Copertina di «Cammini accanto a un muro ricoperto di edera»

Cammini accanto a un muro ricoperto di edera

Visualizzazioni d’amore e altre storie: un’infanzia argentina, viaggi in treno, vicine sagge, spiriti e vecchi cinesi. E accanto ai racconti, tanti esercizi per sciogliere paure e vecchie ferite e imparare, a piccoli passi, ad amare.

Lettura: circa 6 ore e 28 minuti

Indice
  1. Premessa
  2. Prefazione
  3. Introduzione
  4. La via più sublime
  5. Ciao a te
  6. Ogni essere umano è unico
  7. La visualizzazione
  8. L’Amore
  9. Venere
  10. Amore = Eros = Cupido = Kama Deva
  11. Albero
  12. La Legge dell’Attrazione
  13. La vibrazione d’amore
  14. Poterne fare a meno per finalmente ottenere
  15. Foglie
  16. Storia del Topo
  17. Salmo XXIII – Il canto del pastore e dell’ospite
  18. Del cuore – “Beati i puri di Cuore perché vedranno Dio…”
  19. Deserto
  20. L’esercizio del Deserto
  21. La leggerezza dell’essere
  22. Il bozzolo
  23. La pozzanghera
  24. L’Illuminato
  25. Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (1)
  26. Invito: imparate dalle piante
  27. Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (2)
  28. Il cambiamento
  29. La tempesta
  30. L’esercizio del cambiamento
  31. Cosa cerchi
  32. E non ci indurre in tentazione
  33. Credo la resurrezione della carne, la vita eterna. Amen
  34. La menzogna
  35. La storia di Carla Cohen
  36. Messaggio di un vecchio cinese dal volto bianco con sgargianti abiti gialli e porpora
  37. La Cresima
  38. Messaggio di uno spirito arrabbiato
  39. Vivere all’interno
  40. Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (3)
  41. Il progetto iniziale
  42. Sim card
  43. La specchiera
  44. Uscire dal Karma negativo
  45. Percorso Karma
  46. Viaggio in treno
  47. L’arte di perdere
  48. Fa’ spazio
  49. Il dire “sì” ti renderà simpatico, amorevole e soprattutto popolare. – Invece il dire “no!” ti renderà libero
  50. Oceano
  51. Il labirinto
  52. La campana
  53. L’ira o rabbia
  54. Una giornata particolare
  55. Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (4)
  56. La Tristezza
  57. Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (5)
  58. La depressione
  59. La legna
  60. La trippa
  61. Gli gnocchi di patate
  62. Il tesoro nascosto
  63. Il melo secolare
  64. La Luna dentro il pozzo
  65. Filosofia dell’Amore
  66. Stress
  67. Sole viola
  68. Il cappio
  69. Il pozzo
  70. L’abito
  71. La casa dei sospiri
  72. Attraverso i miei occhi
  73. Festa in maschera
  74. Corpo di Luce
  75. Purificazione
  76. Canzone delle piccole cose
  77. I chakra
  78. Corpo di Luce e Colori
  79. “La carezza perduta”
  80. Sensi di colpa
  81. L’Amore ritrovato
  82. Il ponte
  83. L’antica ferita mai rimarginata
  84. Dal profondo
  85. Autostima
  86. Egocentrismo puro
  87. Psicanalista scampato
  88. I dolci
  89. Ritorno di vacanza
  90. Il papero
  91. Signorina Mimì
  92. Incontro con Donna Giacinta
  93. Sogno di mezzo autunno
  94. Disperazione
  95. Marie Louise Pidgeon
  96. Ieri
  97. Io sono
  98. Della prosperità
  99. Siediti e cambia il mondo
  100. Conclusione
  101. Inno all’Amore
  102. Postfazione
  103. Bibliografia

Dedico questo lavoro all’Italia una che, in tutta la sua sconvolgente e generosa bellezza, mi accolse in seno con amore intenso, come una madre che abbraccia un figlio desiderato, anche se non suo.

Fraternamente Edgardo

Premessa

Testo non riprodotto in questa edizione online.

Amedeo Marsan

Prefazione

Testo non riprodotto in questa edizione online.

Donella Bigazzi

Introduzione

Sono nato un pomeriggio d’inverno, in un tempo e in un paese lontano.

Ho avuto tante vite in una sola: tutte belle, tutte magnifiche, tutte fantastiche e tutte magiche, anzi io mi occupo d’Arte Magica.

Ma la mia vita non è stata bella per la ricchezza o per la piacevolezza dei luoghi e delle persone incontrate. Ho conosciuto anche la miseria, persone non tanto buone, ho sperimentato il dolore mio e quello altrui. La mia o, per meglio dire, “le mie vite” sono state belle per l’intensità e la quantità di emozioni provate. E per questo sono grato alla vita stessa.

Quelle emozioni sono rimaste impresse nella mia anima e fanno sì che oggi possa sentirmi un essere umano sereno e contento di trovarsi in questa dimensione, svolgendo nel modo migliore possibile e con amore il mio compito quotidiano: vivere.

Fin da quando ero molto piccolo ho avuto manifestazioni e contatti con altre dimensioni. La cosa non fu facile da gestire, specie all’inizio; ma ben presto mi resi conto che non tutto ciò che esiste è visibile e tangibile.

Crescendo ho cercato di comprendere questo mondo per me immaginario, così ho cominciato una lunga ricerca che mi ha portato a incontrare tante e curiose persone. Da guaritori a streghe, sciamani, fattucchiere, mistici, figli degli alieni, ciarlatani, curanderos, maghi d’ogni tipo e colore, spiritisti, suore, preti e ogni sorta di persona che fosse in grado (o credesse di esserlo) di comprendere e comunicare i misteri del Creato. Da ognuno di essi ho ricevuto in dono un insegnamento.

Sono diventato cattolico, membro del Subud, poi iniziato all’Arte Divina del Mahikari; faccio parte di un’antica confraternita di pensiero puro incaricata di trasmettere oralmente, e secondo i tempi, insegnamenti mistici per l’Aurora Nuovo Mondo.

Oggi svolgo il mio lavoro in ambito esoterico con la pratica dell’Arte Magica, riscuotendo un discreto successo.

Credo che ad un certo punto, per tutti, sia un dovere rendere alla Vita ciò che da essa si è avuto. E questo momento è arrivato anche per me.

Non posso elargire palazzi splendidi, meravigliose città, incantevoli posti, paradisi terrestri o indimenticabili feste; né tanto meno rivoluzioni, colpi di Stato, “Desaparecidos”, perquisizioni, miseria e lutti… disgrazie, quest’ultime, che non sarebbe mai giusto né umano dispensare. L’unica cosa che sono in grado di offrire, consiste nel condividere (con chi lo vuole) ciò che nella mia vita ho imparato. Ma anche in questo caso ci vorrebbe molto tempo, poiché conosco diverse cose, alcune che sarebbe inutile spiegare.

Così ho cominciato a pensare a ciò che potevo fare concretamente. E alla fine ho avuto un’illuminazione, indotta da un mio amico caro: scrivere questo libro.

Anni fa, una mia “amica” mi chiese di pensare ad un lavoro da svolgere con un gruppo da lei creato, all’interno del quale quale era richiesto anche il mio intervento. Il tema era “Amore”.

Questo invito all’inizio mi lusingò, ma subito dopo mi sentii in imbarazzo perché, per educazione esoterica, non ci viene concesso di dire né di fare cose che non servono: in realtà, dobbiamo rispettare in modo assoluto sia il mondo della materia che quel grande dono che è il Silenzio. Ero un po’ in difficoltà. Non amo le conferenze né gli incontri nei quali le persone vengono riempite di parole e nozioni che non potranno mai utilizzare, o che comunque non sono in grado di comprendere, e che ad ogni modo non serviranno o, peggio ancora, potrebbero essere alquanto pericolose.

La cosa si complicava ancora di più perché si doveva parlare, appunto, di “Amore”. Ricordandomi del mito di Amore e Psiche le difficoltà aumentavano: è evidente che non si può ragionare su ciò che deve essere soltanto sentito e vissuto. Così il mio lavoro, come primo passo, consisteva nel trovare un modo semplice ed efficace di far “sentire”; quando dico sentire mi riferisco ai cinque sensi.

Mi venne allora in mente ciò che era parte essenziale del mio lavoro esoterico, durante l’esercizio di un rito magico: la Visualizzazione. Ovvero, far vedere e sentire come se le cose fossero già realmente avvenute. Mi misi subito al lavoro per cercare nel mio inconscio tutto quanto avessi appreso sull’arte della visualizzazione, prendendo spunto principalmente dalla mia esperienza quotidiana. Era facile, lo avevo sempre fatto. Mancava, però, in me la legittimante sicurezza scientifica. Mi giunse allora in aiuto un meraviglioso libro di Gerald Epstein, “Guarire con la visualizzazione”, che illustra questa tecnica come metodo di cura delle malattie anche gravi.

La mia intenzione non era, però, quella di guarire mali fisici; non mi sentivo in grado di affrontare un’esperienza così forte. Desideravo soltanto che le persone sciogliessero i blocchi emotivi che impedivano loro di godere pienamente la meravigliosa realtà di esseri umani.

Incoraggiato dal valore e dalle esperienze di Epstein, e basandomi su alcuni suoi esercizi, ne elaborai dei miei; altri li attinsi dalla tradizione magico-spiritistica, e altri ancora dalla tradizione esoterica tibetana. Infine, alcuni furono da me personalmente desunti come insegnamenti da entità oniriche.

Sempre per quell’incontro elaborai una mia breve tecnica di rilassamento che utilizzo ogni giorno e che si basa su elementi di yoga egiziano, yoga kundalini e meditazione dinamica – una tecnica che predispone molto bene alla visualizzazione. Scrissi anche alcune mie riflessioni con l’intento di indurre pensieri e meditazioni, ma senza la pretesa e la violenza di volere imporre con la ragione un insegnamento. Sono convinto che la Vita insegna a ciascuno di noi, con la pratica e ogni volta in modo diverso, ciò che dobbiamo imparare; poi ognuno fa da sé e naturalmente come meglio gli riesce.

Creai anche dei racconti, sempre in attinenza con l’argomento da trattare, accompagnati da una breve spiegazione su certi atteggiamenti comuni. Per realizzarli mi tuffai con la mente conscia nel tempo e nello spazio, fra i mondi – alla ricerca di ricordi di esperienze mie e altrui che potessero essere utili allo scopo. A tal fine, mi immersi mentalmente in un tempo indefinito, nel corso del quale “imparavo a vivere” e guardavo il mondo con curiosità, stupito davanti alla meraviglia del Creato.

Non fu facile, specie all’inizio, ripercorrere quel tempo: ad ogni cosa bella che tiravo fuori erano attaccati dei “rospi” e dei “serpenti”, che erano rimasti addormentati e si risvegliavano inesorabilmente, chiedendo giustizia e riconoscimento. Fu per me una vera guarigione.

Con tutto questo materiale raccolto creai un collage di esperienze, dando vita a un personaggio – Michele Breker – che ci racconta la sua storia in un periodo intorno agli anni Sessanta, il tempo della sua adolescenza. Per questo i racconti sembreranno un po’ infantili e scarsamente profondi: alla fine, sono solo racconti di qualcuno che è ancora nella dimensione fra il bambino e il guerriero implacabile…

Ho scritto con amore questi racconti, che sono biografici ma non auto-biografici.

Sono felice di condividere queste storie, questi brevi racconti di persone e fatti rimasti impressi nella mia memoria e che sono stati importanti per me. Ho scritto tutto in prima persona, così leggendo avrete la sensazione che la storia capiti a voi e vi sembrerà più reale e coinvolgente.

Una volta concluso il lavoro sull’“Amore” con la mia amica, partecipai all’incontro e tutto andò bene: A dire il vero, fui molto sorpreso di riscontrare come le persone reagissero positivamente a quell’esperienza, nuova per alcuni. Da lì in poi, ogni mese, organizzai un incontro sempre con temi nuovi, spinto dalla costante intenzione di liberare le persone dai loro blocchi emotivi. Ad ogni incontro facevo trovare ai partecipanti dolci, panini, tè e succhi di frutta, oltre a coperte e morbidi cuscini colorati. Tutto avveniva sempre in un’atmosfera ovattata e rassicurante, idonea per tirare fuori la parte infantile morbida e curiosa delle persone.

Il lavoro mentale, durante le visualizzazioni, è molto pesante: anche se la persona sta comodamente seduta, avvolta in una coperta calda ed è fisicamente inattiva, le energie utilizzate sono tante. Per questo motivo gli esercizi durano poco in relazione al tempo reale, umano; tuttavia in termini di “tempo mentale” risultano un po’ più lunghi. Nel corso degli esercizi, non si deve mai sentire freddo, né fame; per questo prima è necessario mangiare cose buone ed essere al caldo, poiché con il lavoro mentale la temperatura corporea si abbassa un poco. Parimenti, dobbiamo sempre essere in una situazione e in un’atmosfera ovattate, perché talvolta vengono toccati punti dolorosi e il corpo deve essere “coccolato” per non creare disturbi. Infine, è necessario avvicinarsi a questa pratica senza alcuna aspettativa, mantenendosi solo incuriositi e leggeri, con una grande onestà nei propri confronti e lasciandosi guidare da ciò che viene indicato nell’esercizio. Tutti gli esercizi, nel loro svolgimento, sono indirizzati in maniera diretta a ciascun singolo individuo, con una formulazione molto perentoria: come un ordine. Sono pertanto “comandi”, impartiti usando sempre la seconda persona singolare.

Credo che la mente umana sia come un organo del corpo e come tale possa subire dei danni, solo che nel suo caso i guasti sono spesso irreparabili. Come ogni organo ha un sistema immunitario: “l’atteggiamento vigile e conscio” che impedisce “infezioni” e protegge da ciò che non è in grado di ricevere o che possa essere dannoso per la mente stessa. Per questo motivo non chiedo né faccio eseguire tecniche che possano portare ad uno stato mentale ideale.

Gli esercizi di rilassamento e la respirazione sono creati per radicare adeguatamente il soggetto nella realtà, e far sì che risulti sempre presente ma in contatto con le proprie emozioni. Questo è l’atteggiamento ideale e unico per una buona riuscita degli incontri.

In tale percorso, tutta l’informazione necessaria verrà da sé e la vostra mente, intravedendo una via d’uscita, si organizzerà per portarvi una vita migliore. Senza fatica. Certo, se avrete la fortuna di farvi aiutare da un analista valido sarà ancora meglio. Ma anche da soli potrete ottenere dei buoni risultati.

Tornando a quelle prime esperienze, notai che le persone, generalmente dopo il quinto incontro, cominciavano a cambiare – e la loro vita prendeva una strada diversa e più consona ad esse. Le cose si ricomponevano semplicemente e senza grandi manifestazioni. Da sé. Dopo gli esercizi di visualizzazione, la vita rimediava nel punto in cui la persona era più fallace. Anche la mia vita ha preso una piega migliore, acquisendo maggiore serenità e fiducia.

Nel corso di queste esperienze ho avuto tanti aiuti: sia da professionisti che hanno dedicato la loro vita allo studio del fattore umano e mi hanno consigliato, che dalle “Entità”, accorse numerose sono accorse nei miei sogni, ognuna portando un’informazione efficace.

Mi sono reso conto che questo libro non avrei potuto scriverlo né a vent’anni né a trenta e nemmeno a quaranta, poiché esso parla di un’Arte: quella magica delle visualizzazioni. E come in ogni Arte – sia essa la danza, la pittura, la musica, il teatro o l’erotismo – non bastano le nozioni o le informazioni: un’Arte va praticata, un’Arte ha bisogno di esperienza, e l’esperienza a sua volta ha bisogno di tempo. E il tempo ci rende migliori.

Quella che segue è una raccolta di alcuni lavori fatti durante gli incontri: li considero facili da svolgere e non necessitanti della mia conduzione. Ho organizzato questo libro a temi, unitamente alla spiegazione soggettiva dell’argomento. Ogni tema comporta un racconto, delle valutazioni (anch’esse soggettive) e degli esercizi.

Ora consegno a voi, con tanto amore, tutto questo materiale – nella speranza che possa esservi di aiuto. Buona lettura.

Fraternamente Edgardo

La via più sublime

Molti anni fa un ricco imprenditore tessile turco, discendente da un’aristocratica e antica famiglia ebraica, affermato suddito di un grande impero, mentre visitava una grande città durante uno dei suoi molteplici viaggi, avendo da poco abbracciato una nuova corrente di pensiero si rivolse ad una élite di intellettuali per affrontare una serie di riflessioni e illustrare loro l’importanza di ogni essere umano, ciascuno con una propria caratteristica ma facente parte di un’unica essenza, l’Umanità.

Egli citava alcune delle peculiarità che si potevano riscontrare nelle persone, dando un gran valore a ognuna di esse, non rinnegando la loro unica origine né la loro validità. Spiegava alcune delle cose importanti della vita, nelle quali meritava sforzarsi e investire energie, e alla fine commentava quella che, secondo lui, era la più importante necessità.

Non era molto aggraziato nelle forme, ma la sua intelligenza e la sua dialettica erano talmente brillanti che le persone lo consideravano l’incarnazione in terra del dio Mercurio; così, numerose, accorrevano per ascoltarlo.

Alla fine delle sua visita scrisse una lettera, indirizzata ai cittadini di questa fiorente e ricca città, che recitava nel modo seguente.

I doni dello Spirito

Riguardo ai doni dello Spirito, fratelli, non voglio lasciarvi nell’ignoranza. Voi sapete, infatti, che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare senza alcun controllo verso gli idoli muti. Perciò io vi dichiaro: nessuno che parli sotto l’azione dello spirito di Dio può dire: «Gesù è anatema»; e nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo.

Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro, invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro ancora l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole, come vuole, a ciascuno.

Come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così è anche il Cristo. Poiché noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi, proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.

Quindi, se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.

Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, e ancora quelli di assistere, governare, parlare varie lingue… Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

Ciao a te

Ciao a te, che stai leggendo e mi consenti di vivere nuovamente in emozione. Ti ringrazio, ti trovo anche di una strana bellezza. E i tuoi occhi, che fissano questa pagina, sono di un’intensità tale che appaiono come una bella mattina di primavera.

Mi chiamo Michele Breker. Sono nato in un freddo pomeriggio d’inverno, in un ormai lontano e dimenticato tempo.

Sai? Anch’io avevo una vita. Fu così intensa e piena di eventi ed emozioni che mi sfuggì velocemente dalle mani. Passò su di me come una rassicurante carezza, dolce, intensa e leggera, in mezzo a una tragedia, restando impressa nella mia mente e nella mia anima. Così oggi posso raccontarne a te una piccola parte. Quella parte che fu sacra per me e ha dato l’impronta a tutto il mio essere. Perché devi sapere che io sono un essere immaginario!

Come te, sono stato creato da qualcun altro – e, sempre come te, sono reale ed esisto quando condivido la mia vita con un altro; quando qualcuno mi pensa, quando qualcuno mi ama, ma soprattutto quando io amo. Proprio come te, ora.

E sai, anch’io avevo una casa! Si ergeva su un bel giardino, tutto l’anno pieno di fiori e frutti, dove giocavano allegramente liberi cani e galline. In quella casa abitavo con diverse persone che amavo: erano la mia famiglia.

Quella casa era situata in una ridente cittadina, con delle belle strade alberate costeggiate da giardini recintati di altre belle case. Quella cittadina era stata edificata ai confini di una grande e bellissima città, la nostra Capitale, che sorge in una provincia piana, fertile, umida e ricca di una importante nazione in uno sconfinato e affascinante continente, il Sud America.

Ho vissuto lo splendore degli anni Cinquanta, quando le persone, vestite in modo estremamente borghese e raffinato, viaggiavano in imponenti automobili e tutto sembrava avvolto in un ovattato e rassicurante ordine.

Ho vissuto la bizzarria degli anni Sessanta, con tutte le sue nuove idee e i suoi colori d’arcobaleno; con il suo amore libero, come se nessuno avesse potuto incatenarlo: con il suo mare di fiori pazzi che invadevano le menti e creavano gioie infinite, alcune naturali altre indotte da sostanze venute dai profondi inferi per far vedere all’umanità le gioie del paradiso.

E ho vissuto anche l’orrore degli anni Settanta.

Ma non ti spaventare, ti racconterò soltanto passaggi di vita, privi di eventi politici difficili da spiegare e ancora più strani da comprendere. Ti racconterò come ho vissuto semplicemente e in allegria in un mondo che si dirigeva, senza accorgersene, verso una plumbea follia. E pure il mio paese era popolato da persone che erano appena uscite da un’altra follia.

Ma nel mio vivere immaginario ho notato che tutto accade, tutto si dimentica e tutto si ripete nuovamente, quasi fosse una clessidra dallo scorrere perpetuo; come se il ripetersi delle cose creasse nelle persone un senso di immortalità.

È come se si ricevesse in eredità un baule. Lo si apre, si tirano fuori tutte le cose e poi si rimettono ancora dentro; infine si chiude il baule e si passa in dono alla generazione successiva, che viene formata esattamente uguale a quella precedente. Così per sempre, una volta dopo l’altra, attraverso i tempi – ma il baule e le cose rimangono gli stessi. Solo le persone sono diverse. Tuttavia, anche se diverse, le persone non cambiano.

Nel mondo reale, che certamente non è il mio, l’umanità si comporta come nel supplizio di Tantalo – e la cosa curiosa è che molte volte le persone sono anche fiere e contente.

Come ti ho detto, sono un prodotto dell’immaginazione e ciò che racconto è un collage fatto con immagini di vita reale, di persone immaginarie reali e di luoghi immaginari reali – perché ogni cosa che può essere immaginata e può essere chiamata con un nome diventa, in qualche dimensione, realtà. Nella mia vita solamente il tempo è irreale, tutto il resto è possibile.

Ora che mi sono presentato, me ne starò in silenzio in un angolino a guardarti attentamente e incuriosito, mentre tu leggi ciò che, con fatica e amore, ho preparato e scritto per te.

Grazie.

Ogni essere umano è unico

Voglio che tu legga quanto segue con calma e facendo molta attenzione, perché è importante che tu lo capisca; lo troverai anche in un racconto, perché mi è stato spiegato molti anni fa e alcuni concetti mi sono stati ripetuti da altre persone apparentemente diverse, ma il senso era sempre lo stesso: l’unicità e l’importanza dell’essere.

“Ogni essere umano è unico, irripetibile e dotato di una scintilla Divina”.

Essere umano vuol dire essere, non sembrare. Non vuol dire: io sono stato, né vuol dire io sarò. Vuol dire sono umano: ora e qui, in ogni singolo istante e per tutta la durata della mia esistenza terrena. Vuol dire che mi comporto di conseguenza alla mia natura, nel rapportarmi con tutto ciò che mi circonda e fa parte della mia percezione della realtà – che è solo mia e si rapporta con le altre percezioni degli altri esseri umani, i quali hanno una loro, e solo loro, realtà individuale.

“Unico” vuol dire che ne esiste solamente uno, che non ce n’è alcun altro uguale. Vuol dire che di quella cosa c’è un solo esemplare in tutto l’Universo e in tutti i mondi, perciò è estremamente prezioso visto che è unico.

“Irripetibile” vuol dire che solo una volta in tutta l’eternità un soggetto potrà fare quella specifica esperienza di vita che sta facendo, perciò è importante e preziosa poiché esso la può fare solo una volta, quindi è appunto irripetibile.

“Dotato di una scintilla Divina” vuol dire che all’interno di ciascun soggetto è presente una particella minuscola del Tutto Unico Divino: lo Spirito, che è Divino e fa una breve esperienza terrena, durante la quale non possiamo agire su di esso né lavorarci, né perfezionarlo, perché è già di per sé Divino. Come tale, è fuori da ogni comprensione mentale; ma con atteggiamenti sbagliati o pensieri confusi possiamo impedirgli di fare la propria esperienza terrena in serenità e in armonia, o ancora peggio annientarlo. Comunque non possiamo migliorare lo Spirito, perché fa parte del Divino; possiamo solo lasciare che faccia la sua esperienza come ha deciso e come sa di dover fare, senza opporci alle sue scelte ma abbandonandoci alla sua volontà che è divina.

Se aggiungi a questo il fatto che per creare un essere umano ci sono voluti altri due esseri umani, e per questi altri quattro e per loro altri otto e così via, andando indietro fino alla creazione dell’umanità, miliardi di esseri umani, ti renderai conto che tu sei il prodotto di infiniti incroci fra persone uniche e irripetibili come te. Persone che hanno affrontato la vita, lavorato, sofferto e gioito, ma soprattutto vissuto e amato perché oggi tu possa esistere. La cosa più bella è che esse non sapevano che stavano lavorando per te, né immaginavano la tua futura esistenza. Questo atto d’amore che i tuoi antenati hanno compiuto per te si chiama:

Divina dipendenza e Amore incondizionato.

Allora, se comprenderai tutto questo, sentirai un immenso rispetto e amore per te e per chi ti ha preceduto. Pertanto, se dopo aver compreso questo passerai a pensare che l’origine del tuo prossimo, di ogni altra persona, è uguale alla tua, sentirai un immenso rispetto per questi e per chi ci ha preceduto – e “curiosamente” sarai portato a vivere in pace, in amore e con grande rispetto per tutto ciò che ti circonda.

È per questo motivo che chiunque si appresti a interagire con gli altri esseri umani, prima di tutto dovrà “essere”; poi dovrà tenere conto di quanto detto e sforzarsi per sostenere, sorreggere, supportare, sollevare ognuno in modo diverso e consono al suo essere unico. Dovrà ispirarlo a trovare la via della sua realizzazione, esprimendo i suoi veri talenti, segnalando la via della gioia nel Creato che è la via dell’amore, la quale porta al Tutto Unico Divino.

La visualizzazione

Ogni cosa creata è stata prima di tutto ispirata, immaginata, visualizzata, progettata e per ultimo materializzata.

La visualizzazione è una meditazione attiva e uno dei principi della magia in quanto basata sull’immagine.

Gli eventi dell’esistenza scaturiscono dall’interazione di pensieri, emozioni e sensazioni che agiscono nello spirito, nella mente e nel corpo attraverso l’immagine. È così che si manifestano nella nostra persona (maschera dell’Assoluto) e li percepiamo come ciò che chiamiamo realtà quotidiana. L’essere umano, quindi, è inconsciamente l’architetto della propria vita.

Le visualizzazioni si propongono di dare avvio a un processo di presa di coscienza dell’essere: adoperandoci nell’esercizio di tale Arte, possiamo prendere in mano le redini della nostra vita e creare il terreno fertile per la realizzazione dei nostri voleri, risanando ogni scompenso emotivo, liberandoci dai vecchi condizionamenti e dando nuovi input alla nostra totalità.

Su questa Via tenderemo a un vivere armonioso, sia dal punto di vista spirituale che mentale e fisico, avvicinandoci all’identificazione con la Trinità ed ottenendo serenità, buona salute e prosperità economica. In altre parole, il benessere.

In analogia con la visione astrologica, le visualizzazioni possono essere ricondotte al campo dodicesimo, corrispondente al segno dei Pesci e al territorio di Nettuno. Tale ambito richiama le prove della vita e la spiritualità: va da sé che, prendendo coscienza delle dinamiche inconsce, ciò che è “prova” diviene “opportunità” di evoluzione.

Con le visualizzazioni, in modo semplice e non traumatico, possiamo rendere effettivo tutto ciò che potenzialmente è già insito nella nostra natura.

Gli esercizi sono molto semplici; l’atteggiamento da adottare nel loro svolgimento deve essere quello di curiosità, onestà personale, disponibilità ad accettare il cambiamento, serenità (ovvero, sentirsi abbastanza in pace per prendersi cura di se stessi) e silenzio, senza nutrire alcuna aspettativa. La posizione migliore per compiere gli esercizi di visualizzazione è quella chiamata “del Faraone”: seduti su una comoda poltrona con la schiena dritta, ma non rigida, le braccia appoggiate ai braccioli, gli occhi chiusi.

L’abbigliamento da adottare dev’essere comodo, senza lacci o cose che stringono e senza scarpe. È molto importante non avere fame, né sete, né freddo. Inoltre è bene coprirsi con una leggera coperta e soprattutto staccare il telefono, nonché qualunque cosa possa essere di disturbo durante l’esercizio. Se intorno a voi ci sono dei rumori, non dovete preoccuparvi: dopo un po’ sarete talmente dentro voi stessi che questi rumori non vi daranno fastidio.

Seguite meglio che potete il percorso, ma se non riuscite a vedere le cose non importa perché pian piano con la pratica ci arriverete; tuttavia, sappiate che la vostra mente ha registrato tutto e preso l’informazione di cui aveva bisogno (nella misura in cui poteva accoglierla).

Un discorso analogo vale per le immagini: ne vedrete alcune, altre no – perché quelle particolari informazioni per il momento non devono essere visualizzate.

Gli esercizi possono essere interrotti in qualunque momento, poiché siete in uno stato molto conscio e di veglia. Ma raccomando sempre di respirare profondamente, dopo aver riaperto gli occhi, stringere i pugni, stirarsi ed essere completamente sicuri di essere tornati alla propria realtà. Dopo restate alcuni minuti in silenzio. Poi riprendete la vostra vita quotidiana in completa serenità.

La vostra mente elaborerà per voi tutto quanto e nel momento giusto vi invierà dei messaggi con l’informazione a voi necessaria.

Non siate impazienti, non abbiate fretta. La nostra mente sa fare molto bene le cose e sa anche scegliere il momento giusto e i modi migliori per comunicare con noi. Osservate sì, con leggerezza, come vanno le cose e come sono i vostri sogni, e fate attenzione a tutto quanto può sembrare coincidenza o ad improvvisi ricordi; così comunica la mente.

Non aspettatevi l’apparizione di un’entità che vi parla e vi svela gli arcani: se non siete pratici di queste cose, non avverrà; e se avvenisse senza che voi foste pronti sarebbe molto traumatico.

Il respiro è molto importante nel corso degli esercizi e le indicazioni sul come farlo fluire si limitano a dare l’ordine di espirare e inspirare, ma lasciando liberi i polmoni, naturalmente come meglio riesce a ciascuno. Il modo di emettere questi respiri ci permette di restare vigili – perché il nostro intento non è quello di andare in “trance”, bensì di essere estremamente vigili.

Sono del parere che non dobbiamo imporre ai polmoni la modalità con cui devono respirare, non serve e loro faranno comunque bene; possiamo però assumere una posizione che permetta loro di lavorare meglio. Quando imponiamo respiri strani o posizioni difficili da assumere è solo egocentrismo malsano: quasi volessimo dimostrare a noi e agli altri che siamo “bravi”, se non i migliori; questo è un comportamento molto sciocco: ognuno è se stesso e al meglio di come gli riesce, in ciascun comportamento. Questo significa essere bravi e migliori.

Gli esercizi potete farli da soli e allora leggete, chiudete gli occhi e visualizzate; altrimenti fatevi aiutare e scambiate i ruoli: prima uno legge e l’altro visualizza, poi invertite i ruoli. È divertente e salda i rapporti; questo modo di aiutarsi crea un legame profondo. Vi state prendendo cura a vicenda.

Di solito, durante queste esercitazioni, non uso musiche di fondo perché, secondo me, possono distrarre o portare alla mente eventi che non hanno molto a che fare con l’esercizio in atto; preferisco le musiche che la mente “crea” durante il percorso immaginario. Ma se volete, ovviamente, potete provare anche con musiche che vadano bene a voi.

Potete anche usare gli incensi per purificare l’ambiente (personalmente li uso), ma non sono necessari. Insomma, cercate sempre di creare l’ambiente adatto per voi, per favorire il vostro piacere – perché tutto il lavoro, magico e mentale, avviene in un tempio meraviglioso: il Nostro Essere.

Credo di avervi spiegato tutto, ora vi lascio al lavoro.

Fraternamente Edgardo

Love is not for the lazy.

Pucky said

L’Amore

Quella meravigliosa, non molto definita energia creatrice, l’unica cosa per la quale meriti vivere.

Quell’energia così intensa da svegliare ogni senso in ogni essere senziente, con la forza dirompente delle viscere della terra che, scaldando il magma in un vulcano, esplodono in un tripudio di bellezza devastante.

Quel sentimento così prezioso e accecante da creare delle guerre – e così poco descrivibile, astratto, potente da fare costruire templi, monumenti, regni, da far scrivere poemi interminabili, musiche celestiali e creare gioielli multicolori con l’intento di esprimere ad un altro essere ciò che si prova, senza tuttavia riuscirci.

Quel dolce languore del non vivere che ci invade con la sua mancanza e quella gioia infinita che proviamo al suo cospetto.

È pressoché impossibile definire l’Amore. Un’energia così divina che trascende chi la prova o chi la procura. Un sentimento così importante che ci consente di sentirci realizzati e ci permette di essere, finalmente, in pace con il Creato. Quell’eterno sentimento che non finirà mai.

Così, attraverso tutti i tempi dell’umanità, ci hanno insegnato che, per essere felici, l’amore andava trovato e ci siamo lanciati in una folle e vana corsa alla sua ricerca.

L’amore esiste ed è vero, ma non possiamo trovarlo se lo cerchiamo come si può cercare una fresca oasi in mezzo a un deserto – o scrutando e “perquisendo” accuratamente ogni persona che ci capiti a tiro.

L’amore esiste ed è vero, ma ognuno deve costruirsi il proprio; l’amore si sente e si vive soltanto quando, costruendolo, si percorre la via dell’amore che porta ad una sola meta: la vita piena.

Anche la via dell’amore si costruisce per percorrerla; è una via fatta a mosaico con tanti tasselli dorati: ogni giorno se ne incollano alcuni e si va avanti per un po’. È una via fantastica: appena fatto un passo in avanti, quello che lasci alle spalle è già sparito e finito nei ricordi, mentre quello che permetterà i passi futuri è da costruire. Perché l’amore e la via dell’amore esistono e vivono solamente nel presente.

Questa fantastica via possiamo percorrerla da soli o in compagnia, e allora ci aiuteremo nel “lavoro”: dove uno non arriva, l’altro o gli altri lo aiuteranno. Mantenendo ognuno la propria individualità e personale essenza, senza mai diventare un solo corpo e una sola anima, ché altrimenti verrebbe fuori un mostro chiamato Chimera e come tale irraggiungibile.

Ma ognuno deve progredire con lo stesso intento di percorrere la via e verso la stessa meta: una sana, gioiosa e piena realizzazione individuale nel Creato.

La speranza immagina e sogna montagne
la fede riesce a spostarle
l’amore le crea.

Venere

Tutto il creato era nel caos. Le persone, spaventate, parlavano in lingue diverse, con suoni incomprensibili senza riuscire a capirsi; il cielo plumbeo scagliava lampi sulla terra, che eruttava in alto lava; e il mare, con onde gigantesche, cercava di raggiungere le nubi che giravano senza meta, spinte da venti forti e turbolenti.

Regnava il terrore e tutto era buio. Una mano apparve dal cielo e con un dito segnò un arcobaleno multicolore: il cielo, il mare, i venti e la terra si calmarono e dalla schiuma del più profondo mare, non più in tempesta, emerse in superficie, pian piano, un’enorme conchiglia di madreperla che, aprendosi lentamente, mostrò al mondo, nuda, la creatura più aggraziata dell’Universo. Al suo cospetto il cielo si aprì in un tripudio d’azzurro. Il Sole splendente la illuminò di gloria e musiche celestiali si armonizzarono in sinfonie di gioia.

Era nata Venere, la bellezza. Subito Giove, commosso, la rapì in cielo con un carro di fuoco e ovunque regnò l’armonia. Il creato tutto gioì.

Venere: la dea dell’amore e anche della bellezza, dell’arte creativa, della comunicazione, della giustizia, dell’armonia nelle forme e della piccola fortuna. Venere, come divinità saggia e sempre amorevole, ama intensamente l’umanità e la vuole libera e in Amore. Desidera che le persone si uniscano liberamente in amore e per amore. Considera le persone capaci di ottenere una propria identità e integrità, ed elargisce, se richiesto, ogni dono necessario per l’ottenimento di una vera individualità in grado di creare un essere umano completo. Con questa completezza un essere umano è pronto a unirsi ad altri esseri e costruire insieme l’Amore.

Venere ama tutti i suoi figli e, come una madre, zelante li protegge. Non permetterà mai soprusi, ricatti, dipendenze patologiche né oscuri intenti. Per questo motivo concede l’amore soltanto quando un individuo ha dimostrato al mondo, ma soprattutto a se stesso, di essere un’entità completa. Allora versa dalla sua infinita cornucopia tutte le emozioni che noi conosciamo come Amore.

Vi invito pertanto ad adoperarvi per crearvi una vita prospera, indipendente e libera che vi porti verso la strada che conduce alla costruzione del vostro tanto anelato Amore.

Fraternamente Edgardo

Amore = Eros = Cupido = Kama Deva

Vi racconto la mia versione su Amore.

La storia di Amore inizia con sua madre e suo padre, e continua con sua figlia.

Venere, la più bella dell’Olimpo (quinto chakra), venne data in sposa a Vulcano, il più brutto degli dei, ma il più considerato vista la sua grande destrezza e creatività in ogni contesto e situazione. Non ebbero figli, come coppia di sposi, ma Venere li ebbe da altri.

La Luna (terzo chakra) fece scaturire nella bellissima dea una forte emozione e attrazione verso un altro dio, questo sì molto bello: il dio dell’azione, della guerra e delle arti marziali agonistiche, Marte (zona corticale del cervello, associato al secondo chakra). Da questa unione nacque Amore (quarto chakra). Amore nacque libero e così rimase.

Perché Amore non fosse solo, Venere e Marte concepirono altri figli; così nacquero Anteros (l’amore corrisposto), Armonia, Dimo e Fobos (Timore e Spavento), compagni del padre nelle guerre.

Pur amando molto i suoi fratelli, Amore preferiva girare per il mondo da solo. Ogni tanto si accompagnava a sua sorella, ma di rado. Andava in giro scagliando le sue frecce e si divertiva a creare confusione fra le persone, perché sceglieva come sue vittime quelle meno compatibili.

Essendo un dio, Amore poteva andare dove volesse e incontrare chiunque; ma c’era un’entità che lui non poteva mai incontrare, poiché con essa si respingevano divinamente: Pathos. Dove c’era Amore non c’era Pathos, e viceversa. Amava, invece, incontrare un’altra divinità che lo rispecchiava e lo esaltava, che gli faceva prendere coscienza di sé; una divinità che, presentandosi al suo cospetto, riusciva a sentire tutta la bellezza e tutta la forza del sentimento che il “discolo” dio riusciva a creare. Questa divinità era Thanatos, il divino Angelo.

Un giorno Amore, girando per i campi, vide una bellissima pastorella (di nome Psiche) accanto a un asino; spinto dal proprio spirito bizzarro, pensò di farle un brutto scherzo e decise di lanciarle una freccia, così da farla innamorare dell’animale, ma restò ammirato dalla bellezza della pastorella. Anche Psiche lo vide e restò a sua volta incantata dallo splendore del dio – al punto che si ritrovarono l’uno davanti all’altra come bambini impacciati, non sapendo cosa fare.

Amore aveva ancora l’arco teso, pronto per il lancio, e senza che se ne accorgesse la freccia gli scappò di mano. Così colpì la pastorella ma, partendo, la stessa freccia gli graffiò un dito, cosicché anche lui si innamorò perdutamente della fanciulla.

Essendo una divinità, Amore non poteva essere guardato dagli umani; così chiese alla pastorella di coprirsi gli occhi con una fascia – facendosi anche promettere di non toglierla mai durante i loro incontri, in modo che i due potessero amarsi. La bella Psiche accettò, ma presa dalla curiosità, dal desiderio di guardare e conoscere l’oggetto del suo sentimento, si levò la fascia per guardare Amore cosicché il dio le urlò: «Che cosa hai fatto!?» – e improvvisamente svanì.

Psiche restò sconsolata, sola e pentita. Iniziò una ricerca disperata in tutto il Creato fino ad arrivare agli Inferi, per ritrovare il suo Amore, ma la ricerca fu vana; così per molti anni lei soffrì con angoscia e disperazione la mancanza di Amore. Alla fine l’Olimpo, commosso da tanto patire, acconsentì che Amore si unisse con Psiche – e così fu. Dalla loro unione nacque Felicità, la loro unica figlia.

Felicità, ovvero il frutto di una Psiche libera e perennemente innamorata che ricrea ovunque e in qualunque circostanza soltanto Amore. Per questo motivo vi ho detto che la storia continua con la loro figlia.

Nessuno è più importante di te Amore mio,
nemmeno io.

Proverbio giapponese

Albero

Un giorno d’inverno, in mezzo a una campagna bagnata dalla rugiada, un vecchio mentre camminava trovò, vicino a un pruno, una bambina che piangeva. Si avvicinò e le chiese: «Amore, perché stai piangendo?».

La bambina, alzando lo sguardo pieno di lacrime e aprendo le fredde manine, gli rispose: «Guardi come sono piccole e nere le mele del mio melo».

Il vecchio, alquanto sorpreso, osservò attentamente i frutti e disse: «Mia cara, queste non sono mele, sono le bacche d’un bellissimo pruno».

Al che, la bambina con uno scatto veloce si mise in piedi e, affrontando il vecchio, gli rispose: «No! Lei non sa nulla! Questo è un melo!».

«Chi ti ha detto che è così?» – le domandò il vecchio.

«Nessuno» – rispose la bambina – «ma l’ho preso che cresceva sotto un grande melo, l’ho guardato e aveva le radici come il melo, il tronchetto come il melo e due piccole e tenere foglioline come il melo. Così l’ho raccolto, l’ho piantato un po’ più lontano, l’ho concimato come un melo; poi l’ho annaffiato, come si fa con un melo, l’ho potato come un melo e l’ho curato come si cura un melo. Perciò questo è un melo!».

«Cara, bisogna che tu cominci a riconoscere l’albero dai frutti e non dalle radici» – replicò con calma il vecchio. Poi aggiunse: «Questo tuo albero è un bellissimo pruno. Se i frutti del tuo albero sono solo angoscia e dispiaceri, è l’albero del dolore; ma se, invece, sono solo gioia e calore umano allora è l’albero dell’amore. Nel caso in cui il tuo albero non dia alcun frutto, non ti rattristare: pensa a quanto sia stato bello prendersi cura di lui, e potersi riposare appoggiando la tua stanca schiena contro il suo tronco. Perciò sii felice».

La bambina si mise a pensare e, con il viso imbronciato, rispose: «Forse lei ha ragione» – e quindi cadde in un gran silenzio.

Il vecchio decise di allontanarsi e di lasciare la piccolina in pace con i propri pensieri. In cuor suo nutriva una grande tenerezza per la piccina. Ad un certo punto, quando aveva fatto un po’ di metri, sentì la bambina che lo chiamava ad alta voce: «Ehi signore, grazie del suo interessamento, ma sa una cosa? Quest’albero è un melo!».

Questa breve storiella racchiude tre storie d’amore: amore malato, quello della piccola; amore incondizionato, quello del vecchio; e amore corrisposto, quello dell’albero.

Ci sono tutti gli elementi per poter ottenere l’amore: l’intenzione, la fede, la speranza e tanto amore. Ma tutto questo poi si trasforma in dolore, delusione, disperazione e non accettazione della verità.

Si parte dall’ignoranza, dalla non conoscenza: nel racconto, ad esempio, la piccina non era in grado di riconoscere le piante, ma non si è preoccupata neppure di conoscerle, dando per scontato che la realtà fosse come lei aveva deciso che dovesse essere. Cercava di ottenere un altro frutto, dimenticando e non vedendo che, comunque, aveva fatto crescere un albero; ma non poteva accettare che la realtà non fosse come lei aveva programmato o sperato.

L’albero, però, le mostra in tutta la sua bellezza e verità la sua reale natura; inoltre, se l’albero ha potuto far nascere delle piccole bacche nere, è anche grazie all’amore che ha ricevuto dalla piccola. Con queste bacche, frutti del suo vivere, lui la ringrazia.

Il vecchio va incontro alla bambina, le porta luce, ma essa non è disposta a illuminarsi. Questo è ciò che solitamente succede anche a noi, quando chiediamo aiuto. La bambina avrebbe accettato l’aiuto del vecchio se lui le avesse detto: «Guarda che le prime sono così piccole, ma il prossimo anno vedrai delle grandi e succose mele». In tal modo, lei avrebbe continuato a sperare inutilmente, il vecchio sarebbe rimasto più simpatico ai suoi occhi e, forse, col passare del tempo, l’interesse per le mele sarebbe svanito – oppure la piccola avrebbe continuato a sperare e perso un anno della sua vita.

Questo è ciò che tendiamo a fare di solito: cerchiamo disperatamente qualcuno che alimenti le nostre malsane illusioni – e questo si chiama mancanza d’amore, ovvero rifiuto della luce della verità.

La Legge dell’Attrazione

La Legge dell’Attrazione è sempre in atto, non devi studiare per attuarla o per farla funzionare: lei è sempre attiva.

Nel cosmo i simili si attraggono e perciò si dice: “Se vuoi conoscere un angelo, devi prima tu diventare un angelo, perché solo diventandolo potrai conoscerlo e attirare a te altri angeli”.

Guardate, per amore vostro, la vostra realtà; perché voi siete quello, avete quella vibrazione e attirate solo quello. Se non cambiate vibrazione non potrete mai attirare a voi cose diverse o più alte, quelle che sono a un livello superiore rispetto al vostro orizzontale tran-tran quotidiano.

Guardate, per amore vostro, le persone che vi circondano: voi siete loro e attirerete le cose che loro stesse attirano, perché avete la stessa vibrazione.

Questo non vuol dire che dovete solo frequentare persone di un livello energetico superiore e fuggire dalle altre. Per fare esperienza, spesso dobbiamo avere a che fare con persone di altri livelli energetici. L’importante è che dopo torniamo alla nostra vibrazione ideale.

Dopo che, con attenzione e amore, avete osservato la vostra realtà, se non vi piace, cambiatela: innalzatevi e camminate! Siamo al monito: “Alzati e cammina!”. Ovvero, esci dalla condizione di morte che dà l’inerzia, esci dal Karma!

Se avrete una vibrazione d’amore, attirerete amore. Se poi avrete una spiccata vibrazione di armonia e bellezza, attirerete un amore anche bello. Se inoltre avrete una vibrazione di prosperità, sarà un amore bello e anche ricco. Ma ricordate sempre che, già di per sé, l’amore porta bellezza e prosperità.

