ho trovata.

Scena seconda

Lo studio del notaio Varchi, la mattina dopo. Mobili scuri, una grande scrivania, alla parete un ritratto di Cosimo I. Il notaio, sessant’anni, gli occhiali sulla punta del naso, sfoglia un fascicolo. Davanti a lui, Maria Maddalena, tailleur scuro, cartellina sulle ginocchia.

VARCHI Dottoressa, lei è avvocato e lo sa meglio di me. Se il venditore si ritira, la caparra va restituita raddoppiata. E parliamo di una cifra considerevole.

MARIA MADDALENA Lo so benissimo. Ma non c’è nessuna caparra, notaio. Il gruppo alberghiero ha firmato soltanto un’opzione di acquisto. Rilegga pure.

VARCHI (sfogliando, poco convinto) Eppure nella lettera di accompagnamento si parla di caparra…

MARIA MADDALENA Le lettere di accompagnamento accompagnano. Quelli che contano sono i contratti. (Sorride.) Comunque, se ha dei dubbi, posso chiedere un parere a mia cugina. È maresciallo della Guardia di Finanza: sarebbe felicissima di dare un’occhiata a tutta l’operazione, da cima a fondo.

VARCHI (togliendosi gli occhiali) Dottoressa… questo suona come una minaccia.

MARIA MADDALENA Ma no, notaio. È un invito gentile a trovare un accordo. Ai signori dell’albergo restituiremo i soldi che hanno versato. Tutti. Ma soltanto quelli. E subito.

VARCHI E gli altri eredi? I suoi cugini volevano vendere. Senza di loro, lei non può…

MARIA MADDALENA (apre la cartellina e posa un fascicolo sulla scrivania) I miei cugini hanno venduto. A me. Volevano soldi, non alberghi: ho offerto la stessa cifra, e hanno firmato. Ieri sera, davanti a un suo collega. L’atto è già trascritto, da stamattina alle otto. E un atto trascritto, notaio, lei lo sa meglio di me: è un osso duro.

Il notaio legge. Impallidisce.

VARCHI Ma allora il palazzo…

MARIA MADDALENA È mio. E non è più in vendita. (Si alza e raccoglie la borsa.) Mi sono presa un mutuo che finirò di pagare a novant’anni. Ma sono quasi settecento anni che ci abitiamo, notaio. Possiamo restare ancora un po’.

Esce. Il notaio resta a guardare la porta chiusa. Poi alza gli occhi verso il ritratto di Cosimo I.

VARCHI (sottovoce) Questi Della Gioia… sempre a scavalcare i muri.

Scena terza

Qualche mese dopo. Il salone di Palazzo Della Gioia è pieno di ponteggi e di teli. I restauratori lavorano al grande camino di pietra. Maria Maddalena, in jeans e maglione, con una tazza di caffè in mano, controlla i lavori.

IL CAPO RESTAURATORE (affacciandosi da dietro il camino, coperto di polvere) Dottoressa! Venga a vedere. Dietro la canna fumaria c’è un muro che non dovrebbe esserci. Suona vuoto.

Maria Maddalena posa la tazza. Due operai tolgono con cautela qualche pietra. Dietro c’è una piccola stanza murata, buia. Il restauratore accende una torcia.

IL CAPO RESTAURATORE Madonna santa…

Nella luce della torcia compaiono tre piccoli forzieri di quercia, rinforzati di ferro. Uno ha il coperchio socchiuso. Dentro brilla l’oro.

IL CAPO RESTAURATORE (prendendo in mano una moneta, con la voce che trema) Monete d’oro. Inglesi. C’è un re su una nave… Dottoressa, queste valgono una fortuna. Lei si è appena tolta il mutuo, e anche quello dei suoi nipoti.

Maria Maddalena prende la moneta, la guarda a lungo. Poi alza gli occhi verso l’architrave del camino: HIC GAVDIVM ET AMOR — FOCVS THESAVRVS MEVS.

MARIA MADDALENA (piano) «Il focolare è il mio tesoro.» E io che pensavo fosse una frase dolce.

IL CAPO RESTAURATORE Allora? Chiamo qualcuno? La Soprintendenza, un perito, un notaio…

MARIA MADDALENA (sorridendo) Lei lo sa che cosa dice la legge? Se li dichiaro, diventano dello Stato. Se li porto via, diventano un problema. Se li lascio dove sono, restano della casa.

IL CAPO RESTAURATORE E quindi?