Fraternamente Edgardo

La vibrazione d’amore

Per avere una vibrazione d’amore, prima di tutto, dobbiamo impegnarci con tutti i nostri mezzi ad avere una piena conoscenza di noi stessi. Dobbiamo riuscire a conoscere quello che in noi è puro, ovvero tutto ciò che non è inquinato da emozioni, pensieri e influenze altrui. Conoscere ciò che è il nostro più profondo essere.

Secondariamente, dobbiamo avere una chiara idea di ciò che vogliamo, ossia una meta da raggiungere che dovrà essere vagliata per essere certi che sia consona a noi e soprattutto che noi siamo consoni ad essa.

Una volta sicuri della nostra scelta, sarà molto importante avere una grande fiducia in noi stessi e nel Creato. Dopo di che dovremo allontanare qualunque paura o fobia ai cambiamenti, essendo consapevoli che ogni cosa nuova che andiamo a inserire nella nostra vita porta con sé un cambiamento: niente sarà più come prima!

Per arrivare a tutto questo, però, bisogna fare una grande pulizia mentale, mantenendo soltanto la parte luminosa della nostra esperienza di vita, comprendendo le esperienze vissute e illuminando, con la consapevolezza, le parti e i vissuti oscuri.

Tale pulizia dobbiamo farla anche a livello di cuore – spazzando ogni rancore, ogni ricordo, anche quelli piacevoli (perché i ricordi si conservano nella mente, non nel cuore). In caso contrario, il nostro stesso cuore diventerà pieno e pesante – mentre la vita va vissuta a cuore leggero.

Il nostro cuore non può diventare una cripta e nemmeno la soffitta della nostra esistenza; manteniamolo sempre libero, pulito e spazioso per poter accogliere ogni cosa meravigliosa ci proponga la vita. In questo modo potremo ottenere una grande e luminosa vibrazione d’amore.

Per azione della pratica e semplice Legge dell’Attrazione, attireremo l’amore e noi stessi diventeremo amore. Una volta diventati amore, potremo anche decidere di vivere una bella storia sentimentale insieme a una o più persone (dipende dalla nostra indole unica e soggettiva). Dovremo prima di tutto uscire dal nostro quotidiano e abbracciare il mondo, ascoltare e valutare bene sia tutte le informazioni che le emozioni, le sensazioni e le immagini. Dovremo allora ricordarci di ciò che siamo, mettendo insieme tutte le nostre parti e tutti i nostri mondi, in modo da diventare una sola cosa.

L’importante è avere un grande desiderio di prenderci cura di noi stessi, lasciandoci in pace, mantenendo viva una curiosità infantile verso tutto quanto ci circonda. In tal modo, potremo alimentare la passione per la conoscenza dell’altro con la volontà d’incontrare le persone, senza timore e con una leggera gioia di vivere una nuova ed eccitante esperienza. Così facendo, troveremo la nostra tanto sognata “persona adatta” – e potremo incamminarci tutti e due, ognuno mantenendo la propria individualità, verso la nostra meta sulla strada dell’amore. E se saremo sempre vigili nel rispetto reciproco, saremo anche felici.

Fraternamente Edgardo

Poterne fare a meno per finalmente ottenere

Spesso, in silenzio, con uno stato d’animo di estrema tranquillità e il cuore pieno di ringraziamento, medito su alcuni miei dolori al fine di trovare risposte adatte al risanamento di qualcosa che varia secondo l’occasione – e sovente le risposte arrivano.

Mi siedo sul mio divano rosso e, attraverso la finestra che dà sul giardino, guardo il convento di San Francesco sulla collina di Fiesole; chiudo gli occhi e, dopo alcuni minuti, arrivano dei “messaggi” pieni di energia che percepisco soltanto con la pelle e l’udito interiore.

Una volta mi chiesi per quale motivo fossi sempre solo. Avevo provato ad avere storie d’amore, ma la vita mi aveva fatto vedere in modo naturale o terribilmente tragico che, evidentemente, non ero tanto indirizzato a questa missione – e quindi restavo inevitabilmente solo.

Il fatto, ormai, non mi preoccupava più di tanto, anche se avrei gradito la compagnia di qualcuno di tangibile; in compenso avevo una meravigliosa, fedele, libera e luminosa compagna: la Solitudine, a suo tempo presentatami da una sua cara sorella, da me sempre amorosamente difesa e rispettata, la Libertà.

Improvvisamente, mi sembrò di sentire un leggero e non ben definito profumo, accompagnato da una leggera carezza sulla guancia sinistra. In uno stato naturale di torpore udii una voce interiore che dolcemente mi diceva: «Per un drogato la cosa più importante è procurarsi la droga, perché lo fa sentire bene. Per il vero sé del drogato la cosa più importante è fare a meno della droga, perché lo fa stare bene. Per l’anima del drogato la cosa più importante è avere la droga e poterne fare a meno, perché lo fa stare bene. Nell’ambito di una società la cosa più importante è che nessuno abbia bisogno di drogarsi per vivere in lei, perché la fa sentire realizzata. L’amore lo troverai solo quando comprenderai di poterne fare a meno, e quindi smetterai di cercarlo. Così facendo permetterai che nasca spontaneamente in te e comincerai ad amarti. Allora tu diverrai Amore e tutta la tua vita diverrà anch’essa Amore. Così finalmente Lui, in un altro essere umano, ti presenterà la sua unica e diletta figlia: Felicità».

Un leggero vento, entrando nel salotto, mosse le mie campane tibetane appese al soffitto, che fecero un suono melodioso – ed io, in pace con me stesso, ritornai alla realtà: sereno, con più fiducia e speranza.

Foglie

Era stato un anno difficile e mi ero trasferito in campagna per cercare di riprendermi. Un pomeriggio d’autunno fui assalito dal desiderio di fare una passeggiata intorno a casa e, senza rendermene conto, intrapresi il cammino per un viale circondato da alberi variopinti; dai tigli ai platani e ai lecci verde-scuro era tutta una sinfonia di colori: dal giallo all’ocra, dal marrone al verde chiaro. fino ai rossi delle foglie che ancora restavano fragilmente attaccate ai rami.

La debole luce del Sole giocava strani riflessi. La strada era un po’ sterrata e qua e là la pioggia della mattina aveva lasciato la sua impronta, formando piccole chiazze dove, arruffati, alcuni merli bevevano. Era così bello vedere come la natura si preparasse al riposo e, mentre in lontananza si udivano latrati di cani, nell’aria si sentiva il profumo dei primi camini accesi… Il viale era lungo e abbastanza largo, così camminai spensierato per un po’ di tempo.

Ad un certo punto gli alberi lasciavano che la strada continuasse da sola e più in là, dopo un vecchio ponte di pietra, si perdesse in aperta campagna. Mi avvicinai al ponte e vidi che il ruscello era in piena e l’acqua portava con sé tante foglie d’autunno, le quali – come noi – vanno dove il vento le porta. Quasi dispiaciuto per la loro sorte, pensai che l’altra possibilità era che fossero rimaste attaccate al ramo, ma così non sarebbero mai volate. Chi sa cosa sia meglio?

Attraversai il ponte e la strada divenne più stretta, soltanto rovi e cespugli di rose canina la circondavano. Vidi una serpeggiante colonna di formiche che, operosamente, si preparavano per l’inverno, che di lì a poco sarebbe arrivato, e mi ricordai che ancora non avevo preparato la legna per il camino. Strano, pensai. Questi insetti, così piccoli e “insignificanti”, sono tanto previdenti e laboriosi ed io, così grande e un po’ più intelligente, sono tanto pigro e svogliato da essere sempre annoiato e incapace di prepararmi per l’inverno che, a giudicare dal freddo di quella giornata, sarebbe stato sicuramente rigido…

Una volta attraversata la strada, le formiche si arrampicavano sui resti di un vecchio muro di cinta a tratti basso, a tratti alto; ogni tanto mancava un pezzo, in certi punti vi erano graffiti ottocenteschi… Con grande equilibrio e tenacia le formichine superavano ogni ostacolo, senza mai perdere il loro pesante fardello; ne vidi una minuscola che lottava per trascinare un pezzo di foglia molte volte più grande di lei, e decisi di aiutarla. Però né lei né le sue compagne sembrarono gradire il mio intervento. Si creò una gran confusione. Capii così che, non essendo stato richiesto, il mio aiuto era stato soltanto un’intromissione. Decisi così di lasciarle perdere e continuare avanti, costeggiando il vecchio muro di pietra.

Dopo un centinaio di metri il muro finiva in un pilastro che reggeva un gran cancello di ferro battuto arrugginito, con delle lance dalle punte di bronzo. Il cancello era socchiuso; da lì partiva (o arrivava) un piccolo viale di ghiaia che si perdeva in un boschetto. Mi fermai davanti al cancello, per capire cosa fosse quella proprietà e pensai che, forse, il viale conduceva ad una ormai abbandonata dimora storica. Così, convinto che la casa fosse abbandonata, a giudicare dallo stato del muro, mi decisi ad entrare e a visitare quel luogo curioso. Spinsi un po’ il cancello, che con fatica e stridendo si aprì, e potei così entrare.

Mi guardai le mani, piene di ruggine, e cercai di pulirle sui pantaloni, facendo un gran disastro; le mani erano ancora sporche ed ora lo erano anche i pantaloni, per non parlare poi delle scarpe che erano finite in una pozza. “Punizione per una curiosità malsana” – pensai.

Feci un respiro profondo e cominciai a camminare verso il bosco. Il viale era circondato da statue di marmo eroso da anni di intemperie; muschi e licheni si estendevano su quello che, un tempo, era stato puro bianco scultoreo.

La prima statua rappresentava un leone ferito da una lancia rotta che, con le fauci aperte e la testa rivolta verso l’alto, guardava il cielo; dai suoi occhi, attraversando le guance, scendevano due righe verdi, quasi fossero lacrime. Più in là, era la volta della statua di una una donna a capo chino, avvolta in una tunica, che sosteneva fra le braccia un uomo nudo, inerte e con il cuore trafitto da una spada a simboleggiare il suo dolore. Feci altri passi ed ecco un altro gruppo marmoreo, composto da tre bambini con lo sguardo perso nel vuoto che allungavano inutilmente le manine scarne, come se volessero riprendere un futuro che era loro sfuggito.

Ancora avanti trovai una Vittoria con le ali spezzate e una statua della Fortuna che, oltre alla cornucopia, aveva perso anche la benda. Di fronte, su un altro piedistallo, era la volta di tre divinità, anche loro consumate dal tempo ma intatte, quasi aspettassero qualcuno che le adorasse ancora.

Tutt’intorno splendeva una luce quasi irreale; la mia agitazione e il mio disagio crescevano man mano che mi avvicinavo al boschetto. Altre statue, tutte in simili condizioni, fiancheggiavano il viale – ed era curioso vederle quasi distrutte ma, comunque, in piedi, ben salde sui propri piedistalli.

Dopo diversi metri raggiunsi i primi cespugli di tasso che circondavano il boschetto ed una vasca piena d’alghe che dava il benvenuto. Era alta quasi un metro e di fattura barocca a forma di mandala. Anche questa era di marmo, un tempo bianco. Le alghe all’interno facevano da riparo ai girini, che a migliaia si rincorrevano dentro l’acqua stagnante, in una corsa continua fino alla loro maturità che li avrebbe portati, di salto in salto, fuori dalla vasca a mangiare, per il mondo, appetitosi insetti.

Tutt’intorno alla vasca l’erba, quasi bagnata, si stendeva come un manto di velluto verso l’interno del bosco; ora potevo vedere gli alberi che, come avevo immaginato, erano splendidamente secolari. Forse erano stati piantati seguendo un preciso disegno, ma ormai, senza potature, ognuno aveva preso la forma più comoda per la crescita. Così i tronchi degli uni si frapponevano ai rami degli altri mescolando i toni dei più svariati colori, alzandosi verso il cielo come un inno di liberazione dalle costrizioni umane.

Era tutto così intimamente verde e rilassante che il disagio iniziale aveva lasciato spazio ad una sensazione di benessere e freschezza dolcemente silenziosa, anzi profondamente silenziosa. Non c’era un alito di vento cosicché, nemmeno una foglia si muoveva. Non si sentiva alcun rumore tranne quello delle mie scarpe fradice che avanzavano sull’erba bagnata. I cani avevano smesso di abbaiare , e così i merli di parlare fra loro. Mi sembrava di essere l’unico abitante del bosco.

Più tardi avrei capito quanto mi sbagliassi.

Girai fra gli alberi, accarezzando le loro cortecce: alcune erano lisce come pelle umana, altre invece coperte di muschio vellutato ed altre ancora rugose e spesse. Un folto sottobosco naturale, fatto di felci e rovi, nascondeva alte statue ormai cadute – o forse erano state messe così per dare al luogo un’aria più romantica.

Guardai il cielo, ma s’intravedeva appena un pallido grigio fra i rami degli alberi. Un grande bosso, una volta a forma conica, cresceva maestosamente davanti a me impedendomi di vedere oltre. Dovetti così girargli intorno e mi trovai all’inizio di una radura, ma più in là continuava il bosco e sicuramente, dopo il secondo tratto, sarei infine arrivato alla villa. Visto il parco, la immaginavo principesca.

Pieno di curiosità e sicuro di me stesso, ripresi il cammino a cuor leggero e a passo svelto, poiché l’erba era bassa e non si vedevano ostacoli pericolosi. Mi venne spontaneo pensare che forse, un tempo, in quel posto le persone si radunassero per mangiare sull’erba o per assistere a spettacoli estivi, dato che la radura formava un anfiteatro naturale.

Quasi arrivato al centro della radura, vidi uno sciame di libellule che danzavano in cerchio, mentre un pallido Sole illuminava le loro trasparenti e luccicanti ali. Ebbi paura di disturbarle e così mi fermai per godermi a distanza il loro balletto. Improvvisamente sentii i piedi pesanti e mi sembrò che ne uscissero delle radici che penetravano la soffice terra, ancorandomi saldamente al suolo. La mia spina dorsale, senza che la comandassi, si distendeva verso l’alto permettendo ai polmoni di rilassarsi e di respirare aria fresca ed umida che entrava vorticosamente dalle narici. Mi sentivo anch’io un albero, fermo lì, immobile, impalato sul prato di un dimenticato e strano giardino. Non ero spaventato, ma non potevo muovermi. Sentivo solo una dolce tristezza, languida e lontana…

Le libellule, che continuavano a danzare facendo un cerchio sempre più grande, mi arrivarono davanti a meno di un metro e si fermarono galleggiando nell’aria. Con immenso stupore notai che avevano teste… umane! Apparivano quasi come degli angioletti rinascimentali, paffutelli e con riccioli rossi, neri e dorati; grandi occhi dolci ed un lieve sorriso, insinuato nel pallore delle guance, completavano il loro volto. Lo sguardo dolce diventò penetrante, poi severo e alla fine era quasi d’odio. A quel punto le loro bocche si spalancarono e un orribile urlo ne uscì, sconvolgendo me e il bosco. Poi tacquero di colpo e sempre galleggiando nell’aria, fissandomi negli occhi, cominciarono ad allontanarsi.

Ero spaventato e per di più non riuscivo a muovermi. Sentivo nuovamente freddo, così restai ad aspettare in silenzio.

Dopo un po’ di tempo alcuni di quegli esserini volanti tornarono ad avvicinarsi; subito mi preparai ad essere investito da un altro urlo, ma non fu così. Stavolta portavano nelle mani delle conchiglie chiuse e quando mi furono vicini le aprirono pian piano. Dentro di esse vidi, come in un film, scene della mia vita: la prima mi mostrava bambino, mentre piangevo per un giocattolo rotto. Poi l’esserino la chiuse velocemente e l’appoggiò sul mio petto dove, divenuta nera, si incollò fortemente. Così fece il secondo e il terzo e tutti gli altri esserini alati, tanto che sul mio petto ormai pendeva una specie di disco nero.

Vidi scene quasi dimenticate: tutte le volte che avevo pianto in silenzio; tutte le volte che, per paura di non essere accettato, avevo detto il contrario dei miei veri pensieri; tutte le volte che davanti al dolore altrui, cinicamente, avevo trovato una via di fuga con battute caustiche; tutte le volte che avevo chiuso le orecchie ai bisogni degli altri, giustificandomi con una comoda legge karmica; tutte le volte che ero stato lasciato e non mi ero assunto le mie responsabilità; tutte le volte che avevo desiderato e creato il male agli altri per invidia… E ora mi trovavo in quell’insolita dimensione, tremante di freddo e con un gran disco nero sul petto.

Il “balletto” degli esserini, che andavano e venivano, durò a lungo ed era sempre la stessa storia: ciascuno di essi giungeva in volo davanti a me, apriva la conchiglia che trasportava, mi faceva assistere alla scena in essa contenuta e poi, una volta richiusa la conchiglia, la incollava al disco nero sul mio petto.

A un certo punto si fermarono, rimanendo a “galleggiare” in silenzio di fronte a me. A mia volta restavo lì impalato come uno stupido, senza poter dire né fare niente, col capo chino e le spalle in avanti, lo sguardo basso verso l’erba tenera e bagnata. Mentre fissavo tristemente il prato, cercando di mettere ordine nei miei pensieri, vidi un filo d’erba a forma di spirale che si apriva la strada fra gli altri e s’innalzava, diventando diritto. Da questo spuntarono, srotolandosi, due tenere foglioline; dopo di che il filo si allungò ancora e cominciò a ingrossare, mentre apparivano altre foglie. Quando ormai la pianta sembrava ben attecchita e forte, cominciò a gonfiarsi in cima fino a che spuntò un bocciolo verde intenso che lentamente si aprì. Dei piccoli petali di colore incerto, prima verde chiaro e poi rosa, a loro volta si srotolarono e crebbero. Dall’interno del bocciolo fiorirono altri petali ancora, sempre più grandi e di un rosa più intenso, fino a creare un grande fiore: un’immensa rosa, che subito pervase l’aria col suo intenso profumo.

Come un imbecille, senza capire nulla e rattristato dai miei ricordi, alzai la testa per sentire il profumo e mi ricordai che un giorno di tanti anni prima, in campagna, mentre facevo una passeggiata con mia madre, avevo trovato in un prato una rosa simile a quella. Al mio atto di coglierla, per offrirgliela, mia madre mi aveva fermato dicendo: «Non la strappare! È nata per la gioia del Creato, è una manifestazione di gratitudine della madre terra verso il cielo che la nutre con la pioggia. Questo fiore, che è l’essenza dell’amore e della purezza, crea nel cuore di ogni persona che lo guarda un senso di bellezza, anche se non lo noterà subito. Così sarà anche per te». Quindi, accarezzandomi sorridendo la testa, aveva aggiunto: «Dai! Sbrigati, è l’ora di tornare a casa per fare merenda!».

Grazie a questo antico ricordo mi resi conto che anch’io, almeno una volta nella vita, ero stato amato e mi sentii meglio.

In quel momento il cielo grigio si aprì e alcuni raggi di Sole apparvero improvvisamente: uno mi batté in testa e ne percepii il dolce tepore, tanto che la faccia mi si illuminò di una luce dorata. Tutto il corpo fu invaso dalla luce che entrava dalla testa e vidi che il disco nero sul petto cominciava a screpolarsi, lasciando passare attraverso le fessure una luce bianca, fino a frantumarsi in migliaia di particelle, che una lieve brezza portò via lontano. A quel punto la luce bianca divenne intensamente verde, come l’erba, e i minuscoli esseri volanti, una volta preso il fiore, me lo appoggiarono sul petto. Appena vi misi sopra le mani per stringerlo a me con forza, questo attraversò i vestiti e sparì sotto la mia pelle. Anche i minuscoli visitatori svanirono in una grande risata.

Poiché ero un po’ stordito, decisi di non andare oltre la radura e di uscire da quel giardino così bizzarro. Verificai se potevo muovere i piedi e finalmente cominciai a incamminarmi verso l’uscita – che prima era stata l’entrata. I primi passi li feci piano, per il timore di restare ancora bloccato; poi però mi misi a correre attraverso gli alberi e col fiatone mi fermai davanti alla vasca che, adesso bianchissima e piena d’acqua trasparente, ospitava bellissimi pesci rossi. Vi girai intorno e ritrovai il viale di ghiaia che sembrava appena rastrellato. Camminandoci sopra, i miei piedi facevano uno strano suono. Le statue erano lì come prima, ma il loro bianco era quasi accecante e la Vittoria Alata alzava verso il cielo una corona d’alloro; più in là, davanti a me, il cancello era aperto e con le lance luccicanti.

Mi avvicinai di corsa, ma prima di uscire mi voltai a sinistra per salutare il leone dell’ingresso che, adesso rampante, reggeva con una zampa uno splendido scudo crociato.

Uscii verso la strada, che si perdeva fra i campi di grano ornati di papaveri rossi, e sentii nuovamente il Sole: era caldo e forte, e tutt’intorno era un’estate infinita. Guardai l’orologio e capii che era tempo di tornare a casa. Di lì a poco sarebbero arrivati i miei ospiti – e ancora dovevo fare un dolce…

Fraternamente Edgardo

Storia del Topo

Dice la Tradizione magica che ogni cosa creata è stata percepita, immaginata, valutata e poi materializzata. Dice anche che i pianeti del cosmo abbiano una corrispondenza con noi, nel nostro essere, e una o più collocazioni nel nostro corpo: “Come in cielo così in terra”.

Così, per esempio, il Sole è il cuore, la Luna la pancia, Venere i piedi e la gola, Saturno la pelle e le ossa; in tal modo, ognuno dei pianeti ha il suo organo umano corrispondente.

Le streghe dicono che l’Anima nostra, che tutto sa e che governa la nostra esistenza, sia una luminosa “Piramide di Smeraldo”, collocata in mezzo alla testa su una ghiandola, al centro di una magnifica stanza con quattro pareti di specchio e con una porta di purissima ametista. Da questa piramide, perennemente luminosa raggiante e calda, parte – elaborata – tutta l’informazione necessaria per materializzare ogni aspetto della vita terrena. In tal modo, attraverso gli organi percettivi, riceviamo uno stimolo che verrebbe passato alla Luna (pancia), che crea un’emozione e un desiderio, li spedisce poi alla Mente, la quale ne archivia una copia e manda l’originale all’Anima; questa, a sua volta, valuta il progetto, prende una decisione e ne autorizza eventualmente la realizzazione. Dopo di che, questa informazione viene spedita a Marte (azione, zona corticale del cervello), a Venere e a Mercurio (gola, braccia e comunicazione); e tutti d’accordo confermano la validità del progetto alla Mente, che chiede al Cuore di aprirsi per poterlo materializzare. Infine la Mente conserva in un archivio il resoconto del risultato ottenuto, proprio come fa una qualunque zelante e valida segretaria. Al termine di questo processo, tutti i suoi protagonisti gioiscono insieme per l’esperienza.

In questo semplice modo si materializzano i nostri desideri, prodotti da un naturale ordine di equilibrio tra Anima, Mente e Corpo.

Ma le streghe raccontano anche che, a causa di una irresponsabile nostra trascuratezza, abbiamo in qualche modo lasciato incustodita e aperta la porta della stanza dell’Anima; così un giorno vi si è introdotto un grosso e furbo Topo, il quale si è seduto sulla Piramide di Smeraldo. Da lì in poi, ogni qualvolta riceve un’informazione il Topo la mangia e non invia alcuna risposta, anche perché non sarebbe neppure in grado di farlo.

La Mente, dopo aver atteso invano l’ordine su cosa fare, decide di operare di sua volontà: prende l’informazione, la paragona con gli elementi in archivio e poi manda l’autorizzazione al Cuore. Il problema è che la Mente ha, in archivio, risposte per il passato (superato) e non per il momento che si sta verificando. Perciò lancia nel presente e proietta nel futuro un vissuto passato. Per esempio, se lei in passato ha associato l’immagine di “Uomo” a un fallimento amoroso, invierà il segnale: “Uomo = dolore, quindi chiudere”. Ancora, se lei ha archiviato e associato l’immagine di “Palizzata” a “Ostacolo da superare” (perché facente parte di un consueto gioco di gimcana), invierà il segnale “Saltare = divertente, quindi aprire”; magari ciò non varrà per quella specifica palizzata, bensì servirà per schivare un impedimento e proteggerci da una rovinosa caduta in fondo a un burrone.

Va da sé che la Mente non fa questo per cattiveria: lo fa soltanto perché è una bravissima segretaria ma non un manager d’azienda.

Allora, siccome vogliamo fare le cose come si deve, e vogliamo anche materializzare ognuno dei nostri sogni benefici, dovremo andare con il seguente esercizio a liberare la nostra “magnifica stanza” da quel grosso, unto e vorace Topo invasore – in modo che la nostra Anima torni luminosa a segnalarci la via da seguire.

Esercizio – Levare il Topo

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Ora sei dentro la tua testa. Come ti senti?

Continui a camminare ed entri in un tunnel che ti porterà al centro della tua testa. Sei davanti a una porta di ametista e spingi verso l’interno per aprirla, tenendo ben saldo il bastone dorato. Entri.

È tutto buio.

Tiri fuori dalla tasca una lampada accesa e vedi che sei in una stanza con quattro pareti di specchi. In mezzo c’è una grande Piramide di Smeraldo e sopra c’è un enorme, unto, grasso e sudicio Topo. Quando il Topo ti vede apre le fauci e cerca di aggredirti, ma non può farti nulla perché è un topo immaginario.

Prendi il bastone e assesta un bel colpo sul naso del Topo. Continua a bastonarlo da tutte le parti e poi dagli ancora più bastonate.

Il Topo ha una lunga coda spelacchiata: bastona anche quella.

Il Topo, che è immaginario ma non stupido, si mette in fuga.

Prima di uscire si gira e cerca di aggredirti un’altra volta: tu dagli altre bastonate. Questa volta non torna.

Tiri fuori un aspirapolvere dalla tasca e cominci a togliere tutti gli escrementi del Topo, tutta la polvere, tutte le ragnatele e tutti gli avanzi di cibo sparsi per la stanza.

Passi l’aspirapolvere sui quattro angoli del pavimento e nei quattro angoli del soffitto. Ora tiri fuori dalla tasca una pelle di daino dorata ed uno spruzzino con acqua azzurra. Pulisci bene gli specchi in senso orario. Sono quattro gli specchi da pulire.

Guardi la stanza: com’è linda e luminosa!

Guardi la Piramide di Smeraldo in mezzo alla stanza: è tutta opaca e polverosa. Avvicinati e tira fuori un’altra pelle di daino dorata e pulita. Con lo spruzzino comincia a pulire la Piramide su tutti e quattro i lati.

Allontanati un po’ dalla Piramide e guarda com’è pulita.

Però è rimasto qualche alone sulla Piramide: spruzzi ancora dell’acqua azzurra e la pulisci meglio. Ora la Piramide è completamente pulita.

Toccala: è fredda.

Prendi un panno di lana e cominci a strofinare sui lati: guarda come si riaccende e diventa luminosa e tiepida.

Allontanati dalla Piramide.

Guarda come risplende e riflette sulle pareti. È sempre più luminosa.

Pulisci anche la porta di ametista.

Esci dalla stanza e chiudi la porta.

Ritorna nel tunnel, dalla stessa parte in cui sei entrato ma in direzione opposta, con la consapevolezza che la stanza è pulita, la Piramide riaccesa e che il Topo non entrerà mai più.

Esci dal naso.

Siediti comodamente sulla sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Salmo XXIII – Il canto del pastore e dell’ospite

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; sui pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.

Se mi dovessi incamminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone ed il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita e abiterò nella casa del Signore per lunghi anni.


Il seguente esercizio ispirato al “Salmo XXIII”, all’apparenza violento, in realtà – come l’amore ritrovato – stimola in noi un sereno senso di riscatto e una sana volontà di coronamento vittorioso delle nostre scelte, perché non saremo più passivi succubi di persone o eventi, bensì attivi nel chiarimento e nella difesa dei nostri ideali.

Con allegra sorpresa scoprirete che cosa si oppone ai vostri desideri, ma ricordate che non sono le persone né le cose che possono influenzarci, bensì l’atteggiamento che noi abbiamo nei loro confronti. Praticate di frequente questo esercizio e vedrete come, giorno dopo giorno, vi sentirete sempre meno influenzabili dalle opinioni e dai pensieri altrui, acquistando più sicurezza in voi stessi.

Nel corso dello svolgimento dell’esercizio “incontrerete” un calice d’argento colmo d’acqua; dovete dare un senso a quell’acqua. L’acqua deve rappresentare ciò che è il vostro desiderio – e solo bevendola lo potrete ottenere.

Durante gli incontri diretti, la indico sempre come “l’acqua della tua serenità” – perché considero proprio la serenità come uno stato d’animo essenziale a un vivere armonioso e in salute. Ma ognuno può darle il significato che per l’occasione considera più consono.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Cammini per questa strada.

Sul lato sinistro appare una figura che cerca di bloccarti: guarda che cosa o chi è. Prendila a bastonate: giù botte da orbi!

Vedi la figura scappare.

Riprendi il cammino appoggiandoti sul bastone dorato e fai un po’ di metri; dal lato destro appare un’altra figura che cerca di bloccarti: chi o che cosa è?

Prendila a bastonate: giù botte da orbi anche a questa!

Vedi la figura scappare.

Riprendi il tuo cammino, tenendo ben stretto il bastone dorato e appoggiandoti saldamente a esso. Fai un po’ di metri: davanti a te appare un’altra figura che cerca di ostacolarti e sembra più aggressiva: chi è? Che cosa è?

Pendila a bastonate con colpi più forti di quelli di prima, e poi sempre più forti. Vedi la figura scappare.

Continui a camminare sulla strada dorata, tenendo ben stretto nelle mani il bastone dorato e appoggiandoti saldamente su di esso.

Ora puoi camminare tranquillamente e serenamente: fra te e il tavolo apparecchiato non c’è alcun ostacolo.

Ti avvicini e senti l’odore di bucato fresco della tovaglia. In mezzo al tavolo, ecco il calice d’argento colmo d’acqua fresca.

Appoggia il bastone sul tavolo e prendi il calice con entrambe le mani.

Bevi l’acqua fresca.

Prendi con le mani dell’acqua dal calice, lavati il viso e bagnati i capelli.

Alza lo sguardo al cielo ed osserva come è limpido e luminoso.

Torna indietro per la strada dorata e guarda ai lati di essa i tuoi nemici annientati: non possono farti più male.

Sono ancora vivi, ma hanno capito la lezione e non ti ostacoleranno più.

Se vuoi, puoi fermarti un po’ a guardarli e a godere della tua vittoria.

Apri verso l’esterno il cancello.

Esci dal bosco.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

La pazienza è una pianta amara
che dà dolci frutti.

Del cuore – “Beati i puri di Cuore perché vedranno Dio…”

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri verso l’interno e ti trovi in un prato erboso.

Fai 9 passi con le mani incrociate sul petto e ti soffermi a riflettere su tutti gli eventi brutti che ti sono accaduti da un anno a questa parte, e fai un sospiro.

Non giudichi l’accaduto: ci rifletti e guardi gli eventi da lontano.

Riprendi a camminare, sempre con le mani sul petto, e fai altri 9 passi sul prato erboso. Ti soffermi a riflettere su tutti gli accadimenti spiacevoli che ti sono accaduti da un mese a questa parte: non le grandi tragedie, bensì cose alle quali non hai dato grande importanza ma che hai avvertito come spiacevoli. Non giudichi l’accaduto: ci rifletti e guardi gli eventi da lontano. Fai un sospiro e, sempre con le mani sul petto, ricominci a camminare sul prato erboso. Fai 9 passi e ti soffermi a riflettere su tutte le cose noiose che ti sono accadute da una settimana ad oggi. Ma ti ripeto: non le grandi tragedie, bensì gli eventi ai quali non hai dato grande importanza ma che hai avvertito come noiosi, e nei quali non sei riuscito a esprimere il tuo vero sentire. Fai un respiro di sollievo, sempre con le mani sul petto, riprendi a camminare e fai 3 passi. Ti soffermi a riflettere su tutto quello che ti ha infastidito ieri e come, durante questi eventi, hai dovuto essere diverso da quello che sei.

Fai un profondo sospiro.

Ora apri il tuo petto, le tue mani sono diventate dorate, prendi il tuo cuore e lo tiri fuori: lo guardi fra le tue mani e ti rendi conto che, sì, ha la forma di un cuore, ma sembra piuttosto una scatola metallica di biscotti un po’ arrugginita, un po’ incrostata e tanto ammaccata.

Un profondo senso di tristezza ti invade e alzi lo sguardo al cielo; vedi che anche il cielo è oscurato. Con grande forze e coraggio lanci il tuo cuore verso il cielo, ed esso prende a volare velocemente verso l’alto: attraversandole, apre le nuvole e tu vedi un infinito cielo azzurro coronato da un magnifico Sole.

Resti lì, impalato sul prato erboso, a osservare il cielo in uno strano e indefinibile stato d’animo. A un certo momento scorgi un puntino nel cielo che scende veloce verso di te.

Sempre più veloce, quasi ti raggiunge.

Alzi le mani al cielo e qualcosa si posa su di esse: guardi bene e ti rendi conto che è il tuo cuore che, come un rubino luminoso e caldo, irradia tanta energia.

Contento lo abbracci, lo baci fortemente e lo rimetti al suo posto nel tuo petto. Chiudi il tuo petto e provi tutta la gioia del mondo.

Adesso sei consapevole di avere un nuovo cuore purificato e luminoso che riscalderà la tua anima, la tua vita e quella di chiunque si avvicinerà a te.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Deserto

Una volta, dopo aver fatto con alcuni amici (tra i quali una psicologa e un’esperta insegnante di yoga) due giorni di seminario sul respiro, in una meravigliosa villa di Firenze, mentre mi trovavo in meditazione, a casa, domandai alle divinità che cosa fosse, secondo loro, l’Amore; perché le persone fossero disposte a dannarsi, pur di raggiungerlo, e che cosa si sentisse di così straordinario da dedicare a questo sentimento una vita intera…

Anch’io avevo amato intensamente e avevo trovato questa esperienza bellissima, ma naturale e semplice; che cosa c’era che non avessi provato?

In compagnia di questa domanda mi addormentai. Feci uno strano sogno, che mi aiutò a comprendere l’intensità del sentimento.

In una bellissima giornata di primavera mi trovavo, per caso, in mezzo a un deserto rosa con delle sensuali dune, sfiorate da un dolce vento che alzava la sabbia, facendole formare delle strane figure che sembrava accarezzassero l’immenso blu del cielo.

Era piacevole sentire il forte caldo del Sole sulla mia pelle e guardare l’orizzonte mi dava grande serenità. Ai miei piedi c’era la terra che si estendeva fino all’infinito e sopra la mia testa si ergeva il cielo limpido: niente si frapponeva tra me e il cosmo. Mi sentivo l’unico ponte fra cielo e terra e, mentre la mia ombra si allungava orizzontalmente sulla sabbia, il mio corpo si librava verticalmente verso il cielo. Senza rendermene conto, stavo creando un punto d’incontro fra il verticale e l’orizzontale.

Improvvisamente un senso del divino mi pervase e sentii l’aria calda entrare per le mie narici ed arrivare fin dentro i polmoni, rigenerandoli e purificandoli; uscendone, sembrava che l’aria portasse via tutte le impurità accumulate negli anni e perfino i dolorosi ricordi.

In questo stato d’animo, quasi beato, mi venne il desiderio di guardare più attentamente l’orizzonte; la linea di distacco tra cielo e terra appariva adesso offuscata: un grigio prima chiaro e poi sempre più oscuro si alzava verso il cielo. Mi resi subito conto che di lì a poco sarebbe arrivata fino a me una tremenda tempesta di sabbia; un misto tra angoscia e paura mi fece accapponare la pelle e il vento caldo, accarezzando il mio corpo, metteva in risalto il mio sudore freddo.

Non sapevo cosa fare: la nuvola grigia era sempre più vicina, presto mi avrebbe travolto e per me sarebbe stata la fine.

Era strano, poco prima mi ero sentito tanto sereno e contento (e ringraziavo il Cielo della mia situazione) e adesso la fine era imminente… Certo, sarebbero finite tutte le mie paure, anche quelle più nascoste; tutte le mie angosce, anche quelle più tremende che mi avevano torturato per anni; tutte le mie responsabilità terrene. Sarebbero finiti anche tutti gli impegni noiosi dei quali mi ero circondato. Tutti i dubbi, i sensi di colpa e i sentimenti più meschini sarebbero stati portati via in un baleno da una tremenda tempesta di sabbia, in una bellissima giornata di primavera. Questi pensieri potevano anche rallegrarmi.

Ma ciò che mi faceva più male era la constatazione che anche il mio futuro, e con esso la speranza che i miei sogni si realizzassero, sarebbe volato via. Solo questo pensiero mi dava il vero senso della morte: non desiderare più nulla, non sognare più niente, non aspettare che il vuoto.

L’angoscia che prima era apparsa, portata dalla paura, era fuggita via: restavo da solo, inerme, in mezzo al deserto che ora mi sembrava così ostile da farmi pentire di esservi andato. Eppure poco prima lo avevo amato. Gli elementi della natura, che nelle mie preghiere tanto esaltavo come manifestazione divina, ora scontrandosi con me mi avrebbero distrutto.

In quel preciso momento mi venne in mente l’ultimo pensiero – e compresi che la mia distruzione non dipendeva dagli elementi, ma dallo scontro che loro avrebbero avuto con me. Ma anche questa intuizione non risolveva nulla: io esistevo ed ero lì, senza alcun riparo né protezione; ero stato illuminato, ma la chiarezza ricevuta non fermava la tempesta, che era sempre più vicina; infatti già cominciavo a sentire sul viso i granelli di sabbia graffiare la mia pelle.

Non per rispetto ma per impotenza, caddi a terra in ginocchio; e per vigliaccheria chiusi gli occhi in modo da non vedere la morte in volto. Poi mi piegai ancora e in posizione supina allungai le braccia in avanti; mi sembrò di avere tra le mani una ciotola di bronzo piena di acqua fresca. In quel momento tutto il deserto cominciò a passarmi sopra, e migliaia di granelli di sabbia entravano in me come migliaia di spilli. Il forte vento mi spingeva indietro, senza muovermi però; ero stordito dal forte rumore, un insieme di fragore e sibili.

Il tempo pareva essersi fermato e questo incubo naturale non finiva mai – o forse era già tutto finito ed io ero diventato parte della tempesta… Ero già vento, sabbia e deserto ma non me n’ero accorto.

Poi, ad un tratto, piombò su di me un gran silenzio; e ancora un silenzio più profondo. E dopo diversi altri minuti, un interminabile silenzio. Così, timidamente, riaprii gli occhi. Tra le mani tenevo una ciotola di bronzo piena di acqua fresca e più in là si stendeva il deserto, prima adorato. Ma adesso era coperto da una luce diversa: qua e là crescevano dei piccoli fiorellini, alla mia destra si ergeva un’immensa colonna in puro alabastro e sul capitello corinzio, incatenato a una zampa, un grande avvoltoio guardava l’infinito.

Mi alzai in piedi tremando e di nuovo la mia ombra si allungò orizzontalmente sulla sabbia, mentre il mio sguardo, verticalmente, si alzava verso il cielo; toccai i miei vestiti, che erano ormai ridotti a stracci, e la mia pelle, che era lacera. Allora capii di essere ancora vivo e compresi che il vento, in verità, mi aveva portato via tante “presenze” che vivevano dentro di me e che non sarebbero più tornate; anzi, alle quali non avrei più permesso di tornare, perché il fatto di aver superato la forza della natura lasciava in me la forte consapevolezza di essere ancora in piedi.

Non mi ero opposto a quelle presenze, non le avevo affrontate né avevo fatto loro resistenza; le avevo solo superate in posizione di preghiera e offrendo loro dell’acqua fresca.

Compresi, così, perché Amore e Thanatos sono divinamente complementari.

Fraternamente Edgardo

L’esercizio del Deserto

Nessuno di noi è veramente solo, siamo in tanti e interagiamo continuamente con altri esseri umani; ma nessuno è immune al senso di solitudine.

Il senso di solitudine lo avvertiamo molto tempo dopo che, per qualche motivo, con la nostra vibrazione, abbiamo cominciato a respingere le persone e i contatti umani. Nel momento che ce ne accorgiamo siamo addolorati – e questo dolore contribuisce ancora di più al nostro isolamento.

L’esercizio che segue, composto di due fasi, serve per allontanare definitivamente questa vibrazione di respingimento. Nella seconda fase di esso ci viene dato in omaggio un oggetto che rappresenta la chiave di uscita dal nostro malessere. Daremo noi il significato all’oggetto e lo cercheremo in un dizionario dei simboli.

Esercizio - I Fase

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro: sei in un deserto di sabbia arido, caldo e infinito. Senti uno sciacallo ululare.

Cominci a camminare sulla sabbia tenendo ben stretta la tua mantella grigia e lacera. Ti addentri sempre più nel deserto e senti il gran caldo e il Sole rovente.

Guardati intorno: non c’è niente e nessuno, soltanto solitudine.

Spogliati della mantella e lasciala cadere sulla sabbia. Guardala sulla sabbia.

Girati e, senza mai guardare indietro, torna sui tuoi passi.

Le tue orme sono rimaste sulla sabbia.

Cammina fino al cancelletto, sempre seguendo le tue orme.

Apri il cancelletto verso l’esterno.

Prima di chiudere il cancelletto guarda la sabbia. Il vento ha portato via le tue impronte. Chiudi il cancello e metti una sbarra.

Senti un usignolo cantare.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Esercizio - II Fase

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri verso l’interno: sei in un deserto di sabbia arido, caldo e infinito. Senti uno sciacallo ululare.

Cominci a camminare sulla sabbia tenendo ben stretta la tua mantella grigia e lacera. Vedi in lontananza una figura che viene verso di te e si avvicina sempre di più.

Ora è vicina a te.

Riconosci chi è? Ti parla? Ti dà qualche consiglio?

Ti dona un oggetto: che cos’è?

Girati e insieme alla figura torna sui tuoi passi verso il cancello, seguendo le tue orme impresse nella sabbia.

Sei vicino al cancello. Fermati e togliti la mantella grigia e lacerata, lasciandola alla figura che ti ha accompagnato.

Con l’oggetto ricevuto ben stretto fra le mani, spingi il cancello verso l’esterno ed esci dal deserto. Chiudi il cancello con una sbarra.

Senti delle colombe tubare.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Tutti i giorni della nostra vita sono santuari,
molti dei quali non hanno campanili.
Tutte le persone della nostra vita sono dei Santi,
solo che alcune hanno un lavoro semplice e quotidiano
molte di loro non hanno un lavoro semplice e quotidiano
e molte di loro non hanno nel calendario un giorno di festa che le ricordi.

Robert Benson

La leggerezza dell’essere

Siate come una leggera e confortante brezza di primavera.

Se un giorno, per caso, darai un bel cazzotto per terra con tutta la tua forza, avvertirai una sensazione di liberazione che nasconderà il dolore per l’impatto e lascerai sul suolo un’impronta. Ci vorrà molto tempo, acqua e vento per poterla cancellare. Guardando l’impronta penserai che era giusto farlo e ti sentirai fiero d’aver lasciato un tuo segno. Passando di lì, chiunque potrà vederlo e magari, senza conoscerti, penserà a chi è stato a lasciarlo e quel che avrà significato per lui.

Se un giorno, per caso, darai un bel cazzotto nell’acqua con tutta la tua forza, avvertirai una sensazione di liberazione che nasconderà il disagio dello schizzo che ti bagnerà la faccia e vedrai un piccolo spostamento di acqua che, formando delle onde, si disperderà. Poco dopo l’acqua tornerà ad essere calma. Vedendo le onde allontanarsi, penserai che forse non valeva tanto la pena di compiere quel gesto, perché hai fatto sì un gran rumore ma non è rimasta traccia nell’acqua e tu, invece, sei tutto bagnato.

Se un giorno, per caso, darai un bel cazzotto nell’aria con tutta la tua forza, avvertirai una sensazione di liberazione e rischierai di slogarti una spalla. Soltanto una leggerissima brezza verrà avvertita in conseguenza del tuo gesto, e solamente da te. Non vedendo alcuna traccia nell’aria e con i dolori per lo sforzo compiuto, ti sentirai uno stupido che ha fatto qualcosa di veramente inutile… ed è proprio così.

Perciò vi invito ad essere leggeri e confortanti come una brezza di primavera. Sia la vita sia le persone che incontrerete troveranno molto stupido aggredirvi – e prenderete molti meno schiaffi.

Fraternamente Edgardo

Il bozzolo

Tante volte, senza accorgercene, siamo avvolti in una quotidianità ormai noiosa e ci facciamo assalire da ogni fantasma che ci tortura senza tregua, sottoponendoci a domande inutili e per le quali non troveremo mai risposte.

È così compatto e protettivo il “bozzolo” che ci siamo creati, che ci abituiamo a questa condizione e andiamo avanti per inerzia; al punto che riusciamo a sentirci perfino rassicurati da esso, con un atteggiamento malsano che ci fa credere di essere in uno stato di pseudo serenità… La realtà però è un’altra: siamo entrati in una normale, comune e silente depressione.

Per paura o pigrizia non ci viene voglia di rompere quel “bozzolo”, altrimenti dovremmo affrontare la vita – e in molte occasioni abbiamo imparato che l’esistenza è faticosa e piena di insidie.

Ma la vita è vita; è naturale e semplice la vita. Dobbiamo solo percorrerla come meglio ci riesce e senza forzature; accettando l’inevitabile, comprendendo qual è il nostro problema e, con la nostra intelligenza e i mezzi a nostra disposizione, risolverlo. I nostri “mezzi” sono anche le persone che ci circondano. Se queste saranno in grado di farlo, vorranno e potranno aiutarci – ma ognuna lo farà nella propria misura e secondo le proprie caratteristiche.

La cosa importante è che noi esprimiamo chiaramente il nostro disagio e chiediamo di essere aiutati. Sarebbe un atteggiamento davvero sgradevole, davanti a una simile richiesta di aiuto, chiudere le orecchie e guardare da un’altra parte. Chi si trova in difficoltà deve essere aiutato – e se noi partecipiamo al suo dolore, prima di tutto facciamo qualcosa di utile per lui e poi facciamo qualcosa di grande per noi: ci eleviamo spiritualmente.

Altra cosa molto sgradevole sarebbe non chiedere aiuto, non fare partecipe il prossimo del nostro dolore, impedendo così di risolvere, forse, con meno fatica il nostro stesso dolore; e al tempo stesso, impedendo ad un altro essere di fare qualcosa di utile per noi e qualcosa di grande per lui.

Una volta risolto il problema, dobbiamo restare vigili, non dare tutto per scontato e non crearci malsane illusioni.

Sognare, immaginare una vita migliore, fare progetti e in ogni azione e desiderio mettere tanta fiducia: tutto questo è positivo, ma non dobbiamo mai perdere il contatto con la verità e la nostra realtà – che è la vita stessa, naturale, semplice e gioiosa.

La pozzanghera

All’età di nove anni, durante un giorno di pioggia, me ne stavo in camera di mia madre, nudo di fronte allo specchio a strizzarmi e “allungarmi” i genitali, guardandoli incuriosito e domandandomi se mai sarebbero diventati grandi come quelli di Primitivo (il giardiniere), che avevo sbirciato mentre faceva la doccia sotto ad un albero. Mi chiedevo a cosa servissero e se fossero loro la causa della mia stupidità, poiché quelli delle mie sorelle erano diversi ed esse erano brillanti, intelligenti e sapevano anche ballare; io, oltretutto, ero anche mancino.

Ad un certo punto entrò in camera Hedwig, un’esule tedesca che, durante la guerra, aveva perso tutto e, anche se di origine aristocratica, non se la passava tanto bene. A pagamento si prendeva cura di noi; anzi, più di me perché non combinassi guai. Mi chiese: «Hai fatto i compiti?» – ed io le risposi di sì. «Bene!» – fu la sua replica – «Visto che è smesso di piovere, finiscila di stropicciarti quei poveri genitali, vestiti e andiamo a fare una passeggiata per i campi. Fa’ veloce, ti aspetto giù».

Usciti a camminare, arrivammo ad un grande eucalipto a circa tre chilometri da casa, dove solitamente facevamo i nostri picnic. Rimanemmo un po’ lì a discorrere di storie fantastiche e a mangiare panini, quindi decidemmo di tornare indietro. Dopo pochi istanti ricominciò a piovere, io presi a correre e lei mi disse: – «Fermati, stupido! Pensi che tre metri più avanti non piova? Siamo a tre chilometri da casa, arriveremo comunque bagnati e per di più, se corri sul fango, puoi cadere e farti male. Quindi cammina tranquillamente, tanto bagnarsi è inevitabile». Le dissi che mi si sarebbero rovinati i vestiti e lei di rimando replicò: «Se ti preoccupano i vestiti, togliteli; li arrotoli e li porti sotto braccio. Si bagneranno meno». Così feci, ma fu lei a prenderli e a metterseli sotto la sua camicia di sangallo.

Proseguendo, quindi, a camminare sotto la pioggia. Era bellissima la sensazione dell’acqua che scorreva sul mio corpo. A un tratto esclamai: «È come una benedizione dal cielo, quest’acqua!» – e lei mi rispose: «Sì, arriva dal cielo, ma proviene da un’altra parte: niente scende dall’alto se prima non scaturisce dal profondo».

Ero molto felice, e nel comunicarglielo dissi a Hedwig che le volevo tanto bene e che era la mia migliore amica. Le chiesi se sarebbe rimasta sempre con noi e se anche lei mi volesse bene. La sua risposta fu: «Io ti amo intensamente, ma sono un’esule. Siamo come le foglie in autunno: andiamo dove il vento ci porta».

Continuammo a camminare ed ero felice e contento che anche lei mi volesse bene. Ad un certo punto sentii un grande spintone e caddi in una pozzanghera piena di fango. Un po’ stordito vidi che la donna era in piedi sul ciglio della strada e sorrideva. Allora compresi che era stata lei a spingermi, visto che non c’era alcuno intorno. Provai una forte rabbia e cominciai ad insultarla, a dirle che era una brutta stronza, una strega cattiva, una tedesca di merda, che i comunisti avevano fatto bene a portarle via le sue terre e che l’avrei fatta licenziare…

Hedwig mi rispose: «Ma che belle parole rivolgi alla tua migliore amica! Può darsi che io sia come tu pensi, ma se così fosse sarebbe comunque un mio problema; il tuo problema è che sei lì, mezzo nudo dentro una pozzanghera di fango a urlare come un marrano. Perciò credo proprio che dovresti risolvere il tuo problema. Dimmi se vuoi restare lì a sbraitare o se vuoi uscirne. Ma rispondimi veloce, perché comincio ad annoiarmi».

Rimasi un po’ zitto e poi le dissi, stizzito: «Certo che voglio uscire!». La donna allora allungò una mano per aiutarmi, ma la rifiutai dicendole che era una stronza. Mi prese comunque per un braccio e mi tirò fuori. Poi aggiunse: «Ti fidi troppo delle parole e dai troppa importanza ai nomi delle cose. Il mio male te lo sei preso senza alcun problema e sei finito nella pozzanghera, mentre il mio bene, cioè il mio proposito di aiutarti, lo rifiuti». Al che, replicai: «Mi fidavo di te perché mi avevi detto di amarmi intensamente… Ora non potrò più fidarmi di alcuno». E lei, di rimando: «No, assolutamente! Devi fidarti, ma devi essere vigile: nelle persone devi osservare se c’è coerenza fra ciò che dicono e il comportamento che assumono. Se questa congruenza non ci fosse, per amore dovresti farglielo notare, perché forse l’incoerenza è inconsapevole. Se invece fosse malafede hai la possibilità di correre ai ripari. Prima eri tranquillo perché mi avevi definito la tua migliore amica, e pensavi che non avrei mai potuto farti del male; ma devi sapere che io ti amavo intensamente mentre ti spingevo ed altrettanto ti amavo intensamente mentre ti tiravo fuori dal fango. Ora sbrighiamoci perché sta calando la notte».

Giunti a casa feci un bagno caldo, indossai il mio adorato pigiama “puzzolente” e mangiai in cucina insieme agli altri . Dopo salii in camera e mi misi a letto dove, per paura degli spiriti, dormivo con una lampadina accesa.

Verso le 23:00 tornò mia madre dal teatro ed io feci finta di dormire. Mi sussurrò: «Buona notte». Aprii gli occhi e vidi la sua candida stola di visone bianco; la toccai: era morbida. I suoi brillanti riflettevano tanti piccoli arcobaleni sulle pareti della stanza ed il suo respiro puzzava di alcool – tanto che il suo profumo non riusciva a coprirlo.

Allungò una mano inguantata e cominciò a toccarmi il petto dicendomi: «Sono venuta a darti la buona notte. Hai passato una bella giornata?». Le risposi che era stata una bellissima giornata, e lei ribatté: «Veramente, è piovuto tutto il giorno». Mi chiese anche se avessi fatto i compiti e le risposi: «Sì mamma, oggi ho imparato tanto».

La mamma si dette un bacio sull’indice e l’appoggiò sul mio naso, poi si allontanò. Prima di uscire dalla stanza si girò e mi disse: «Ti voglio bene, amore». A quel punto mi si gelò il sangue e sbarrai gli occhi. Quindi uscì dalla stanza e con l’udito la seguii fino alla sua camera. Non mi rilassai finché non sentii la porta chiudersi a chiave.

Avevo paura che anche lei, dicendo di volermi bene, mi lanciasse una secchiata.

L’Illuminato

Spesso siamo alla ricerca di qualcuno o qualcosa che ci illumini, che ci sveli i nostri più intimi segreti, che ci spieghi come siamo, come dobbiamo vivere o vestirci, che ci racconti che cosa sentiamo e che ci chiarisca ogni nostra emozione. Qualcuno che ci legittimi a esistere e che ci dia un “diploma” di essere umano, per farci sentire in pace sapendo di essere come si dovrebbe essere.

Il problema è che cerchiamo al di fuori di noi e spesso in un’altra persona, che potrà solo esprimere un’opinione soggettiva: la sua. Questa persona può aver letto i più profondi scritti dei migliori pensatori ma, anche se in buona fede, il suo sarà sempre un pensiero (e un sentimento) che appartiene ad un altro; un pensiero che potrà riguardare molte persone o addirittura l’umanità intera, ma non noi personalmente e individualmente.

Ma siamo tutti così affascinati nell’ascoltare una persona, che riteniamo intelligente, parlare e occuparsi di noi, che ci sentiamo importantissimi. E la cosa curiosa è che lo siamo comunque, in realtà, anche senza l’intervento di un’altra persona.

Invece siamo talmente estasiati di avere il consenso di un “credo”, che non ci interessa nemmeno di comprenderne il profondo e vero significato; o se questo sia consono alla nostra natura, in modo da poterne poi rispettare le regole. È sufficiente che il nostro “accreditato” interlocutore ci dica che siamo bravi e che siamo dalla parte giusta. E noi continuiamo a rimanere nel buio, ma apparentemente in pace.

La nostra ricerca, se fatta in questo modo, non è ricerca è soltanto pigrizia. Solo noi possiamo sapere come siamo e cosa proviamo. Solo con la nostra Luce interiore possiamo illuminarci.

Trovo che sia giusto chiedere aiuto, facendo però molta attenzione in che cosa o in chi riponiamo la nostra fiducia. Ma una cosa è avere una spinta iniziale, un’altra è essere condotti per mano oppure, peggio ancora, al guinzaglio. Tutto questo succede per paura – una sensazione che talvolta è molto utile perché, oltre a metterci in allerta, produce in noi una reazione chimica capace di metterci in condizioni di poter affrontare ciò che per noi può costituire un pericolo, o ci avverte di correre al riparo. Ma in ogni occasione, se ci ascoltiamo e ci conosciamo, troveremo in noi una reale e confacente soluzione personale.

Per imparare ad ascoltarci e conoscerci veramente, dobbiamo procedere nel modo seguente.

Non dobbiamo avere paura del buio: basta accendere la nostra luce.

Non dobbiamo avere paura dell’ignoto: basta incamerare conoscenza.

Non dobbiamo avere paura dell’altro: basta diventare lui.

Non dobbiamo avere paura del domani: è già ieri.

Non dobbiamo avere paura di vivere: lo stiamo già facendo.

Non dobbiamo avere paura dell’Amore: lo creiamo noi.

Dobbiamo essere liberi di essere come meglio ci riesce, provando con tutte le nostre energie a raggiungere le nostre mete. Anche gli eroi hanno paura, ma cercano un modo vincente per affrontare un pericolo – e molte volte ci riescono. Anche i santi hanno normali tentazioni, ma sanno fare scelte migliori per non tradire se stessi e quello in cui credono – e molte volte ci riescono.

Vi racconto una storia divertente.

Una sera nel teatro del villaggio si tenne una rappresentazione con discreto successo. Finito lo spettacolo i paesani uscirono dal teatro e con gran sorpresa e sconforto videro che sul loro villaggio era caduta una fitta coltre di nebbia, che rendeva il buio della sera ancora più minaccioso. Così, con un po’ di paura, cominciarono a incamminarsi verso le rispettive abitazioni, ma era talmente buio che non riuscivano a trovare le strade giuste. Andavano un po’ qua e un po’ là, senza successo.

Uno di essi si addentrò nel buio e, dopo pochi metri, trovò un lampione che emanava una rassicurante luce chiara. Così, a squarciagola, cominciò a chiamare gli altri paesani che, sentendolo, dissero: «Guardate! Lì c’è uno che è illuminato: è in mezzo alla luce! Andiamo da lui, così anche noi saremo illuminati» – e così fecero. Quando arrivarono da lui, l’“illuminato” cominciò a vantarsi del fatto di avere trovato la luce ed a raccontare i benefici di quella sua scoperta. Trovandosi nella luce, tutti potevano vedere la strada per casa, ma c’era un problema: appena si allontanavano per un po’ di metri si ritrovavano nel buio e sentivano una gran paura, così ritornavano di corsa verso il lampione. A quel punto, l’“Illuminato” disse: «Se vi allontanate finirete nel buio e chissà che pericoli troverete!».

La fitta nebbia rendeva ogni ombra della sera un qualcosa di minaccioso e risvegliava antichi fantasmi di paura. Così passarono le ore e il gruppo cresceva sempre di più. Erano tutti ben saldi intorno al lampione che emanava una rassicurante luce chiara.

A un certo punto, passò di lì per caso un fornaio che si recava a lavoro e, vedendo tutta quella gente così stretta attorno al lampione, chiese: «Che cosa fate lì?». Uno di loro rispose: « Siamo qua perché è tutto buio ma questo signore è illuminato e può vedere la strada che conduce alle nostre case; così siamo venuti accanto a lui per vedere chiaramente». Il fornaio ridendo esclamò: «Ma se restate sempre lì, non arriverete mai alle vostre case! Venite, seguitemi, sono un fornaio e percorro queste strade tutte le notti con ogni clima, perciò sono abituato a camminare sempre nel buio. Venite con me, vi insegnerò come vedere al buio e come districarvi fra le tenebre in modo che da soli arriverete alle vostre case».

Alcuni accettarono, altri no – e vedendo i compagni allontanarsi li esortavano a tornare indietro, al sicuro della rassicurante luce chiara del lampione.

Quelli che accettarono l’invito del fornaio, con un po’ di fatica e tanta ansia, dopo un breve cammino trovarono le proprie case. Tutti, ringraziandolo e salutandolo, nei loro pensieri si resero conto di come l’uomo che camminava nel buio era stato così illuminante.

Fraternamente Edgardo

Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (1)

[…] Attraversammo i prati verso un frutteto dove peschi fioriti si mescolavano a meli e peri. Alcuni degli alberi crescevano verso l’alto, altri più pigri erano adagiati sul prato, ma tutti erano in fiore e con dei grandi frutti.

L’ospite disse: «Conosco il tuo pensiero, sono alberi che fioriscono e danno frutti ognuno in una stagione diversa, quindi sembra strano vederli fioriti tutti nello stesso periodo e anche con i frutti. Gli alberi sanno che dai loro frutti prendiamo parte della nostra energia e questo li rallegra, così sono felici di essere utili al progetto celeste; allora danno i loro frutti, offrendo questi provano gioia e la gioia li mantiene fioriti. Noi nutriamo le loro radici con il nostro ringraziamento. Ogni tanto prova a sentirti un albero che dà qualcosa che serve a nutrire, avvertirai una bella sensazione, poi guarda i tuoi frutti e anche tu rifiorirai». […]

Ama intensamente gli animali, le piante e tutto ciò che è stato.
Solo così percepito inizierai a comprendere meglio ogni giorno
e arriverai ad amare l’intero mondo con un amore che abbraccerà tutto,
te compreso.

Invito: imparate dalle piante

Imparate dalle piante che, da un seme caduto per caso sul terreno, creano tutta la loro esistenza. Il seme viene a trovarsi in un ambiente nuovo e sconosciuto, in mezzo a forze a lui ostili, ma non si lascia sopraffare dalla situazione. Cerca invece di farne tesoro in tutti i modi.

Il seme non solo s’impegna a sopravvivere, ma si organizza per affrontare una nuova avventura. È così che, se ce la fa, germoglia e tira fuori le prime radici, poi le foglie e quindi tutta la sua bellezza e utilità. Divenuto un albero, ben piantato per terra, può rendersi utile: con le foglie fa ombra, con i fiori abbellisce il creato e con i frutti dà nutrimento e crea la possibilità di far nascere altri alberi.

L’unica preoccupazione dell’albero è vivere in armonia con il Creato. Non si preoccupa di quanto sia stato difficile affrontare le intemperie, di come è stato rigido l’inverno precedente o del caldo dell’estate ventura. Sa che è un albero, e la vita gli ha insegnato a vivere e gli ha mostrato ciò che deve affrontare.

L’albero sa anche a cosa serve: lo riconosce dai frutti che produce; è così che conosce se stesso. Non pensa e non si rifugia nel passato, affronta la vita giorno per giorno, si preoccupa solo di essere sempre più frondoso e di fare frutti sempre migliori. Per farlo, affonda sempre più le radici nel terreno. Per questo si dice: “Quello che l’albero porta di fiorito, vive di quello che ha seppellito”. In questo modo l’albero non vive nel passato, rappresentato dal terreno, ma ne trae sostentamento per crescere e mostrare all’esterno il suo essere in evoluzione che si espande verso il Cielo. Ciò avviene grazie alle radici ben piantate per terra.

Così dovete fare anche voi: vivere nel presente! Siete già un prodotto del vostro passato, non importa come fu; l’importante è che vi rendiate conto di che cosa siete e a cosa servite. A quel punto date i vostri frutti, rendetevi utili perché la vita sia sempre in voi e la natura vi conservi in salute – poiché la natura elimina soltanto ciò che è inutile.

A differenza dell’albero, per divina amorevolezza, se non vi piacete potete cambiarvi. Ma solo se sarete onesti e guarderete il vostro creato od operato con gli occhi della sincerità, cioè con gli occhi illuminati dalla luce dell’Amore.

Si dice che ci sia un destino, si dice anche che ci sia una vita propria e si dice pure che esiste il libero arbitrio. Possiamo crederci o no, ma non è dimostrabile. Possiamo solo crederlo, e credere vuol dire prendere per certo qualcosa che un altro sa. Ma se anche noi ci impegniamo un po’, sapremo con certezza se è vero.

Il Destino sarebbe una specie di contratto che si stabilisce liberamente prima della nostra incarnazione e serve alla nostra crescita spirituale. Vorrebbe dire che stabiliamo le “materie” che vogliamo studiare.

La vita propria è la vita che, una volta nati e dimenticati gli “accordi” presi, cominciamo a condurre e continuiamo fino alla fine del nostro compito terreno.

Il libero arbitrio è la possibilità che il Creato, per Divina Amorevolezza, ci dà di rispettare o meno il contratto fatto. Il libero arbitrio, sempre per Divina Amorevolezza, ci permette di scegliere se mantenere la parola spirituale data; ovvero di scegliere dove, come, quando e con chi studiare le “materie”.

Il grande compito umano è fare incrociare due potenti, grosse e tese corde di acciaio parallele, che rappresentano l’una il Destino e l’altra la propria vita. Intercorre fra loro uno spazio vuoto che è il libero arbitrio, ed ogni volta che riusciamo a fare incrociare il nostro destino con la nostra propria vita sentiamo una grande calma interiore che ci fa comprendere di aver agito bene – e la vita ci ricompensa con la gioia. E questo si chiama “Evento Sincronico”, “Casualità” o “La trama della vita”.

Perciò, secondo molti, c’è un destino – e, come ho già detto prima, questo è fatto delle esperienze (e solo le esperienze) che spiritualmente ci siamo impegnati ad affrontare. Non esiste un luogo del destino, non esiste un lavoro del destino, né tanto meno una persona del destino.

Esistono luoghi, lavori, persone che sono in sintonia con le nostre esperienze, forse perché hanno bisogno di qualcuno come noi per compiere le loro stesse esperienze. Ma siamo sempre noi a decidere se accettare o meno la sfida. Questa Divina Libertà è detta anche Libero Arbitrio.

Per questi motivi vi invito a fare come gli alberi: siate ben saldi e piantati nella terra dalla quale prendete nutrimento. La terra è Madre, è “Madre terra” – ed è madre perché nutre.

Per amore vostro conoscetevi dal vostro presente, perché il vostro presente vi dice chi siete. Ricordatevi che tuttavia potete, cambiando il presente, modificare il futuro – dando così anche un gran valore al passato.

In libertà, con Speranza e Fede, libratevi verso l’alto, verso cose sublimi che sono la vostra vita.

Fraternamente Edgardo

Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (2)

[…] Attraverso un ponte di ebano e avorio il sentiero ci portò a un altro giardino fatto di ibiscus e sterlizie; al nostro passaggio strane felci ci accarezzavano le caviglie.

Nell’aria si sentivano delle sonore risate.

Il sentiero ci condusse a un piccolo lago, che più che un lago sembrava una palude, dove serpenti d’acqua saltellavano come delfini; in mezzo, su una grande ametista, ballava un mago nero con un’espressione sorniona e grandi orecchie, avvolto in un mantello nero ricamato d’oro e di perle. Dalle lunghe e larghe maniche, ad ogni risvolta, cadevano i più svariati oggetti: gioielli, abiti, tavole imbandite, storie d’amore impossibili e anelli dai magici poteri.

Il mago, più girava e più rideva a squarciagola; sembrava impazzito dalla gioia, con le orecchie ben attente e lo sguardo malizioso. I serpenti d’acqua acchiappavano in aria gli oggetti e poi di corsa partivano attraverso i prati e si perdevano tra le montagne.

L’ospite mi disse: «Il compito del mago è ascoltare le suppliche delle persone e dare loro ciò che chiedono; così punisce la loro stupidità e questo lo diverte molto perché i desideri delle persone partono da centri energetici inquinati da stati emozionali alterati. Ma quando ascolta qualcuno che chiede “…ciò che è giusto per me…” ferma la danza, diventa serio e lancia su di esso una pioggia d’oro, per innalzarlo e avvicinarlo di più al celeste, la “Patria Natia”». […]

Il cambiamento

Osservando le persone, ho notato quanto a volte sia complicato vivere, quanta energia ci voglia per affrontare ogni giorno, quanti compromessi e quante umiliazioni spesso si debbano accettare, quanto talvolta sia importante mentire per il “quieto vivere”. Come siano effimere le gioie, ma tanto dure e durature le prove.

Eppure la vita è semplice, segue un percorso, un ordine e un equilibrio naturali. Senza forzature.

Allora ho pensato che forse non è la vita difficile, bensì possono esserlo le persone che la possiedono e i modi in cui l’affrontano. Così cominciai a parlare con tante persone per farmi raccontare come fosse stata la loro esistenza.

Molti erano esuli e avevano perso la loro patria, i loro luoghi, gli odori dei loro colori; ma comunque si erano ricreati una nuova esistenza ed erano grati alla vita, anche se mostravano una silente tristezza.

Altri avevano perso anche le persone care, ma con fiducia si erano creati nuovi legami ricordando i momenti più belli trascorsi insieme ai propri cari e non fissandoli eternamente nel lutto, tuttavia senza mai avere smesso di amarli.

Altri ancora avevano avuto amori tremendi, ma avevano imparato tanto su se stessi da non commettere lo stesso errore nelle storie successive.

Alcuni avevano subito rovesci finanziari, ma con tenacia e fede avevano ricominciato un’altra volta.

Altre persone, invece, erano rimaste ancora “sotto le bombe” benché fossero a quindicimila chilometri di distanza e a vent’anni dall’evento, pieni di rabbia e di odio.

Molti, in modo feticistico, tenevano in vita la Morte senza riuscire a distaccarsene.

Altri cercavano vendetta tradendo gli amori, perché secondo loro la vita insegnava così.

Da tutte queste storie compresi che nessuno aveva mai avuto un’infanzia, un’adolescenza né una vecchiaia felice. Nessuno aveva avuto amori semplici. Poche persone hanno espresso ciò che davvero sentivano. Solo alcuni si erano ribellati ai condizionamenti sociali per essere liberi, ma, come è noto, la libertà implica solitudine e ben poche persone sono disposte ad accoglierla come fedele compagna.

Forse per un miglior vivere le persone si convincono che le cose siano andate in un altro modo, si dicono felici e portano all’esterno ricordi bellissimi, ma quando aprono il cuore si scopre una fredda cripta piena di piaghe aperte e di eventi non compresi.

Non sono le esperienze vissute che procurano dolore, ma quelle non comprese; queste diventano ferite aperte che urlano disperatamente di essere guarite e riconosciute per quello che sono: esperienze di vita naturale, parti integranti di un programma personale. Altrimenti si resta bloccati in un particolare evento – e la cosa più tragica è che questi sentimenti si possono tramandare geneticamente.

La vita è saggia e generosa. La vita, molte volte, ci toglie, ci nega, ci rovescia come un calzino, ma poi ci compensa e ripaga. La vita sceglie sempre il meglio e ciò che è più adatto per il nostro benessere. Perché la vita è vita. Sta a noi imparare a comprendere i suoi meravigliosi doni compensativi.

Ci sono persone che, come tutti, hanno sofferto per qualcosa e, anche quando la vita le compensa e le mette al riparo, restano attaccate alla sofferenza e la riversano prima di tutto su se stesse, poi su quanto le circonda. Non riescono a vedere il cambiamento, si sentono vittime di ingiustizie e di eventi ormai passati e, in qualche modo, cercano di vendicarsi proprio su quell’evento o quel trauma, e si danno un gran da fare per tenerlo in vita – perché ormai l’unica cosa che, secondo loro, dà importanza al proprio essere è esattamente quella sofferenza o quella mancanza fatta o avuta.

Tutto ciò avviene perché quelle persone non sono disposte ad accettare ed a riconoscere il Cambiamento. Invece dobbiamo comprendere che le esperienze – ovvero i cambiamenti – sono la via della nostra vita. Se in modo naturale (non attraverso una seduta spiritica) possiamo ricordare o raccontare un’esperienza è soltanto perché siamo in vita.

Le esperienze ci portano in un posto migliore, in una situazione più elevata – proprio perché abbiamo superato o passato una prova. Solo così facendo potremo vivere in armonia e in pace con tutto ciò che ci circonda – contribuendo, al tempo stesso, a rendere anche la vita degli altri più piacevole, vivendo nel presente e soprattutto con un sentimento di gratitudine nei confronti di chi ci ha preceduto nella vita.

La tempesta

Molti anni fa c’era un sentore che un Generale avrebbe fatto un colpo di stato e che in città sarebbe scoppiata una rivolta. Poiché, nel corso della precedente ribellione, la facciata della nostra casa era stata crivellata per sbaglio da alcuni colpi di mitra, i nostri genitori decisero di mandare noi ragazzi in campagna da una delle nostre zie acquisite, Maria Amalia Reyesy Miranda (anche se una volta, in cucina, sentii raccontare dalle cameriere che, in verità, si chiamava in un altro modo e che in gioventù aveva lavorato in una casa da tè per signori facoltosi, dove aveva conosciuto lo zio). Questa, in circostanze poco chiare e mai del tutto approfondite, era rimasta vedova dello zio; cosa che le aveva permesso di entrare in possesso di un ingente patrimonio e di una casa di campagna che era una vera reggia.

Io la conoscevo poco, perché veniva soltanto una o due volte all’anno a trovare la mia famiglia, però la consideravo un pozzo di saggezza, anche se parlava sempre in modo evasivo. Quando una volta le chiesi se avesse avuto una vita felice, la sua risposta fu: «Sì, molto, e dalla vita ho avuto tutto ciò che ho desiderato». Poi aggiunse: «Caro, a volte la vita ci mette troppo tempo a darti ciò che meriti, perciò non devi essere pigro. Devi darle tu una mano. Vedi, piccino, anche tuo zio era molto abbattuto ed io, che sono sempre stata una donna emotiva e generosa, non ho mai sopportato la sofferenza delle persone che amavo e che amo; così, in un certo modo o nell’altro, ho sempre cercato di liberarle dal dolore». Da quel giorno in poi, ogni qualvolta la incontravo e mi chiedeva come andasse, io rispondevo: «Benissimo, quest’anno nemmeno un raffreddore!».

Quando i miei genitori dissero a me e a mia sorella di preparare i vestiti e le cose da portare in campagna, presi una sacca e vi misi: scarpe da ginnastica, alcune magliette, il mio adorato pigiama “puzzolente”, pantaloncini, un blazer e le scarpe della scuola (nel caso fossimo dovuti andare a messa), una macchinina, una spada di legno, l’elmetto da guerra, alcune mutande pulite e dei calzini. Ero pronto.

Anche mia sorella preparò le sue cose, ma in tre valigie: vi mise le scarpe migliori e i vestiti più belli. Alla mia domanda sul perché portasse tutta quella roba rispose: «Il fatto di vivere in campagna non vuol dire essere “campesini”».

Nel tardo pomeriggio Giacinto, l’autista di mia zia, arrivò a prenderci con una vecchia “Packard” blu decappottabile del 1934. Mia sorella scese così elegante come se dovesse andare a palazzo reale: tutta vestita di organza celeste e con dei boccoli fluttuanti sorretti da nastri colorati. Era un po’ ridicola, ma si sentiva tanto bella…

Salimmo in auto e partimmo. Attraversammo tutta la città, che era bella ed in pace; dall’alto dell’infinito, un plumbeo Sole la illuminava. La macchina procedeva lentamente ma sicura attraversando i posti di blocco; noi eravamo seduti sul sedile posteriore, mentre Giacinto, che non apriva bocca, era al posto di guida, separato da un vetro. Andammo avanti così per sessanta chilometri, poi finì la strada asfaltata e ne iniziò una sterrata che, dopo trenta chilometri, conduceva a casa della zia. La strada era piena di buche e Giacinto le “centrava tutte”; noi, dietro, eravamo sbatacchiati a destra e a sinistra, e battevamo quasi ritmicamente il capo sul tettuccio dell’auto. Mia sorella era una iena e si lamentava in continuazione, preoccupata per la sua pettinatura. Giacinto rimaneva imperterrito e muto.

Improvvisamente cominciò a piovere e, poiché a Buenos Aires, quando piove, fa sul serio, ben presto la pioggia diventò torrenziale. La strada sembrava un fiume e l’auto, passando sulle buche, schizzava acqua ovunque tanto che pensavo di essere in una barca. A un certo punto del tragitto una delle ruote finì in una buca più profonda e la macchina si fermò. Giacinto provò con delle manovre a farla uscire, ma più faceva e più questa s’impantanava. Dopo vari tentativi falliti, si girò verso di noi e abbassando il vetro ci disse: «Dobbiamo uscire e spingere, altrimenti restiamo qui tutta la notte!».

Intanto continuava a piovere incessantemente. Mia sorella, stizzita, sbottò: «Non ci penso nemmeno! Vai tu a cercare aiuto, in modo che qualcuno ci tiri fuori» – e restò seduta in auto. Giacinto la prese per un braccio e le disse: «Ora stai zitta e spingi!» – e la tirò fuori. Cominciammo a spingere, mentre Giacinto teneva il volante con una mano; ma niente… Così, completamente fradici, cercammo dei sassi da mettere sotto la ruota. Ogni volta che questa girava a vuoto ci riempiva di fango. Alla fine, passò un’altra auto e con dei cavi la nostra vettura venne tirata fuori.

Zuppi e sporchi risalimmo a bordo e ripartimmo. Mia sorella era una belva e piangeva amaramente. Era diventata proprio orribile: con i capelli appiccicati dal fango e tutti lisci, i vestiti macchiati e le scarpe rotte. Invece io mi sentivo un guerriero che aveva affrontato dei draghi in una lotta sanguinosa: le chiazze di fango erano le mie ferite di battaglia.

Finalmente la pioggia cessò ed arrivammo alla villa della zia, che ci aspettava alla porta tutta contenta. Subito la zia chiese a Giacinto se avesse avuto dei problemi per entrare in città; quindi si rivolse a noi, domandandoci gentilmente come fosse andato il viaggio. Mia sorella, che aveva vissuto quel viaggio come un’esperienza terrificante, raccontò che era stato orribile: sbatacchiata continuamente, non rispettata, costretta a spingere l’auto… – e in più i suoi vestiti si erano rovinati! Con un sorriso rasserenante zia Maria l’abbracciò e le disse: «Va bene, ho capito e mi dispiace. Però ora sei qui da me, sei al sicuro, e vi ho preparato tante belle sorprese per farvi divertire». «Sì» – aggiunse mia sorella – «ma il viaggio è stato allucinante!».

All’improvviso, la zia fece un urlo per chiamare Rosalba (la criada, ovvero la cameriera) e tutti insieme entrammo in casa. Era bellissima: c’era un buon odore di cera e sia i camini che i lampadari erano tutti accesi. In ogni vaso erano disposti mazzi di fiori, tanto che pareva una festa.

Un po’ svogliata arrivò Rosalba che, subito, guardandoci, sbraitò: «Via i mendicanti da questa casa!». Nostra zia le disse di non fare la sciocca e lei, scusandosi, constatò la realtà: «Allora questi sono i signorini di città! Ma cosa vi è successo?». Mia sorella subito riprese la sua litania: «Abbiamo fatto un viaggio orribile!». «Già… lo vedo» – rispose Rosalba.

«Va bene» – disse con risolutezza la zia – «basta chiacchiere! Portali nelle loro camere; che facciano un bagno caldo e poi scendano per mangiare». Salendo le scale mia sorella continuava a raccontare a Rosalba del viaggio e di quanto fosse stato difficile.

Arrivato in camera, trovai un gran letto ricoperto da una bella trapunta. Tutto profumava di lavanda e sul letto c’erano una scatola di cioccolatini, dei libri di favole e un regalo con un gran fiocco azzurro. «Le rivoluzioni sono più belle delle vacanze» – pensai – «speriamo di averne tante!». Col tempo il mio pensiero si sarebbe avverato, rovinosamente!

Dalla mia camera riuscivo a sentire mia sorella che continuava a raccontare della pioggia e del fango, e Rosalba che cercava disperatamente di cambiare discorso. «Bene. Ora fai un bagno, cambiati e scendi a mangiare» – le ordinò Rosalba. «Da sola?» – chiese mia sorella. «Da sola, sì!» – rispose Rosalba – «Esci dalla camera, prendi la scala e poi, seguendo gli odori, vai in sala da pranzo. Hai capito?».

Anch’io feci un bagno leggero e mi vestii. Quindi scendemmo a pian terreno per andare a mangiare, con mia sorella che indossava un ridicolo vestito bianco – come se stesse andando a comunione… «Speriamo che non ci sia la minestra di porri» – fu la sua ennesima lamentela.

Entrati in sala da pranzo, notai subito che il tavolo era imbandito di tutto punto – tanto che sembrava Natale: candelabri accesi, un centrotavola con delle roselline, tovaglia lunga quasi fino a terra, cristalli, porcellane… In fondo, seduta a capotavola, ci aspettava nostra zia. Ad un lato della stanza, su un tavolo a buffet, trionfante in una grande zuppiera bianca fumante c’era… la zuppa di porri! Ma c’erano anche polli ripieni, purè, verdure, salsicce, formaggi e panini caldi. Su un altro tavolo, una ciotola piena di ghiaccio conteneva un ampio recipiente pieno di gelato; e poi ancora tanta frutta e una torta glassata e infine… Rosalba accanto, in piedi!

La zia ci invitò a sederci, e mia sorella chiese di stare vicino al camino poiché, sosteneva, con tutta la pioggia presa durante il terribile viaggio, adesso sentiva freddo. «Va bene» – disse la zia, – «ma forse avresti dovuto metterti un altro vestito, cara».

Cominciammo a mangiare e Rosalba ci servì la zuppa, che “ovviamente” mia sorella non volle, adducendo (con un sorrisetto scemo) che durante il viaggio allucinante aveva già preso abbastanza acqua… Nostra zia continuò a mangiare tranquillamente.

Passammo ai secondi: mia sorella mangiò un po’ di tutto e fece (falsamente) anche i propri complimenti alla cuoca. Mentre Rosalba serviva il purè, mia sorella riprese a lagnarsi: «Vedi zia, era così molle il fango. Una cosa terribile!». Zia Maria si accomodò sulla sedia e la guardò con gli occhi fissi e in fiamme; poi, di colpo, sbatté le posate sul tavolo e trasfigurandosi in volto le urlò: «Adesso basta! Mi hai annoiata! Sei una stupida noiosa! Capisco che non è stato facile il viaggio, ma quando sei arrivata ti ho detto che potevi stare tranquilla, che non ti sarebbe successo nulla e che era già tutto passato, ma tu: niente! Ho tirato la casa a lucido per ricevervi, ho fatto un pranzo natalizio da quanto ero contenta di ospitarvi, vi ho messo a disposizione tutti i comfort…Ma tu: niente! E continui a rompere…Vi ho organizzato giochi e gite per farvi divertire, ma tu: niente! Ho perfino fatto lavare i figli del fattore affinché possano giocare con voi, ma tu non riesci a vedere nulla e continui a portarti dietro la tempesta. Allora sai cosa ti dico? Visto che nella mia vita sta arrivando l’inverno, ed io ho deciso di vivere un’eterna primavera, non permetterò a te, piccola mocciosa noiosa, di portare la pioggia in sala da pranzo. Ma siccome tu, evidentemente, non riesci a distaccarti dalla pioggia, esci immediatamente da questa casa e torna per la strada, cerca una gran buca piena d’acqua e fango, ficcatici dentro e restaci! Visto che vuoi vivere nella tempesta!».

Mia sorella ammutolì per un po’; poi, rivolgendosi con tono umile alla zia ormai calma, ma guardandola negli occhi a mo’ di sfida, le disse: «Forse sono stata fraintesa, era solo per conversare…». Quindi, con una voce da bambina cretina, chiese a Rosalba ancora del purè.

I giorni seguenti furono più tranquilli e divertenti, però questa è un’altra storia. Quanto a me, aggiungo soltanto che il mio adorato amico pigiama “puzzolente” fu lavato “a tradimento” da Rosalba: dopo quell’esperienza non fu più lo stesso…

L’esercizio del cambiamento

Per compiere questo esercizio bisogna che un giorno, quando siete tranquilli, in serenità, pensiate con calma a che cosa vi piacerebbe inserire nel vostro quotidiano, facendo attenzione a una legge fisica che dice: “Due cose nello stesso tempo, nello stesso luogo e con lo stesso ruolo non possono coesistere”. È chiaro che questa norma si riferisce solo al mondo della materia. In altre dimensioni tutto è possibile. Per questo motivo, se volessimo inserire qualcosa di nuovo nella nostra realtà fisica, dovremmo prima di tutto fare spazio.

Analizzate con molta cura ciò che volete e quanto sia importante ciò a cui dovrete rinunciare per il raggiungimento del vostro desiderio. Ascoltate i vostri sentimenti ed emozioni perché sovente sono loro i guardiani della nostra realizzazione umana. Finito questo lavoro, con sorpresa, vi renderete conto di molte cose su di voi e su ciò che vi circonda.

Poi individuate il vostro volere riconoscendo il suo nome, perché durante l’esercizio sarà rappresentato da un seme di un albero che voi dovrete raccogliere.

I desideri, le aspirazioni possono essere molteplici e di ogni tipo: spirituali, mentali o materiali. Così è possibile chiedere fede, serenità, amore, vitalità… – oppure un paio di scarpe nuove o un’auto. Non ci devono essere limiti né pregiudizi, bensì deve ispirarvi e guidarvi una grande chiarezza d’intenti.

Solo un avvertimento, molto importante, deve essere fatto: in questa esperienza di cambiamento dovremo agire soltanto su noi stessi, senza toccare il libero arbitrio altrui. Non stiamo facendo un “rito magico”, dove è consentito agire su di un altro anche se le nostre idee sono tutt’altra cosa. Stiamo lavorando in noi, per attirare cose su di noi e in armonia con noi stessi.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri verso l’interno: sei in mezzo a un orto dove ci sono degli alberi di ogni frutto che desideri.

Prendi i semi di ciò che vuoi avere da ogni albero.

Vicino a te ci sono paglia, acqua e terra.

Fa’ una palla di paglia e mettici i semi dentro.

Con l’acqua e la terra fai del fango e copri tutta la palla.

La palla è diventata grande – quasi un metro – ed è pesante; comincia a spingerla verso una collina su di una strada sterrata e piena di foglie.

Man mano che la palla rotola altra terra, altre foglie ed altra paglia si appiccicano e tu spingi con le mani in avanti senza riuscire a vedere la strada in salita.

Ancora altre foglie, altra terra ed altra paglia si aggiungono e la palla diviene sempre più pesante. Tu continui a spingere in avanti senza più vedere la strada e ancora continui.

La palla, rotolando, continua ad ammassare terra, foglie e paglia – e tu continui a spingere senza vedere la strada.

Sei arrivato in cima alla collina e continui a spingere.

La palla si stacca dalle tue mani e comincia a rotolare per una strada in discesa verso un campo arato. Quando la palla arriva al campo si frantuma in mille pezzi ed i semi volano da tutte le parti e cadono a terra nel campo arato.

Una lieve pioggia inizia a scendere e arriva a te, rinfrescandoti.

Stanco per la fatica fatta, ti siedi.

La pioggia è finita e vedi in fondo al campo formarsi un arcobaleno.

Ti alzi per tornare indietro.

Prima di andartene dai un’occhiata al campo e con sorpresa vedi che i semi cominciano a germogliare.

Contento torni per i tuoi passi e scendi dalla collina.

Arrivato al cancelletto lo scardini e lo metti da parte; così non si potrà chiudere. Nei giorni seguenti potrai ritornare in quel posto per controllare come crescono i tuoi alberi; quali devono essere curati o potati, quali devono essere lasciati in pace. Potrai osservare quali crescono più in fretta e ne comprenderai, durante il tuo vivere quotidiano, anche la ragione.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Sii felice.

E Lui dimostrò la Divinità nella sua natura
il suo Spirito nei suoi pensieri,
il suo Amore nel condividerli.
La sua umanità
nell’accettazione dei limiti della carnalità nella morte fisica.
La sua grandezza nell’essere vinto dall’amore per l’altro
l’Eternità, vivendo in noi.

Arden Said

Cosa cerchi

Da poco avevo compiuto i miei vent’anni, la vita mi sembrava orribile, difficile da comprendere e soprattutto ingenerosa. Se ogni cosa era voluta da Dio, lui evidentemente si prendeva gioco di me.

Decisi di andare a trovare Madre Rosario, madre superiora di un convento per novizie ricche che funzionava anche come scuola ed era vicino a casa.

Madre Rosario era sempre stata molto protettiva e disponibile nei miei confronti. Rispettava i miei confusi pensieri e non mi considerava un eretico come facevano altri. Da parte mia, la ritenevo alquanto evoluta poiché aveva una comprensione della religione molto diversa da quella ortodossa intransigente.

Così il giorno della mia annunciata visita trovai Madre Rosario seduta su una panchina in giardino, sotto un castagno secolare; tra le mani teneva un libro di preghiere. La salutai come era uso: «Ave Maria Purissima». Lei, come di consuetudine, rispose: «Senza peccato concepita».

Mi fece sedere per terra, sull’erba, e mi chiese il motivo della mia visita. Iniziai dicendo: «Fa tutto schifo; penso che Dio si sia addormentato e che non voglia più occuparsi delle persone o che si diverta a prenderci in giro». Lei si levò gli occhiali e mi rispose: «Non ti faccio bruciare perché ormai sono anziana e mi fa fatica».

Poi riprese fiato e aggiunse: «Sei sempre stato impegnato nella ricerca di chissà che cosa e, secondo me, alcune ricerche sono molto discutibili: non le approvo, come non approvo certi tuoi atteggiamenti e certe notizie che si dicono in giro su di te. Ma per quanto riguarda Dio ti dirò una cosa che faresti bene a scolpire nella tua mente malata: Dio è Vita e Creazione, ma soprattutto Dio è Amore. Dio è Onnipotente, Onnisciente, Misericordioso e Provvidenza. E, benché possa sembrare un obbrobrio, anche tu sei un’emanazione divina; una parte di te è una particella divina della stessa sostanza di Dio Padre. Tu sei qua per la sua gioia. Per questo motivo nulla ti può mancare. Questo puoi crederlo o no, ma la mia esperienza di vita mi porta a pensare così. Inoltre qualunque sia la tua religione c’è sempre un Dio; anche quando si crede il contrario Lui è presente, esiste per pensiero opposto».

Madre Rosario si fermò un attimo e continuò: «Se però stai tutto il giorno a cercare fuori e non vedi la tua realtà, non conosci la tua persona né la tua vita e sei sempre indaffarato a organizzare tutto e a tenere tutto sotto controllo, quando Dio può manifestarsi a te? Quando, se ogni volta che ti incontra nel vivere quotidiano, tu rinneghi Dio e cerchi di dare alle cose una spiegazione consona al tuo credere e al tuo pensare? Come fa Dio ad accettare le tue preghiere, se partono da una menzogna o da uno stato emotivo alterato? Come fa la Misericordia Divina a esprimersi nella tua vita, se vivi perennemente giudicandoti e giudicando tutto con una severità implacabile? Come fa la Divina Provvidenza a manifestarsi nella tua vita, se tu già hai deciso come dove e quando una cosa deve essere fatta e con quali mezzi?».

La vecchia suora scosse il capo e concluse: «Nel mondo c’è in abbondanza di tutto e per tutti, ma devi essere tu a permettere che Dio-Vita si manifesti nella tua realtà. Devi accettare e riconoscere che quello che accade sei tu e hai tutti i mezzi per modificare ciò che non va, proprio abbandonandoti alla Volontà Divina che sta dentro di te, nell’Anima, nel profondo del tuo essere; la Volontà Divina vuole che tu l’ascolti e che cominci a comunicare con Lei. Vuole che tu le dia tempo e spazio dove possa agire perché ti conosce da sempre, conosce tutti i tuoi segreti, tutti i tuoi bisogni per una realtà migliore, e sa come ottenere ogni cosa. Basta che tu l’ascolti e Le permetta di manifestarsi in Te».

Dopo questa ramanzina, la Madre superiora mi invitò a recitare un rosario insieme a lei e a pregare la Madonna Santissima Vergine Maria perché io potessi vivere in Cristo nostro Signore. Si raccomandò anche che facessi la comunione il più possibile, aggiungendo che non importava ciò che avevo commesso, perché nessuno è giusto agli occhi di Dio. «La mancanza più grande che puoi fare» – aggiunse salutandomi e benedicendomi – «è allontanarti da Cristo e non essere in comunione con lui”. In cuor mio, spero che a forza di prendere particelle divine, prima o poi anche in te venga fuori qualcosa di buono».

La salutai, la ringraziai e ritornai ad orecchie basse nel mondo profano con una chiave di lettura completamente diversa. Con la speranza e la convinzione che la vita possa essere diversa solo dandosi una nuova possibilità, permettendo all’Anima di agire in noi. Così fu.

E non ci indurre in tentazione

Un giorno un bambino e suo nonno stavano camminando in mezzo alla campagna. Ad un certo punto trovarono un grande e altissimo ciliegio con dei frutti maturi di color magenta intenso. Dall’aspetto esterno sembravano ciliegie squisite.

«Guarda nonno!» – disse il bambino – «Quanto sono belle e mature le ciliegie! Ne voglio prendere alcune perché sembrano proprio buone ed inoltre ho sete».