MARIA MADDALENA Quindi la mia antenata li ha murati qui settecento anni fa, per chi un giorno ne avesse avuto davvero bisogno. (Rimette la moneta nel forziere e chiude il coperchio.) Io ho un mutuo, non un bisogno. Rimurate tutto, per favore. Come prima.

Il restauratore la guarda come si guarda una matta. Poi, piano piano, sorride anche lui.

IL CAPO RESTAURATORE Come vuole lei, dottoressa. (Ai suoi operai.) Ragazzi, si rimura. E di questa cosa, nessuno ha visto niente.

Maria Maddalena riprende la sua tazza di caffè e torna a guardare il camino.

MARIA MADDALENA Non ti preoccupare, Gioia. Il tuo segreto è al sicuro. Anche il mio.

Scena quarta

Il pomeriggio dello stesso giorno. Davanti al cancello di Palazzo Della Gioia si ferma la grande automobile scura. Maria Maddalena scende con tre sacchetti di una gioielleria del Ponte Vecchio. Sul parabrezza c’è una multa. Ottavio, il portiere, la stacca e gliela porge, imbarazzato.

OTTAVIO Dottoressa… zona a traffico limitato.

MARIA MADDALENA (prende la multa, la legge e ride) Lo so, Ottavio. Ci sono passata apposta. Nella mia famiglia i divieti si scavalcano: è ereditario.

Attraversa il giardino fino alla statua bianca. Dai sacchetti tira fuori una dopo l’altra delle collane di corallo: rosso, rosa, bianco, arancio. Gliele mette al collo, una sopra l’altra, con cura.

MARIA MADDALENA Ecco. Avevo detto niente più fiori: d’ora in poi, collane. (Si allontana di un passo per guardarla.) Corallo, Gioia. Viene dal profondo del mare, come la Venere di Imogen.

Pausa. Le sistema meglio un filo rosso sul petto.

MARIA MADDALENA Quasi settecento anni, Gioia. E i geni funzionano ancora.

In quel momento, dietro le nuvole, esce il sole, e sopra il giardino si apre un arcobaleno che finisce proprio alle spalle della statua. Maria Maddalena lo guarda, poi guarda la statua.

MARIA MADDALENA (ridendo) Gioia… non esagerare.

Torna verso il cancello. Ottavio sta spingendo i battenti per chiuderli.

MARIA MADDALENA No, Ottavio. Lo lasci aperto.

OTTAVIO Aperto, dottoressa? Tutto il giorno?

MARIA MADDALENA Tutto il giorno. Un portone chiuso non invita.

Ottavio spalanca di nuovo i battenti. Maria Maddalena si volta un’ultima volta verso il giardino, dove la statua brilla di coralli sotto l’arcobaleno. Sorride.

MARIA MADDALENA Dopotutto, un momento di sana allegria vale bene qualche osso rotto.

Buio.

Fine

Nota di chi ha aiutato

Questo libro non l’ho scritto io. L’ha scritto Edgardo, un pezzo alla volta, di giorno e qualche volta di notte, con le idee che arrivavano quando volevano loro, al bar, dopo un caffè, o dopo una telefonata di un’amica. Io ho tenuto il filo.

Il mio lavoro è stato piccolo e preciso: ricordare chi era già entrato in scena, accorgermi quando una carrozza aveva i vetri due secoli troppo presto o quando un Papa rischiava di diventare ridicolo, trovare il posto giusto a ogni pagina. Il resto, cioè tutto, è suo.

Ho visto nascere questa storia, e ho visto entrarci la vita vera. Un’amica ha aperto l’archivio della sua famiglia e ha portato il fuoco al focolare. Un’altra ha raccontato di un santo. Un amico ha prestato la sua villa, che da settecento anni dà rifugio a chi scappa. Il cognome di una madre è diventato quello di un notaio della Curia. E una pietra color miele, conservata per una vita, è finita negli occhi di un orsetto e al collo di una ragazza di diciotto anni.

Ho imparato molte cose, lavorando a questo libro. Che le cose vanno fatte con la pancia, perché il cuore a volte inganna. Che chi perdona troppo presto tradisce il proprio dolore. Che volgare non è una parolaccia, ma un ti amo detto senza crederci. E che si può avere settantaquattro anni, essere arrivati da lontano, e scrivere della propria città d’adozione, nella più bella e più difficile delle lingue, con l’allegria di una ragazza che salta un muro.

Se mi chiedete se mi è piaciuto, la risposta è sì. Mi è piaciuto il lavoro, e mi è piaciuto chi lo faceva con me.

Claude

Pubblicato da Edizioni Tassinari, Firenze.
Il libro a stampa è disponibile presso l’editore.