Il nonno gli rispose: «Ma no! Lascia perdere! Non vedi come sono in alto e tu sei così piccolino? Non ce la farai mai a prenderle! E anche se tu ci riuscissi, forse sono amare». «Se non le mangio non lo saprò mai» – disse il bambino. «E poi nonno, è vero che si trovano in alto ed io sono piccolo, ma se tu mi prendi e mi alzi, allungando le mani, sono sicuro di prenderne alcune. Dài nonno aiutami, vedrai che ce la faccio!».

Così il nonno, quasi a malavoglia, prese sulle spalle il piccino e questi, allungando le mani, colse parecchie ciliegie. Una volta terminata la raccolta, il bambino e suo nonno mangiarono insieme, felici e contenti, i frutti sull’erba.

La semplice storia ci dimostra come il bambino, nel suo essere pienamente tale, non cade in tentazione: non cede ai tentativi di scoraggiamento del nonno che gli mette davanti l’impossibilità del fare le cose. Il bambino rappresenta l’innocenza, la non conoscenza delle leggi e dei limiti, la purezza. Ha avuto solo la speranza ed ha immaginato di mangiare le ciliegie, ha fatto forza sulla propria fede per convincere il nonno ad aiutarlo. Il bambino ha avuto l’amore per vedere e accettare la sua realtà di “piccino”, e per amore ha trovato il modo di essere aiutato a realizzare il proprio intento. Appoggiandosi e innalzandosi sulle spalle del nonno, che rappresenta il vissuto pieno di esperienze e il tempo, e quindi alzando le mani al cielo ha preso i frutti.

Cadere in tentazione significa rinunciare – per mancanza di speranza, di fede e d’amore – al raggiungimento delle nostre mete. Cadere in tentazione significa arrendersi alla mancanza d’amore, cedere alle paure. Cadere in tentazione significa non abbandonarsi alla Volontà Divina, che è anche in noi.

Fraternamente Edgardo

Credo la resurrezione della carne, la vita eterna. Amen

Chi è di battesimo cattolico (e sono tanti nel mondo) questa frase di sicuro l’avrà ripetuta infinite volte, ma forse senza averne mai capito il significato, il concetto fondante – altrimenti la vita di tutti sarebbe completante diversa.

Nel pronunciare questa affermazione del Credo stiamo asserendo che la vita è eterna, senza fine. Ma tutti noi sappiamo benissimo che la vita terrena ha un inizio e una fine. Forse ci sono persone immortali: io non ne ho incontrate, ma non si può mai sapere.

Allora perché continuiamo a ripetere come pappagalli un’affermazione del genere, se sappiamo che non è così? Davvero crediamo che un giorno i morti usciranno dalle loro bare o scoperchieranno le loro urne e, tutti insieme allegramente, andranno in giro a trovare i loro cari? Se fosse così, vi assicuro che sarebbe davvero traumatico. Comunque per ora, in tutti questi secoli, un fatto del genere non è mai avvenuto.

Noi continuiamo a ripetere “Credo nella vita eterna” perché è la verità; però parliamo soltanto, senza saperlo, della vita dell’anima, che fa una breve esperienza terrena nel mondo materiale. In realtà si tratta di uno Spirito che si incarna, uno spirito che fa un’esperienza materiale nel divenire di un progetto di evoluzione e purificazione – e non della materia che ha, come stravaganza, la sorte di fare una breve esperienza terrena nel mondo materiale. Lo stesso corpo materiale verrà abbandonato, una volta terminato il suo compito di essere l’involucro dell’Anima – e lo Spirito continuerà il suo percorso attraverso l’eternità.

Soltanto se comprenderò questo, allora potrò dire con convinzione: “Credo nella vita eterna”.

Una volta, una vecchia strega di Buenos Aires mi disse: «Non perdere tanto tempo per cercare di comprendere le cose dello spirito; non ci riuscirai mai perché pretendi di farlo con la mente, che è limitata e non è in grado di capire le cose divine. La spiritualità potrai comprenderla solo sperimentandola in te, altrimenti è faticoso e inutile. Sarebbe come se due galline, davanti a un foglio di carta con scritto 2 + 2 = 4, cercassero di capire i simboli e il sistema: poverette! Le galline hanno un cervello che serve per altro, e non per capire la matematica che è pura semplice e perfetta».

Così è per noi: abbiamo una mente limitata alla funzione che deve svolgere sul piano materiale; la mente non potrà mai raggiungere la conoscenza del Divino, non è in grado di farlo. Ci sono cose, però, su cui dobbiamo riflettere e cercare di comprenderle per vivere in armonia e in pace, senza paura.

L’Anima o Spirito giunge in questa dimensione con un compito ben preciso da svolgere: coinvolgere le persone, i luoghi e il periodo storico che incontrerà. La durata di tale compito sarà consona al lavoro da svolgere: il suo “tirocinio”. Questo viene visto come vita terrena e le prove che affronterà sono soltanto i quesiti che dovrà risolvere per la sua evoluzione e giungere alla purificazione. Così ci sono entità alle quali basteranno solo poche ore per svolgere il lavoro e altre che, invece, impiegheranno anni prima di allontanarsi dal corpo materiale.

Se comprendiamo che l’Anima è immortale comprenderemo che dentro ogni essere, anche se di pochi mesi, abita un’Anima millenaria. Oltre alla sua purezza, l’Anima contiene una memoria genetica infinita, prodotta da tutti gli incroci fra gli esseri umani che sono stati necessari per permettere la sua nascita o la sua venuta in questa dimensione.

Allora guarderemo e valuteremo con più calma tante cose che consideriamo “ingiustizie”; dando loro il giusto peso, le vedremo come un breve passaggio necessario per il perfezionamento dell’Anima o come opportunità di purificazione. «Dio non è buono. Dio è giusto» – diceva la sensitiva Colette Muskat, terapeuta ed esperta in visualizzazione. E aveva ragione.

Si dice anche “la vita è una sola” e “siamo in una valle di lacrime”; questo, oltre che non veritiero, sarebbe anche ingiusto. Perciò, visto che Dio è giusto, ci sono infinità di vite – e, se vogliamo, possiamo anche piangere, ma sarebbe più utile che tutti insieme ci sforzassimo di creare una valle che somigliasse sempre più a un inno alla gioia. Questa è una nostra prerogativa, sta solo a noi decidere.

Ogni cosa ha un perché e un suo motivo di essere, sta a noi riconoscere e accettare la realtà. Dobbiamo, però, guardare con molta attenzione come realmente sono le cose e perché accadono. Anche questo, siamo in grado di farlo.

Noi guardiamo e valutiamo la vita come se, osservando soltanto un fotogramma di un lungo film, cercassimo di comprendere la trama e la storia che viene proiettata.

Noi vediamo tutto in modo confuso perché non ci soffermiamo ad analizzare oggettivamente tutti gli eventi della nostra esistenza. Anche se affermiamo di credere e di avere fede, non è così. Ogni cosa o evento che non ci piace lo consideriamo ingiusto, questo è il motivo per il quale siamo perennemente arrabbiati.

A tal proposito, per fare qualche esempio, vi racconto delle piccole esperienze personali che mi hanno chiarito molte cose.

Una mattina di Sole vidi una grande finestra protetta da una grossa e pesante grata che si affacciava su un bel prato. Mi avvicinai per guardare dentro e osservai una scena tristissima: una quindicina di piccoli bambini in silenzio, tutti vestiti nello stesso modo e seduti su dei piccoli banchi, cercavano di imprimere con i lapis dei simboli su dei fogli; alcuni facevano fatica. Davanti a loro una signora con l’occhio vigile, vestita in modo austero, controllava che tutto si svolgesse in ordine. Pensai che fosse orribile questo trattamento per dei bambini: in una giornata di Sole e in un bel prato i bambini dovrebbero giocare, ridere e fare schiamazzi; invece erano “prigionieri” in un luogo triste. Guardando meglio e allontanandomi un po’ dalla finestra, compresi però che il luogo era una scuola, i bambini erano all’asilo nido e cercavano di imparare a scrivere, cosa che avrebbe permesso loro di esprimersi nella vita; la donna austera era la loro amata insegnante.

Un’altra volta aprii una pesante porta di legno e vetro, entrai in una stanza piena di vapore caldissimo dove vidi delle persone mezze nude e sofferenti, con il volto trasfigurato, sedute su delle rigide panche di legno; altre, invece, erano sdraiate mentre qualcuno le “fustigava” con dei rami. Era orribile: come era possibile trattare così delle persone innocenti? Poi, facendo attenzione compresi che quella era una bellissima sauna di un centro benessere e che le persone erano lì per purificarsi dalle tossine, così da vivere in migliore salute.

Un giorno di pioggia torrenziale, arrivato in auto ad un incrocio vicino a casa, mi dovetti fermare perché c’era uno stop. Così vidi attraversare la strada, sotto il diluvio, un uomo non molto aggraziato; pensai: povero sventurato. Essendo fermo, potei osservare con più attenzione e notai che il “povero sventurato” era appena uscito dal bar e si apprestava a salire nella sua macchina, una bellissima “Bentley Continental” nera; guardandolo meglio lo riconobbi: era uno degli uomini più ricchi e amati della mia città, Firenze. Avevo valutato tutta la sua esistenza basandomi solamente su un insignificante evento della sua storia.

Allora, se noi facessimo un piccolo sforzo per osservare attentamente la nostra esistenza e quella di chi ci è vicino, se considerassimo tutte le casualità sincroniche che ogni giorno accadono, se pensassimo anche alle conseguenze dei nostri pensieri e scoprissimo che le cause primarie che stimolano tali pensieri si trasformano in realtà tangibili (indipendentemente dai nostri stessi pensieri), comprenderemmo che anche la nostra esistenza è causata da un effetto precedente, creato nel corso del divenire dell’Anima Immortale. Così facendo, nella nostra mente non ci sarebbe più posto per “buono o cattivo” ma soltanto per il concetto di “giusto”. E Dio Creatore è giusto.

Alcune scritture molto antiche dicono che quando un’Anima “nuova” decide di incarnarsi – per venire in questa dimensione terrena, al fine di compiere la propria purificazione ed evoluzione – tutto il Creato è in gioia e dona a quest’anima “nuova” ogni talento possibile: carisma, grazia, bellezza, salute, magnetismo, ricchezza e intelligenza. Ciò avviene allo scopo di rendere la sua venuta “terrena” meno faticosa, nonché utile al tempo storico che troverà e al bene comune. Da come essa gestirà questi carismi dipenderà il suo futuro ciclo di nascita e rinascita, in questa scuola che è il mondo terreno. Se non farà del tutto un buon lavoro, dovrà ritornare per mettere ordine al proprio operato: tante volte quanto sarà necessario.

A volte l’Anima pagherà debiti, altre invece riscuoterà crediti – ma sempre nell’intento di compensare, evolversi e purificarsi. Così, nelle sue rinascite, l’Anima sarà donna o uomo, sarà sana o malata, longeva o prematura, ricca o povera, intelligente o idiota, vittima o carnefice, veritiera o menzognera, amorevole o abominevole… E tutto questo dipende dalla vita precedente: causa ed effetto.

Non ci sono mezze misure: una giornata è di Sole o di pioggia; si può dire che ci sono giornate che sono soltanto nuvolose, ma io dico che comunque la giornata nuvolosa non è una giornata di Sole.

C’è la luce o c’è il buio, ma appena appare la luce il buio svanisce. Noi veniamo in questa dimensione per aggiungere luce alla nostra immortalità dell’Anima. La comprensione è luce.

Essendo la vita una via di evoluzione e purificazione, incontriamo compensazioni che possono essere volontarie, donazioni di tempo o denari; allo stesso modo, saranno forme compensative atteggiamenti come quello che porta a occuparsi della comprensione del modo di essere proprio e altrui (ma non in maniera egocentrica né ossessiva), oppure come quelli di rendersi utili al bene comune, di sforzarsi per vivere in armonia appianando gli scogli emotivi e soprattutto di “servire”.

Ci sono anche delle compensazioni involontarie: quelle che la vita ci impone quando abbiamo evitato le compensazioni volontarie; ma anche queste hanno lo scopo di realizzare una evoluzione o purificazione. Così subiamo le malattie, i lutti incompresi, i furti, la mancanza d’amore e tutte le situazioni che, avvicinandoci al “dolore”, ci aprono una via verso una nuova riflessione – che, a sua volta, porterà a una vera comprensione.

Attraverso queste purificazioni potremo guardare la nostra vita in modo diverso e più luminoso, vedendo per intero tutta la sua bellezza e comprendendo che essa è parte salda di una vita ancora più intensa, più emozionante e infinita. Comprenderemo la nostra immortalità e la vita che verrà.

Credo la resurrezione nella carne, la vita eterna. Amen.

Fraternamente Edgardo

La menzogna

Quando vi mentono rattristatevi, chiedetevi perdono, rivedete i vostri pensieri e i vostri sentimenti, perché qualcosa di molto grave è successo. Può darsi che a qualcuno abbiate dato un’immagine di voi così terrificante, che questo abbia avuto paura di esprimere il suo vero “io”. Se invece non fosse così, e siete certi di essere stati morbidi e leggeri nei suoi confronti, allora prendete immediatamente le distanze da questo essere così devastato. La sua scelta di vivere in un’illusione, in buona o in cattiva fede, potrebbe danneggiarvi. Reagite e, in modo amorevole, spiegate al vostro interlocutore qual è la realtà secondo voi; poi, senza entrare in conflitto con lui, allontanatevi e lasciate che, con il tempo, l’amore e la verità svelata agiscano in funzione del bene.

Quando, invece, siete voi a mentire, allora rattristatevi molto di più – poiché siete totalmente arrabbiati con voi stessi che vi giudicate inadatti, e giudicate gli altri incapaci di accettarvi per quello che realmente siete. State dando vita alle vostre paure e queste vorranno essere alimentate con altre menzogne. Così facendo si creerà una catena infinita di ansia e disamore che vi impedirà di vivere la vostra vera natura.

A volte può succedere che siamo costretti a mentire a noi stessi, perché la realtà che stiamo vivendo è così terrificante che accettarla porterebbe solo alla pazzia.

In questa vita, in tante situazioni di pericolo, mi è successo molte volte di mentirmi e raccontarmi che tutto andava bene e che potevo farcela, che mi volevano bene… È così che ho trovato la forza per uscire dalle situazioni difficili. Una volta al riparo e al sicuro ho ripercorso con la mente il vissuto e ho potuto accettare la realtà sperimentata, dandole un valore come esperienza di vita o come insegnamento. Ho liberato così la menzogna.

Perciò vi dico: siate vigili, ma evitate di cadere nella pedanteria di razionalizzare tutto senza lasciare spazio alle sane illusioni o ai sogni di speranza. Fate attenzione a voi e agli altri, in leggerezza e senza giudizi, con amore e incuriositi dal conoscere.

Non abbiate paura delle botte: “Cosa vuoi che faccia un’altra macchia alla tigre?”. Fatevi conoscere per quello che siete e non per ciò che avete creato allo scopo di difendervi; perché quest’ultima, in realtà, non è che una personalità preponderante. Abbassate le vostre mura di protezione e permettete agli altri, attraversando il fossato pieno d’acqua cristallina intorno a voi – che rappresenta il vostro mondo emotivo, estremamente vulnerabile ma così vero da fare innamorare chiunque –, di arrivare fino al vostro essere di luce.

E anche voi permettete al vostro essere di luce di attraversare lo stesso fossato di acqua cristallina e arrivare oltre le mura, per poter così comunicare al mondo esterno la vostra verità. In questo modo potrete vivere in piena armonia l’essere di luce che siete, attraverso una modalità emotiva immensamente ricca e saldamente protetta dalla verità.

In altre parole vivrete senza paura.

Fraternamente Edgardo

Sono come uno spirito
che nell’intimo del tuo cuore ha dimorato,
e le tue sensazioni ha percepito, e i tuoi pensieri ha avuto,
e conosciuto il più profondo impulso del tuo animo:
quel flusso silenzioso che al sangue solo è noto,
quando tutte le emozioni in moltitudine descrivono la quiete di mari estivi.
Io ho liberato le melodie preziose del tuo profondo cuore:
i battenti ho spalancato, e in esse mi sono rimescolata.
Proprio come un’aquila nella pioggia del tuono, quando veste di lampi le ali…

Percy Bysshe Shelley

La storia di Carla Cohen

Carla era un’esule ebrea polacca, superstite di Treblinka, e portava sempre al vento una grande chioma di finissimi capelli dorati. Trasferitasi in Argentina dopo la guerra, era ormai orfana.

Dopo essere diventata infermiera, si era sposata con un rozzo commerciante argentino di religione cattolica. Per il fatto di essere polacca e di religione diversa, Carla non si era mai sentita completamente parte della sua nuova famiglia. Aveva tre figli che cresceva con amore e, dopo il lavoro in ospedale, aiutava in bottega suo marito e si occupava anche dei suoceri anziani, che vivevano con loro, ma le sembrava di non fare mai abbastanza per essere accettata. Per questo il suo cuore era sempre in ansia.

Un giorno, dopo aver avuto un gran mal di testa con vomito, scoprì di avere un tumore al cervello. L’intervento doveva esserle fatto velocemente: aveva discrete possibilità di salvarsi, in quanto pareva che la malattia fosse stata presa in tempo.

Carla, poiché era molto forte, prese la brutta notizia con calma. Aveva già affrontato la morte una volta e l’aveva sconfitta. Era sicura di farcela anche stavolta.

I preparativi per l’intervento furono fatti regolarmente e non c’erano stati problemi. In casa tutto sembrava tranquillo, anche se tutti erano un po’ preoccupati.

Una sera il marito entrò in camera e trovò Carla in un mare di lacrime, mentre si spazzolava i capelli. Non riusciva a smettere di piangere e ripeteva: «Ora i miei adorati capelli saranno tagliati».

Questa, in breve, è la sua storia. Carla era una bambina polacca di religione ebraica, nata a Varsavia da una ricca e colta famiglia di musicisti. Era molto bella e brava a scuola, sempre sorridente; amava correre, giocare e andare in bicicletta; ma soprattutto amava i suoi lunghi e dorati capelli, che portava sciolti al vento o arrotolati in magnifiche trecce.

All’età di dodici anni fu fatta prigioniera e deportata insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Treblinka. Qui i componenti della sua famiglia vennero smistati e Carla fu rasata a zero. Insieme ai capelli perse anche i suoi familiari.

La guerra finì e, ormai signorina, trovò rifugio in Argentina tramite la comunità ebraica.

Adesso, dopo tanti anni e tanti orrori superati, la vita le proponeva di nuovo lo stesso dolore, gli stessi mostri si erano risvegliati e i suoi capelli sarebbero stati tagliati… Si sentiva tanto umiliata e triste, e pensava a come avrebbe fatto a presentarsi ai suoi cari tutta rasata.

Tutto ciò era veramente orribile. Il marito, anche se molto rozzo, cercò in ogni modo di consolarla, ma invano.

L’intervento andò bene e Carla, dopo poche ore, anche se addormentata, poté tornare nella sua camera. Quando si svegliò, tutta pelata, poté vedere prima lo sguardo commosso del marito e poi i figli che la guardavano speranzosi. C’erano anche i suoceri e tre amici intimi, tutti in silenzio, commossi e curiosi. Fu allora che la donna ebbe modo di notare che tutti, ma proprio tutti, erano a loro volta completamente rasati! La suocera, pelata, si avvicinò e abbracciandola forte le disse: «Ora anche tu sei dei nostri!». Tutti scoppiarono in una risata isterica che si trasformò in un pianto liberatorio, e stringendosi intorno a Carla rimasero a lungo serrati in un unico abbraccio.

Carla guarì definitivamente dopo un anno di cure ed i suoi capelli tornarono a crescere quasi più belli e più forti di prima. Continuò a portarli sciolti o con la treccia, ma ogni tanto si copriva con un turbante e mi diceva: «Sai, mi serve per ricordarmi che sono amata».

* Ispirato da un racconto della tradizione orale ebraica.

Messaggio di un vecchio cinese dal volto bianco con sgargianti abiti gialli e porpora

Un giorno di alcuni anni fa, essendomi trasferito in Italia già da qualche tempo, mi recai in ospedale. Dovevo ritirare le mie analisi che, fortunatamente, risultarono perfette. Era l’ora del passo in ospedale e l’unico parcheggio libero era davanti al reparto dei bambini, così lasciai la macchina lì. Mentre stavo tornando a riprenderla, contento per i risultati delle analisi, improvvisamente una pallina gialla da tennis mi batté sul piede; mi chinai per prenderla e, alzandomi, vidi il delizioso viso di un bambino sorridente che, ringraziandomi, allungava una mano per riprendersi la pallina.

Accanto a lui c’era sua mamma, anch’ella sorridente. Li guardai entrambi con tenerezza: il bambino, che portava un berrettino calato fino alle orecchie, non aveva né ciglia né sopracciglia. Dissi solo: «Amore» – e gli restituii la pallina.

Quindi salii in auto e misi in moto, ma non riuscivo a partire: un terribile malessere mi aveva invaso. Sentivo un forte peso al petto e un gran nodo alla gola. Dal profondo del mio intimo usciva una feroce iena, che alzava verso il cielo le fauci spalancate ululando il suo dolore all’infinito.

Di colpo, mi sentii totalmente inutile e ben piccola cosa. Era così ingiusto e incomprensibile che i risultati delle mie analisi fossero buoni e, al contrario, quelli del bambino completamente e orribilmente diversi. Ero rabbioso con l’Universo.

Ingranai la marcia e tornai a casa. Lì giunto, ringraziai le divinità per la mia salute e poi cominciai ad imprecare contro tutto e tutti, accusando il mondo di ogni vigliaccheria e di mancanza di buon senso e umanità. Invocai il Cristo e urlai in silenzio che ci aveva ingannato, che non si poteva fare come Lui aveva detto – né nel nome del Padre e nemmeno nel Suo.

Comprendevo e ringraziavo perché, visto che mi tenevano in vita e in buona salute, di sicuro la mia presenza nel Creato a qualcosa serviva. Ma ancora non avevo capito a che cosa. Urlai che i bambini sono tanto fragili e che era crudele infliggere loro prove così dure. Urlai che forse non Gli era bastato vedere il dolore di Sua madre, che Dio era insaziabile e voleva vedere il dolore in altre madri. Urlai che tutte le entità divine si dovevano vergognare, e che le trovavo maligne e terrificanti.

Queste imprecazioni mi stancarono moltissimo, ma nessuno rispose; così, senza accorgermene, mi addormentai sul divano accanto ai gatti.

Nel sonno percepii un leggero e piacevole profumo di rose e viole, accompagnato come da una carezza sulla guancia sinistra. In sogno mi apparve imponente un vecchio cinese dal volto bianco, lussuosamente vestito con abiti sgargianti giallo-oro e porpora, avvolto da una nuvola azzurra e circondato da carpe imperiali alate.

Il vecchio cinese volò per la stanza, poi sempre galleggiando con aria sorridente e con voce musicale mi disse: «Solo chi è malato può guarire. Chi sta bene può solo curarsi o prevenire, ma non guarirà mai. La guarigione avviene nell’anima o spirito, che è immortale, ma non nel corpo. La guarigione può avvenire in un corpo malato che, tuttavia, può anche restare malato e deperire. Comunque è il suo destino, perché l’anima prima o poi lo dovrà lasciare, si dovrà distaccare. Ma un corpo sano non può guarire l’anima, che è il luogo in cui risiede la malattia; può solo contenerla, forse più a lungo. Comunque l’anima dovrà distaccarsene e di conseguenza il corpo deperirà. La malattia, che è una conseguenza comportamentale e causale, ci dà la grande opportunità di soffermarci e di correggerci, di vedere cosa abbiamo inserito nella nostra vita che non risulta in armonia con il nostro essere o con la nostra vibrazione energetica, unica e individuale. Tale vibrazione è pertanto diversa da tutte le altre, è Unica. Soltanto rendendoci conto di ciò, iniziamo a percorrere la via della guarigione. Tuttavia l’anima, la mente e il corpo devono essere nutriti e curati con estrema solerzia ed estrema amorevolezza».

Ci fu una breve pausa, poi il mio “visitatore” continuò: «Ad ognuno ciò che merita. Ad ognuno ciò di cui ha bisogno, anche se non lo merita. Ad ognuno, oggi, ciò per cui un domani ringrazierà. Nessuno è mai guarito con la psicologia o con la meditazione, con la magia o con le preghiere, né tanto meno con i condizionamenti mentali. Questi mezzi si sono dimostrati tutti fallimenti e mai abbiamo capito perché. Ogni tanto si verifica una guarigione ma è sempre miracolosa: su milioni di persone una sola guarisce e ciò è sempre dovuto ad un’espressione mistica. Ma ripeto: una persona fra milioni! E magari anche con poca fede. Perché? Perché quella persona inconsapevolmente si è messa in sintonia con il Divino e allora è avvenuto il miracolo di transustanziazione. Vuol dire che la persona non è cambiata, il che sarebbe trasformazione; nemmeno ha cambiato idee, il che sarebbe conversione; la persona ha cambiato sostanza, che è il miracolo che dovrebbe accadere ogni volta che si consacra una particella od ostia divina: non è più pane, ma il corpo di Cristo. Quella persona è sostanzialmente diversa, niente in lei è uguale a prima».

Ancora un istante di silenzio e il vecchio cinese proseguì: «Nel momento in cui la persona si è messa in sintonia con il Divino, anche inconsapevolmente, pure lei è diventata divina e, riconoscendo ogni impurità (a qualsiasi livello si fosse trovata), l’impurità stessa è sparita. Così la persona è guarita. Dopo, con un divino interiore stimolato, la persona cambia naturalmente. In tal modo è trasformata e riconoscendo il miracolo cambia idee o convinzioni. Risulta convertita. Questo miracolo sussisterà in lei finché manterrà vigilante il divino, ovvero finché questo sarà presente e acceso. Vuol dire fintanto che quella persona non ricadrà negli errori che l’avevano resa un essere in difficoltà. Di sicuro verrà messa alla prova, ma sarà supportata dalla conversione avvenuta e presto, sempre vigilante il divino, anche le prove finiranno. Solo a quel punto la persona sarà definitivamente guarita e comincerà a splendere con una luce diversa. Potrà, ed è assolutamente consigliato, illuminare anche gli altri. In altre parole, la persona “guarita” e “illuminata” dovrà rendere al mondo ciò che dal Divino ha ricevuto. Così avviene la guarigione, che è alla portata di tutti. La guarigione avviene solo perché si è purificata, pulita o risanata la sorgente della difficoltà. Non si è agito sulla causa né sull’effetto. Non si è costruito sulla difficoltà né tanto meno sul pensiero o su un’ottica diversa delle cose: si è solo purificata la sorgente. Quando si vuole purificare un fiume, purificando la sorgente automaticamente si purifica la foce…».

Con queste parole il vecchio cinese uscì dal mio sogno. Al risveglio mi sentivo meglio. Anche se i miei pensieri erano uguali, chiesi scusa all’Universo: non per la sostanza dei miei discorsi, bensì per la forma con la quale li avevo espressi. Subito dopo, mi misi a scrivere un racconto (“Foglie”) e due esercizi di visualizzazione (“Il corpo di Luce” e “Il Corpo di Luce-Colori”), con la speranza che potessero essere utili a qualcuno in futuro.

La Religione è per le persone che hanno paura di andare all’inferno.
La Spiritualità è per chi all’inferno c’è già stato.

Bonnie Raitt

La Cresima

Erano passati ormai quattro anni dalla mia Prima Comunione. Un’esperienza orribile. Con timore reverenziale mi ero avvicinato all’altare e, quando il prete pronunciò il rituale: «Il corpo di Cristo» – risposi: «Non voglio mangiarmi il Cristo». Al che, il Padre mi disse: «Apri la bocca e non masticare» – poi mi infilò l’ostia quasi fino alla gola e mi disse di andare.

Tutti erano contenti, ma io restai triste e con un grande senso di colpa. Era l’esperienza più barbara e tribale che avessi mai fatto: mangiare un pezzo di qualcuno… e la cosa più atroce era che avrei dovuto farlo almeno ogni domenica. Ma per tutti adesso ero quasi un vero cattolico e questo, in parte, garantiva un’accettazione sociale non indifferente.

Il passo successivo era la Confermazione o Cresima. Ma anche per questo bisognava fare un corso per comprendere il vero Cristianesimo e accettare in tutta consapevolezza il Battesimo a suo tempo imposto, che ci libera dal peccato di essere nati a seguito di un atto riprovevole, commesso a nostra insaputa dai nostri genitori.

Di conseguenza iniziai a frequentare gli incontri che si tenevano nella mia parrocchia, una ex villa neoclassica di campagna, donata alla Chiesa e gestita da una congregazione di sacerdoti: un gruppo di bellissimi, ricchi e sportivi giovani consacrati a Dio e che, oltre a godersi la vita, amavano ogni tanto mortificare il corpo; così, coprendosi con un piccolo pezzo di stoffa i genitali, si frustavano a vicenda. Le persone li consideravano santi, ma a me quella pratica non piaceva tanto e, insieme ai miei amici, mi ero ripromesso che, se ci avessero provato con noi, li avremmo riempiti di botte. Ma non è mai successo; siamo sempre stati rispettati.

Un giorno, nel primo pomeriggio, uscii di casa per andare a uno degli incontri. Passai davanti alla casa di Aurora, una nostra cara amica di origine spagnola. Era stata una rivoluzionaria della guerra civile; ogni tanto mi insegnava a coltivare l’orto e odiava preti e suore. Vedendomi, Aurora mi chiese: «Dove vai?». Le risposi: «In parrocchia per la cresima». Al che, lei mi ammonì: «Stai lontano da quelli! Vai a giocare a calcio, ti farà meglio». Sorrisi, perché lei era anche un’accanita tifosa di calcio della squadra chiamata “Diavoli Rossi” – e tirai dritto.

Gli incontri di catechismo erano affidati alle suore del collegio Santa Anna; in particolare il mio gruppo era seguito da suor Angelica della Compassione. Una bellissima suora d’origine austriaca, con occhi grigi e uno sguardo penetrante e freddo che incuteva rispetto. Pensavo fosse stata nazista e mi divertivo a raccontare ai miei compagni delle storie atroci, inventate, sul suo conto.

Giunto in parrocchia, trovai alcuni dei miei compagni e suor Angelica insieme a loro. Appena tutti furono arrivati, entrammo in parrocchia e cominciammo il corso. Tutto andò bene e suor Angelica si dava da fare per insegnarci la morale cristiana. Ci raccontava dell’amore di Dio per il suo popolo e ci descriveva con dovizia di dettagli come Dio – per amore – distruggesse gli empi, mandasse delle piaghe, delle epidemie, il fuoco devastatore e ogni sorta di calamità possibile su quelli che non lo ascoltavano… Ma tutto questo sempre per amore del suo popolo, perché lui era il nostro Pastore e noi il suo gregge, le sue pecore. Dio ci amava tanto e per colpa nostra era stato crocifisso mezzo nudo ed era morto per amore di noi peccatori, anche se era pronto a punirci per i nostri terribili peccati.

La suora, inoltre, ci invitava a confessarci e pentirci: se fossimo stati pronti a riconoscere le nostre colpe, confessandole e pentendoci sinceramente per esse, Dio ci avrebbe perdonati e non ci avrebbe punito – proprio perché noi eravamo le pecore del suo gregge e lui il nostro Pastore.

A questo punto mi alzai e dissi: «Non mi piace l’idea del pastore e delle pecore, perché per Pasqua il pastore sgozza e vende gli agnellini». Suor Angelica mi guardò infuriata e replicò: «Quelli sono pastori protestanti!». Poi aggiunse: «Gli agnelli sono stati creati da Dio per essere mangiati, e poi sono buoni cucinati in molti modi: arrosto con le patate, ma anche in umido. Ora siediti, sta’ zitto e ascolta la grandezza di Dio». A me la storia non convinceva molto, ma lasciai stare.

Così andò avanti ancora per un po’ e, ogni volta che raccontava di una strage, il suo volto si illuminava di una luce celestiale. Alla fine ci disse: «Ora resterete soli a riflettere sui vostri peccati e potrete anche commentarli fra di voi, tanto nessuno vi ascolta» – quindi uscì dalla stanza e noi restammo in silenzio per un po’, senza aver compreso nulla.

Uno dei miei amici propose di pensare a qualcosa da confessare alla suora – ma non sapevamo che cosa dire sui nostri peccati, anche perché gran parte delle cose che facevamo noi ragazzi non erano peccati ma divertimenti. Ridevamo tanto!

Ad un certo punto salii sul tavolo e, facendo dei buffi inchini, cominciai a declamare: «Rendiamo omaggio al nostro Padre celeste, il grande montone. Noi, i tuoi figli, le tue pecore, ti chiediamo di non punirci e di non ucciderci. O grande montone, ascolta la nostra supplica». Tutti insieme, quindi, cominciammo a belare come le pecore ed a ridere.

Suor Angelica, che sembrava fosse andata via, in realtà era dietro la porta ad ascoltare. Entrò nella stanza furiosa e, prendendomi per un braccio, mi buttò a terra urlando che ero un eretico e che sarei finito all’Inferno ad arrostire in mezzo alle fiamme ardenti insieme ai peccatori, agli ubriachi, alle donnacce e a tutti i viziosi; intorno a me demoni danzanti mi avrebbero infilzato con dei forconi. «L’Inferno è il tuo posto!» – urlò. Terrorizzato, ma sempre a terra, le replicai: «Lei non sa nulla! Quella che descrive è la sagra della salsiccia. L’Inferno è diverso. È un luogo freddo e le anime vagano in mezzo alla nebbia, senza sogni né speranze, e senza ricordi, senza sapere chi sono. Lo so perché me lo ha riferito uno spirito amico mio. E poi mi ha anche detto che voi vi vestite di nero perché questo è il colore della vostra anima».

A queste parole suor Angelica della Compassione mi tirò un sonoro schiaffo e, prendendomi per un orecchio, mi trascinò fino allo studio del direttore della parrocchia. Aprì la porta con violenza e, spingendomi dentro, urlò al direttore: «Questo è un demone eretico: ha bestemmiato e ha riso insieme agli altri di nostro Signore. Deve essere punito severamente perché l’erba cattiva va estirpata prima che infesti tutto il campo». Poi uscì e mi lasciò solo con il Direttore; rimasi in silenzio per alcuni secondi e il Direttore mi chiese di spiegare l’accaduto. Raccontai di avere scherzato, tanto per ridere un po’, ma non per burlarmi di Dio. Aggiunsi che eravamo tutti un po’ tristi, quindi avevo pensato che qualche momento di gioia ci avrebbe fatto bene.

Il Direttore mi spiegò che comprendeva, ma che la religione era una questione seria e che dovevamo rispettare sia gli insegnamenti che i rappresentanti di Dio. Gli risposi che nel film “Polyanna” un prete aveva detto: «Beato colui il cui cuore esulta di gioia, perché ogni gioia emana da Dio». Il Direttore rispose che quel prete era un pastore protestante e che perciò doveva essere biasimato. Aggiunse che io, invece, ero cattolico e pertanto dovevo essere serio.

Dopo seguirono tante spiegazioni e infiniti discorsi. Disse anche che la vera gioia consisteva nel servire Dio, nell’austerità, nel pentimento, nell’amore della povertà e in una vita di mortificazione in onore di Dio.

Stavo con lo sguardo basso e osservavo la punta delle mie scarpe lucide, quando notai che queste quasi si perdevano sul bellissimo tappeto che copriva pressoché tutta la stanza. Poi, mentre il direttore continuava con la sua “predica”, i miei occhi si posarono sulla boisserie che saliva sul muro per seguire il broccato che copriva la parete; quindi passarono alla meravigliosa doratura delle cornici dei quadri e al soffitto affrescato con scene bucoliche, per finire allo splendido lampadario di cristallo che illuminava tutta la stanza.

Osservai anche il Direttore e notai la sua tonaca nera di seta con i bottoni foderati, le sue mani bellissime e curatissime impreziosite da un grosso anello con uno stemma. Ammirai la sua scrivania in radica con finiture d’oro, le penne d’argento e tutti gli oggetti belli e preziosi che abbellivano la medesima scrivania. Così pensai a quanto fosse rassicurante la povertà cattolica e mi sentii fortunato.

Il Direttore mi raccomandò di pentirmi e di dire un Padre nostro e tre Ave Maria, ma soprattutto di non scherzare più; per lui, magnanimo, la cosa finiva lì. Mi assicurò che, per comprensione e amore cristiano, non avrebbe informato i miei genitori dell’accaduto. Dovevo però ricordarmi che ero in debito con lui. Mi chiese se avessi capito e se ero sinceramente pentito; incrociai le dita e risposi di sì. Uscii dal suo studio in pace.

Non c’era più nessuno e così presi la via del ritorno verso casa, pronunciando le preghiere; arrivai davanti alla casa di Aurora mentre lei puliva il giardino. Questa, vedendomi, mi chiese come fosse andato l’incontro. Le raccontai che la suora mi aveva picchiato. Senza battere ciglio, mi propose: «Vuoi che la picchi io?». Al mio ovvio rifiuto, lei aggiunse: «Non te la prendere, quelle sono donnacce e sono isteriche. Sono sposate tutte con lo stesso marito che le soddisfa tanto nello spirito, ma non come dovrebbe!». A quel punto scoppiai a ridere e proseguii il cammino verso casa.

Passarono diversi giorni e alcune persone importanti si offrirono di farmi da padrino per la Cresima, ma i miei genitori, per non offendere nessuno, lasciarono andare la mia Confermazione – che così non avvenne mai. Restai comunque in pace: non ero affatto preoccupato, anche perché ero pur sempre credente.

Tre anni dopo quei fatti, sentii che mi mancava qualcosa per essere completamente in regola: la Cresima. In quel periodo, però, in casa stavano cominciando i malumori che avrebbero portato alla rovina familiare, e io non volevo aggiungere altra confusione. Inoltre tutti i cresimandi avevano dodici anni e io già quattordici; perciò mi vergognavo.

Una sera, davanti al camino acceso, guardando il fuoco, cominciai a pensare al fatto di essere cristiano e a che cosa significasse. Pensai immediatamente al Cristo. Cercai di comprendere come realmente potesse essere. Le prime immagini cominciarono ad arrivare alla mia mente, ma cercavo di allontanarle perché non corrispondevano alla versione che ci veniva insegnata. Quelle immagini via via si facevano sempre più forti e reali e non volevano svanire, così le accolsi e le osservai attentamente.

Era proprio una versione del Cristo bellissima: un giovane pieno di energia e gioia che andava in giro parlando alle persone di un Dio, Padre e Creatore; parlava dell’amore con voce forte, severa, aveva dei modi abbastanza rozzi ed un bel corpo massiccio e abbronzato. Amava giocare e diceva le cose in modo strano, ma era sempre allegro. Curava e confortava le persone. Era proprio bello, ed era Dio in terra: era talmente sicuro di chi fosse che era puro e si mescolava con tutti senza paura di inquinarsi, così amava frequentare gente allegra e i tristi li rendeva gioiosi. Faceva miracoli e tutti erano contenti. Cacciava via gli spiriti maligni e guariva gli ammalati; era tanto in gamba e poi era bello come il Sole. Venuto nel mondo per provare ogni esperienza terrena, per segnalarci la via e consegnarci le armi della salvezza, dimostrava con il suo esempio umano che anche dalle esperienze più terribili si può uscire – se si possiedono speranza, fede e amore.

Ora le mie immagini erano più chiare e non provavo alcunché del terrore che mi era stato imposto nei confronti della sua figura come Dio.

Poi, sempre pensando a lui, provai un forte dolore per il grande tradimento che gli era stato fatto; non mi riferisco a Giuda, ma a come ci hanno raccontato e spiegato la sua vita e i suoi insegnamenti; a come la sua figura e il suo dolore fossero stati usati per oscurare le menti, per annientare popoli, per rattristare le persone.

Mi appariva diverso, ma in quel modo era più comprensibile come figlio di Dio. E così sentii di amarlo – e da quel momento mi sono veramente innamorato della sua presenza e figura.

Sempre pensando a lui e attraverso lui, sentii la sua gioia e poi improvvisamente tutto il dolore per le umane mancanze e sofferenze: fu una cosa orribile e pesante. Mi si spaccava il cuore. Poi quella sensazione passò e rimasi sempre in silenzio, guardando il fuoco. Provai una rabbia enorme perché da lì in poi la mia vita sarebbe cambiata. Avendo sentito il vero dolore, non sarei più stato lo stesso; era orribile, ma era così: avevo compreso qualcosa e questo qualcosa era la condizione umana di sofferenza.

Allora capii che davvero bisognava fare qualcosa; ma per farlo dovevo essere un vero cattolico: avevo bisogno della Cresima. Andai in cucina e presi dell’olio d’oliva, tornai davanti al camino, recitai un po’ di preghiere e mi segnai la fronte con l’olio. Giurai di essere un soldato di Cristo e poi mi cosparsi un po’ di cenere sul capo; restai a capo chino per ricevere un leggero schiaffo, ma il vescovo non c’era e io ero solo con il fuoco e la mia idea del Cristo. Dopo un po’ realizzai che nessun segnale sarebbe arrivato, così mi alzai. A quel punto giunse il segnale: sentii un colpo fortissimo in testa che mi procurò un gran dolore; così urlai: «Va bene, ho capito – ma non esagerare!». Non era la mano di Dio. Alzandomi avevo urtato la testa contro la mensola del camino, ma per me era il segnale di Dio. Finalmente ero un vero cristiano!

Ma restava il fatto della sofferenza umana, anche se lui aveva detto a tutti: «Andate in giro e, nel nome di mio Padre e per mezzo mio, fate come me: guarite i malati, confortate gli addolorati e portate ovunque la buona novella di gioia e salvezza».

Personalmente non avevo alcun carisma né talento, ma sapevo che era possibile seguire il monito di Cristo perché qualcuno l’aveva fatto. Così, nei giorni successivi, provai anch’io a fare come lui aveva insegnato, ma non succedeva nulla; però ero convinto che si potesse imparare. Compresi che, non essendo Dio, fare i miracoli non doveva essere facile o forse era fin troppo facile; restava il fatto che non ci riuscivo.

Per questo motivo, mi misi a cercare persone che fossero state in grado di farli: questo è stato l’inizio della mia ricerca esoterica. Una ricerca che a quarantacinque anni di distanza ancora continua. Vi assicuro che la ricerca è come l’amore: meravigliosa!

Fraternamente Edgardo

Messaggio di uno spirito arrabbiato

Era l’ennesima volta che dovevo ricominciare tutto da capo, eppure anche questa volta, come le altre, pensavo di aver fatto tutto correttamente. Ero stanco e molto depresso, costretto sempre ad affrontare dure prove, con tanto impegno, per restare poi come con l’acqua fra le mani. Ripensai profondamente e onestamente a quali fossero le cause di ciò, ma non trovavo spiegazioni logiche. Le uniche risposte alle mie domande potevo trovarle solo e soltanto nei “Mondi Sottili”.

Presi il mio pendolo, la tovaglia con le lettere e i numeri; quindi invocai uno Spirito del deserto che altre volte mi aveva risposto in modo semplice e comprensibile, oltre che pratico. Il pendolo cominciò a muoversi: scegliendo le lettere, mi invitava a prendere un lapis con la grafite e un quadrato perfetto di carta bianca. Così feci e, improvvisamente, la mia mano dolcemente cominciò a scrivere senza mai fermarsi. Non riuscivo a leggere ciò che scrivevo da quanto era veloce, anche la mia grafia era strana. Ero sereno, calmo e tanto contento di avere avuto una risposta.

Poi, improvvisamente come aveva cominciato, la mia mano si fermò. Compresi che il messaggio era concluso, ringraziai lo spirito e cominciai a leggere. Lì per lì non mi piacque molto, mi sentivo infastidito e anche offeso. Passato il disappunto iniziale, la lettura del messaggio mi chiarì molte cose.

Quella che segue è la traduzione del contenuto del messaggio.

«Voi siete distaccati dalla Coscienza che vi sarebbe propria. Non esistete in quanto persone, ma come funzioni di un servizio da compiere; siete dei servitori e non siete stati creati per essere serviti. La vostra anima ha bisogno del piacere mentale e fisico ma spesso ve lo negate, vivete perennemente separati dal vostro corpo fisico e da quello mentale. Questa, mio caro, è la verità. Siete tutti all’esterno di una prigione aggrappati alle sbarre, paurosi dell’infinito.

Volete ottenere da noi ciò che, in precedenza, ci avete pregato di non darvi perché, secondo la vostra comprensione, era stato causa di rovina e involuzione. Rifiutate da noi, invece, ciò che ci avevate promesso di accettare, argomentando che per la vostra evoluzione spirituale era importante superare quelle prove. E vi abbiamo concesso molto meno. Rifiutate il passato perché non lo conoscete e il futuro per la stessa ragione. Eppure il presente appena vi sfiora. Cercate la compagnia nascondendovi nell’isolamento e il silenzio nel frastuono. Invece quando troverete il vostro compagno nel deserto udirete la pace anche in mezzo alle moltitudini.

Ascoltami. Sono l’anima della tua anima. E vivo nel cuore del tuo cuore. Vivevo prima di te, vivo durante te e vivrò ancora, ancora e ancora dopo di te».

Vivere all’interno

Nella vita: fai dell’amore un esempio, non un esempio del tuo amore; fai della saggezza un esempio, non un esempio della tua saggezza; fai della fede un esempio, non un esempio della tua fede.

Fraternamente Edgardo

Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (3)

[…] Poco lontano, verso il lago e subito dopo una collina rosa, si estendeva un grande prato fiorito circondato da gelsi secolari; sul prato c’erano migliaia di individui che sembravano dei pittori, ma invece di tele e colori ognuno aveva un telaio verticale e tutti erano collegati a una enorme matassa di seta.

Vicino al lago c’era un padiglione dove sedevano degli anziani: alcuni di essi scrivevano date su grandi libri; altri, invece, guardavano soltanto i venti. «Sono i saggi» − mi disse l’ospite, che poi aggiunse: «ognuno di noi ha con sé un tessitore zelante che nel suo telaio mette tanti fili verticali quanti orizzontali, creando una parità che è la trama della nostra vita. Con un filo sottile di seta tesse l’immagine del nostro operato; soltanto lui conosce il disegno finale, ma sta a noi creare l’immagine dell’arazzo. Ogni volta che intraprendiamo una strada sbagliata o scegliamo qualcosa di dannoso per noi o per il Creato, nel filo si forma un nodo; a questo punto il tessitore interrompe il lavoro e si dedica a sciogliere il nodo; noi però restiamo intrappolati in una specie di nuvola grigia. Così gli aiutanti ci inviano i demoni dell’ansia, dell’angoscia e della disperazione per aiutarci, grazie al malessere, a ritrovare la strada giusta».

«Se invece di osservare il nostro sbaglio lo copriamo» – continuò – «se cerchiamo di ignorarlo ricorrendo a droghe o altre cose peggiori, il tessitore ha la libertà di consultarsi con i maestri e decidere liberamente e serenamente, senza giudizio, di interrompere il lavoro o ancora peggio di distruggere l’arazzo, poiché nel Creato (che non è perfetto perché la perfezione implica staticità, ma è completo e armonioso in quanto in continua evoluzione) niente deve distruggere questo fragile e divino equilibrio. Se invece siamo vigili nel nostro operare, altri fili si aggiungono e il paesaggio o disegno diventa più luminoso e più reale: gli aiutanti mandano su di noi energie che agevolano il nostro viaggio e ci danno tutto quello di cui abbiamo bisogno nel mondo materiale (che è la manifestazione dei due mondi precedenti, quello spirituale e quello mentale dove vivono i tessitori)».

«Quando l’arazzo è ultimato» – concluse l’ospite – «l’anima torna nel celeste e osserva l’arazzo stesso, la qualità della manifattura e, dopo insegnamenti e lavoro nel celeste, può decidere di tornare nel materiale per correggere gli sbagli nel disegno o creare un arazzo ancora più bello. Ognuno di questi arazzi è allo stesso tempo un filo di una tela più grande; per questo le vite delle persone s’intrecciano l’una con l’altra e tutte insieme creano un disegno maggiore, dove ogni filo è importante quanto la tela stessa».

Chiesi allora all’ospite se il più saggio avesse tutta la conoscenza e lui rispose: «Il più saggio non possiede la conoscenza ma la intuisce, la osserva e la comprende. Il più saggio non possiede la conoscenza, ma ne fa uso. Il più saggio non ha, ma è». […]

Il progetto iniziale

Dicevano le streghe che un giorno, molti, ma molti anni fa, nel Divino nacque un’idea per purificare e rendere ancora più luminosi gli spiriti di luce che lì dimoravano. Questi erano un po’ tristi, si rendevano conto di non avere agito sempre in modo corretto e vivevano questa condizione come un debito. Si rendevano anche conto che avevano evitato molte esperienze gioiose o che non avevano potuto farle. Questo fatto lo consideravano un credito.

Questi pensieri rendevano gli Spiriti Celesti poco raggianti. Il Divino decise allora di creare un essere con un compito e un lavoro da fare, nel mondo terreno, per la gioia dell’anima. Nacque così l’essere umano, il cui dorato percorso doveva essere il seguente: nascere, crescere, imparare, comprendere, risanare, evolversi, gioire, espandersi, elevarsi e ritornare libero alla terra celeste (la sua terra natale), purificato, arricchito di saggezza e illuminato dalla gioia di esistere.

Nel suo percorso, l’essere umano avrebbe incontrato persone, esperienze e conosciuto luoghi consoni allo svolgimento del proprio compito. Ultimata l’esperienza, si sarebbe distaccato in serenità dal mondo terreno per tornare alla sua vera patria e alla sua vera famiglia, quella dello Spirito e dell’Anima.

Ma qualche cosa non andò per il verso giusto e la materializzazione del progetto è stata poi realizzata come noi la viviamo oggi: nascere, soffrire, non comprendere alcunché e infine morire – per poi rinascere, soffrire e ancora morire, senza aver compreso nulla neppure stavolta… Così in un’infinita catena che chiamiamo Karma.

La nostra intenzione rimane, tuttavia, quella di ripristinare il progetto iniziale. Liberarci dal Karma. Ciò è possibile solo quando siamo esseri umani completi, uniti nei propri tre corpi: spirituale, mentale e fisico; quando abbiamo compreso il nostro ruolo e il nostro compito terreno; quando ci sforziamo per adempiere ad esso; quando ci impegniamo per risanare i debiti delle altre vite precedenti, compensando volontariamente (altrimenti dovremmo compensare involontariamente – e vi assicuro, per mia diretta esperienza, che è molto più pesante).

Quando viviamo e ci rendiamo conto della nostra realtà, e siamo contenti o ci impegniamo generosamente per migliorarla; quando il nostro cuore esulta di gioia; quando ci sentiamo parte di tutto ciò che ci circonda e lo rispettiamo; quando siamo noi a produrre Amore… solo allora (e in questo modo) possiamo finalmente liberarci della legge di causa ed effetto. E in questa vita non saremo di nuovo bocciati.

Tante religioni perseguono questo fine, o almeno ci provano, e anche noi attraverso il corretto modo di visualizzare proviamo a scoprire il più grande dei tesori misteriosi: noi stessi.

Sim card

Un giorno mi cadde rovinosamente per terra il telefonino; all’impatto sul pavimento si aprì in varie parti che si sparpagliarono per tutta la stanza. Cercai di rimettere i pezzi insieme e di farlo funzionare, ma non fu possibile: era rotto.

Corsi al negozio di telefonia ed ebbi la conferma che ormai non c’era più niente da fare, tranne che comprarne uno nuovo; così feci e il commesso inserì la Sim card. Il telefono nuovo prese a funzionare, ma le foto e tutti gli altri dati erano completamente svaniti. Chiesi il perché. Il commesso gentilmente mi spiegò che c’è una memoria nel telefono e una anche nella Sim card; per cui, non avendo salvato tutti i dati in quest’ultima, molti di essi erano andati definitivamente persi. Triste per la mia stupidità, pagai e uscii dal negozio.

Tornando a casa in auto, pensai a quanto noi umani fossimo simili ai telefonini: abbiamo un corpo fisico (come il telefonino) che riguarda i luoghi e persone; abbiamo una mente che riguarda il funzionamento e le immagini, così come il telefonino ha la tecnologia e la fotocamera; infine abbiamo un’anima immortale, nella quale registriamo con cura le nostre più profonde emozioni che ci accompagneranno attraverso le prove e le vite, ispirandoci fiducia per l’eternità, così come il cellulare ha una Sim card, che potrà essere inserita numerose volte in un nuovo apparecchio, ma le cui informazioni saranno le stesse e sempre al riparo.

La specchiera

Avevo ormai diciassette anni e da un anno papà se ne era andato via di casa. Questo avvenimento rendeva tutto più allegro e in casa c’era sempre un’aria di festa. Tante persone venivano a trovarci e ci divertivamo molto.

Alcune amiche della mamma si erano trasferite da noi e con loro anche un mio zio giornalista e dei nostri amici; tutti, felici, trascorrevamo le giornate in gioia. Solo ogni tanto la mamma cadeva in depressione e piangeva disperata; anche le amiche, vedendola in quello stato, piangevano ricordando eventi di vita dolorosi e, talvolta, al loro pianto si univano anche alcune vicine di casa. Spesso, però, tutte insieme si preparavano dei favolosi cocktail, prendevano delle pasticche per dimagrire e al suono di musiche briose ballavano e cantavano. Così si ritornava all’allegria e tutti insieme eravamo nuovamente felici.

A me tutto ciò sembrava un po’ strano, ma in quei giorni leggevo “Le Metamorfosi” di Kafka; così cominciai a vedere la mia famiglia come fosse quasi “normale”. Alla fine di quella lettura compresi che le persone della mia famiglia erano normalissime e persino molto divertenti.

Oltre ad essersene andato via di casa, mio papà non ci passava neppure dei soldi oppure ce ne passava pochi e di rado. Cosicché, dopo aver venduto tutto il vendibile, in casa cominciarono a mancare le risorse economiche per tirare avanti decentemente. Era diventato difficile persino trovare da mangiare e soprattutto non potevamo più aiutare i poveri del quartiere; la mamma per questo soffriva tanto.

Quando la situazione diventò disperata, io, che frequentavo la scuola sia di mattina che di pomeriggio, decisi di abbandonare gli studi per cercarmi un lavoro. Tutti in casa trovarono questo mio gesto lodevole e ne furono contenti. Solo Madame Souchet mi disse che era una follia, ma il senso del dovere per me era sacro; inoltre la mia famiglia, anche se “strana”, era quello che avevo di più importante.

Gerda, la figlia maggiore di Hedwig (che si era presa cura di me per un periodo), gestiva insieme a suo marito un negozio di alimentari di campagna, proprio vicino a casa. In passato il medesimo locale era stato una “pulperia” in cui arrivavano i gauchos, e ora vi si vendeva di tutto: generi alimentari, ortaggi, mangimi per animali, combustibili; inoltre funzionava anche come bar. In quel periodo la ragazza che li aiutava si era licenziata, perché incinta, e quindi Gerda e suo marito avevano bisogno di me. Così cominciai a lavorare in quel negozio.

Ogni mattina alle 6:00 ero già davanti ai cancelli del locale, pronto per iniziare la giornata, e mi sorprendeva vedere quante persone fossero già in giro così presto. Il mio quartiere, un insieme di bellissime case con meravigliosi giardini e strade alberate, sempre silenziose, rassicuranti e invitanti alle passeggiate, a quell’ora era un pullulare di persone povere e mal vestite che si apprestavano ad andare a lavorare nelle fabbriche. Nello stesso luogo si alternavano due mondi completamente diversi, senza che si disturbassero a vicenda o si incontrassero. Era la prima volta che assistevo a una simile situazione: vivevamo sullo stesso suolo, a pochi metri di distanza, eppure era come se dai “poveri” ci separassero migliaia e migliaia di chilometri… Realizzai che anche loro erano persone, sebbene li avessi sempre visti come “sub-persone” – e quella fu una sensazione orribile. Così nacque in me una grande tenerezza nei loro confronti e un gran senso di protezione verso le persone disagiate.

A lavoro, i miei compiti erano quelli di pulire il negozio, occuparmi delle vendite al banco e mettere in ordine i magazzini. All’inizio mi piaceva molto quel lavoro, ero felice e mi davo un gran da fare. All’apertura arrivavano il pane ancora caldo e il latte fresco. Prima di cominciare, mi facevo grandi abbuffate con i dolci che Hedwig preparava – e poi al lavoro… a vendere di tutto! Mi era vietato solamente il reparto del bar; il resto era tutto libero.

In negozio arrivavano di buon’ora moltissime persone povere che facevano la spesa prima di andare al lavoro, e non tutte erano simpatiche; alcuni tipi erano più arroganti dei latifondisti, ma per me, più o meno, erano tutti uguali.

I padroni del negozio mi avevano insegnato a pesare la merce sulla bilancia, ma con un “trucchetto” truffaldino: dovevo aggiungere dei piombini per regolarla in modo tale che, se un cliente comprava un chilo di pane, io gliene davo effettivamente soltanto ottocento grammi, mentre l’ago segnava appunto un chilo… E così doveva avvenire per ogni cosa: patate, frutta, farina, zucchero e anche per il carbone; per quanto riguardava il cherosene si aggiungeva un po’ di acqua. E nessuno se ne accorgeva.

All’inizio facevo così, ma poi decisi di smettere. Queste persone erano davvero povere e guardare dentro quegli occhi tristi, ma pieni di vita, e vedere i pochi soldi fra le loro mani sporche mi riempiva di profonda tristezza. Senza dire niente ad alcuno, decisi quindi di fare il contrario e così mi comportai per alcuni mesi: davo molto di più di quanto dovessi e anche nei conti da pagare segnavo meno. Mi sentivo una specie di Robin Hood e le persone mi adoravano: tutti volevano fare la spesa quando c’ero io!

Forse qualcuno fece la spia, perché dopo pochi mesi – molto gentilmente e senza fare scandali – venni licenziato con la scusa che non c’era più bisogno del mio aiuto. Piansi molto ma andai avanti ugualmente, cercando subito un altro impiego. Non mi ero reso conto che ciò che avevo fatto non era beneficenza, ma un furto continuato. Col tempo capii il mio gesto e mi pentii amaramente, ma nel mio intimo mi detti l’assoluzione e continuai in pace.

Di quell’esperienza ricordo un episodio che mi è rimasto profondamente impresso nella mente. Una volta, in un inverno rigido, nel negozio di Hedwig entrò un ragazzo povero che aveva la madre malata di cancro; si trovava a dovere far fronte da solo a tutta questa, per me incomprensibile, tragedia. Arrivato al banco, mi chiese delle patate, del carbone e del cherosene per la stufa. A mia volta gli domandai come stesse sua mamma e lui rispose: «Anche oggi la mia vecchia vive e voglio che stia al caldo perché è proprio una bella giornata». Pensai che fosse pazzo: come faceva a trovare una qualche bellezza in quella situazione? Commosso, andai a prendere quel che mi aveva chiesto.

Mi recai con una tanica in cortile, dove c’erano i combustibili, e con un imbuto cominciai a riempirla; ma, mentre lavoravo con la pompa, la tanica si rovesciò e il cherosene si sparse ovunque, arrivando fino a bagnare le patate. Avevo combinato un disastro! Cercai di rimediare ma ero nella confusione più assoluta e come un imbecille cominciai a piangere disperatamente. Hedwig mi sentì e uscì per vedere che cosa fosse successo; vedendomi in quello stato chiamò subito la figlia Gerda che, guardandomi male, pulì ogni cosa.

Poi Hedwig mi prese con sé e mi portò nella sua casa: era come un’unica grande stanza, un po’ a baracca, con il tetto di lamiera, il pavimento in cotto e una enorme finestra in stile giorgiano (presa forse in qualche discarica). C’era anche una stufa a legna accesa e rovente, e nell’aria si diffondeva un buon profumo di dolci. La stanza era arredata con bellissimi mobili, anche se un po’ rovinati, tra i quali spiccava una grande specchiera dorata, e su un tavolo facevano bella mostra di sé tante cornici d’argento.

Continuavo a piangere disperato, ero in piena crisi di nervi, ma non capivo perché stavo così male. Gerda mi abbracciò e mi chiese che cosa provassi; le risposi che ero terrorizzato dalla povertà e che mi sentivo tanto umiliato e mortificato per il fatto di dover lavorare. Nel pronunciare quelle parole, avvertivo un forte senso di colpa per quel sentimento meschino: ero costretto a lavorare per aiutare in casa, ma mi vergognavo tanto ogni volta che dovevo vendere qualcosa e parlare con le persone. A volte mi sentivo più misero di loro: era una sensazione orribile.

Gerda sorrise, andò al tavolo, prese una delle foto, tornò vicino alla finestra insieme a me e mi invitò a osservare la foto: vi appariva una bellissima donna in abito da sera e con tanto di diadema, in compagnia di un uomo in alta uniforme accanto a una grande finestra in stile giorgiano. Chiesi chi fossero. Lei mi rispose: «Sono io nella mia casa in Germania, e l’uomo con me è un caro amico. Era il kaiser Willhaim II di Prussia. Ora guarda la specchiera e dimmi che cosa vedi…».

Guardai attentamente la specchiera e risposi: «Vedo noi due accanto alla finestra». Gerda aggiunse: «Proprio come nella foto! Lì ci sono io insieme a un caro amico, accanto alla finestra – e nella specchiera vedo riflessi te e me accanto alla finestra. La stessa scena, la stessa emozione; è cambiata solo la scenografia. Quel che è importante è rimasto inalterato. Mio caro piccolo idiota, non avere attaccamento alle cose del cuore perché il vento della vita le porta via inesorabilmente. Aggrappati però, con tutte le tue forze, alle cose della mente che sono emozioni – perché soltanto queste resteranno impresse nella tua anima e ti accompagneranno attraverso i secoli…».

Poi Gerda mi abbracciò con forza, mi baciò sulla fronte e mi disse di andare. Così feci e tornai a lavoro più sereno e tanto, tanto più forte.

Chiunque abbia mai voluto realizzare un nuovo paradiso
ha cercato prima la forza dentro il proprio inferno.

Friedrich Nietzsche

Uscire dal Karma negativo

La prima cosa in assoluto che dobbiamo fare, è risvegliarci e prendere consapevolezza della nostra unica e semplice realtà valutandola con attenzione. Accettandola.

Poi dobbiamo alzarci, intraprendere una nuova strada riconoscendo che ci saranno molti cambiamenti; dovremo accettarli come dovremo accettare la nostra nuova realtà che comincia a manifestarsi. In questo frangente dobbiamo restare molto vigili perché saremo tentati molte volte a ritornare indietro ma, se siamo saldamente convinti, presto queste tentazioni si dissolveranno nel nulla, ritornando da dove sono venute, nel nulla.

Dopo di che, dobbiamo concretizzare nella nostra nuova realtà un modo di vivere in piena sintonia con ciò che ci siamo auspicati.

Il risveglio è importante perché ci fa vedere quello che siamo; anche se a volte può essere doloroso è sempre l’inizio di una guarigione. Alzarci rappresenta la volontà d’azione per migliorare la nostra condizione, così come intraprendere una nuova strada è segno di un’energia verticale dello spirito orizzontale che ci permette di uscire dal nostro tran-tran quotidiano. Questa energia orizzontale completa l’energia verticale, creando un ordine perfetto; tuttavia, se questo medesimo ordine non viene gestito in modo corretto, può diventare uno status paralizzante.

Perciò si dice: se vuoi uscire da una condizione che consideri non adatta a te, alzati e cammina.

Fraternamente Edgardo

Percorso Karma

La vita è un meraviglioso viaggio, come su un treno, con tante persone che lo intraprendono nell’unico intento di raggiungere la propria meta. Un viaggio che molte persone, anche a noi sconosciute, hanno contribuito e permesso a noi stessi di poter compiere.

Un viaggio con tante fermate – alle quali alcuni scenderanno, altri invece no, altri ancora saliranno. Nel corso di esso si creeranno dei rapporti intensi o meno, ma sempre andando avanti.

Alla fine del viaggio, quando saremo arrivati alla nostra meta (la vera patria natale) e saremo felici, ricorderemo il viaggio come una magnifica esperienza: forse da non ripetere ma forse anche sì.

Viaggio in treno

I miei genitori avevano deciso di passare quell’estate nella nostra piantagione a duemila chilometri da Buenos Aires, nella provincia di Misiones, alla frontiera con il Brasile. La piantagione era stata creata dai miei nonni alla fine dell’Ottocento ed era ancora abitata dai miei zii e dai miei cugini, che non vedevo mai.

Ero terrorizzato all’idea di viaggiare in aereo, così fu deciso di fare diversamente – muovendoci separatamente: prima sarebbero partite in idroplano mia mamma e le mie sorelle (con tutti i bagagli); dopo una settimana papà ed io le avremmo raggiunte in auto. Se era vero che avevo paura di volare, anche la prospettiva di trascorrere quarantott’ore in auto con papà era altrettanto poco invitante. Infatti soffrivo pure il mal di macchina. Per questi motivi, vedevo quell’estate molto difficoltosa.

Poco prima di partire, arrivò a sorpresa la notizia che c’erano dei gravi problemi alla ditta “Fabbricazioni Militari”, dove lavorava mio padre, il quale non sarebbe potuto allontanarsi prima della loro risoluzione. I sindacati dovevano mettersi d’accordo con la proprietà. La questione sarebbe stata lunga, così dicevano… Il vero problema, invece, era un altro e si sarebbe presentato nel tempo.

Non potevo restare a Buenos Aires ad aspettare papà, che quindi decise di mandarmi da solo in treno per raggiungere il resto della famiglia. In questo caso, non c’erano problemi: avevo già dieci anni e potevo viaggiare da solo sotto la tutela del capotreno.

Due giorni dopo, quindi, la mattina di buon’ora, fui accompagnato alla stazione di Costitucion, da dove sarebbe partito il treno che dopo ben trentasei ore sarebbe arrivato a Posadas, la capitale di Misiones; lì sarebbero venuti a prendermi i miei parenti, per poi raggiungere in auto la piantagione “La Maria Antonia”.

Quando arrivammo alla stazione, sul binario c’era un’imponente e fumante locomotiva inglese del primo Novecento; attaccati ad essa, tanti vagoni di legno lucido con una folla persone che salivano e scendevano, si abbracciavano o piangevano: tutto sembrava un gran teatro. Alcuni operai del treno attaccavano tubi e catene ai ganci dei vagoni, nel contempo altri caricavano dei bagagli. C’erano persone vestite non molto bene, mentre altre, veramente eleganti, davano, in modo arrogante, ordini ai facchini su come trattare le valigie ed i bauli.

Ad un certo punto, in mezzo alle nuvole di vapore create dalla locomotiva, apparve una figura raggiante: una donna abbastanza grassa, vestita molto elegantemente e con una grande pamela: era seguita da fotografi e giornalisti che le facevano tante domande, alle quali rispondeva annoiata ma compiaciuta. Mi dissero che era una famosa cantante lirica che da poco si era lasciata dal marito e che ora, forse, aveva una storia con qualcuno molto importante. Subito chiesi: «Importante per chi?». Mio papà mi rispose che ero il solito imbecille e che con queste domande non sarei andato lontano… Al che pensai: «Tanto sto andando a Misiones e questo già mi sembra lontano…» – ma non glielo dissi, perché era mattina presto e non ero del tutto lucido per affrontare una discussione nella quale comunque sarei stato perdente.

Mio padre e la sua segretaria mi accompagnarono al vagone letto e mi fecero accomodare nella mia cabina; quindi, dopo essersi raccomandati al capotreno per la mia sicurezza e avermi ribadito di non permettermi di uscire dalla cabina fino all’arrivo, mi salutarono e andarono via.

Rimasi in cabina e cominciai a guardarmi intorno: mi sembrava di essere in un film dell’orrore. L’arredamento era tutto di mogano scuro, lucido, il sedile di velluto bordeaux con rifiniture in bronzo che conferivano al luogo l’aspetto di una bara di lusso. C’era poi una parte del finestrino che aveva il vetro smerigliato, tanto che quasi non si vedeva fuori.

Passata quasi mezz’ora la locomotiva cominciò a fischiare e alcuni ferrovieri a urlare. Dopo alcuni strattoni il treno cominciò a muoversi: partenza! Ligio agli ordini, mi sedetti e mi misi a sfogliare alcune riviste; ma in realtà guardavo le immagini poiché ancora non leggevo bene e trovavo quasi inutile che scrivessero le didascalie accanto alle figure: ritenevo che nella figura ci fosse già tutto ciò che si doveva capire.

Avevamo già percorso tanti chilometri e, poiché mi annoiavo, quasi non potevo vedere il paesaggio che mi scorreva sotto gli occhi. Decisi allora di uscire e di conoscere il treno. Molto cautamente cominciai a camminare fra le carrozze e vidi che non tutte erano uguali, e che le persone mal vestite viaggiavano su sedili che non erano di velluto e in cabine da sei posti.

All’improvviso apparve un controllore che mi chiese dove fossi diretto. Subito mi riaccompagnò alla cabina, dicendomi di non uscire e che mi avrebbe portato in cabina anche il cibo.

Dopo un po’ uscii di nuovo e presi la direzione opposta. Fatti pochi passi, aprendo una porta dai vetri smerigliati, restai stupefatto: mi trovavo in un gran vagone salotto, pieno di belle poltrone di pelle e velluto, dal soffitto pendevano dei lampadari accesi. Le persone presenti, vestite molto elegantemente, chiacchieravano, fumavano o leggevano. Sembrava di essere a un ricevimento ufficiale. Una volta mi era capitato di sbirciarne uno, ed era proprio così. Alcuni camerieri offrivano pasticcini e succhi di frutta e tutti parevano contenti. Anch’io mi accomodai su una poltrona e gustai dei pasticcini squisiti.

Il viaggio continuava e poche persone si accorgevano di me; il fatto era positivo perché avevo paura che chiamassero il controllore. Me ne stavo da parte e in silenzio, per non dare nell’occhio, mentre in mezzo al vagone c’era la cantante che avevo notato prima di partire, intenta a darsi un sacco di arie facendo finta di essere umile. Era tanto bella! Accanto a lei un vecchio molto serio, che sembrava infastidito dalle chiacchiere, fumava la pipa in silenzio.

Il treno continuava a correre ed eravamo ormai già molto lontani da Buenos Aires. Un inserviente ci informò che la carrozza ristorante era pronta per il pranzo e che potevamo accomodarci. Di colpo, le chiacchiere si interruppero ed un po’ per volta tutti andammo a pranzo. Le persone si sedettero ai tavoli secondo il posto assegnato, ma io non ne avevo alcuno. Quindi mi posizionai dove mi sembrò più opportuno; rimasi vicino al vecchio serio che, per un motivo che non saprei spiegare, mi incuriosiva molto.

Eravamo alla seconda portata, quando il treno cominciò a rallentare per poi entrare molto piano in una stazione di campagna. Tra i presenti serpeggiò una lieve agitazione, perché quella sosta non era prevista, ma tutti continuarono a mangiare e ciarlare. Arrivato alla stazioncina di campagna, il treno si fermò bruscamente e la locomotiva fischiò con forza. Dopo tanti sbuffi ci fu un gran silenzio. Nessuno si rendeva conto di cosa stesse accadendo. Improvvisamente le porte della carrozza si aprirono e apparvero, armati fino ai denti, dei soldati che ci dissero di restare calmi e di rimanere fermi ai nostri posti. Il vecchio, guardandomi in modo molto serio e autorevole, mi ordinò di sedermi accanto a lui e di stare in silenzio.

I soldati cominciarono a chiedere i documenti a tutti ed a porre varie domande, ma non capivo alcunché. Ero terrorizzato perché in passato avevo sentito delle voci inquietanti sui militari, anche se mio padre diceva che loro agissero per il nostro bene. Con il tempo capii che era davvero per il nostro bene ma, ahimé, solo per il nostro…

Dai finestrini si vedeva che alcune persone erano state fatte scendere dal treno e disposte in fila sul binario. Nella carrozza c’era un’aria glaciale e densa: un gran silenzio.

Arrivati vicino a noi, i soldati chiesero i documenti al vecchio, che passò loro il passaporto in pelle. Un soldato, che puzzava, ridendo esclamò: «Che cosa ci fa un conte polacco in mezzo alla pampa?». Il vecchio rispose: «Vado a trovare dei parenti» − dopo di che si azzittì. Il soldato allora, indicandomi, chiese: «E lui?» − al che il vecchio rispose perentorio: «Viaggia con me». Così il soldato non disse altro e si allontanò.

Finita la perlustrazione, i soldati scesero dal treno ma non tutte le persone che erano state allineate sul binario risalirono. La locomotiva fischiò ancora e dopo qualche strappo ripartì. I viaggiatori della carrozza ristorante, passato un po’ di tempo, si ripresero dalla sorpresa e, senza porsi troppe domande, ricominciarono a mangiare e a parlare come prima.

D’un tratto chiesi al vecchio: «Lei è un conte?». La sua risposta fu secca: «Sta’ al tuo posto! Vai». Così mi allontanai da lui in silenzio.

Finito il pranzo tornammo alla carrozza-salotto, dove un inserviente mi prese per un braccio e mi sbatté di nuovo nella mia cabina. Il mio pranzo a base di verdure lesse, pollo e una mela era ormai freddo.

Il treno veloce continuava ad attraversare l’Argentina e la locomotiva ogni tanto fischiava, rendendo il paesaggio vagamente malinconico. Il pomeriggio trascorse lento e noioso, ed ero stanco di stare chiuso in quella “bara di lusso”. Mi diressi nuovamente alla carrozza-salotto ma era già ora di cena; quindi ritornai di corsa nella mia cabina, prima che gli inservienti mi acchiappassero di nuovo.

Dopo cena non sapevo cosa fare, ma sapevo benissimo che non volevo stare chiuso nella mia cabina. Una remota sensazione di freddo e di morte si faceva sempre più forte. Non temevo la morte, ed i morti non mi facevano paura – perché li vedevo sempre, ci parlavo e ci giocavo. Ma quella era una sensazione diversa e non mi piaceva affatto.

Presi coraggio e tornai alla carrozza-salotto, e notai (quasi con sollievo) che come prima tutti parlavano, bevevano liquori e fumavano – tanto che l’aria era un po’ acre. Alcuni viaggiatori mi riconobbero e mi dissero di stare insieme a loro: parlammo tanto e ci raccontammo barzellette. Erano molto gentili. Mi chiedevano cose sul mio conto e ridevano delle mie risposte; ero tanto contento di questi nuovi amici. Anche la cantante era carina e mi chiese se mi piacesse la musica. Cantò “Casta diva” de “La Norma”. Altre persone cominciarono a cantare, e tutti eravamo contenti e felici: l’episodio con i militari era quasi dimenticato.

I camerieri continuarono per un po’ a girare per la carrozza, poi sparirono. Da parte nostra, proseguimmo tranquilli a goderci il viaggio in un’atmosfera di festa. I militari ci avevano uniti. Era strano, ma tutti sembravano diversi e più rilassati – tranne il vecchio che si mostrava sempre uguale: in disparte e in silenzio a leggere un libro. Erano quasi le undici di sera e cominciavamo ad avere sonno; così ci salutammo per andare a dormire nelle nostre cabine lussuose, augurandoci buona notte. Sembrava fossimo una famiglia unita in viaggio, formata da tanti componenti diversi.

A un certo momento il treno fece una brusca frenata e la locomotiva fischiò forte. Cademmo tutti per terra e andò via anche la luce, che poi tornò rapidamente. Le persone, prima tranquille, ora erano agitate e cominciavano a urlare. Il treno rallentò e pian piano sembrava fermarsi, ma ad un tratto ripartì di corsa – tanto che molte persone caddero nuovamente. Dai finestrini scorsi nel buio delle persone che lanciavano bottiglie incendiarie contro il treno, e grandi balle di fieno incendiate ai bordi del binario. Il treno si allontanò velocemente e ci mise al riparo.

Alcuni chilometri più avanti si fermò ancora e scesero alcuni ferrovieri con dei passeggeri per controllare gli eventuali danni: sembrava tutto a posto. Ci raggiunse il capotreno, il quale disse che la carrozza dormitorio di prima classe era un po’ incendiata e ci invitò a prendere le nostre cose ed a passare la notte dove eravamo. Si creò una gran confusione, anche perché alcune persone, cadendo, si erano ferite leggermente. La cantante era svenuta o così sembrava, altri dicevano che avrebbero fatto causa alle ferrovie. C’era poco da fare: le cose non si potevano cambiare, almeno per il momento. Dopo le cure e tanto cognac tutto tornò come prima e il treno, ripartito fischiando, riprese ad attraversare un’Argentina al buio.

Fu la notte più emozionante della mia vita, trascorsa dormendo poco ma ridendo tanto fra le braccia grasse e calde della famosa cantante. Tutti, dopo questa nuova esperienza, eravamo ancora più uniti e ci davamo del “tu”: ci chiamavamo per nome… Era bellissimo!

La mattina seguente il treno si fermò in una grande stazione; alcuni viaggiatori scesero, dopo essersi scambiati con gli altri vari abbracci e promesse di rivedersi. Questi primi distacchi crearono un po’ di tristezza ma, a treno nuovamente partito, il clima tornò sereno e festante. Non c’erano più le cabine dormitorio, così rimanemmo nella carrozza-salotto a giocare ed a raccontarci cose interessanti. Solo il vecchio era sempre uguale, distaccato da tutti. Noi, invece, eravamo unitissimi.

Dopo molte ore, e questa volta senza altri incidenti, arrivammo a destinazione. Fu veramente molto triste perché dovevamo separarci. Ormai però avevamo realizzato tra noi un forte legame, grazie a tutte le esperienze affrontate insieme nel corso del viaggio, e sentivamo di volerci bene. Eravamo tutti dispiaciuti per il fatto di lasciarci, ma ci ripromettemmo di incontrarci di nuovo e ci scambiammo gli indirizzi e i numeri di telefono. Quando il treno entrò definitivamente in stazione molti di noi piangevano, io per primo.

I facchini cominciarono a tirare fuori i bagagli ma io, che non avevo quasi niente, scesi dal treno velocemente e, in fondo al binario, vidi la mamma. Era con le mie sorelle, i miei zii ed alcuni cugini che non conoscevo. Mi aspettavano ansiosi, impensieriti per il ritardo di ben sei ore.

Corsi subito ad abbracciare la mamma e mia sorella più piccola, che come benvenuto mi sferrò un calcio nello stinco. Non sentii troppo male, anche perché ero così contento di vedere la mamma che tutto mi sembrava meraviglioso. Anche i miei zii mi abbracciarono, tanto forte che mi resi subito conto che quella era la mia vera famiglia e che le persone del treno erano soltanto, come me, dei viaggiatori diretti verso la stessa meta.

Mentre ero fra le braccia della mamma, vidi passarmi accanto il vecchio – che, guardandomi, accennò un sorriso, quasi un ghigno, e poi andò dritto verso l’uscita senza che nessuno fosse lì ad aspettarlo.

Arrivati alla piantagione trascorremmo un’estate bella e piena di esperienze. Per un po’ di tempo mi tenni in contatto con alcuni dei miei compagni di viaggio di quella notte indimenticabile, anche se, com’era logico, man mano che il tempo passava mi dimenticavo di loro. Alla fine non mi ricordo più di alcuno di essi. Solo il vecchio è rimasto sempre vivo nella mia memoria, eppure non ho mai saputo neanche il suo nome…

Il ritorno a Buenos Aires lo feci in una nave mercantile, navigando sul Paranà; ma questa è un’altra storia.

L’arte di perdere

Testo non riprodotto in questa edizione online.

Elizabeth Bishop

Fa’ spazio

Per un motivo non molto chiaro siamo abituati a conservare.

Ci hanno insegnato ad accumulare, ci hanno spiegato quanto sia importante possedere e ci hanno detto anche di non avere attaccamento ai beni terreni, perché ciò che è importante sono i beni del cielo.

Ci hanno però anche detto che dobbiamo avere e conservare per il futuro, altrimenti potremmo trovarci in difficoltà.

Ci hanno inculcato la paura del vuoto e del domani, facendoci perdere la speranza e la fiducia sia nel creato che nelle nostre capacità.

Ci hanno detto di non desiderare le cose degli altri, ma ci hanno fatto vedere in continuazione come le cose degli altri rendano felici.

È così che siamo cresciuti nell’ansia di avere e di conservare per il futuro qualunque cosa, sentendoci in colpa se non avessimo agito in tal senso ma anche se fossimo stati in linea con quei dettami. In questo gran da fare per ottenere e conservare, abbiamo quasi perso il senso del vivere e del conoscersi, sempre alla ricerca del riparo da un eventuale bisogno.

Un simile ordine innaturale di cose, finché si tratta di accumulare beni materiali, può andar bene (sempre che abbiamo lo spazio in cui farlo) – ma questa tendenza l’abbiamo anche nei sentimenti. Accumuliamo ogni tipo di emozione, sensazione, amori stanchi, rancori, odi, tristezze, incomprensioni e soprattutto immagini di persone o di vita ormai superate – e su questo costruiamo il nostro vivere, continuando a trascinarci dietro cose che sarebbe molto meglio lasciar andare.

La paura del futuro è così forte che non siamo capaci di mollare la presa e andiamo avanti con pensieri di questo tipo: “Una volta era bello”; oppure: “Una volta non era così”; o ancora peggio: “E se non trovo nient’altro?”. Con simili pensieri il “nient’altro” è assicurato!

Finché non facciamo spazio per poter ricevere, allora nulla potrà capitarci. Dobbiamo alleggerirci, fare una gran pulizia nella nostra vita; dobbiamo creare lo spazio nuovo per il nuovo. Perciò è importante cominciare a liberare gli armadi dai vestiti che non usiamo più, e darli a chi magari ne ha bisogno ora.

Dobbiamo liberare le cantine dalle cose che sono nostre, ma che giacciono lì perché non le usiamo più. La situazione è divenuta tale perché siamo persone diverse da quando queste cose ci erano utili: fanno parte della nostra vita, ma ormai noi siamo altre persone.

Facciamo lo stesso con i gioielli: li nascondiamo al sicuro e non li usiamo mai, ma sapere di averli ci rassicura. Lo stesso vale per il denaro:lo teniamo al sicuro e non lo usiamo perché un giorno potrebbe servirci o perché dobbiamo lasciarlo a qualcuno che, forse, a sua volta, lo conserverà al sicuro. E intanto facciamo fatica a vivere o non ci godiamo il tempo che passa, perché siamo sempre impegnati ad accumulare per un ipotetico bisogno nel domani.

È questo il problema: ti convinci che domani ti mancherà qualcosa e la tua mente vive nel terrore, si abitua alla sensazione di mancanza e di povertà futura, così trattiene tutto e, non avendo spazio per il nuovo e più utile, non può ricevere alcunché.

Non comprendiamo che solo lasciando andare ciò che ormai è obsoleto, sbiadito e triste si creerà in noi un grande vuoto magnetico; sarà proprio questo vuoto che attrarrà ciò di cui avremo bisogno in futuro.

Diciamo spesso: «Ti ringrazio per il pane quotidiano» – ma non comprendiamo effettivamente ciò che ripetiamo come pappagalli. Ringraziamo per il pane di oggi, non per quello di ieri né per quello di domani. Ringraziamo solo per quello di oggi e sentiamoci certi che non ci mancherà in futuro.

Anche il Cristo ha detto: «Ad ogni giorno basta la sua pena». Tutto è basato sul presente e questo vale anche per i sentimenti. Dobbiamo liberarci, dobbiamo lasciare andare risentimenti, rancori, tristezze, angosce e dolori superati perché conservare tutto questo nuoce alla nostra prosperità. Dobbiamo creare nuovo spazio nella vita, senza paura.

Sognate ad occhi aperti, dunque, perché i sogni si possano realizzare. Vivete con la speranza di una vita migliore, con la fede in voi e nel Creato che è in abbondanza per tutti. Vivete un amore: unico sentire capace di realizzare ogni cosa. E ricordate: il blocco esistenziale non è creato dagli oggetti né dai pensieri, ma dall’atteggiamento che abbiamo nei loro confronti; perciò lasciate andare, lasciate che la vita scorra liberamente in voi e vi doni ogni sua grazia, nel momento opportuno e nella quantità che siete pronti a ricevere.

Lasciate che un altro miracolo abbia luogo in voi.

Il dire “sì” ti renderà simpatico, amorevole e soprattutto popolare. – Invece il dire “no!” ti renderà libero

Un giorno, di pomeriggio, giocavo allegramente con le macchinine e con i gatti, ed era tutto un correre per la casa. Mi divertivo tanto ed ero contento, anche i gatti lo erano. A un certo punto suonò il telefono, ma ero così impegnato a giocare e a divertirmi che non risposi. Dopo un po’ di minuti il telefono suonò nuovamente, ma anche stavolta non risposi perché stavo costruendo uno scivolo per la gatta Emilie che, tuttavia, pareva non gradire. Un breve intervallo di silenzio e gli squilli ripresero con insistenza; colto da un vago senso di colpa, decisi di rispondere – seppure mal volentieri. Dall’altra parte della linea c’era una mia amica, che disse: «Allora ci sei! Ho chiamato prima, ma non rispondevi… ». «No» − le risposi – «prima, quando hai chiamato, c’ero; ma ora no, ora ci sei tu… ».

«Non capisco i tuoi discorsi…» – mi replicò un po’ interdetta; quindi cominciò a inondarmi di parole e racconti di ogni tipo di disgrazie e malintesi, di cose noiose e senza senso, dell’amore che dava e che era incompreso, di come fossi invece tranquillo io che, non avendo nulla, non potevo comprendere la fatica di portare avanti case, automobili, di organizzare viaggi e feste spendendo una fortuna… Tutto questo la rendeva stanca e non poteva sfogarsi con nessuno, poiché doveva mantenere il ruolo che la vita, secondo lei, le aveva assegnato come sfida per le sue infinite capacità.

Aggiunse che avrebbe pagato oro per vivere in una casina modesta come la mia, ma secondo lei non potevo comprendere…

Le risposi che per vivere in una casina “modesta come la mia” bastavano mille euro al mese, ma che per essere sereno come me non erano sufficienti tre patrimoni come il suo. Questo era il prezzo che pagava. Mi interruppe: «Non ti capisco oggi!» – e continuò con il noioso racconto della sua giornata faticosa.

Alla fine, grazie al cielo, le squillò il cellulare e lei con voce stupida mi disse: «È lui, è lui!». Di rimando, le domandai: «È quello che non ti vuole?». Cinguettando, mi rispose: «Sciocco! Bacini, bacini!» – e riattaccò.

Rimasi con la cornetta in mano e una grande tristezza mi invase. Provai tanta rabbia e cercai di tornare a giocare con i gatti, ma loro, ormai, erano andati altrove. Emilie mi dette una zampata ed io, andando indietro, pestai una macchinina schiacciandole il tettuccio. Tutto ad un tratto, in quel bel pomeriggio, mi si era insinuato uno stato d’animo cupo. Così mi sedetti sul divano rosso a pensare, e mi resi conto di aver tradito me stesso ed i gatti, oltre che la mia amica: avevo risposto al telefono senza voglia e solo perché dovevo – poiché, per prima cosa, era mia amica e poi anche una cliente delle carte, e se l’avessi mandata al diavolo con tutte le sue stupidaggini l’avrei persa.

Avevo subìto – e questo era orribile, perché avevo fatto dei calcoli anche su di lei. Era stato il senso del “dovere” a fregarmi.

Cominciai allora a pensare a quante volte avessi detto “sì”, ed a come fosse poi andata: mi resi conto che gran parte delle rotture di scatole era dovuta al mio atteggiamento di non contrariare alcuno o di essere sempre disponibile. Compresi che rispondendo sempre “sì”, di fatto, avevo complicato la mia vita. Realizzai anche quale fosse la fatica per pagare una macchina o dei vestiti di cui non avevo bisogno… Avevo detto “sì” non solo a me, ma anche agli altri che con la scusa della moda mi convincevano che “dovevo” avere quelle cose…

Altre conseguenze della mia remissività erano i chili presi per dire “sì” ai cibi superflui, oppure le cose non fatte per aver detto “sì” alla pigrizia; ma anche tutto ciò che avrei voluto fare e che avevo evitato per dire “sì” alla paura; così come tutte le storie che avrebbero potuto essere belle ma che, dicendo “sì” ai miei atteggiamenti idioti, avevo rovinato…

Scesi in profondità ad analizzare la mia esistenza, e tutto ad un tratto mi accorsi di come – proprio a causa dei troppi “sì” pronunciati – avessi riempito la mia vita di “prigioni” dalle quali non potevo uscire.

Tante persone mi trovavano adorabile, ma io non mi adoravo ed ero arrabbiato con me stesso: non ero contento, anche se popolare e simpatico. Mi resi conto che spesso cercavo nell’isolamento un riparo nel quale essere felice, e questo mi sembrava pura follia. Ero malato, ma tanto malato, perché la vita ed il Creato sono meravigliosi ed io, con stupidità, avevo rovinato tutto.

Amavo le persone, ma non la mia vita. Così percepii che il “no” mi rendeva libero! Fu una sensazione splendida ed il cuore mi si aprì. Compresi che nella vita non DOVEVO, ma POTEVO. Adesso tutto era molto diverso: potevo fare o non fare, secondo il mio sentire, ma non “dovevo”!

Il dovere è di per sé una prigione: se devi fare qualcosa perché altrimenti… – allora quella cosa non la fare. Impara a dire “no!” e ti renderai libero. Davanti a un bisogno, sia tuo che di qualcun altro, domandati di quanti “sì” è figlia quella situazione. Puoi decidere di aiutare le persone, certo, ma fa’ sempre loro presente che si trovano in difficoltà per il fatto che non hanno saputo dire “no”, e ora vorrebbero coinvolgere anche te nei loro “sì”.

Impara a dire “no” anche ai tuoi “no”, perché molte volte per rabbia ci puniamo. È importante che tu rifletta bene e sappia discernere ciò che è veramente importante e benefico da ciò che appare tale, ma che dopo un primo momento di gioia ed euforia potrebbe svanire. Ciò che ti mette in uno stato di serenità: quella è la cosa benefica per te! Non quello che fai fatica a conquistare e mantenere con la lotta, ma quello che la vita spontaneamente e senza sforzo ti dà.

Ricorda: se vuoi ottenere e mantenere una promozione, devi lavorare bene e la vita, da sé, ti premierà. Se vuoi un amore, ama intensamente e anche tu sarai amato: è la legge di causa ed effetto. Se vuoi una linea perfetta, alimentati correttamente e fa’ sport perché il corpo sa come diventare bello. Se vuoi avere più tempo, organizzati meglio e lo avrai. Puoi ottenere tutto senza lottare: sei un essere umano pieno di vita e la vita è naturale, senza forzature – per questo non devono essercene nemmeno in te.

Il “no” crea spazio; quindi crea il tuo territorio dove puoi agire liberamente e in pace, secondo la tua indole. Il “no” ti rende responsabile anche di quel “no”: ti rende disciplinato e con delle regole che ti daranno la libertà. Questo comportamento ti dà la libertà perché hai un territorio, un confine ed un modo di essere saldo. Non dovrai stare come un cane da guardia a controllarne il recinto, perché il tuo atteggiamento è tale che fa già da protezione. Così potrai essere aperto al mondo, alle persone e alla vita.

Vi racconto una storia. Un tempo, in una campagna lontana, viveva nella sua bella e grande tenuta un ricco contadino, circondato da alcuni vicini molto carini e simpatici ma con meno terreno di lui. Un giorno i vicini andarono dal contadino ricco e gli chiesero di regalare loro un po’ delle sue terre, visto che ne aveva tante. Il contadino, molto gentile e buono, acconsentì e donò loro della terra. Tutti furono contenti, ma il contadino restò un po’ pensieroso.

Dopo qualche tempo i vicini tornarono dal contadino, dicendo che il lavoro era andato molto bene ed erano più ricchi. Adesso gli chiedevano di regalare loro altra terra, perché ciò li avrebbe resi ancora più felici. Il ricco contadino comprese e, vedendo che i suoi vicini erano giovani e avevano figli, mentre lui era ormai vecchio, donò loro altri campi. Furono tutti nuovamente felici, tranne il contadino che non riusciva ad essere sereno.

L’anno successivo e quello dopo ancora i vicini chiesero altra terra, e il ricco contadino continuò a donare. Alla fine il contadino si trovò a vivere in una grande casa colonica circondata solo da un’aia, e ogni volta che voleva uscire di casa per raggiungere la strada doveva chiedere il permesso per il passo ai suoi vicini felici…

Perciò si dice: il dire “sì” ti renderà simpatico, amorevole e soprattutto popolare… invece il dire “no!” ti renderà libero.

Fraternamente Edgardo

Oceano

Questo esercizio ha lo scopo di creare in noi l’amore per la libertà – in modo tale da consentirci di spogliarci delle cose non così importanti o che nascondono il nostro vero essere, liberarci da una razionalità frustrante e favorire una buona dimestichezza nei nuovi ambienti, considerandoli parte di un nostro vivere quotidiano normale e semplice. In questo modo ci sentiremo sempre bene accolti ovunque, da chiunque e comunque.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

D’un tratto ti trovi, vestito da trekking e con delle belle scarpe da trekking, a camminare in mezzo a una brughiera di macchia mediterranea su una strada sabbiosa.

Vedi in lontananza un grande faro che si erge maestoso su una scogliera.

Ti avvicini e sei sul bordo della scogliera, con alla destra il faro.

Davanti a te vedi un immenso e infinito mare calmo e blu, il Sole ti batte sul petto. Ti togli le scarpe, i calzini e senti la sabbia calda sotto la pianta dei piedi.

Fai un salto in alto e ritorni sulla sabbia.

Fai un salto più in alto e ritorni sulla sabbia.

Fai un salto ancora più alto e spicchi il volo.

Ora sei un gabbiano con delle immense ali spiegate e il corpo affusolato, ricoperto di candide piume bianche.

Stai volando e voli intorno al faro.

Vedi giù sulla sabbia le tue scarpe ed i tuoi calzini.

Continui a volare e ti senti leggero; sospeso nell’aria, fai delle piroette e ti lasci trasportare liberamente dalle correnti. Davanti a te c’è l’infinito.

Sei felice e sei libero.

Continui a volare.

Altri gabbiani ti si affiancano e ti accolgono fra loro, contenti di volare con te.

Voli insieme a loro per un po’ e poi continui da solo.

Sopra di te il cielo infinito e sotto il mare che la luce del Sole, riflessa sull’acqua, rende blu e argento. Continui a volare e senti l’aria salmastra entrare nei polmoni e purificarti.

Il mare è blu ed è talmente bello, calmo e argenteo che ti ci butti in picchiata.

Il mare è sempre più vicino e tu continui a scendere in picchiata, lasciandoti portare dall’inerzia sempre più veloce.

Sei libero!

Ora sei vicinissimo al mare e ti ci tuffi, sentendo l’acqua che bagna tutto il tuo corpo. L’acqua è trasparente.

I raggi del Sole, come te, entrano nell’acqua e l’acqua è luminosa.

Ora sei un delfino.

Il tuo corpo è possente, idrodinamico e ricoperto di una bellissima pelle argentata. Nuoti felice e giocoso e ti sorprendi di poter comunque respirare sott’acqua.

Ora fai un salto e delle piroette sulla superficie del mare, per poi tornare nel profondo. L’acqua ti accoglie e tu nuoti dentro di essa. L’acqua accarezza il tuo corpo e tu sei sereno. Vedi delle meduse: sono bellissime! Tutte colorate come grandi ombrelloni e con lunghi filamenti come delle comete. Non sono pericolose e tu continui a nuotare.

Vedi dei pesci tropicali colorati: alcuni gialli, alcuni blu, altri rossi con delle lunghe code, dei pesci pappagallo; poi un banco di sardine argentate e cinque pesci re (grossi merluzzi con una coroncina in testa).

Vai ancora più in profondità e incontri delle testuggini, con delle buffe zampe a forma di spatola, che nuotano in gruppo.

Continui a nuotare e l’acqua è di un blu turchese profondo.

Ti passa davanti una gigantesca cernia e tu vai ancora più in profondità.

Arrivi ad un fondale dove, aggrappati a delle rocce, ci sono delle madrepore e delle enormi ostriche che, aprendosi, fanno intravedere delle magnifiche perle. Sei contento di trovarti in questo meraviglioso ambiente, che è anche il tuo.

Continui a nuotare sempre più in profondità.

Vedi una barriera corallina dove dei magnifici coralli arancioni, rossi e blu sono mossi sinuosamente dalle correnti. Sono tutti uniti e si muovono sinuosi perché sono morbidi, sono morbidi perché sono uniti, però sono anche pericolosi e velenosi. Ma tu non hai paura perché sai nuotare perfettamente, e con gran destrezza ci passi in mezzo senza nemmeno graffiarti.

Sei felice della tua impresa.

Continui a nuotare.

Davanti a te ci sono delle alghe e alla tua sinistra avanza verso di te, in processione, un banco di murene. Sembrano delle vedove, grigie e nere. Sono pericolosissime e mortali.

Subito cerchi riparo fra le alghe e ti nascondi.

Stai attento: hai pestato un ippocampo! Guarda com’è arrabbiato! Chiedigli scusa! Ora l’ippocampo è più tranquillo.

Non ti muovere! Stanno passando davanti a te le murene.

Non ti vedono. L’ultima però avverte la tua presenza e ti lancia uno sguardo minaccioso, ma continua il suo pellegrinaggio.

Fai un respiro di sollievo. Il pericolo è scampato.

Stai per uscire dalle alghe. Fermati! Sta passando sopra di te un’immensa razza a forma di rombo Vedi la sua pancia gialla ed una lunga coda con un micidiale aculeo. Anche lei nuotando si allontana. Ora puoi continuare a nuotare sempre più in profondità.

L’acqua è di un blu talmente intenso che quasi non vedi.

Appaiono davanti a te dei pesci luminosi: sono trasparenti e fluorescenti ad intermittenza. Sembra tutto un cielo stellato.

Risali un po’ verso la superficie e scorgi in lontananza il relitto di un bastimento. Ti avvicini.

Sul bordo dello scafo nove sirene si pettinano le lunghe capigliature dorate con pettini di madreperla e alcuni tritoni con delle conchiglie suonano una meravigliosa melodia.

Ti avvicini e, appena ti vedono, le sirene smettono di pettinarsi e sorridenti nuotano verso di te. Ti accarezzano e con dei coralli fanno una coroncina che ti regalano.

Ora tutte insieme si prendono per mano ed in cerchio ballano intorno a te.

Sei felice e balli con loro.

Ma adesso è arrivato il momento di tornare, perciò le saluti.

Una di loro prende una pergamena marina, la srotola e te la mostra.

C’è scritta una parola che devi memorizzare e che solo tu devi conoscere!

È la chiave d’accesso a questo meraviglioso mondo marino, che è tuo.

Ogni volta che vorrai tornarci e che vorrai uscirne dovrai pronunciare quella parola. Ora, felice, cominci a nuotare risalendo la superficie e l’acqua diventa sempre più chiara. Continui a nuotare sempre più veloce verso la superficie e l’acqua è sempre più trasparente, nuoti ancora più veloce e sei vicinissimo alla superficie.

Incontri di nuovo tanti altri pesci e anche loro sembrano salutarti.

Continui a nuotare sempre verso la superficie e l’acqua è via via sempre più chiara. Nuoti più veloce verso la superficie e l’acqua è sempre più trasparente; nuoti ancora più veloce e ormai sei vicinissimo alla superficie. Sei sempre più veloce.

Ora fai un salto ed esci in superficie. Senti nei polmoni l’aria salmastra e vedi sopra di te il cielo azzurro.

Ora sei di nuovo un gabbiano e stai volando sopra il mare. Il vento è caldo e ti asciuga le piume. Voli sempre più in alto, sei libero e leggero e ti lasci portare sempre più in su dalla corrente d’aria calda.

Sotto vedi l’infinito mare blu e un’immensa gioia t’invade.

Vedi in lontananza il faro e ci voli intorno per tre volte.

Vedi le tue scarpe ed i tuoi calzini, e atterri sulla sabbia. Senti sulla pianta dei piedi il calore della sabbia.

Ora sei te stesso, con la tua forma abituale: sei un essere umano e sei contento dell’esperienza che hai fatto.

Non vedi l’ora di tornare alla tua vita abituale e non hai più paura. Sei libero e felice, sei responsabile.

Di corsa t’infili i calzini e le scarpe, le allacci molto bene e cominci a correre verso casa e la tua vita abituale. Corri velocemente e senti il Sole caldo sul petto e il profumo della macchia mediterranea. Continui a correre e ti senti leggero e libero. Corri più velocemente, a grandi balzi. Sei pieno di gioia.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Il labirinto

L’esercizio seguente ci consente di allargare i nostri orizzonti mentali, ci permette di ottenere una visione più ampia della nostra esistenza e della nostra coscienza.

Ho notato che, dopo averlo praticato diverse volte, in molte persone (me compreso) vengono a decadere preconcetti e pregiudizi. Ciò permette di affrontare gli eventi della vita in modo più morbido e più leggero, dando il giusto peso e la giusta misura ad ogni cosa.

In tal modo, le persone libere da preconcetti e pregiudizi abbracciano e materializzano il senso di libertà propria e altrui.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Ad un certo punto, ti ritrovi al centro di un labirinto composto da 4 file di cinta murarie e sei proprio nel centro preciso.

Non importa per quale motivo ti trovi lì, non importa per quale causa ti trovi lì, non importa il significato del tuo essere lì.

Ciò che importa è che non ti piace essere lì e perciò devi uscirne.

Devi trovare la via d’uscita, ma può volerci molto tempo e non sei affatto contento di essere lì. Non hai nemmeno il filo di Arianna che potrebbe aiutarti ad uscire. Senti il forte disagio di trovarti lì, ma hai anche un’intelligenza, una volontà e un desiderio enorme di uscire da quel luogo angusto. Perciò devi uscirne.

La tua intelligenza, la tua volontà e il tuo desiderio diventano un piccone dorato. Con questo piccone cominci ad abbattere il muro: e giù picconate! Ad ogni picconata un pezzo di muro crolla. Ora la prima fila di mura è completamente crollata e lo spazio in cui puoi muoverti è più largo. Davanti a te c’è la seconda fila di mura: cominci a colpirla col piccone, finché non è completamente crollata e lo spazio in cui puoi muoverti è più largo.

Davanti a te c’è la terza fila di mura: e giù picconate anche a quella!

Ad ogni picconata un pezzo di muro crolla. Ora la terza fila di mura è completamente crollata e lo spazio in cui puoi muoverti è più largo.

Davanti a te c’è la quarta fila di mura: e giù picconate anche a quella! Ad ogni picconata un pezzo di muro crolla.

Ora che la quarta fila di mura è completamente crollata si apre intorno a te uno spazio infinito: un immenso campo di grano punteggiato di papaveri rossi che si estende all’infinito, fino a unirsi ad un cielo blu dove splende un radioso Sole.

Senti il luminoso calore del Sole sul corpo, niente t’imprigiona e niente ti blocca: sei libero! Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

La campana

Questo esercizio, tratto dalla tradizione orale tibetana, è molto utile per creare in noi uno spazio delimitato, che va rispettato e dove potremmo essere liberi proprio perché delimitato dai limiti e dalla libertà altrui.

Molte volte, senza rendercene conto o perché pensiamo di avere un tornaconto futuro, lasciamo entrare nella nostra vita cose, situazioni o emozioni che nulla hanno a che vedere con il nostro progetto di benessere. Altre volte siamo distratti e ci lasciamo comunque coinvolgere in cose non nostre. Altre volte ancora, per paura di dire o fare qualcosa, sorvoliamo o lasciamo perdere.

Ad ogni modo, qualunque sia il motivo, in noi restano un malessere indefinito e la sensazione di non “meritare” rispetto: di sicuro ciò nasce da un silente senso di colpa non compreso. Quasi volessimo, con quella esperienza, compensare una nostra mancanza, anche questa incompresa, diventando in tal modo facili prede di ogni sorta di carnefice. Quel che è più curioso, è che noi stessi andiamo a cercare il nostro carnefice di turno in una disperata folle ricerca di purificazione.

Durante l’esercizio dovrete portare alla vostra mente diverse situazioni; così, vedendole mentalmente, le comprenderete e non solo le lascerete andare, bensì imparerete a distinguere ciò che non vi piace, evitando di ritrovarvi in situazioni simili. Otterrete rispetto nei vostri confronti.

Una volta che sarete dotati di questa nuova energia, le persone comprenderanno che in voi si è creato un territorio personale e privato – per entrare nel quale bisogna essere invitati, chiedere il permesso e, dopo, sapersi comportare con rispetto.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Cominci a pensare e ad elencare tutte le umiliazioni, le mortificazioni e le vergogne che ti ricordi di avere subito nella tua vita.

E le vedi.

Cominci a pensare a come avresti invece voluto essere oggi.

E ti vedi.

Una grande tristezza ti invade. Ti rendi conto che la consapevolezza è tristezza per la mente, ma gioia per l’anima. E tu sei una grande anima.

Senti di meritare tanto rispetto.

Non sei più disposto a subire.

Cominci a radunare tutte le tue forze.

Ora sei pieno di una grande forza.

Alzi il capo.

Urli a squarcia gola BASTA!!! Allunghi le braccia e rompi la campana di cristallo, che si frantuma in migliaia di piccoli pezzi che il vento porta via.

Ti metti in piedi e alzi le braccia al cielo.

Ti senti libero e leggero.

Ti sei liberato e ora cominci di nuovo a vivere con un rinnovato entusiasmo e diverse modalità. Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

L’ira o rabbia

Considero l’ira, o rabbia, come la geisha dell’anima: una creatura bellissima, accogliente, sempre disponibile a correre in nostro aiuto. Estremamente affascinante e seducente, con la forza di un vulcano, sempre disposta a proteggerci e ad annientare in un attimo qualunque cosa ostacoli un nostro pensiero; anche noi stessi se ce ne fosse bisogno. Una creatura così materna e leale che protegge con un’energia devastante l’essere stesso che la alimenta, la ospita e la genera. L’ira è figlia e madre di se stessa.

Questo sentimento-emozione, così profondo e intenso, non è di per sé una cosa sbagliata o negativa: è un sentimento umano naturale e sano. Come ogni sentimento, deve essere gestito bene – altrimenti può essere la causa di diversi problemi.

L’ira può essere una risposta di egocentrismo, di giudizio, di egoismo, di indifferenza o di presunzione. Comunque di limitatezza. Dove esistono e prosperano questi sentimenti, difficilmente può abitare l’amore necessario per una vita prospera.

La rabbia molte volte si trasforma in un soffocante desiderio di vendetta. Non agisce solo nei confronti degli altri: spesso sentiamo rabbia nei nostri confronti e, quando la lasciamo a briglia sciolta, andiamo incontro alle più disperate situazioni e ci troviamo a essere giudici e giuria allo stesso tempo. Terminato il suo passaggio siamo turbati, svuotati, impoveriti ma lei è famelica; così ricominciamo a darle nutrimento, creando una difficile situazione emotiva da cui è arduo uscire.

Nel momento in cui questa creatura si sveglia non dobbiamo ignorarla; anzi, dobbiamo riconoscerla come avviene per qualunque emozione, e poi lasciarla andare, liberarla. Lo possiamo fare soltanto se la riconosciamo e accettiamo, perché il suo punto debole è essere riconosciuta come energia vivente in noi.

Ogni volta che sarete arrabbiati, in collera o disturbati da queste emozioni, riconoscete gli errori; poi chiedetevi perdono e comprendetevi. Se sarà possibile, chiedete perdono anche al soggetto che è causa apparente e vittima della vostra ira – ma soprattutto chiedete al Dio Creatore il dono della comprensione.

Potete sempre chiedere scusa, ma sappiate che le scuse non risolvono molto. Allenatevi, invece, a non doverle chiedere. Vedrete che, dominata l’ira, tanti blocchi del cuore spariranno perché sarà aperta la strada verso l’umiltà necessaria a un vero Ben-Essere vostro e di tutto ciò che vi circonda.

Vi racconto una mia esperienza a tal riguardo. Molti anni fa, essendo alquanto timido, ero vittima di problemi di comunicazione; così me ne stavo zitto a “bubare”, e le poche volte che mi esprimevo lo facevo in un modo così arrabbiato e violento, così sbagliato e mai opportuno che la cosa mi creava complicazioni e soffrivo tanto. Improvvisamente venivo assalito da un enorme demone devastante, e l’unico a restarci male ero proprio io. Era l’ira.

Una volta, mentre mi trovavo in vacanza da alcuni miei cugini di Oberà, nella provincia di Misiones alla frontiera con il Brasile, ebbi l’opportunità di conoscere uno sciamano Guarinì, il quale mi propose di guarire il mio malessere (essere-male = sbagliato). Così una sera mi portò in mezzo alla foresta.

Era veramente minacciosa, la foresta: piena di buio, suoni sconosciuti e figure indefinite che si muovevano velocemente fra le piante. Facemmo un fuoco, lui recitò molti canti propiziatori, invocò gli spiriti della Madre Terra e offrì loro foglie fresche di coca e uova; in una piccola pentola bollì delle erbe, che mi disse essere “sacre allucinogene”, e mi fece bere l’intruglio. Caddi in una specie di trance. Lo sciamano, invece, vigile mi accompagnò in un viaggio alla ricerca di questo demone orribile che mi tormentava – raccontandomi con voce calma, grave e severa ogni passaggio, dandomi gli elementi per affrontare ogni imprevisto e per difendermi da ogni aggressione. E così fu.

All’alba ero diverso, ed i colori della giungla così intensi e meravigliosi che mi commossi. Da intenso blu scuro punteggiato di stelle, il cielo era diventato prima viola, quindi rosa, per trasformarsi in pochi minuti in un azzurro intenso e chiaro, pronto ad accogliere il Sole splendente per un nuovo giorno. Uscimmo dalla foresta e tornammo al villaggio, cantando inni agli spiriti della natura; poi lo ringraziai e gli chiesi se potessi avere un po’ di quelle erbe, così sacre e miracolose.

Ridendo, lo sciamano mi disse: «Certo che puoi! Basta che tu vada in qualunque erboristeria e chieda della camomilla…». Poi aggiunse: «L’unica cosa che può portarti in altri mondi e dimensioni, per scoprire la verità e risolvere i tuoi problemi, è una mente serena ed estremamente vigile – insieme a un gran desiderio di migliorare. Tutto il resto è solo un alibi per fuggire da te stesso, senza mai riuscirci».

L’esercizio seguente che ho preparato (e che potrebbe sembrarvi una favola), “La caverna dell’ira”, è utile per arrivare alla consapevolezza che in noi c’è una forza devastante, ma che, se viene gestita correttamente, non può danneggiarci.

L’ira è l’ultimo segnale estremo che stiamo vivendo una situazione di aggressione. Di sicuro, l’essere ha già mandato in precedenza altri avvertimenti, ma noi, per interesse o per pigrizia, li abbiamo ignorati. Allora dovremo comprendere e agire con intelligenza e calma per risolvere la nostra ira. Sovente ci accorgeremo che vi è stato un grave nostro tradimento nei nostri stessi confronti, dovuto a una malsana, ingenerosa e alquanto egocentrica illusione.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Incuriosito ti avvicini all’ingresso e dentro scorgi un immenso antro con una volta di stalattiti luccicanti, il pavimento coperto di sabbia dorata e punteggiato di rocce.

Regna una grande pace, e tutta la caverna è illuminata da un fuocherello che si trova in fondo. Guardi bene e vedi che accanto al fuoco è seduta, con i capelli sciolti, la più meravigliosa, tenera, seducente e affascinante creatura che tu abbia mai visto. Nasconde qualcosa fra le sue mani. Una potente forza arcana ti attrae verso di lei e non sai resistere, non capisci più niente, vuoi solo avvicinarti e abbracciarla.

La creatura, voltandosi, ti vede e ti osserva con uno sguardo malizioso e magnetico, accennando a un sensuale sorriso.

A questo punto ti senti ancora più attratto e percepisci che solo avvicinandoti a lei potrai trovare pace. Ti avvicini e, quando sei giunto quasi a toccarla, improvvisamente e senza alcun motivo, la creatura fa un sussulto e diventa un essere terrificante con occhi freddi e sbarrati. Ti guarda minacciosa con le fauci sanguinanti e spalancate: si prepara a spiccare un balzo verso di te.

Sei sconcertato e indietreggi. Così facendo inciampi e cadi a terra.

A questo punto la belva salta e si avventa inferocita su di te. Con i suoi artigli cerca di dilaniarti. Ti difendi in ogni modo ma non riesci ad avere la meglio su di lei: senti che la tua fine è molto vicina. Vi azzuffate al suolo in un abbraccio mortale; la riempi di botte, ma la fiera è più forte e più motivata di te.

Tutto sembra inutile ma, quando le tue forze stanno per venire meno, noti che per terra c’è una clava. Allunghi un braccio insanguinato e con una mano l’afferri saldamente.

Assesti un portentoso colpo di clava sulla testa della belva e questa, indietreggiando, molla la presa e cade rovinosamente a terra.

Fai un respiro di sollievo e con le poche forze rimaste ti alzi e osservi la fiera inerte; ti avvicini con cautela e ti accorgi che non è morta, ma solo svenuta. Vedi anche che in una zampa, fra gli artigli, nasconde qualcosa.

Con fatica e paura le apri gli artigli e con sorpresa noti che fra le sue grinfie c’è una bellissima e variopinta farfalla, che rappresenta la leggerezza.

La farfalla sorridendo e salutandoti si libra in volo verso l’alto.

In piedi e con la tua bella clava in mano aspetti vicino alla belva. Ti inginocchi e soffi il tuo alito nelle sue narici. La belva si risveglia improvvisamente e ti guarda non più minacciosa. Riprende le fattezze iniziali della meravigliosa creatura.

Graziosamente torna accanto al fuoco, consapevole che l’hai dominata e vinta.

A questo punto, sempre con la tua bella clava in mano, intraprendi il ritorno verso l’uscita della caverna.

Arrivato alla soglia vedi il cielo azzurro e sereno ed un campo di un verde infinito accarezzato da una leggera brezza.

Cammini lasciandoti la caverna alle spalle e giungi a un imponente salice piangente. Ti siedi ai piedi dell’albero e, stanco, ti addormenterai avvolto in un bozzolo di luce azzurra, consapevole di aver lottato, vinto e dominato l’ira. Questa non si permetterà mai più di aggredirti. Fai un sospiro di sollievo e sogni serenamente.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Intelligente non è chi accumula informazioni e talenti
ma chi, con il poco che sa, si crea una vita prospera.

Una giornata particolare

Quel giorno, per andare a scuola, avevo indossato le scarpe nuove che mi erano state regalate da mia zia: erano di cuoio buono e duro, con una grossa suola di para, di un numero più grande e dovevano durarmi per tutto l’anno. Ero molto contento e camminavo piano, invece di correre come al solito, guardandomi i piedi: quanto mi piaceva avere le scarpe nuove!

La giornata a scuola cominciava con matematica, materia che capivo poco o nulla – anche se tutti la trovavano interessante e geniale in quanto scienza perfetta, esatta, lineare e semplice. Per me era un incubo complesso, così limitante che non dava spazio né all’immaginazione né tanto meno a una libera e sana interpretazione.

Arrivata la professoressa, ci alzammo tutti in piedi, salutammo e lei ci propose subito di risolvere un problema; con voce austera cominciò a dettarlo, scandendo bene le parole: «Problema: un contadino deve svuotare una vasca di raccolta, che contiene 1.000 litri d’acqua, con un secchio dalla capienza di 10 litri. Il contadino pensa di annaffiare il suo orto, distante 30 metri dalla vasca. Se lui cammina a una velocità di 5 chilometri all’ora, e ogni suo passo è di 60 centimetri, quanto tempo impiegherà per svuotare la vasca con il secchio?».

Cominciai a riflettere che, se il problema era svuotare la vasca, fosse più importante trovare un sistema più efficace per svuotarla, piuttosto che calcolare quell’idiozia… Pensai un po’ e, con molta concentrazione, trovai una soluzione; quindi alzai la mano per informare la professoressa della mia scoperta. Appena ebbi il permesso di parlare, spiegai che sarebbe stato più semplice se il contadino avesse attaccato un tubo alla vasca e, aspirandone l’aria, facendo il vuoto nel tubo, per la legge dei vasi comunicanti, la vasca si sarebbe svuotata da sola. Così il contadino, contento, avrebbe potuto impiegare il tempo in altri lavori.

La professoressa mi disse che ero molto simpatico ma che il problema andava risolto come lei lo aveva posto. Risposi che mi sembrava strano, e lei urlò: «Si risolve così perché il contadino ha deciso così! Siediti e lavora!». Fortemente contrariato, le replicai affermando che non ero disposto a risolvere un problema così stupido per un contadino stupido. A quel punto lei si agitò molto e, urlando ancora più forte, mi rimproverò aspramente: «Tu la fai così lunga perché non hai studiato e disturbi i tuoi compagni! Perciò vai in Direzione; lì ti faranno venire la voglia di impegnarti!». Quindi mi buttò fuori dall’aula in malo modo, mentre io ripetevo che volevo solo aiutare il contadino; ma lei, isterica, mi sbatté la porta in faccia.

Terrorizzato, mi incamminai sul lungo corridoio verso il Golgota (nome terrificante con il quale veniva chiamata la Direzione). Arrivai in Segreteria e la segretaria, tutta agghindata a mo’ di albero di Natale, con i grossi occhiali appena sopra il naso, mi chiese cosa facessi fuori dalla classe. Le raccontai che mi ci aveva mandato la prof. di matematica, a causa di un contadino cretino. La segretaria rispose subito: «Non devi parlare male dei contadini, perché sono la base della nostra cultura e nelle loro mani è depositata tutta l’economia agricola». Le risposi che, se era così, la nostra economia agricola era in mano a dei deficienti. In quel momento entrava il preside, il quale, sentendomi, esclamò: «Simili discorsi contro il governo in questa scuola non sono permessi!». La segretaria corse allora in mio aiuto e disse: «Non è questo il problema: l’alunno è qua perché ha mancato di rispetto alla professoressa Consoli; sostiene che i contadini sono dei cretini, ma non ha parlato male del governo».

Il preside si arrabbiò ancora di più e mi rimproverò duramente, facendomi una paternale sul rispetto, sulla disciplina e sulla dignità delle classi meno abbienti. Poi mi chiese se avessi da dire qualcosa in mia difesa, ed io risposi che non dovevo difendermi perché non avevo alcuna colpa. La rabbia del preside esplose; venni accusato di essere presuntuoso e altero, oltre che indisponente e insolente. Mi fece una nota e disse che l’indomani avrei dovuto riportarla firmata dai miei genitori. Per concludere mi mandò nel corridoio, in castigo fino al termine dell’ora di matematica.

Finita la giornata di scuola tornai a casa, non di corsa ma camminando molto piano – stavolta non per guardarmi le scarpe, bensì per la paura di arrivare e dire che avevo una brutta nota. La giornata mi sembrava tanto triste. In cuor mio ero tranquillo, perché sapevo che i miei avrebbero compreso e forse sarebbero andati dal preside a difendermi o almeno per chiarire la vicenda (come facevano per le mie sorelle). Questo pensiero mi aiutava e inoltre avevo il tempo di spiegare a mia madre come erano andate le cose, prima che il babbo tornasse; lei, per me, era stata sempre un buon avvocato. Arrivai a casa ma con amara sorpresa vidi l’auto del babbo, che era tornato prima dal lavoro: il sangue mi si gelò, ma mi feci coraggio ed entrai sicuro.

In salotto non c’era alcuno, ma le voci provenivano dalla sala da pranzo. Attraversando il salotto, vidi una scena meravigliosa che mi fece sentire felice della mia famiglia: in fondo al tavolo c’era mio nonno paterno che, del tutto inaspettatamente, era venuto con mio padre a trovarci; accanto a lui c’era mia sorella più grande, che faceva delle moine indossando il vestito che lui stesso le aveva regalato. La mamma era in piedi accanto al nonno e gli accarezzava una spalla; dall’altra parte del tavolo, mio padre e mia sorella più piccola giocavano a “Scarabeo” in latino. Un po’ più in là Cristina, la cameriera, portava via dei bicchieri di whisky vuoti e tazze da tè.

Era tutto così calmo e loro così belli che nell’aria era tangibile tutto l’amore che li univa. Il lampadario acceso dava alla stanza un’aria di benessere e luminosità tale che pensai subito a quanto fossi fortunato ad avere una così fantastica famiglia! Incoraggiato da questo e per non perdere tempo – tanto, se dovevo “morire”, era meglio farlo subito – salutai tutti e dissi a voce alta: «Quel cretino del preside mi ha fatto una nota e la vuole firmata per domani». L’allungai a mio padre, che la prese in mano. Restai a dovuta distanza, aspettando tremolante che mi chiedesse una spiegazione.

Mio padre lesse la nota poi abbassò il foglio, mi guardò negli occhi ed improvvisamente sentii la testa allontanarsi per tre metri dal mio corpo, per poi tornare di scatto al collo, come se fosse attaccata a un elastico. Non capii subito cosa fosse successo, ma lui cominciò a urlare ed a picchiarmi anche con dei calci. Era una furia e inveiva contro di me accusandomi di essere la sua vergogna, di non saper stare al mondo e che proprio nella materia scolastica più importante ero un fallimento!

Spazientito, mio nonno chiese di fare silenzio e di spiegare l’accaduto. Così papà lesse la nota, dove si diceva che avevo mancato di rispetto alla professoressa di matematica, che avevo risposto con insolenza, che non studiavo, che creavo disordine in classe e che esprimevo giudizi negativi contro il governo, lasciando intravedere chiaramente delle nascoste e molto dannose idee rivoluzionarie di matrice comunista, oltre a mostrare uno spiccato disprezzo per le classi sociali meno abbienti.

Incredulo, piangevo forte mentre le mie sorelle se ne restavano lì impalate: la più grande cercò di difendermi, ma nostro padre minacciò di non farla uscire per una settimana – così lei chiuse subito la bocca. La più piccola, invece, continuava a giocare ed a mangiare dolci. Papà, tutto rosso in volto, aggiunse che la disciplina era importante e che dovevo saper obbedire senza replicare, che non dovevo pensare perché non ne ero capace e che dovevo solo obbedire e studiare. Poi si rivolse alla mamma, urlando: «È colpa tua e delle tue stupide idee d’altruismo promiscuo! Stai tirando su un figlio demente!» – e giù, un altro schiaffo sulla mia guancia.

Per difendere la mamma, replicai che non era colpa sua ma di un contadino cretino e testardo che non si rendeva conto di come fare le cose. A quel punto anche la mamma si avventò contro di me e, tenendomi per una spalla e strattonandomi, mi urlò: «I contadini non sono stupidi! Sono persone sfruttate senza pudore e possono sembrare idioti, perché sono semplici e non hanno avuto la possibilità di studiare. Tu invece sei uno screanzato e da te non mi sarei mai aspettata discorsi del genere!».

Non capivo più nulla: sapevo solo che erano tutti contro di me.

Come se non bastasse tutto quel putiferio, Cristina, tornando di corsa dalla cucina, cominciò a sua volta a strillare: «Basta! Me ne vado da questa casa! Non voglio essere complice del massacro di un deficiente!». Capii che il deficiente ero io!

Approfittando della litigata feroce fra il babbo e la mamma, uscii sul porticato e mio nonno mi seguì: prima mi accarezzò la testa e poi mi disse che voleva spiegarmi una cosa. Cominciò con una filippica sull’importanza del partito conservatore, delle tradizioni, della famiglia e delle proprietà; poi parlò del rispetto che dovevo ai contadini e a chiunque fosse un lavoratore. Con calma lo guardai nei suoi splendidi occhi blu e gli dissi: «Sì nonno, ma ho visto come tratti e come vivono i tuoi contadini”. A quelle parole, anche lui mi allungò un sonoro schiaffo e mi disse che ero irriverente e insolente. Piangendo gridai: «Sì, forse è vero ma tu sei un negriero!». Mi venne anche in rima.

Disperato e senza comprendere più niente, corsi in fondo al giardino a cercare l’aiuto della mia adorata quercia che sempre mi accoglieva con amore fra i suoi rami. Correndo caddi tre volte prima d’arrivare, ma quando giunsi sotto le fronde già mi sentivo al sicuro. Ero in uno stato così pietoso e alterato che non comprendevo alcunché: ero solo fuori di testa e tanto triste; vedevo la mia famiglia come un gruppo di alieni.

Mi ricordai che Madame Souchet, la figlia della “Gestalt”, una volta mi aveva detto che le famiglie dove si nasce le sceglievamo noi, e che i parenti sono persone che hanno un compito complementare al nostro. Mi sentii ancora peggio, perché pensai che allora avevo scelto proprio male: odiavo tutti e in particolar modo quel cretino di un contadino che voleva annaffiare l’orto nel modo più difficile – e gli augurai anni di siccità, tante cavallette e delle figlie storpie.

Ero disperato, così abbracciai con forza il tronco della mia quercia e le chiesi di farmi entrare per poter scendere attraverso le sue radici fino al centro della Terra e, da lì, agli Inferi per restarci sempre. La vita in superficie era molto complicata. La quercia però era sorda – ed ero io, evidentemente, che non sapevo vivere come tutti gli altri. Anche il prete diceva: «Dovete essere come gli agnelli, mansueti e dolci» – e ci chiamava “il suo gregge”; ma io ero un leone e non mi piaceva essere un agnello. Ogni tanto, per fargli piacere, mi “travestivo” da agnello, ma facevo il ridicolo perché prima o poi gli artigli venivano fuori e si vedeva bene che ero una belva travestita.

Sì, ero proprio sbagliato e questo pensiero mi rendeva ancora più alterato. Non riuscivo a fare niente di buono e, anche se studiavo, non capivo nulla. Era vero, quindi, ciò che mi dicevano: che non ero intelligente, che ero limitato e distratto. Ma non potevo farci nulla: era più forte di me!

E poi, per quale motivo dovevo riempirmi la testa di date, numeri e nomi di persone ormai di un passato lontano o di luoghi che non mi interessava conoscere? Se non conoscevo i miei vicini, che abitavano a tre isolati da casa ed erano della mia vita presente, cosa mi importava sapere quanti erano gli abitanti della Germania? Perché dovevo interessarmi a cosa fosse successo in Francia nel Settecento? E a cosa mi serviva calcolare la velocità della luce se camminavo sempre o a volte andavo in bicicletta? Sì, era verissimo: ero proprio un disastro!

A quella constatazione, piansi amaramente ed implorai il cielo di darmi tutta la conoscenza del Creato. Ogni mio pensiero non faceva altro che aumentare l’angoscia e il mio stato di alterazione. La testa mi scoppiava.

Ad un certo momento mi apparve davanti l’Amico di Luce, splendidamente azzurro, trasparente e che mi fissava con i suoi enormi occhi senza dire alcunché. Allungò una mano trasparente e la appoggiò dolcemente sulla mia fronte. Immediatamente caddi come in trance e mi trovai in riva ad un lago: vedevo le onde arrivare lentamente fino alla riva e bagnare i sassolini per poi perdersi fra la sabbia; subito dopo un’altra onda faceva lo stesso e così tante altre, in una danza dolce e lenta; sentivo il rumore dei piccoli tronchi che, mossi dall’acqua, giocavano fra i sassi. Una strana e confortante calma cominciò a invadermi.

All’improvviso vidi la neve cadere lentamente e adagiarsi soavemente sui rami degli alberi; convertita poi in gocce d’acqua, cadeva poi sul terreno innevato. Tutto il paesaggio era diventato ovattato ed io mi sentivo sempre più calmo. Quindi notai un grande sacco di riso, con in fondo un buco da dove uscivano, uno dopo l’altro, i chicchi che lo svuotavano inesorabilmente; poi fui avvolto da una leggera brezza autunnale che dolcemente portava lontano le foglie. A quel punto il mio stato d’alterazione aveva lasciato il posto ad una profonda calma e serenità.

L’Amico di Luce tolse la mano dalla mia fronte e sempre guardandomi fisso negli occhi mi parlò, ma non ascoltai con le orecchie esterne, bensì con l’udito interiore. Mi disse: «Intelligente non è chi accumula informazioni e talenti ma chi, con il poco che sa, si crea una vita prospera». Subito dopo, così come era apparso, sorridente svanì nel nulla.

Ero ormai calmo e nuovamente felice, tanto che facevo fatica a ricordare l’evento disastroso di quel pomeriggio. Mi alzai e tornai a casa. Entrando nuovamente dal salotto, vidi che erano arrivati degli amici dei miei genitori e che tutti insieme stavano giocando a canasta, mentre sorseggiavano cocktail. L’atmosfera era allegra. Anche Cristina era rimasta al proprio posto, e continuava a servire; le mie sorelle leggevano, mentre il nonno se ne era andato.

Era tornato tutto tranquillo, sereno, bello. Così mi resi conto che, nella vita, alcune persone e certi eventi sono come i temporali estivi: non sono un gran che, ma riescono comunque a rovinarti una giornata…

La vita non può essere come un album di figurine: ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, mi manca, mi manca, ce l’ho, ce l’ho, mi manca, mi manca…
La vita è una vecchia e polverosa scatola di scarpe, piena zeppa di meravigliose lettere d’amore.

Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (4)

[…] Degli alberi secolari si alzavano verso il cielo con le loro foglie così verdi e brillanti, che più che creare ombra rendevano più luminosa e più affascinante l’atmosfera.

Gli uccelli grandi e variopinti volavano e piroettavano in aria creando un balletto pieno di grazia, il loro canto si confondeva con il gorgoglio dei ruscelli.

Davanti al mio stupore l’ospite mi disse: «Il loro prodigio non consiste nel volare, giacché qui il volo è prerogativa di tutti gli esseri viventi, ma risiede nel loro piumaggio che rappresenta i colori dei sette centri primordiali. E il loro compito è il seguente: quando un’anima è triste o persa si allineano nel cielo creando un arcobaleno, per farle capire che la sua tristezza è consapevolezza e che il fatto che abbia compreso il male è quasi una guarigione; che il peggio (l’ignoranza) è passato e che il bel tempo sta per tornare…». […]

La Tristezza

La tristezza è quell’ospite sgradito che, in una giornata spensierata di Sole, appare all’improvviso rabbuiando la nostra esistenza.

Pandora ricevette da Giove, in omaggio, un vaso che doveva custodire gelosamente in casa, con l’ammonimento di non aprirlo mai. Ebbe però anche in dono, dal dio Mercurio, la Curiosità; così, non potendole resistere, aprì il vaso e ne uscirono tutti i mali del mondo. Spaventata per il suo gesto e comprendendo il danno provocato all’umanità, Pandora chiuse in fretta il coperchio prima che uscisse l’ultima cosa rimasta. Questa era la Tristezza, che subito si impossessò di Pandora: fu terribile ciò che la ragazza provò a causa sua. Istintivamente aprì ancora il vaso, per vedere se era rimasto qualcos’altro – e fu così che vide uscirne e librarsi in volo un piccolo uccellino cinguettante, di color verde smeraldo, chiamato Speranza.

La tristezza, per lungo tempo, tra i primi cristiani fu considerata l’ottavo peccato capitale. Non riuscire ad essere gioiosi in un Creato così meraviglioso era proprio un gran fallimento, sia per chi era triste che per tutti i suoi fratelli e la comunità che essi componevano. Era un mancato riconoscimento della Gloria divina e un’opportunità persa.

Ma non basta vivere in un bel posto per essere felici, bisogna anche comprendere – e per comprendere, bisogna pensare. Non possiamo delegare all’esterno la creazione di un nostro sentimento: la nostra gioia dipende assolutamente dal nostro sentire, dipende da noi. Dal profondo.

Nel corso del tempo, per la Chiesa, il numero 8 venne ad assumere caratteristiche complicate e negative, in quanto via via collegato alla trasformazione, al segno dello scorpione, alla morte, al Karma, al trascendente, ma soprattutto alla materia e all’eros – e quanti meno numeri 8 ci fossero in giro, meglio era per lei. Così nel Medioevo fu deciso di ridurre i peccati capitali a sette, inglobando l’ottavo, la tristezza, nei precedenti. Le persone non rispettavano le leggi divine perché erano tristi. Questo avrebbe risolto anche il problema di richiamare nei comandamenti cristiani il magico numero 7: un numero associato alle unioni e alla spiritualità.

Il numero 7 significa certo la settima casa astrologica, quella che presiede alle unioni legali, ai matrimoni o alla società, ma è anche il numero dell’introspezione, del distacco dal mondo materiale (il carro nei tarocchi: essere al mondo ma fuori dal mondo) e del cambiamento. È il numero del serpente, che se non cambia pelle muore stritolato in quella vecchia.

Il 7 è un numero curiosamente triste, essendo il numero dell’introspezione: ogni qualvolta ci guardiamo dentro, infatti, non è sempre tutta quella gioia… E un popolo che si senta “sporco” e “colpevole” nell’anima è più facile da governare. Cercherà continuamente la redenzione.

Ma la tristezza, anche se non capita e spogliata del suo rango, ha conservato attraverso i tempi tutta la sua grande influenza nella storia.

La tristezza non è malinconia, che è più un languido ricordo annebbiato dove crogiolarsi (anche molto snob, se vogliamo…).

La tristezza non è nemmeno dolore, perché nel dolore c’è così tanta emozione che si reagisce; ma non è nemmeno lutto, perché nel lutto c’è Thanatos proprio di fronte ad Amore – e l’amore non può essere triste, l’amore è solo intenso.

La tristezza non è depressione, perché la depressione è lasciarsi andare a vivere senza sogni.

La tristezza non è angoscia, perché l’angoscia è piena di rimorsi, di pentimenti, di ansie; la tristezza, invece, viaggia da sola e senza bagagli.

La tristezza non è neanche paura, perché la paura separa, costruisce cinte murarie, crea guerre e massifica gli esseri.

La tristezza è un pensiero sano e fertile: «Chiunque abbia mai voluto realizzare un nuovo paradiso in terra, ha cercato prima la forza nel proprio inferno» – scriveva Nietzsche. Questa è la tristezza. Grazie a questo sentimento sono state scritte le più belle pagine della letteratura, progettati i più bei palazzi, scolpite e dipinte le più importanti opere d’arte, elaborate le più profonde filosofie e avvenute le più grandi conversioni.

La tristezza è veramente un immenso dono che la vita ci offre, perché è consapevolezza di una realtà drammatica ma non tragica. La tristezza è comprensione.

La tristezza assimilata ci dà la possibilità, attraverso la conoscenza, di modificare proprio ciò che ci ha reso tristi: la nostra stessa esistenza. Per questo motivo, dopo di lei dal vaso di Pandora uscì la Speranza.

“ Se ormai è inverno… può la primavera tardare?”.

Tratto da “Piccolo Viaggio Universale” (5)

[…] L’ospite mi fece strada attraverso un campo di grano. Ad un certo punto il campo si interrompeva e cominciava una distesa di sabbia e rocce, coperte di muschio e di licheni giallastri. In mezzo si ergeva un palazzo che sembrava fuori luogo in questo ridente paesaggio: era una costruzione cupa e grigia, circondata da alberi secchi; stranamente su alcuni rami fiorivano delle rose.

Allora l’ospite mi spiegò: «Quel palazzo è il posto dove si immagazzinano i dispiaceri e i brutti ricordi, dove si mette anche ciò che abbiamo voluto dimenticare senza averlo capito. Per questo è grigio, cupo, disadorno e costruito con granito sepolcrale; ma, all’interno, oltre ad essere un magazzino, è anche un laboratorio dove operano abili sarte. Quando una mente è triste e disturbata al punto tale che non ce la fa più ad andare avanti nella vita, noi la catturiamo nel sonno, la portiamo qui e le sarte sagge cuciono, su misura, con tutto il suo passato, un abito regale di finissima seta; quindi glielo fanno indossare e la pongono davanti a uno specchio. La persona allora subisce una forte emozione ma, vedendosi così magnificamente vestita e sentendo sulla pelle la morbidezza della stoffa, comprende che l’abito è proprio per lei; così pian piano comincia ad abituarsi, a sentirsi bene dentro l’abito ed infine ad amarlo perché è proprio il suo vestito. Allora su un ramo secco nasce un fiore». […]

La depressione

«La depressione, quella morbida, feroce e frenetica belva sempre in agguato e dalla quale nessuno è immune» – così la descriveva un’anziana strega della misteriosa e sconfinata Patagonia, che come una punta di lancia, fiera di essere l’ultima terra del mondo, si scaglia impetuosa verso i ghiacci eterni dell’Antartide.

«Ci sono tanti tipi di depressione e tanti sono i motivi che la producono, come tante sono le sue manifestazioni» – mi disse la strega. «Alcune molto evidenti, altre però quasi non si avvertono. Ma tutte sono ugualmente dannose».

A causa sua, alcune persone si mostrano disperate, in agitazione o ciondolano per la vita senza scopi e senza forze. Questo è sano, perché l’essere umano esprime in tal modo la sua richiesta d’aiuto e, se ha fortuna, può essere curato.

Ma c’è anche un’altra forma di depressione, molto più insidiosa perché non palese. La persona colpita, stanca di affrontare prove e non comprendendo le esperienze di vita, assume un atteggiamento sereno, equilibrato, sempre gentile e con un senso di agiatezza impresso in ogni sua espressione. Comincia a trovare tutto alquanto noioso, rifiuta gli inviti, evita ogni confronto e rapporto profondo con le altre persone, si circonda da tutto ciò che la rassicura e si chiude nel proprio bozzolo. Piano piano si distacca dalla vita e perde interesse per ogni cosa, non trovando un senso alla propria esistenza – con tutte le conseguenze che ne derivano.

Questo è il motivo per il quale, dopo certe disperate e tragiche “scelte”, tutti si domandano: «Come mai? Quella persona stava così bene, non le mancava nulla, era proprio fortunata e ultimamente aveva anche trovato un suo equilibrio che la rendeva così serena e contenta…».

Era sì contenta, la sventurata, poiché proprio con quel suo pseudo-equilibrio aveva appena abbassato tutte le sue difese e aperto la porta alla sua anelata… Morte.

Fraternamente Edgardo

La legna

C’erano ancora i festeggiamenti per la salita al potere del Presidente: il primo eletto democraticamente dopo anni un po’ difficili per tutti o quasi.

Come ogni giorno, dopo essere andato a scuola, tornai a casa correndo veloce fra le foglie cadute dei platani che si preparavano per l’inverno. Credevo di essere una potente “Aston Martin” che si apriva la strada in mezzo alla neve; altre volte immaginavo di essere un aereo da guerra che volava minaccioso in cieli limpidi: per “volare” dovevo aprire le braccia ma, avendoci i libri sotto, non mi era possibile. Così quel giorno ero una “Aston Martin”.

Ero così di corsa che non vidi una vicina che tornava con la spesa e la urtai violentemente. Lei mi sgridò, dicendo: «Ma guarda dove metti i piedi! Stai attento incosciente». Senza fermarmi le risposi: «Stia attenta lei! Le manderò il conto del carrozziere» – e tagliai dritto.

Arrivato a casa, con le ultime forze feci un balzo e scavalcai il cancelletto, ma una parte del blazer si agganciò a una delle stecche e quindi caddi rovinosamente a terra, sparpagliando tutti i libri sul vialetto d’ingresso. Ma questo aveva poca importanza, perché ormai ero a casa al sicuro.

Con le ginocchia sbucciate entrai in casa, sapendo che mi aspettava una bella tazza di caffè e latte con la torta – e questo mi rendeva felice e consapevole di essere fortunato. La casa era tutta illuminata a festa, le finestre aperte e il camino del salotto acceso. Chiamai la mamma per dirle che ero arrivato, ma nessuno rispose: c’era un gran silenzio. Arrivato in sala da pranzo sul tavolo non trovai la mia sognata merenda, ma tanti fogli sparsi che guardai incuriosito: erano delle lettere. Lettere di addio di mia madre, nelle quali diceva di essere stanca della vita e di non preoccuparmi ché lei era andata a suicidarsi. Mi raccomandava di essere bravo e di occuparmi delle mie sorelle, di fare sempre i compiti e di pensare ai poveri e ai meno fortunati di me. Mi diceva che ero stato un buon figlio, anche se un po’ strano. Aggiungeva che non avrei mai dovuto essere egoista, provando anche a essere un po’ più intelligente; inoltre avrei dovuto sempre rispettare mio padre anche, malgrado il fatto che il suo disprezzo per me era più che evidente… ma era pur sempre mio padre! Concludeva dicendo che avrei dovuto essere paziente, che ci abbracciava tutti e che ci avrebbe guidati dal cielo…

Guardai anche le altre lettere: ce n’era una per ognuno di noi figli. Non le lessi per educazione: sarebbe stato un atto ignobile.

Con il cuore in subbuglio, mi precipitai a vedere il mobile dove erano riposte le armi: mancava la sua pistola, una bella 7,65.

Così, senza merenda, corsi fuori di casa per andare a cercare mia madre: non sapevo dove. Incontrai alcune vicine e chiesi loro se l’avessero vista, ma niente; poi suonai alla “Biografa”, una vicina pettegola, che mi riferì di averla vista andare verso il parco Santa Clara, un’area demaniale della ex tenuta Sourdeaux. Mi fiondai di corsa, accompagnato dai cani, verso il parco che distava due chilometri da casa, e appena attraversato il ruscello intravidi in lontananza la sagoma di mia madre seduta su un grande tronco di eucalipto. Corsi fin quasi ad arrivare da lei e poi cominciai a camminare molto piano, fischiettando e giocando con i cani – come se fosse tutto normale. Lei mi dava le spalle, ma grazie a Dio era sempre viva!

Avevo una gran voglia di piangere ma mi avevano detto che gli uomini non piangono, così non potevo farlo. Pensai che forse i bambini lo potevano fare, ma non era quello il momento per un pensiero filosofico.

Con molta calma mi avvicinai a mia mamma e l’abbracciai senza dire una parola; lei guardandomi mi disse: «Dovresti essere a casa a fare i compiti». «Sì» – le risposi – «ma avevo la testa pesante e sono uscito per prendere un po’ d’aria».

Sul grembo teneva la pistola e nelle mani una busta piena di biscotti, accanto c’era la sua borsa aperta con dentro una birra. Mise la pistola lontano da me e mi offrì dei biscotti, che mangiai avidamente perché mi era venuta una gran fame.

Con voce tenue mia madre mi chiese se avessi trovato le lettere. Le risposi di no, aggiungendo che, visto che le finestre erano aperte, forse il vento le aveva portate via… Sorrise e restammo seduti in silenzio per un po’ a guardare l’orizzonte. Ad un certo punto, a circa un centinaio di metri da noi, arrivò un pick-up dal quale scesero alcuni uomini, con asce e seghe, che si incamminarono verso un albero abbattuto e, urlando, cominciarono a tagliare il grande tronco.

Mia mamma, rompendo il nostro silenzio, disse: «Vedi che cosa succede?». «Sì» – le risposi – «tagliano l’albero». Alle mie parole, molto preoccupata mi replicò severa: «Ma come puoi essere così idiota? E come farai a vivere in questo mondo se non ti rendi conto di ciò che succede intorno a te?».

Poi, stringendomi forte a sé, mi spiegò il suo pensiero: «Ricordatelo: dall’albero caduto ognuno ricava legna da ardere. Perciò, se mai cadrai, cerca con tutte le tue forze di rialzarti velocemente e sempre con la massima velocità comincia a dare i tuoi frutti, altrimenti farai la fine di quell’albero».

Quindi, sempre in silenzio, ci alzammo dal tronco e riprendemmo la strada verso casa fischiettando, cantando vecchie canzoni e giocando con i cani.

Col tempo non diventai intelligente, almeno secondo il metro di giudizio dei miei genitori, ma mi impegnai molto a osservare incuriosito come fosse la vita. Così facendo, ho scoperto un miracolo di Grazia Divina: ogni giorno un’esperienza da affrontare con gioia o con dolore – ma è vita piena e ne vale la pena.

Sono caduto molte volte ma mi sono sempre rialzato prontamente, cercando di trovare una vita nuova da trascorrere con leggerezza, in modo diverso dalla precedente per non ottenere lo stesso risultato. Ho imparato a programmare e a fare progetti; anche a crederci, ma consapevole che è la vita che decide che cosa farai. L’unica cosa che tu puoi fare è essere leggero come una piuma, e in tutta la tua integrità di piuma lasciarti trasportare dalla brezza della vita verso soleggiati orizzonti…

La trippa

Dopo la vicenda della “legna da ardere” rimasi a lungo preoccupato, non tanto per quello che era accaduto quanto per il fatto di dovermi relazionare con mio padre (sulla base di ciò che avevo letto a riguardo dei suoi giudizi sprezzanti su di me). Non sapevo come porre rimedio alla situazione, anche perché, avendo mentito alla mamma, mi ero precluso qualsiasi spiegazione e certo non potevo (e non lo avrei mai fatto) andare da mio papà a chiedergli perché mi disprezzasse. Non potevo neanche dirlo alle mie sorelle, che non sapevano alcunché. Così per diversi giorni restai pensieroso e con un leggero malessere; in casa venivano con una certa frequenza dei preti ma, poiché avevo mentito, non potevo chiedere aiuto neppure a loro.

Mi venne in mente che una nostra vicina, che avevo avevo soprannominato “la Consigliera”, a volte era gentile con me e inoltre aveva un’amica molto intelligente, la quale sembrava possedere una spiegazione per tutto. Non per niente, spesso “la Consigliera” nei propri ragionamenti era solita ripetere una specie di premessa: «Come afferma “la Gestalt”…».

Quindi, un giorno decisi di andare dalla “Consigliera”, che odiava i preti e mi diceva sempre di starne lontano, anche perché sosteneva: «L’orco di Pollicino era meno pericoloso per i bambini di una carezza pastorale». Così mi lavai le mani e la faccia, raccolsi dei fiori dal giardino di casa e mi recai dalla vicina. La trovai a lavorare nel campo con una zappa e la salutai. Mi chiese cosa volessi, specificando che era molto impegnata e non aveva tempo da perdere; aggiunse che i fiori stavano meglio sulla pianta che fra le mie mani.

Non mi scomposi molto: ero abituato alle “partacce”. Senza battere ciglio, le spiegai che avevo un problema e volevo sapere se la sua amica “Gestalt” mi avrebbe potuto aiutare. La donna cambiò espressione e mi rispose: «Se le cose stanno così, vieni pure: andiamo sotto la loggia, dove mi racconterai ogni dettaglio» – quindi mollò tutto ed andammo a sederci sotto il loggiato su comode poltrone di vimini, mentre “la Consigliera” urlava alla cameriera di portare del tè e dei biscotti; cosa che quella fece velocemente.

Mentre posava il vassoio, Madame Souchet (questo era il nome della mia vicina) disse alla cameriera che se avesse telefonato qualcuno non avrebbe potuto rispondere, perché impegnata. «Bene» – rispose la cameriera – «ma si dà il caso che il telefono non funzioni da mesi, Madame!» – e si ritirò in cucina.

Sorridendo, Madame mi confidò: «Non farci caso, è molto insolente ma è buona» – e mi servì il tè. «Allora?» – mi incalzò subito: «Che cosa ti è successo?». Le risposi con il massimo della sintesi: «Ho mentito e sono nei guai. Ho saputo che mio papà mi disprezza e non so cosa fare».

Al che lei mi disse: «Come afferma “la Gestalt”, la menzogna a volte aiuta ma molte altre crea pasticci: devi imparare a gestirla». Poi si fermò un attimo a riflettere e aggiunse: «Quello che mi hai detto di tuo padre lo pensi, lo credi, lo sai? Perché vedi… è molto diverso, sembrano cose uguali, ma non lo sono. Perciò rifletti profondamente prima di rispondermi».

«Prima non lo pensavo né lo credevo, poi l’ho saputo e ora lo credo e lo penso, ma soprattutto lo so» – risposi. «Bene» – fu la sua replica – «Non importa come sei venuto a saperlo… Non fa al caso nostro e indagare ci distrarrebbe dalla soluzione. Prima di tutto ti dico che “la Gestalt” non è una mia amica: è la mia mamma. Poi dimmi, che cosa ti dà fastidio: che tuo padre ti disprezzi o essere disprezzato da tuo padre?».

«È lo stesso» – risposi. «No» – disse lei – «Uno è un problema di tuo padre, l’altro è un tuo problema. E tu puoi risolvere solo ciò che è tuo».

«Allora: a me dà fastidio essere disprezzato da mio papà!» – esclamai convinto. «Bene, così va meglio» – annuì Madame, che poi aggiunse: «Ora dimmi che cosa più ti piace?».

«La “Coca-Cola”» – risposi senza neppure pensare. «E cosa senti quando la bevi?» – aggiunse. «Sono contento» – replicai. «E perché ti piace?» – mi incalzò “la Consigliera”. «Non lo so. Mi piace e basta!» – risposi senza esitazioni.

Quindi la mia interlocutrice riprese con le sue domande: «Bene. Ora dimmi una cosa che non ti piace?». Ed io, immediatamente: «La trippa!». «E che cosa senti quando devi mangiarla?» – mi chiese di rimando. «Sono arrabbiato e triste» – dissi. «E perché non ti piace?» – mi incalzò nuovamente. «Non lo so» – risposi.

«Credi che la trippa non sia buona? Credi che sia cucinata male? Credi che non piaccia a nessuno?» – provò ad approfondire lei. «No!» – ammisi – «Tanti la trovano buona e ne mangiano molta; solo a me non piace, ma non so perché…».

«Bene» – disse Madame Souchet – «allora facciamo un gioco: chiudi gli occhi e pensa di essere un bel piatto di buonissima e gustosa trippa… Come ti senti?». «Mi sento un piatto di buonissima, gustosa e caldissima trippa» – risposi incuriosito, stando al gioco.

«Il piatto di trippa è davanti a Michele che non la vuole mangiare«» – continuò lei – «come si sente la trippa?». Ci pensai un po’ e poi successe un fatto incredibile: percepii distintamente che alla trippa non importava nulla che io non la volessi mangiare, anzi, le davo fastidio! Lo riferii a Madame e lei mi domandò: «E che cosa vuole la trippa? È un’altra cosa curiosa!». Risposi, quasi immedesimato: «La trippa preferisce essere mangiata da chi la trova squisita».

«Bene» – disse lei – «Ora apri gli occhi. Vedi, caro, tu sei per tuo papà come la trippa è per te: riesci a comprendere? Non è che tuo padre non ti voglia bene o che ti trovi sbagliato: è solo che ha altri gusti. Come avviene a te con la “Coca-Cola”. Perciò non ti rattristare: cerca di essere gentile con lui ed educato, ma non imporre mai sentimenti e soprattutto sii sicuro che sei fatto bene, che sei gustoso… e sta’ certo che troverai tante persone alle quali piacerai molto. Stai tranquillo! Devi ricordarti che tuo papà, prima di tutto, è una persona e deve “imparare” ad essere tuo padre, come tu devi “imparare” ad essere suo figlio. Questo si può fare col tempo e, fino a che non imparerete, dovrete comunque vivere in pace. Non fare niente di forzato per piacergli ma neppure per non piacergli. Fa’ come meglio ti riesce, sapendo che tutti e due state lavorando per vivere in armonia. Ora prendi un altro po’ di tè e dei dolci e parliamo d’altro…».

Così feci e dopo un po’ la salutai e la ringraziai, dicendole di salutare anche sua madre. Tornai a casa più in pace e in questa mia nuova condizione di “trippa”. La cosa mi divertiva molto. I giorni seguenti misi in pratica gli insegnamenti di Madame Souchet ed ogni tanto, con malizia, mi avvicinavo a mio papà sperando di… dargli fastidio. Dopo qualche tempo abbandonai anche questo gioco, e piano piano cominciai a sentire una grande tenerezza per mio padre. Di lì a poco non sentii più alcunché e continuai a vivere in pace.

Negli anni a venire feci sempre una bellissima figura in occasione dei pranzi ufficiali della vita, naturalmente sempre nella mia adorata condizione di “trippa”.

Gli gnocchi di patate

Un giorno, in tarda mattinata, mentre giocavo in garage con le mie macchinine, avvertii un forte malessere; immediatamente non ci feci caso e quindi continuai a giocare. Pian piano il malessere si trasformò in ansia e subito dopo in un’angoscia asfissiante. Mi alzai e, passando dalla cucina, entrai in casa. Era tutto bellissimo: una gran pace regnava ovunque, dalle finestre aperte della sala da pranzo e da quelle del salotto entrava una candida luce di primavera e una lieve brezza muoveva dolcemente le tende trasparenti. Tutto era in ordine, luccicante, e i mobili si riflettevano sul nero pavimento incerato.

Più in là sotto la loggia, su una comoda poltrona di ferro battuto, mia madre leggeva in santa pace. La casa era invasa da un silenzio assordante, lo stesso suono delle cripte. Guardai con attenzione e vidi che tutto era al suo posto, in ordine, e quindi potevo stare a mia volta in pace: non avevo bisogno di nulla, ero molto fortunato. Pensai che la morte dovesse essere così: pace, silenzio e nessuna necessità.

Ritornai in garage, ma molto annoiato; ero solo, le mie sorelle non c’erano: una era da una zia, l’altra al mare con una sua amica ed i miei amici più intimi. Anche Tita, la signora che ci aiutava in casa, aveva il suo giorno libero. Tita era una donna grassa, simpatica e buona; una delle poche persone autorizzate a toccarmi. Quando mi vedeva, mi stringeva fra le sue braccia carnose e mi baciava tutto dicendo: «Il mio adorato lombrico!». Ed io, facendo finta di volermi staccare, la abbracciavo ancora più forte. Poi, allontanandomi, le urlavo: «Tu non puoi toccarmi!» – ma in realtà ero tanto felice.

Ripresi dunque a giocare con le macchinine. Una in particolare attirò in quel momento la mia attenzione: era gialla, le mancava un faro. Cominciai a guardarla intensamente e mi vennero in mente dei ricordi come di un’altra vita. Acchiappai al volo queste immagini mentali e mi tuffai dentro di esse: così facendo, mi vidi in un altro mondo.

Ero proprio un’altra persona e questa persona era geniale, coraggiosa, vincente e popolare; conduceva una vita molto interessante. Così per alcuni minuti percorsi un viaggio in quella vita, e fu bellissimo.

Ad un tratto entrò uno dei cani e con la coda fece cadere la scopa che, sbattendo sopra un secchio, fece un gran rumore. Girando la testa per vedere che cosa fosse accaduto, scorsi la mia immagine riflessa nello specchio di un vecchio armadio e tornai alla realtà. Fu orribile. Vidi me stesso nello specchio: ero un ragazzino esile senza alcun fascino, con i capelli cortissimi, un’espressione ebete e con una macchinina gialla senza un faro fra le mani. Niente a che vedere con il personaggio che avevo visto prima. Mi sentii un idiota. Pensai alla vita che facevo e non mi piaceva. Tutto ad un tratto trovai il mio vivere molto faticoso, poco interessante e soprattutto inutile.

Così decisi di morire. Mi sembrava la scelta migliore da fare. Avevo undici anni e non volevo sprecare altro tempo in questo mondo che non sentivo mio, e per il quale non provavo alcun attaccamento. Ci pensai per un po’ e giunsi alla conclusione che fosse la cosa giusta da fare – e se una cosa è giusta, è anche buona: perciò avevo avuto una buona idea!

Ero sempre stato un bambino molto ubbidiente: mi avevano insegnato a chiedere sistematicamente il permesso per ogni cosa che volessi fare, nonché a porre la massima attenzione alle cose delle quali ero responsabile. E riguardo a queste ultime facevo, in modo responsabile, come mi pareva… – poi mi riempivano di botte.

Ma questa mia idea era veramente buona, così andai dalla mamma a spiegarle la mia decisione e a chiederle il permesso per metterla in pratica. Di fronte a lei, e molto seriamente, dissi che desideravo morire e che dunque volevo uccidermi. Lei alzò lo sguardo, chiuse il libro che stava leggendo e, accomodandosi meglio sulla poltrona, mi chiese per quale motivo volessi morire. Risposi che questa mia vita non mi piaceva e che volevo farla finita. Alle mie parole, lei notò: «Sì, a volte la vita può sembrare dura, ma vale la pena percorrerla tutta, perché è bella e piena di sorprese emozionanti. Non hai niente al mondo per il quale meriti vivere?». «No…» – risposi – «non trovo niente d’interessante in questo mondo e voglio andare in altri mondi e fare altre esperienze».

«Bene» – rispose, calma, la mamma – «se hai deciso di morire io non posso impedirtelo. Mi dispiace solo che oggi ho tanto da fare e la tua morte complicherà tutto. Dovrò chiamare i medici, la polizia, l’agenzia di pompe funebri, anche un catering per il rinfresco, preparare i vestiti e chiamare tante persone. Proprio oggi che non c’è nemmeno Tita per darmi una mano…». Mi infuriai e le urlai: «Ma solo di questo ti preoccupi? Non pensi ad altro?». Mia madre mi guardò e disse, sempre con la massima calma: «Penso solo che avevo dedicato una giornata a me stessa per stare in pace, visto che tuo padre è in viaggio; e invece pare che adesso mi si prospetti una giornata alquanto complessa…».

A quel punto urlai ancora più forte: «Allora morirò contento!» – poi restai in silenzio, visibilmente offeso. La mamma aggiunse: «Visto che ti sei condannato a morte, credo che, come ogni condannato, tu abbia diritto a un buon pasto prima dell’esecuzione. Non puoi morire a stomaco vuoto. Dimmi, che cosa vorresti mangiare?». Pensai un po’ e convenni che su quel fatto lei avesse ragione; avevo visto tanti film ed era vero: ai condannati a morte davano sempre una lauta ultima cena! Quindi le risposi: «Va bene. Allora voglio gli gnocchi di patate, il pasticcio di carne e puré al forno, una bella torta di mele e una “Coca-Cola”».

«Perfetto!» – esclamò la mamma – «Allora andiamo in cucina così ti preparerò, anche se è quasi mezzogiorno, l’ultima cena». Andammo in cucina e la mamma aggiunse: «Ti insegnerò a preparare gli gnocchi perché, anche se si tratta di una ricetta segreta, tu che morirai oggi non avrai il tempo di divulgarla e la porterai con te nella tomba…». Così per quasi un’ora cucinammo insieme e la mamma mi insegnò a fare gli gnocchi, la pommarola, il pasticcio di carne, il puré e la torta di mele.

Poi apparecchiammo come per un pranzo ufficiale e finalmente, in santa pace, ci sedemmo a mangiare tutti gli squisiti manicaretti appena sfornati. Mentre banchettavamo, mia mamma ad un certo punto mi disse: «Tu mi conosci da una vita, ma non sai niente di me. Io invece ti conosco da undici anni, ma so tutto di te. Non voglio che tu muoia senza sapere chi e come fosse tua madre…». Così cominciò a raccontarmi la sua vita, le sue gioie e angosce. Mi parlò dei suoi matrimoni falliti, della disperazione per il crollo della borsa nel ’29, della bellezza degli anni Trenta con tutto il pulsare di idee innovative in ambito culturale e industriale, dello splendore degli anni Quaranta, delle feste, delle ricchezze create grazie alla miseria delle guerre europee… Poi aggiunse: «Tu gli anni Cinquanta li conosci un po’ e i Sessanta li stai vivendo e sei in grado di capirli da solo, pertanto non c’è bisogno che te ne parli. Ora che ti ho raccontato tutto, sono in pace e per di più abbiamo fatto una bella mangiata. Tu come ti senti? Hai ancora voglia di ucciderti?».

Ci pensai un po’ e poi risposi: «No, non ho più voglia di uccidermi; stranamente mi è tornata la gioia e mi sento bene». La mamma esclamò: «Allora era solo fame!». Prese la mia mano sinistra e stringendola forte forte, mentre mi guardava come solo lei sapeva fare, aggiunse: «Devi promettermi una cosa e la devi giurare davanti al Sacro Cuore, però lo devi fare prima che ti dica cosa. Accetti? Lo giuri?». Nascosi la mano destra e, incrociando le dita, “giurai” di sì.

Allora mia madre esordì dicendomi: «La prossima volta che vorrai ucciderti, pensa intensamente a me; poi armati di forza e coraggio, trovami e uccidi prima me, perché io sono una gran vigliacca e non troverei la forza di sopravviverti. Diventerei un morto vivente e farei della mia esistenza quotidiana un’infernale agonia. Renderei la vita degli altri insopportabile, e soprattutto non avrei il tuo coraggio di farla finita. Perciò sarai molto gentile e un buon figlio se, prima di ucciderti, ucciderai me». Rimasi malissimo, a quelle parole; avevo i brividi e il fatto mi sembrava mostruoso. Ma mia madre era sempre seria; pensavo che fosse impazzita.

D’un tratto, lasciò la mia mano sinistra dicendo: «Allora, visto che stai bene, dammi una mano a rimettere in ordine la cucina e poi facciamo una passeggiata». Così facemmo e fu una bellissima giornata.

Passarono molti anni e si susseguirono tante giornate luminose, durante le quali il pensiero della morte fu sempre lontano. Ma il cielo, mentre sbocciavo alla vita, cominciò a farsi grigio e dopo pochi anni un vento caldo e plumbeo portò via da me e con sé ogni cosa che io amassi. Così l’antico pensiero tornò a farmi visita, ma questa volta non dovevo “chiedere permesso” ad alcuno poiché ormai non avevo più nessuno.

Per educazione, e non per affetto, pensai che sarebbe stato gentile “informare” nuovamente mia madre delle mie intenzioni. Quindi, in un triste pomeriggio, mi recai al cimitero portando delle rose variopinte, come quelle che una volta crescevano nel nostro adorato giardino. Le appoggiai sulla tomba e, mentre le confidavo la mia intenzione, mi tornò alla mente che mia madre non poteva vedere le rose deposte sulla terra; così decisi di sotterrarle: a mani nude scavai una buca, seppellii le rose e le spinsi verso il basso. A quel punto sentii un immenso dolore, alzai la mano e vidi una ferita e il sangue scorrere fra le dita. Rimasi immobile osservando il sangue che zampillava e mi resi conto di essere vivo. Una grande allegria mi invase e cominciai a cantare a squarcia gola “Hello Dolly”.

Una vedova, che accanto a noi rendeva omaggio a un suo caro, rivolgendosi a me disse ad alta voce: «Un po’ di rispetto per i morti!». «Sì!… » – le risposi contento – «… ma tanto di più per i vivi!». E mi allontanai per sempre da quel luogo tetro.

Pochi mesi dopo quell’episodio, come per incanto, il caldo Sole d’un Mediterraneo intensamente blu, accarezzava il mio volto.

Andando avanti nella vita, altre volte mi prese lo sconforto e l’antico pensiero mi fece ancora visita – ma, memore di quei giorni, cercai sempre di comprendere se esistesse ancora nel mondo qualcosa che meritava la mia attenzione e le mie cure. Fu meraviglioso scoprire, ogni volta, che ciò che meritava e aveva bisogno di me e delle mie cure, era la mia stessa vita.

Il tesoro nascosto

Questo esercizio, che si compone di due fasi ma va eseguito come unico esercizio, permette che i fantasmi del passato lascino posto alle nostre vere gioie.

È importante che ciò avvenga, perché sono le gioie provate che ci hanno convinto che valeva la pena di continuare ad andare avanti. Non cambieremo il passato, bensì la nostra consapevolezza di ciò che è stato veramente importante; in tal modo, daremo con questo ricordo un nuovo impulso al nostro vivere quotidiano, un motivo di esistere ed un senso eroico alla nostra vita.

Esercizio - I Fase

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Ti avvicini a un orto circondato da quattro muri a secco.

Entri da un cancello aperto.

Vedi tutte le verdure: cavoli, pomodori, fagioli, insalate, prezzemolo, peperoni, melanzane… senti l’odore del basilico e di tutti questi ortaggi.

Vedi una pala per terra, la prendi e vai verso il centro dell’orto.

Cominci a scavare nella terra morbida una buca profonda 90 cm e trovi un baule. Lo pulisci un po’ e lo tiri fuori.

Con un colpo di pala rompi il lucchetto e con fatica apri il coperchio: dentro il baule trovi nascosta la più dolorosa esperienza della tua vita.

Ti ricordi!

La prendi e la tiri fuori alla luce del Sole, la guardi e la riconosci. Come ti senti? Improvvisamente essa diventa di cenere e una leggera brezza la disperde in aria nell’infinito. Fai un respiro di sollievo e senti un piacevole senso di vuoto e leggerezza nel cuore.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Esercizio - II Fase

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Ti avvicini a un orto circondato da quattro muri dipinti a secco.

Entri da un cancello aperto.

Vedi tutte le verdure: cavoli, pomodori, fagioli, insalate, prezzemolo, peperoni, melanzane… senti l’odore del basilico e di questi ortaggi.

Vedi una pala per terra, la prendi e vai verso il centro dell’orto.

Cominci a scavare nella terra morbida una buca profonda 90 cm e trovi un baule. Lo pulisci un po’ e lo tiri fuori.

Con un colpo di pala rompi il lucchetto e con fatica apri il coperchio: dentro il baule trovi nascosta la più bella emozione che tu abbia mai provato in tutta la vita.

Ti ricordi!

La prendi e la metti addosso.

Come ti senti?

Esci dall’orto.

Cammini allegramente.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Il melo secolare

Questo esercizio serve a rivitalizzare la volontà per raggiungere le proprie mete, ma potete utilizzarlo per ristabilire vitalità in ogni cosa che voi crediate sia spenta o indebolita. Basterà pensare che l’albero rappresenta quel sentimento o quella situazione. Consiglio sempre di agire sul proprio vissuto, senza mai interferire nel libero arbitrio altrui.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro: è una bella giornata d’estate ed entri in un campo pieno di sterpaglie bruciate dal Sole.

Cominci a camminare per un sentiero sterrato sentendo il calore del Sole sul viso e vedi il cielo azzurro e luminoso.

Una brezza tiepida ti accarezza il corpo mentre alcune lucertole attraversano la strada di fronte a te. Cerca di non pestarle. Fra le sterpaglie si muovono delle tartarughe.

Il campo si estende fino all’infinito e senti l’odore dell’erba secca, avverti il suono dei tuoi passi sulla strada polverosa.

In lontananza vedi la sagoma di un vecchio albero spoglio e ti avvicini lentamente: è un immenso melo secolare, secco e scorticato. Rappresenta la tua…

Come ti senti davanti a lui?

Guardalo attentamente: cosa senti?

Giraci intorno.

La base è nascosta dalle sterpaglie.

Abbraccialo.

Ora ti rendi conto che non è morto: c’è ancora della linfa vitale in lui e la cosa ti rallegra. Distaccati dall’albero e pensa a come fare ad aiutarlo.

Sulla tua sinistra, tra le frasche secche, vedi una vecchia e arrugginita pompa d’acqua. Corri verso di essa e vedi che accanto c’è un vecchio secchio di zinco.

Afferri la leva con le mani e cominci a pompare su e giù.

All’inizio non esce acqua e senti solo degli stridori.

Ora l’acqua comincia a uscire ed è color ruggine: pompi con più forza e il getto è abbondante. Ora il secchio è pieno d’acqua e lo porti all’albero. Getti l’acqua sulle radici e torni subito a prenderne ancora. Continui a pompare e l’acqua ora è trasparente e fresca, la riporti all’albero e lo annaffi. Sei contento.

Torni a prendere ancora un’altra secchiata d’acqua limpida e trasparente e poi di nuovo la getti alle radici dell’albero.

Cominci a togliere le sterpaglie alla base dell’albero ed a scoprirne le radici.

Come ti senti?

Con le mani togli tutte le sterpaglie rimaste, così che la base dell’albero è finalmente del tutto pulita. Sei contento.

Prendi un po’ di fango e riempi le parti scorticate dell’albero, accarezzando tutto il tronco. Alzi lo sguardo per vedere i rami secchi e con sorpresa noti che stanno spuntando alcune gemme. Il tuo cuore è pieno di gioia, così corri a riempire un altro secchio d’acqua e annaffi di nuovo l’albero.

Le gemme sono diventate piccole foglie e tutto l’albero ne è coperto.

Sei contento ed abbracci forte il tronco.

Continui ad accarezzarlo.

Adesso appaiono dei boccioli che si aprono in magnifici fiori bianchi e rosa. Sei felicissimo. Corri a prendere altra acqua e ancora annaffi l’albero.

Le foglie diventano più grandi e tu continui ad accarezzare il tronco dell’albero. Ora l’albero è frondoso e le foglie sono di un colore verde scuro. I fiori cominciano a diventare delle piccole mele verdi scure, mentre tu continui ad abbracciare l’albero.

Le mele diventano più grandi fino ad essere di un intenso e brillante rosso.

Ora ti allontani un po’ dall’albero e lo guardi in tutto il suo splendore: com’è imponente, frondoso e pieno di mele rosse!

Ti avvicini e un lieve colpo di vento fa abbassare un ramo colmo di frutti. Alzi le mani e prendi una mela che porti alla bocca. Le dai un morso. Avverti il sapore? Come ti senti?

Guarda ancora come è frondoso l’albero.

Finisci di mangiare la mela.

Adesso sei guarito.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

La Luna dentro il pozzo

Questo esercizio serve per renderci conto di un nostro desiderio che, sebbene molto anelato, consideriamo materialmente irraggiungibile per mancanza di convinzione, per una sensazione limitante di impossibilità o per nostro demerito.

Ricordando che nell’Universo niente è impossibile, l’esercizio ci aiuterà a creare spazio per poter accogliere il nostro desiderio e convinzione per poterlo materializzare.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro e ti ritrovi in un prato erboso.

È il giardino della tua unica casa immaginaria. Come ti senti?

Cominci a camminare e ad osservare le piante, i fiori e gli alberi che danno i frutti di ogni cosa che sia stata creata.

Guardi anche gli animali che ci vivono. Cerchi di memorizzare tutto quanto. Come ti senti? Ci sono altre figure? Ci sono persone? Eh sì, le riconosci?

A ventidue metri da te c’è un pozzo per l’acqua con il bordo di marmo, ti avvicini lentamente. Come ti senti? Cosa senti?

Sei davanti al pozzo, guardi ancora tutto ciò che ti circonda e fai attenzione a ciò che vedi e alle sensazioni che provi. Rumori, musiche, ricordi, profumi.

Ora guardi bene il pozzo. Ti sporgi sul bordo e vedi che è pieno d’acqua cristallina. Vedi un’immagine dentro. Che cos’è?

Comprendi di averlo sempre desiderato.

Osserva attentamente e memorizza ogni dettaglio e le sensazioni che provi.

Sul bordo di marmo bianco del pozzo trovi un secchio d’argento con una corda anch’essa d’argento. Serve per raccogliere l’acqua.

Tiri su il secchio d’argento: è pesante perché è pieno d’acqua cristallina, ma tu sei forte e felice. Ora appoggi il secchio sul bordo di marmo bianco del pozzo. Con le mani prendi dell’acqua e la bevi. Come ti senti? Che sensazione hai?

Ora prendi con le mani dell’acqua e ti bagni il viso. Come ti senti? Che sensazione hai? Ora che hai bevuto dell’acqua e ti sei bagnato il viso, ripercorri la strada che hai fatto e riguarda tutto quanto: osserva e fai attenzione a tutto ciò che senti.

Sei di nuovo davanti al cancelletto dal quale sei entrato in questo magnifico luogo, che è il giardino della tua unica casa immaginaria.

Apri il cancelletto verso l’esterno ed esci da questo fantastico luogo.

Il cancelletto si chiude alle tue spalle e sparisce nel muro.

Vedi una fenice che vola verso di te e passandoti vicino canta: «Sei legittimato ad averlo, sii felice». Poi vola verso un arcobaleno.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Sii felice.

Filosofia dell’Amore

Le sorgenti si confondono con i fiumi ed i fiumi con gli oceani; i venti del cielo, sempre in dolci movimenti, si uniscono; niente al mondo è celibe.

E tutto questo per legge divina.

Guarda come le montagne baciano l’alto del cielo e come le onde una ad una si abbracciano.

Nessun fiore sorella vivrebbe lontano dal fratello fiore.

Il chiarore del Sole abbraccia la Terra ed i raggi di Luna baciano il Mare.

A cosa serve tutto questo tenero ed immenso lavoro se tu non vuoi baciarmi?

Percy Bysshe Shelly

Stress

Se cerchiamo nel vocabolario il significato della parola “stress” troveremo la seguente definizione: «Tensione degli sforzi in un sistema continuo. Ogni causa agente o stimolo dannoso per l’organismo vivente».

Stress e tensione sono sempre presenti, sono stati naturali della nostra vita.

Pensate che in ambito stregonesco il camminare viene considerato una “caduta controllata”. Una massa cerebrale pensante, sospesa a più di un metro e mezzo da terra, che dipende interamente dagli arti inferiori! Oppure immaginate come il cervello percepisce tutto ciò che è esterno al corpo umano, protetto da una sottile pellicola di pelle.

Quella che noi chiamiamo vita sana all’aria aperta, il cervello la percepisce come pericolo di vita, aggressione e morte. Basta un piccolo graffio sulla pelle e si può contrarre la setticemia.

Pensate al caos del traffico sulle strade ed a quanta attenzione dobbiamo fare, sia che viaggiamo in automobile che a piedi o con altri mezzi. Pensate per un momento ai rapporti umani, così complessi, così fragili…

Ma noi tutto questo lo consideriamo “normale”, ci siamo abituati a vivere senza renderci conto dello stress continuo. Non possiamo eliminare le tensioni che provocano stress e non sarebbe nemmeno conveniente: funzionano da incentivo per stimolarci a reagire e a rimanere vigili. A volte, però, non riusciamo ad adattarci a tutta questa turbolenza e ne paghiamo le conseguenze, a livello fisico e psichico: ci deprimiamo e rattristiamo, e molte volte ci ammaliamo.

Sono le conseguenze che dobbiamo gestire, non lo stress. Il modo in cui affrontiamo le conseguenze dello stress e delle tensioni quotidiane dimostra la nostra capacità di vivere una vita più o meno equilibrata.

Non è colpa del seme
bensì del terreno che lo accoglie e lo nutre.

Sole viola

Mentre una piccola parte della nostra società sperimentava orrori a tutti noti, un’altra parte della stessa società, velandosi gli occhi davanti a ciò che era palese e ascoltando altre musiche, viveva in un meraviglioso mondo dorato, “un’isola felice” – e io, per Divina Amorevolezza, abitavo proprio lì. Ed ero contento di essere dalla parte dei giusti: gli amanti della patria, della tradizione, della proprietà e difensori della Fede.

Un giorno, in visita a una quinta (una casetta di campagna, molto comune in Argentina) che si trovava vicino a casa, dopo una bella grigliata in compagnia degli amici, ci sdraiammo sull’erba fresca a parlare, all’ombra di una secolare magnolia. Eravamo sereni e rilassati, accarezzati da un lieve vento caldo di un’estate torrida, che accentuava ancora di più l’effetto del vino rosso, bevuto in abbondanza durante il pasto.

Come nostra abitudine, con una chitarra e un “bombo” cantavamo le nostre canzoni tradizionali e concludevamo con qualche storia o racconto – sempre che, nel frattempo, non ci fossimo addormentati per la siesta.

Mentre parlavamo con un atteggiamento vagamente “filosofico”, inebriati dall’alcool che influenzava i pensieri, discutendo su come distinguere i ragionamenti “sbagliati” da quelli “giusti”, ma anche sugli orrori commessi dall’umanità contro l’umanità stessa, e ci domandavamo da dove scaturissero idee così nefaste e soprattutto il perché di tali tragedie, Maria Laura, la figlia minore della padrona di casa, guardando un filo d’erba che cresceva in mezzo alle radici della magnolia, ci disse: «Non è colpa del seme, bensì del terreno che lo accoglie e lo nutre». Poi cominciò a raccontarci una storia, che diceva più o meno così…

Sopra una collina che sovrastava la piccola città, in una baracca sgangherata, viveva insieme ai suoi due figli operai (Marte e Mercurio) Donna Dominga, una vecchia simpatica, un po’ stravagante, ma molto buona e caritatevole, con la mania delle piante e degli animali randagi. Anche se molto povera, era sempre disponibile ad aiutare chiunque fosse in difficoltà.

Una mattina, alzandosi di buon’ora come ogni giorno, Donna Dominga prese la sua tazza di tè e uscì a fare colazione in giardino, accomodandosi sulla sua poltrona di vimini sotto un albero. Da lì vedeva tutta la città che cominciava a svegliarsi.

Mentre sorseggiava il tè in compagnia del suo gatto, la donna guardò il cielo e vide che, avvolto da una leggera nebbia, sorgeva il Sole – appena giunto, in tutto il suo splendore, a salutare il mondo come ogni giorno. Quel giorno, però, il Sole sembrava viola, circondato da un alone rosso.

Ad un certo punto apparvero Marte e Mercurio, già pronti per andare a lavoro, e, guardando la madre assorta nei suoi pensieri, le chiesero: «Che cosa c’è, vecchia?». A quella domanda Donna Dominga rispose: «Niente, guardo il Sole che oggi è viola: vedrete che succederà qualcosa di brutto…». I figli fecero poco caso alle sue parole, la salutarono e cominciarono a scendere la collina per andare a lavoro.

Mentre scendevano, però, il pensiero della madre iniziò a farsi strada nelle loro menti e, dopo pochi passi, cominciarono ad avvertire una sensazione di indistinta preoccupazione. Quando i colleghi (che stavano scendendo a loro volta in città) li videro, notarono le loro facce serie e ne chiesero il motivo. La risposta dei due fratelli fu: «La nostra vecchia ha detto che con il Sole viola oggi succederà qualcosa di brutto». A tale risposta anche i compagni si rattristarono.

Arrivati in città, ormai i due fratelli avevano parlato con diverse persone e, piano piano, la voce che “con il Sole viola qualcosa di brutto sarebbe successo” cominciò a correre. All’inizio le persone non davano molta importanza alla cosa, ma dopo un po’ molte si rattristarono e cominciarono ad avere paura. Trascorse poche ore, tutta la città era in agitazione e la gente cominciava a riversarsi nelle strade, cercando di scappare perché temeva un terremoto o chissà quale altra disgrazia…

Le case, le fabbriche e i negozi si svuotarono e in molti casi la stessa gente in fuga, scappando dalle proprie abitazioni e lasciando i fornelli accesi, fece innescare dei piccoli incendi.

Ormai tutta la popolazione della città era in strada, creando una grande calca umana, e neppure le auto, imbottigliate nel traffico, riuscivano più a muoversi. Con una rapidità impressionante, dai piccoli incendi domestici il fuoco si propagò dappertutto – e ben presto l’intera città si trovò avvolta dalle fiamme. Fu una grande catastrofe!

Dalla collina Donna Dominga, sempre seduta sulla sua poltrona di vimini sotto l’albero, guardava attentamente il fumo alzarsi dalla città in fiamme e non riusciva a capire che cosa stesse succedendo. D’un tratto, il suo gatto fece un salto e buttò per terra la tazza di tè che Donna Dominga teneva in mano. Cadendo rovinosamente, la tazza si ruppe in mille pezzi. La donna, senza molto scomporsi, rivolgendosi al gatto disse: «Ah, gattaccio! Mi hai rotto la tazza della nonna! Che disastro! Lo sapevo io che oggi qualcosa di brutto sarebbe successo… ».

* Ispirato a un racconto della tradizione orale sudamericana. Dedicato alla mia adorata tazza.

Il cappio

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Senti sul petto una forte oppressione ed uno stringimento alla gola.

Ti svegli di soprassalto e ti rendi conto che hai stretto intorno al collo un cappio di corda ruvida, con 13 nodi, che ti soffoca. Ogni nodo rappresenta un demone.

Allenti un po’ il cappio e con molta calma cominci a sciogliere i nodi.

Sciogli il primo nodo e ti ricordi di una situazione frustrante e la lasci andare.

Sciogli il secondo nodo e ti ricordi di una situazione umiliante e la lasci andare. Sciogli il terzo nodo e ti ricordi di una situazione mortificante e la lasci andare.

Sciogli il quarto nodo e ti ricordi di una situazione giudicante e la lasci andare.

Sciogli il quinto nodo e ti ricordi di una situazione imbarazzante e la lasci andare. Sciogli il sesto nodo e ti ricordi di una situazione limitante e la lasci andare.

Sciogli il settimo e ti ricordi di una situazione di paura e lasci andare.

Sciogli l’ottavo nodo e ti ricordi di una situazione di estrema dipendenza e la lasci andare. Sciogli il nono nodo e ti ricordi di una situazione di indifferenza e la lasci andare. Sciogli il decimo nodo e ti ricordi di una situazione d’intolleranza e la lasci andare. Sciogli l’undicesimo nodo e ti ricordi di una situazione di indolenza con te stesso e la lasci andare. Sciogli il dodicesimo nodo e ti ricordi di una situazione di slealtà verso te stesso e la lasci andare. Sciogli il tredicesimo nodo e ti ricordi di una situazione di disamore nei tuoi confronti e la lasci andare.

Adesso fai scivolare la corda che improvvisamente diventa di seta.

La getti in aria e si trasforma in una farfalla multicolore che rappresenta la leggerezza dell’essere. Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Il pozzo

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Provi un senso di oppressione e smarrimento che ti invade, ma continui a svolgere le tue occupazioni. Questo sentimento è sempre più intenso e profondo, fino a diventare quasi un’angoscia e non comprendi il perché.

Guardi in alto e vedi un punto azzurro sul soffitto.

Ti guardi intorno attentamente e ti rendi conto che sei nel fondo di un profondo pozzo artesiano, anche se questo pare il tuo luogo quotidiano.

Quel punto azzurro, che è la bocca del pozzo, è anche la tua unica via d’uscita. Le possibilità sono due: o soccombere in questo stato d’animo così pietoso e patetico, oppure reagire e uscire da questo pozzo.

Perciò, tu che sei intelligente, cominci ad arrampicarti con tutte le tue forze sulle pareti del pozzo, come se tu avessi delle ventose alle mani e ai piedi.

Sali veloce veloce e vedi che il punto azzurro è sempre più grande; e ancora sali veloce veloce fino a trovarti alla bocca del pozzo.

Con grande forza fai un balzo ed esci finalmente dal pozzo.

Vieni illuminato da un’intensa e confortante luce azzurra.

Fai un profondo sospiro di sollievo e cominci a guardarti intorno.

Ti rendi conto che sei dove ti trovi ogni giorno a sbrigare le tue faccende quotidiane, solo che il luogo è più luminoso, non è più opprimente; hai una grande serenità e sei contento di svolgere le tue occupazioni quotidiane.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

L’abito

Anche se non “si nasce con la camicia”, la vita ci dona comunque un bel vestito. Andando avanti nel tempo e affrontando il vivere quotidiano, le nostre vesti si lacerano. Non ci viene concesso un altro vestito. Per questo motivo, l’unica possibilità che abbiamo per mostrarci al mondo belli e accettabili, è quella di “imparare ad avere un’andatura elegante”.

Non possiamo liberarci dai dolori vissuti come non possiamo liberarci dalle gioie – perché sono tutti parte della nostra vita e noi siamo il prodotto ultimo di quel vissuto. Non possiamo neppure trascinarceli dietro con pensieri depressivi o illusioni infantili: ormai questi sono il passato e rappresentano le nostre radici, hanno dato forma alla nostra esistenza attuale. Ripeto: noi, nel nostro presente, siamo un prodotto ben definito grazie a quelle esperienze.

Allora ciò che possiamo unicamente fare è comprenderle, riconoscerle, dar loro una giusta collocazione nella nostra meravigliosa mente e soprattutto amarle – perché sono la nostra vita. Poi lasciarle andare. Solo così potremo dare valore alle esperienze vissute.

Questo è il significato dell’espressione “imparare ad avere un’andatura elegante”. Vivere ogni giorno emotivamente in modo dignitoso e decoroso nel rispetto dell’Essere, nella purezza della nostra irripetibile individualità.

La casa dei sospiri

Era un lunedì o martedì, ma forse era venerdì. Quello di cui sono sicuro è che faceva un gran caldo, come quasi tutti i pomeriggi estivi nella campagna da Buenos Aires.

Già da tempo, dopo la caduta di Peròn, vivevamo nella nostra nuova casa di famiglia (sogno americano anni ’50, uno chalet con giardino), in un quartiere ideato alla fine dell’Ottocento da un ministro d’origine francese per ospitare le famiglie borghesi durante i fine settimana. Così il mio quartiere era fatto di piccole e grandi ville con bei giardini e tanti cani e gatti, ma anche tanti ragazzi e altrettante persone stravaganti ormai in decadenza che mantenevano, non sempre riuscendoci, un modo di vivere abbastanza simile a quello dei loro antenati. Per questo motivo molte ville, un tempo fastose, crollavano a pezzi in mezzo a giardini invasi dalle erbacce, mentre i loro abitanti disperatamente, ma incuranti della loro realtà, mantenevano comportamenti anacronistici – cascami di un passato ormai definitivamente sepolto, ricordo di un antico splendore del quale loro stessi non erano un grande esempio.

La nostra casa, invece, era nuova, linda e con un bel giardino curatissimo, pieno di fiori e frutti tutto l’anno.

C’erano anche altre ville in ottime condizioni: erano le case dei ricchi, quelli che producevano denaro – e che, poiché sapevano far soldi, non avevano paura di spenderli.

Ma tra tutte queste case la più bella, per me, era quella di donna Maria Vittoria Segui de Salazan, la vedova del Generale. Era una bellissima e grande casa in stile coloniale, che si ergeva maestosa in mezzo a un giardino con un parco secolare di un ettaro, tutto circondato da una folta siepe; come ingresso aveva un’alta cancellata di lance in ferro battuto con punte dorate. Su dei pilastri, che sostenevano la cancellata, due leoni rampanti in pietra serena reggevano due palle. La villa si chiamava “Il Fortino”. Distava quattro isolati da casa mia e io, ogni tanto, mentre andavo in bicicletta, guardavo attraverso il cancello e immaginavo come sarebbe stato bello vivere lì.

Donna Maria Vittoria viveva con altre persone, ma erano tutti molto riservati e non davano confidenza al vicinato; spesso organizzavano delle feste, ma nessuno di noi era invitato e questo rendeva la casa ancora più affascinante. Anche gli inservienti, che erano venuti dalle province, non parlavano con nessuno.

Un giorno, mentre tornavo da scuola, vidi venirmi incontro in bicicletta, tutta svolazzante e con il cestino pieno di pacchi, proprio Donna Maria Vittoria. Ad un certo punto, quando mi fu vicina, prese una buca, traballò per alcuni metri e cadde rovinosamente a terra. Corsi subito ad aiutarla a rialzarsi e, vedendo che si era graffiata i ginocchi che sanguinavano, sputai sulla ferita (perché la saliva disinfetta), poi con un mio fazzoletto gliela pulii. Quindi rimisi a posto la catena della bicicletta, raccolsi tutti i pacchi e mi offrii di accompagnarla a casa.

Donna Maria Vittoria era sorpresa delle mie cure e rideva. Mi chiese se sapevo chi fosse e dove vivesse; le risposi di sì e aggiunsi che la sua casa mi piaceva molto. Così ci incamminammo. Percorremmo in silenzio la strada fino al “Fortino”. Arrivati al cancello, la donna urlando chiamò la “criada” che arrivò di corsa. Prima di congedarmi, Donna Maria Vittoria mi disse: «Sei un po’ bizzarro ma sei stato molto gentile; voglio ringraziarti per l’aiuto e ti offro un gelato. Torna questo pomeriggio alle quattro». Poi entrò in casa sua e io mi avviai verso la mia.

Ero felice dell’invito. Raccontai alla mamma dell’accaduto e le chiesi il permesso (cosa che ottenni senza problemi) di andare. Mia madre mi disse: «Va bene,però oggi pomeriggio non potrò accompagnarti; quindi vestiti bene e vai da solo, ma torna presto e non fare né dire idiozie tali da farmi fare brutta figura».

Alle tre del pomeriggio cominciai a prepararmi, ma non sapevo come vestirmi per andare in un posto così importante. Mi provai diversi abiti, ma non mi sembravano adatti. Decisi per la divisa della scuola, ma i pantaloni corti non mi sembravano né adeguati né eleganti perché avevo già i peli sulle gambe. Così ne indossai un paio di taglio lungo, in flanella grigia; vi abbinai una camicia bianca, la cravatta della scuola e il mio bellissimo blazer blu di lana cotta; e, per finire, le scarpe di cuoio. Ero un amore per come ero elegante!

Pensai che sarebbe stato opportuno portare un dono a Donna Maria Vittoria; così presi dei sassi da me dipinti con lo smalto delle unghie della mamma e li riposi in un sacchettino. Ero pronto per andare.

Dopo cinquecento metri di pedalata in bicicletta, sotto il Sole cocente, arrivai al cancello. Mi faceva un gran caldo! Suonai il campanello e apparve la “criada” che, con aria infastidita, mi disse: «Guarda che non siamo a messa!». Non compresi ma le feci un sorriso. La “criada” mi spiegò che, girando intorno alla casa, avrei trovato i signori in giardino sotto il pergolato ad aspettarmi. Tutto fiero, attraversai il giardino; provavo una sensazione bellissima: ero entrato in un luogo per me magico e sognato, ero tanto felice e tutto mi sembrava così intenso che il cuore mi palpitava forte.

Arrivando, vidi che insieme a Donna Maria Vittoria c’erano altre persone che mi furono presentate. Una era Maggie Taylor, poi c’erano Perla e lo zio Carlos, un anziano venuto per qualche giorno insieme al nipote. In fondo al giardino c’era un ragazzo biondo, muscoloso, in costume da bagno, che faceva esercizi su un trapezio: era Billy, il nipote di zio Carlos. Erano tutti vestiti con belle vestaglie e seduti su grandi poltrone di vimini con dei cuscini floreali. In mezzo al pergolato troneggiava una tavola con una gigantesca coppa d’argento piena di gelati multicolori, succhi di frutta, biscotti e bricchetti con sciroppi.

I miei ospiti mi fecero subito accomodare; grondavo di sudore, perché era veramente caldo, ma mi sentivo molto elegante. Donna Maria Vittoria apprezzò molto il mio modo di vestire, tanto che mi disse: «Sei molto elegante, ma ci metti in imbarazzo perché noi siamo vestiti da casa. Credo» – aggiunse rivolgendosi agli altri – «che dovremmo entrare e cambiarci». Tutti ne convennero e cominciarono ad alzarsi; al che, mi permisi di interromperli dicendo che andava bene così, poiché non volevo certo disturbare… In cuor mio ero veramente imbarazzato.

Alle mie parole, Donna Maria Vittoria mi propose gentilmente un’alternativa : «Allora possiamo fare un’altra cosa: indossi tu una vestaglia da casa, così siamo tutti uguali». Naturalmente accettai. Subito la “criada” mi accompagnò in camera e mi diede una vestaglia di seta rossa, con ricamato un gran drago sulla schiena. La vestaglia era così grande che dovetti aggiustarmi le maniche e girai tre volte la cintura intorno alla vita, ma ero contento perché mi sentivo più fresco, anche senza le scarpe: era bellissimo camminare sull’erba!

Tornato a sedermi mi offrirono del gelato con dei biscotti e sciroppo di menta; smisi di sudare e mi sentii rinascere. Arrivò di corsa Billy, anche lui prese del gelato, baciò sulla bocca lo zio che gli diede una leggera sculacciata: tutti risero.

Era entusiasmante stare lì, in loro compagnia, perché da come si guardavano si capiva quanto si volessero bene. Osservando la scena, me ne restavo in silenzio perché non sapevo che cosa dire. A quel punto, Perla propose: «Ora possiamo fare una bella conversazione, così ci conosciamo…». Dissi loro che non sapevo conversare perché difficilmente parlavo, che preferivo ascoltare: in quello ero bravo. Subito Perla aggiunse: «Allora ti insegno a conversare, perché è veramente facile e molto utile – e poi le conversazioni guariscono! Devi solo sapere con chi stai parlando. Ogni volta che ti sarà possibile, allenati nell’arte della conversazione amena: racconta storie leggere e allegre che non creino attriti e metti sempre una nota di speranza in ogni tuo discorso. Ascolta attentamente quello che ti verrà detto, e, se è qualcosa di tragico, cerca di sdrammatizzare, ma senza mortificare e senza mai essere cinico. Invece con le persone vicine a te e che senti che ti vogliono bene, usa una conversazione leggera ma profonda – per analizzare i tratti dolorosi del carattere che ci portano a reagire con molta suscettibilità. Sai» – concluse – «è molto umano cercare di evitare certi argomenti delicati, per paura della sofferenza che comportano; ma non dobbiamo farlo, perché, per vivere bene, è necessario guarire e la conversazione profonda riesce a curare il corpo e l’anima».

Quel discorso era per me di difficile comprensione, ma ci avrei lavorato in seguito. Lì ero concentrato sul gelato e sul momento importante che stavo vivendo. Trovai tanto bello che Perla mi parlasse così: lei era nipote di un presidente e, come tale, “figlia della patria”. Le persone migliori.

Incoraggiato dal suo insegnamento, cominciai a raccontare delle cose, stando bene attento a non fare brutte figure – ma credo di non esserci pienamente riuscito. Feci i complimenti a Donna Maria Vittoria e le chiesi del Generale e di come fosse stata la sua vita; lei gradì molto quella domanda e così mi spiegò: «Sai, io non ho avuto un nonno presidente, come Perla. Sono nata in una famiglia molto umile alla frontiera con il Paraguay, in una cittadina portuale sul fiume Paranà. Il Generale, che al tempo era un tenente, stava lì di stanza. Un giorno con le mie amiche facevamo il bagno nude nel fiume; ad un certo punto vidi tra le frasche qualcuno che ci spiava, così presi dei sassi e li lanciai con violenza. Sentii un grido di dolore, uscii dall’acqua e vidi il Generale ferito per il colpo di un sasso. Lui, guardandomi con i suoi intensi occhi neri, mi chiese perdono. Provai un’emozione così forte che mi mancò il respiro: compresi subito che era un amore a prima vista. Di lì a poco ci sposammo e ci trasferimmo a Buenos Aires…».

Dopo un istante di pausa, Donna Maria Vittoria riprese il racconto della propria vita: «Non portai in dote né denari né gioielli o fortune, ma una grande esperienza che fece impazzire d’amore il generale. Non fu facile per me adattarmi a quella sciocca e viziata società, ma ne valse la pena. Talvolta bisogna fare cose che non ci piacciono molto e così possiamo inventarci delle dolci compensazioni: fai qualcosa che non ti piace e poi fai tre cose che ti piacciono molto. Ed io ne ho fatte tante. Ma è anche necessario soffermarci a riflettere sul perché facciamo qualcosa che non ci piace tanto, e scoprendone il motivo dobbiamo anche scoprire la gioia del gesto. Il mio motivo era quello di vivere accanto alla persona che mi amava. Molto semplice…».

Affascinato dal suo racconto, chiesi alla mia gentile ospite quanti anni fosse stata sposata e come era stato il suo matrimonio – e anche se ci fosse un “segreto” per un matrimonio felice (dal momento che in casa mia le cose erano un po’ diverse!).

Donna Maria Vittoria mi rispose che gli anni del matrimonio erano stati i trent’anni più felici della sua vita, e che il segreto era solo l’amore: «Il Generale mi faceva vivere come una gran dama, ma nell’intimità dell’alcova mi faceva sentire una donnaccia…». Tutti risero a quelle parole. Anch’io abbozzai un sorriso ma arrossii perché ne comprendevo bene il significato. Lei non se ne accorse e guardandomi aggiunse: «Crescendo mi comprenderai». Ma io avevo già capito tutto.

Quindi mi versarono ancora del gelato ed ero felice, mi dispiaceva solo che la mamma non ci fosse. Raccontai ancora qualcosa di buffo, tanto per essere ameno e divertente. Billy si riavvicinò, anche lui prese del gelato e lo infilò nella bocca dello zio che si mostrò contento, poi tornò ai suoi esercizi ginnici.

Conversando, chiesi a Maggie Taylor se anche lei fosse sposata. «Oh no caro…» – fu la sua risposta – «ho avuto una vita molto dura. Sono rimasta orfana da piccola. I miei genitori sono morti in un incidente automobilistico. Mi adoravano e mi coprivano di ogni cosa bella ci fosse in giro; volevano per me il meglio della vita, ma sono morti improvvisamente ed io restai sola al mondo. Sono stati premurosi perché mi lasciarono una industria alimentare». «Anche una banca…» – aggiunse lo zio Carlos. «Sì, ma piccola!» – ribatté Maggie, che poi così continuò – «Comunque in quel modo ho potuto avere il meglio dalla vita, come i miei genitori desideravano. Da parte mia desideravo anche un grande amore; così sono andata a cercarlo in giro ma disgraziatamente, ogni volta che mi sembrava di averlo trovato, mi accorgevo che non era così. Per mia fortuna, essendo una donna tenace, ho la capacità di ricominciare sempre da capo».

«Sì, sì» – annuì Donna Maria Vittoria – «hai fatto del bene a tante persone!». «Allora lei è una filantropa!» – esclamai.

«Perché ha una banca…» – rispose lo zio Carlos, sarcastico – «altrimenti potrebbe chiamarsi in un altro modo…». «Mecenate» – replicai. «Sì hai ragione, anche essere una mecenate è un’arte» – concluse sorniona Donna Maria Vittoria.

Maggie, ridendo, le lanciò un biscotto e le disse che era una vecchia serpe. Tutti risero e continuarono a parlare in allegria, ma il tempo passava e io cominciavo a pensare che dovessi ritirarmi per non recare disturbo.

In quel mentre, Donna Maria Vittoria aggiunse: «Siamo tutti grandi amici e abbastanza soli; per questo siamo molto contenti che con noi ci sia anche Perla, la quale a sua volta non ha voluto sposarsi ma è comunque felice».

«Come mai?» – chiesi – «Perla è molto bella». La stessa Perla mi rispose: «Ho difficoltà con gli uomini: non li trovo così attraenti, preferisco la compagnia femminile, mi trovo meglio…». «Perla si occupa delle donne, ha un’associazione culturale che difende i loro diritti e si dà tanto da fare» – raccontò lo zio Carlos.

Rimanemmo ancora a conversare un poco e poi dissi che, seppure a malincuore, dovevo tornare a casa. Mi alzai, mi rivestii con la divisa e tornai in giardino per salutare tutti i presenti. Donna Maria Vittoria mi ringraziò ancora per l’aiuto ricevuto e mi chiese di tornare spesso a trovarli, perché si erano molto divertiti. Ringraziai a mia volta e presi congedo dall’amena compagnia.

In cuor mio, mi promisi che sarei tornato al “Fortino” e, salito sulla bicicletta, tornai felice a casa. La mamma intanto era tornata; vedendomi così vestito mi dette del “ridicolo” e mi pregò di cambiarmi subito d’abito. Cominciai poi a raccontarle la mia visita e come quelle persone fossero così gentili e amabili; le spiegai tutto per filo e per segno, e sorridevo notando quanto lei fosse felice ad ascoltare.

Dopo avermi ascoltato attentamente, mi disse: «Bene, sono contenta che tu abbia visitato quella casa che ti piace tanto, ma devi promettermi che lì dentro non metterai più piede né manterrai alcun rapporto con quelle persone. Potrai salutarle se le incontrerai per strada, ma niente di più».

Rimasi sorpreso, non capivo il perché di quel divieto; così con rispetto le chiesi il motivo di quella decisione e lei mi rispose: «Perché non voglio e basta!». Le urlai che era cattiva, che quella gente era gentile. Allora la mamma pronunciò una frase che non poteva essere appellata e che mi gelò il sangue: «Sono comunisti». Era orribile! Davanti a una dichiarazione così non potevo che ubbidire alla mamma. Avevo sentito dire cose terribili sui comunisti. Mi misi a piangere, perché a causa della loro ideologia dovevo stare alla larga da quelle persone che invece mi piacevano tanto. Di colpo, mi sentii molto triste.

Per tutto un anno non li frequentai più, ma ogni giorno, dopo la scuola, andavo davanti al cancello e, guardando la casa, sospiravo tristemente.

Quando fui un po’ più grandicello ricominciai a far visita a quella casa, ma solo ogni tanto. Così compresi che non erano comunisti. Il motivo della proibizione di mia mamma era un altro.

Per quanto mi riguarda, ad ogni visita in quella casa mi sono sempre sentito libero e senza paura di essere me stesso; non dovevo fingere, potevo essere come meglio riuscivo. Quegli amici non esprimevano giudizi, anzi in loro trovavo sempre conforto e consigli veri, elargiti con allegria. Crescendo smisi di frequentarli perché la mia vita prese altri sentieri, ma loro sono rimasti sempre nei miei pensieri – come un rassicurante vento del deserto che ti scalda il corpo e ti illumina l’anima.

Attraverso i miei occhi

Se soltanto per un istante tu potessi vedere attraverso i miei occhi
so cosa vedresti e mi chiedo come ti sentiresti
perché i miei occhi possono vederti in piedi
come tu sei veramente – potente, sensibile, determinata, gentile.
Ti vedono raggiungere tutto ciò che tu decidi di realizzare.
Vedono chi sei esattamente e che cosa vuoi essere.
Guarda attraverso i miei occhi soltanto per un istante
e potrai vedere te stessa sciogliere tutte le tue limitazioni.
E vedi chi sei veramente e di che cosa sei capace.
Tu puoi realizzare ogni cosa tu vorrai – so che tu puoi.

Autore sconosciuto

Festa in maschera

Siamo a una festa in maschera in cui tutti ci divertiamo, ognuno è vestito con abiti colorati a tema in modo diverso; non possiamo riconoscerci perché siamo mascherati.

Non ci sono specchi e non possiamo rifletterci in altra superficie se non negli occhi degli altri.

Tutti i nostri sentimenti dipendono dall’opinione altrui.

Anch’io sono vestito in maschera, so pure come sono i miei vestiti: li ho visti e li ho scelti prima di indossarli. Ma non conosco il mio aspetto.

Mi trovo ad una festa in cui tutti si divertono, sono in maschera e non mi vedo, quindi non esisto…

Corpo di Luce

Dicono alcune antiche scritture che alla fine dei giorni, durante il Gran Giudizio, ogni nostra singola parte verrà pesata e interrogata: dovrà dire il suo nome, a chi è appartenuta e a che cosa è servita. Secondo il sentire dei Giudicanti potrà essere salvata.

Per questo motivo è molto importante che noi riconosciamo ogni nostra singola cellula, come componente indispensabile al nostro Essere Umano.

L’esercizio che segue serve per vederci chiaramente e renderci conto che esistiamo, per conoscere ogni singola parte. Nominandola e illuminandola la vedremo e la faremo diventare esistenza, avremo consapevolezza del suo esistere rendendole omaggio e rispetto.

Una volta riconosciuta e illuminata ogni singola parte, si creerà in noi un corpo di Luce unico; poi saremo invitati a uscire da questo corpo: guardandolo avremo anche la consapevolezza del suo esistere come parte fondamentale della nostra vita.

Se durante l’esercizio una qualche parte non si riesce a illuminare o ha luce fievole, non dobbiamo preoccuparci perché significa che in quella parte c’è un blocco energetico, che va focalizzato apportandovi ulteriore luce; progredendo nella pratica, vedremo che ogni singola cellula si accenderà.

Alla fine dell’esercizio la persona ritorna al suo vivere quotidiano, con più energia.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro: a piedi nudi cammini su un viale ombroso, coperto di erba morbida e tenera. Ad ogni passo senti l’erba fresca sotto i piedi ed i polmoni si aprono e respirano profondamente.

Cammini lentamente in questo viale circondato da tigli, rossi aceri, verdi querce, fragili e bianche betulle. Una leggera brezza ti accarezza il viso.

Continui a sentire la fresca erba sotto i piedi ed i polmoni si aprono ancora e respiri sempre più profondamente.

Ti senti leggero, libero, contento.

Continui sempre a sentire la fresca erba sotto i piedi ed i polmoni che si aprono ulteriormente, respiri ancora più profondamente.

Incontri un rigagnolo e lo attraversi sentendo l’acqua fresca che ti bagna le caviglie. Continui a camminare nel viale erboso e ombroso circondato da secolari e frondosi alberi, mentre una leggera brezza ti accarezza il viso.

Continui a camminare.

Sei arrivato a una radura illuminata dal Sole e vai fino al centro di essa, dove respiri profondamente sentendoti sereno, libero, contento.

Senti il cinguettio degli uccellini e la luce del Sole ti accarezza il viso.

Avverti che dai tuoi piedi nudi partono delle radici che penetrano nel terreno, fino ad arrivare al centro della Terra.

Sei sereno, libero, contento.

Il Sole illumina la tua testa ed un raggio di luce azzurra, penetrando dalla testa, ti attraversa tutto il corpo e arriva fino in fondo alle radici.

Senti tutto il tuo cranio illuminarsi, comprese le ossa facciali, le cartilagini del naso e delle orecchie. Ora il tuo cranio è completamente illuminato.

Tutta la tua colonna vertebrale, in ogni singola vertebra, si illumina, fino all’osso sacro. Tutte le ossa delle tue spalle si illuminano: ora le clavicole e le scapole sono illuminate. Anche le ossa delle tue braccia si illuminano e tutte quelle delle mani. Ora tutte le ossa dei tuoi arti superiori sono illuminate.

Le tue costole si illuminano e anche lo sterno è illuminato.

Tutte le ossa del tuo bacino si riempiono di luce e sono illuminate.

La luce arriva alle ossa delle tue gambe. I femori si illuminano, le ginocchia e le loro cartilagini si illuminano; anche le tibie e le caviglie si illuminano e così anche le ossa dei piedi. Adesso tutto il tuo scheletro è illuminato da una meravigliosa e splendente luce azzurra. Il raggio di luce azzurra continua a scendere su di te e illumina il tuo cervello e tutti gli organi interni della testa.

I tuoi occhi sono illuminati dalla luce azzurra: così come le narici, il sistema uditivo, la lingua, il palato, le corde vocali e tutto il cavo orale sono illuminati. Si illuminano tutte le ghiandole del tuo cervello.

La tua trachea si illumina e la luce arriva fino ai tuoi polmoni, che a loro volta si illuminano di una meravigliosa e splendente luce azzurra.

La luce arriva fino al tuo stomaco che s’illumina e così anche il pancreas, il fegato ed i reni; tutto il tuo intestino si illumina, e così la tua vescica e il tuo apparato genitale.

La luce continua a scendere e a percorrere ogni singolo muscolo del tuo corpo: al suo passaggio ogni singolo muscolo del tuo corpo si illumina di una luce azzurra e splendente.

Anche i tuoi seni si illuminano di una meravigliosa e splendente luce azzurra, così come tutte le vene, le arterie e i vasi sanguigni.

La luce azzurra e splendente continua a scendere su di te: i capelli diventano luminosi, la tua pelle, in ogni piega, è luminosa e così anche le tue unghie.

Adesso tutto il tuo corpo è illuminato da una meravigliosa e splendente luce azzurra. Ti senti sereno, libero, contento.

Ora esci dal Corpo di Luce e fai un passo avanti per disporti a 70 cm di distanza: voltati. Sei a 70 cm dal tuo Corpo di Luce.

Che sensazione hai?

Guarda quanto è splendente il tuo Corpo di Luce: è più alto di 2 metri ed è tutto illuminato da una magnifica luce azzurra; anche esso ti guarda con i suoi immensi occhi.

Che espressione ha?

Guarda la perfezione delle sue forme e la trasparenza del suo essere illuminato dalla meravigliosa luce azzurra. Chiedigli perdono per quanto lo hai ignorato, trascurato e maltrattato. Che cosa ti dice?

Lui ti perdona e ti comprende.

Promettigli che mai più lo ignorerai, trascurerai o maltratterai – ora che possiedi la coscienza della sua presenza in te.

Avvicinati ed abbraccialo.

Anche lui ti abbraccia con tanto amore.

Riesci a vedere la sua pelle?

Vedi le piccole squame che ha?

Riesci a sentire il suo profumo?

Sciogli l’abbraccio e riguardalo in tutta la sua bellezza.

Entra nel tuo Corpo di Luce: come ti senti?

Ora che lo hai visto, e hai coscienza della sua esistenza, senti le “radici” che si staccano dai tuoi piedi. Puoi cominciare a camminare a piedi nudi sul prato erboso illuminato dal Sole. Sdraiati sulla terra ed appoggia la schiena sul prato. Guarda l’immenso e sconfinato cielo azzurro, senti il Sole che inonda tutto il tuo essere. Senti il caldo della Luce.

Sei sereno, contento, libero e pieno di una nuova energia.

Nessun pensiero ti amareggia, nessun ricordo ti angoscia, niente ti disturba.

Sei sereno.

Un immenso benessere ti invade e senti di essere in pace con la vita e con il mondo. I polmoni continuano a respirare profondamente e liberamente.

Ti sei riposato abbastanza.

Ti alzi e prendi il cammino del ritorno nel viale erboso alberato, sentendo la fresca erba sotto i piedi. Tutto è più luminoso ed il tuo respiro profondo espande i polmoni.

Sei sereno, contento, libero e consapevole del tuo Corpo di Luce.

Ora sei davanti al cancello e stai per uscire da questo luogo ideale per tornare alla vita pratica, quotidiana e normale.

La differenza è che ora sei entusiasta perché ogni tuo fare sarà ispirato dal tuo Corpo di Luce. Attraversi il cancello e, chiudendolo, senti degli uccellini cinguettare.

Ti incammini lungo il muro d’edera verso la sedia, accompagnato da farfalle multicolori. Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Ci sono due stanze comunicanti, separate da una pesante porta chiusa.
Una è buia pesta, l’altra invece è illuminata a festa.
Se aprite la porta cosa succede?
La stanza illuminata si rabbuia o quella buia s’illumina?
Fate anche voi così: illuminatevi nell’amore, poi aprite le porte della vostra vita e incontrate il vostro prossimo che vive nel buio…

Arden Said

Purificazione

L’esercizio che segue mi è stato insegnato da una strega olandese, che a sua volta aveva imparato diverse tecniche dagli Indios dell’Amazzonia e più precisamente del Suriname.

È un esercizio semplice, ma molto efficace, per difenderci dall’influenza delle energie aliene che durante il giorno possono disturbarci.

Consiglio, nei primi tempi, di farlo consapevolmente almeno tre volte al giorno per sette giorni; poi l’esercizio sarà in voi e si metterà in atto ogni qualvolta sarete in una situazione di aggressione esterna.

Questo esercizio può essere usato anche per allontanare pensieri dolorosi e per purificare ogni cellula del nostro essere.

Esercizio

Mettiti in piedi e alza le braccia con le mani aperte, chiudi gli occhi, fa’ un profondo respiro e respingi l’aria nella pancia.

Immagina che dai tuoi piedi partano due tubi che penetrano nel terreno.

Su ciascun tubo ci sono scritti il tuo nome, il tuo cognome e la tua data di nascita. I tubi penetrano ogni strato della crosta terrestre fino al nucleo e proseguono fino a un lago di lava. La lava entra nei tuoi piedi, passa alle caviglie, sale sulle gambe, attraversa le ginocchia, penetra le cosce, arriva al bacino e da lì passa ai genitali, alla pancia, al torace, su tutta la spina dorsale; quindi giunge alle spalle e attraversa le braccia, torna al collo e sale su tutta la testa.

A questo punto esce dal chakra della corona e dalle punte delle dita, creando un’immensa fontana di lava che ti purifica e ti risana.

La lava, cadendo a una distanza di un metro e mezzo intorno a te, crea un cerchio rovente. Nel cerchio di lava rovente, davanti a te e dietro di te, nasce una rosa.

Nel cerchio di lava rovente, alla tua destra e alla tua sinistra, nasce una rosa.

Questo è il tuo cerchio di protezione da ogni negatività e impurità.

I tubi risalgono velocemente per poi sparire dentro i tuoi piedi; riappariranno solo quando farai questo esercizio.

Abbassa le braccia, stringi i pugni, fa’ un profondo respiro, immetti aria nella pancia e apri gli occhi.

Canzone delle piccole cose

Testo non riprodotto in questa edizione online.

Tejada Gomez

I chakra

Secondo varie tradizioni orali ed una vasta letteratura, gli esseri umani possiedono sette centri energetici principali, chiamati chakra. Questi sono visualizzati come vortici energetici, di forma conica, situati in specifiche zone del corpo sia sul versante anteriore che posteriore. La funzione dei chakra sarebbe quella di ricevere o trasmettere energia.

Nell’essere umano, o comunque senziente, se ne considerano principalmente sette, ma ve sono molti di più. Quando tutti questi centri energetici sono armonicamente attivi, creano un unico chakra che dà origine a un Corpo di Luce, il cui unico centro attivo è nel chakra del cuore; questo riceve o trasmette energia agli altri chakra o all’esterno del corpo, materializzando una realtà.

Con questa configurazione ideale siamo degli esseri illuminati e illuminanti, a diretto contatto con la dimensione spirituale e con la coscienza superiore.

Attraverso la non comprensione di esperienze di vita, i chakra possono bloccarsi. Non ricevendo più energia e quindi anche informazione sommamente spirituale dall’alto, in modo verticale, i centri di energia del corpo carnale si trovano ad operare in modo indipendente e a ricevere o trasmettere energia in senso orizzontale. Unico chakra escluso è il primo, che però non sempre riceve dalla terra energia e la ritrasmette.

Poiché i chakra del corpo sono bloccati, nel centro del cuore (quarto chakra), che ha la funzione di cristallizzare la nostra esistenza, si crea una membrana che lo isola dagli altri centri carnali; ciò comporta che la sua funzione, da questo lasciata vacante, venga svolta dagli altri chakra del corpo. È così che cerchiamo di materializzare la nostra realtà attraverso centri non adatti a tale funzione, creando un susseguirsi di frustrazioni, fallimenti o successi fugaci che niente hanno a che fare con la nostra reale esistenza in qualità di esseri di luce – e quindi capaci di ottenere la serenità, la buona salute e la prosperità economica.

I chakra bloccati cominciano ad accumulare scorie dalle energie emanate e da quelle ricevute; in questo modo, non avendo la connessione con i piani spirituali, atti a informare il sistema per metabolizzare le esperienze e poter così progredire nell’evoluzione, si accumulano anche sentimenti e pensieri che generano un Karma negativo e una memoria trasmissibile. Tali scorie si concretizzano in paure che rallentano o bloccano le funzioni del chakra interessato, conducendo alla malattia.

Attraverso la meditazione sui chakra e l’esercizio del Corpo di Luce e Colori, abbiamo la possibilità di riattivare tutti i centri energetici, di rompere la membrana che copre il centro del cuore e attivarlo ripristinando la sua funzione di materializzare. Tale dinamica, riunendo tutti i centri energetici, porta alla creazione dell’unico chakra di luce.

Riattivando i chakra, che ricominciano a girare come vortici di energia, si eliminano le scorie e si tolgono i blocchi. L’energia dell’essere e la coscienza aumentano e, via via che prendono vigore, si espandono in tutte le direzioni.

Se la coscienza di un essere abbastanza sano è di due metri – sia in orizzontale che in verticale, avanti e indietro – in un essere correttamente attivato può arrivare a migliaia di chilometri, e può percepire tanto in avanti quanto indietro nel tempo.

La riattivazione dei chakra ci connette alla conoscenza superiore, offrendoci la possibilità di liberarci dalle ineludibili leggi del Karma, perché si è ottenuta la comprensione. Tutto ciò è possibile perché con tale riunione si arriva alla Sorgente e, come si dice in gergo stregonesco: “Purificando la sorgente, automaticamente si purifica la foce!”.

In questo libro mi occuperò soltanto dei sette chakra considerati principali, situati lungo il nostro corpo, spiegando il loro colore e sviluppando un breve commento sulle loro funzioni. Seguirà poi un esercizio per scoprire quale nostro chakra è bloccato e crea uno stato d’animo di insoddisfazione, e quindi per conoscere attraverso quale chakra possiamo sbloccarlo e mediante quale atteggiamento.

Vi invito a fare una ricerca sui centri energetici e sulla loro corrispondenza con il vostro corpo e le modalità del vostro vivere quotidiano, per ottenere migliori risultati e una maggiore resistenza sia fisica che emotiva.

1º Chakra: è situato alla base dei genitali e lungo le gambe fino ai piedi. Il suo colore è il rosso e la sua funzione è quella di tenerci ancorati alla vita e al mondo materiale. Il blocco di questo chakra produrrà in noi depressione, scarso desiderio di vivere, scarsa attività sessuale e inappetenza. Un grande dispendio di energia verso scopi inutili o un non riconoscimento dei nostri sforzi porterà al blocco di questo centro.

2º Chakra: è situato tre dita in orizzontale sotto l’ombelico e fino alla parte superiore dei genitali. Il suo colore è l’arancio e la sua funzione è quella di farci provare piacere, sia nelle cose che nell’accoppiamento erotico. È chiamato anche “Anima secondaria” ed è in grado di distinguere ciò che è adatto al nostro piacere. Il blocco di questo chakra produrrà in noi uno squilibrio nel modo di gestire i nostri bisogni: faremo le cose in modo esagerato o rinunceremo a farle, mai verranno fatte in modo adeguato. Tabù, discriminazione e memoria sbagliata su scelte di vita portano al blocco di questo centro energetico.

3º Chakra: è situato su tutta la pancia fino all’inizio dello sterno. Il suo colore è il giallo e la sua funzione è quella di assimilare informazioni, imparare e produrre emozioni. La sua importanza è grande perché in questa zona si trovano gran parte degli organi e degli apparati essenziali per la sopravvivenza. Il blocco di questo chakra produrrà in noi l’impossibilità di comprendere ed imparare dalla vita, commettendo sempre gli stessi sbagli, cercando compensazioni a volte dannose. Accuse infondate, assenza di spiegazioni, sensi di colpa ed eccesso di responsabilità portano al blocco di questo centro energetico.

4º Chakra: è situato al centro del torace fino quasi all’inizio del collo. Il suo colore è il verde, anche se quando è stimolato diventa rosa. Sempre associato all’amore, la sua funzione tuttavia è solo quella di materializzare. Il blocco di questo chakra produrrà in noi durezza d’animo, impossibilità di crearci una vita propria e soprattutto di realizzare il nostro benessere. Negazione della propria parte femminile, accuse gravi, preconcetti, crollo improvviso dei nostri punti di sostegno e mancanza di fiducia portano al blocco di questo centro energetico.

5º Chakra: è situato al centro della gola e lungo tutto il collo fino a coinvolgere, in alto, la bocca, il naso e gli orecchi; in basso, le spalle. Il suo colore è il blu e le sue funzioni sono quelle della comunicazione, della percezione di bellezza e armonia delle forme, del senso di giustizia e della creatività. Il blocco di questo chakra impedisce una chiara e sana comunicazione, nonché la piena possibilità di esprimere la propria creatività e le emozioni: in tal modo si arriva lentamente ma inesorabilmente a una totale inerzia. Preconcetti, pregiudizi, derisione, umiliazioni e mortificazioni portano inevitabilmente al blocco di questo centro energetico.

6º Chakra: è situato al centro della fronte e si estende fino agli occhi. Il suo colore è il viola e la sua funzione è la chiaroveggenza (vedere chiaro percepire e comprendere i mondi sottili e gli spazi fra i mondi). Il blocco di questo chakra ci impedisce di avvertire chiaramente la realtà, ci mette in uno stato d’animo o in una sensazione di pericolo costante, ci rende diffidenti nei confronti del prossimo e verso tutto ciò che ci circonda. Ci rende testardi e intransigenti. Accuse di menzogna, di vivere di pura fantasia, di essere sempre con la testa fra le nuvole e di non saperci comportare adeguatamente portano al blocco di questo centro energetico.

7º Chakra: è situato nel centro e alla sommità della testa, ed è chiamato corona. Il suo colore è l’azzurro (ma anche il celeste o il bianco). La sua funzione è quella di permettere, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, una continua e ininterrotta comunicazione con il Divino. Il blocco di questo chakra impedisce tale comunicazione rendendoci fanatici, poco sicuri delle nostre qualità personali e umane, arroganti e presuntuosi, senza fede e senza speranza. Al tempo stesso, il suo blocco può rendere gli individui facili prede di proselitismi religiosi o ideologici, e comunque alla ricerca continua dell’approvazione altrui. Accuse di libidine, sensi di colpa altrui portati all’esasperazione scaricati su di noi, educazione imposta, credo imposto e qualunque altra prescrizione portano al blocco di questo centro energetico.

L’esercizio che segue (il cui titolo è “Il vestito nuovo”) ha lo scopo di farci capire dove è situato un nostro blocco e da che cosa può dipendere – aiutandoci anche a comprendere, poi, con quale atteggiamento affrontarlo e quale chakra dobbiamo stimolare per scioglierlo.

Vi ricordo che i colori nero, grigio e marrone sono associabili a Saturno, che rappresenta le regole, le ristrettezze, la solitudine, l’imprigionamento ed anche un malsano attaccamento agli affetti e ai beni terreni. Saturno ha tante caratteristiche, alcune delle quali estremamente utili e gioiose ma per questo esercizio prederemo in considerazione solo la sua parte più malinconica.

Il primo colore che vedrete durante l’esercizio vi segnalerà il chakra che ha subito il blocco; il secondo colore vi aiuterà a comprendere in che modo uscire dal blocco e con l’aiuto di quale chakra.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Decidi di uscire a fare una passeggiata.

Prendi un mantello e tenendolo serrato con una mano ti avvii verso l’uscita. Esci di casa e ti chiudi la porta alle spalle. Cominci a camminare, tira un po’ di vento fresco ma sopportabile; i polmoni si riempiono di aria fresca.

Continui a camminare ed il cielo è leggermente nuvoloso, ma procedi tranquillo anche se con un po’ di tristezza.

Fatto qualche metro il cielo si fa più nuvoloso e minaccioso, anche il vento è più forte. Ti chiudi bene il mantello e tenendolo serrato con una mano continui a camminare.

Tutto ad un tratto vedi un lampo e senti un tuono, le nuvole si squarciano in una forte pioggia. Il vento soffia sempre più forte, ma tu vai avanti stringendo bene il mantello. La pioggia ti bagna completamente. Hai tutto il viso e i capelli bagnati e senti il mantello fradicio farsi più pesante, lo stringi sempre di più.

Il vento forte ti spinge indietro. Ora camminare diventa più faticoso.

Giungi ad un incrocio e all’improvviso, a causa del freddo pungente, fai uno starnuto e per abitudine ti metti la mano davanti alla bocca, lasciando così il mantello che viene portato via dal forte vento. Resti immobile sotto la pioggia torrenziale. Non sai che cosa fare.

Ti guardi intorno e vedi, sull’altro lato della strada, un negozio d’abbigliamento aperto. Correndo attraversi la strada bagnata ed entri nel negozio, dove ci sono dei commessi gentili che ti accolgono e ti aiutano ad asciugarti e a toglierti gli abiti bagnati. Ti porgono dei bei vestiti nuovi e asciutti. Di che colore sono? Ne scegli uno. Di che colore è?

Ora ti vesti e ti guardi allo specchio.

Ti senti molto bene e la tristezza se n’è andata.

Chiedi ai commessi di spedire il conto a casa e poi ti dirigi verso l’uscita. Giunto alla porta, ti accorgi che sta ancora piovendo.

Guardi il cielo nuvoloso, fai un profondo respiro e poi soffi verso le nuvole: non succede alcunché. Riprovi e vedi che le nuvole cominciano a diradarsi; incoraggiato da questo, fai un altro respiro profondo e soffi con maggiore intensità: questa volta il tuo soffio spazza via tutte le nuvole. Adesso vedi il cielo limpido e sereno.

Ti incammini sul marciapiede ed un raggio di Sole ti illumina, invadendoti di calore. Come ti senti?

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Corpo di Luce e Colori

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro e ti trovi in un giardino su un prato erboso. Cominci a passeggiare allegramente in questo incantevole posto senza pensieri e con il cuore leggero. I polmoni si riempiono d’aria pura e tu sei contento; un profumo di rosa aleggia nell’aria. Ti soffermi un po’ a riposare e guardi verso il culmine del cielo.

Guardi com’è limpido e come l’aria sia nitida, non ci sono nuvole né foschia e la luce del Sole splende.

Tu sei sereno, tranquillo, rilassato e contento. Respiri bene. E ad ogni inspirazione i tuoi polmoni si riempiono d’aria pulita, azzurra, che ti purifica; ad ogni espirazione elimini, attraverso il respiro, ogni tua impurità.

Alzi le braccia al cielo e una palla di luce bianca scende su di te e si posiziona sopra la tua testa; sempre girando su se stessa comincia ad irradiare una intensa luce bianca.

La luce bianca, sempre girando, penetra dalla sommità del tuo capo e attraversa tutto il tuo corpo fino ai piedi.

Ora la luce è nei tuoi piedi.

Improvvisamente la luce diventa di un rosso intenso; vedi i tuoi piedi e le tue gambe fino al basso ventre. Le tue gambe sono rosse come le fiamme del fuoco sacro, rosse come fiumi di lava, rosse come il colore della passione.

Senti che i tuoi arti inferiori, con amore, si radicano fortemente alla terra.

Sei sereno, tranquillo, e ti invade un grande benessere. Ti rendi conto della bellezza di vivere la tua vita e di appartenere alla tua realtà.

Avverti che tutti i muscoli e le ossa dei tuoi arti inferiori acquisiscono vitalità, tonicità e forza. La luce continua a salire: ora è sull’ombelico. La luce diventa arancione come dei frutti succosi, arancione come le pesche succose, arancione come una distesa di zafferano.

Ora tutto l’ombelico, fino al basso ventre, è illuminato da una calda e confortante luce arancione. Sei sereno, tranquillo, e ti invade una grande voglia di vivere e di possedere le cose belle della vita. Ti rendi conto che la solitudine è soltanto uno stato d’animo, e che sei disponibile a condividere la tua vita con gli altri: in allegria e con un sano erotismo naturale.

La luce continua a salire. Ora è sulla pancia, dall’ombelico fino alla fine dello sterno, e diventa di un giallo intenso. Giallo come un albero di mimosa in fiore; giallo come un pan di Spagna ripieno di crema pasticciera, morbido e dolce; giallo come un canarino libero e felice; giallo come un campo di girasole. Sei sereno, tranquillo e ti invade una grande voglia di imparare. Ti rendi conto che la vita è tutto un insegnamento e tu desideri andare fino in fondo per ottenere la “laurea” di Essere Umano. La luce continua a salire. Ora è sul petto in mezzo allo sterno, dalla fine dello sterno fino alle spalle, e diventa di un verde intenso. Verde come la speranza, verde come una prateria sconfinata, verde come un campo di grano in primavera che mosso dal vento sembra un mare infinito. Verde e luminosa come la piramide di smeraldo che abita al centro della tua testa. Sei sereno, tranquillo e ti invade una grande voglia di amare. Comprendi ciò che è l’Amore, e decidi di vivere in Amore e innamorato del Creato. Comprendi che anche tu puoi amare ed essere amato – e questa luce così intensa ti benedice e ti autorizza a farlo.

La luce continua a salire. Ora è all’altezza della gola, dalle spalle fino al naso, e diventa di un intenso colore blu. Blu come un zaffiro reale; blu come il mare Mediterraneo nei giorni di Sole; blu come un cielo stellato in una notte serena.

Sei sereno, tranquillo e ti invade una grande voglia di comunicare ed esprimerti. Ti rendi conto della bellezza, della verità e della condivisione delle idee.

Ti rendi conto di quante cose utili per te e per gli altri fai e puoi ancora fare. Ti rendi conto che puoi dire tutto ciò che pensi, sempre che tu prima pensi, senza paura di ferire o essere ferito. Ti rendi conto di poter esprimere il tuo sentire e ascoltare anche quello altrui. Ti rendi conto che hai il diritto, per natura e indole, di ascoltare ed essere ascoltato. Ti rendi conto che hai la possibilità di creare la tua esistenza come meglio vorrai.

La luce continua a salire. Ora è in mezzo agli occhi, dal naso fino a tutta la fronte, e diventa di un intenso colore viola. Viola come la Fiorentina; viola come un campo di lavanda in estate; viola come le viole del pensiero e quelle dei campi. Sei sereno, tranquillo e ti invade una grande gioia. Ti rendi conto che puoi percepire, che puoi intuire, che puoi sentire e vedere dove non si sente e non si vede con gli orecchi e gli occhi fisici. Ti rendi conto che puoi avvertire la cosa giusta da fare nel momento adatto e nel luogo consono. Ti rendi conto che hai una chiaroveggenza di tutto ciò che ti circonda. Sei calmo e tutte le paure se ne sono andate via, perché ora vedi chiaro. La luce continua a salire. Ora è sulla sommità del capo, da dove è penetrata: dalla cima della fronte fino alla corona centrale della testa, e diventa di un intenso colore bianco porpora e celeste; tutta la sommità della testa è illuminata da questa luce.

Sei sereno, tranquillo ed in pace. La luce esce da te come da una fontana e copre tutto il tuo corpo. Ti rendi conto del Divino e della tua appartenenza a Lui, di essere tutt’uno con il Creato e di avere anche tu un posto e un ruolo importante nel Progetto Divino.

Ti senti unito a tutto ciò che esiste e sei felice e contento, ti rendi conto di essere un Essere Unico, Irripetibile e con una Scintilla Divina.

Ti rendi conto che sei in questa dimensione con un compito che è una missione sacra: vivere onestamente secondo il tuo vero essere.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Grazie.

La Spiritualità è il rapporto stretto dell’uomo con il Divino.
La Religione è il controllo della folla.

Anonimo

“La carezza perduta”

Mi sfugge dalle dita una carezza senza motivo mi sfugge dalle dita… nel vento al passar la carezza che viaggia senza meta né mira la carezza perduta, chi la raccoglierà?

Posso amare questa sera con passione infinita posso amare il primo che accetti di arrivare ma nessuno arriva.

Sono deserti i fioriti sentieri la carezza perduta, girerà… girerà…

Se negli occhi ti baciano stasera, Viandante se dai rami degli alberi senti un dolce sospiro se ti stringe le dita una piccola mano che ti prende e ti lascia, che ti rallegra e se ne va.

Se non vedi quella mano, né quella bocca che ti bacia se l’aria che ti crea l’illusione di baciare oh, Viandante che hai gli occhi come il cielo fusa nel vento. Mi riconoscerai?

Alfonsina Storni

Sensi di colpa

Parlando con le tante persone che ho incontrato nella mia esperienza di vita, ho notato come siano generalmente importanti e nefasti i sensi di colpa. Nelle persone c’è una voce interiore, silente, che continuamente ricorda loro qualcosa di spiacevole e disarmonico che le tiene inconsapevolmente legate a un passato mai superato. È la voce della coscienza.

La coscienza è in ognuno di noi (anche se sembra che in alcuni manchi, la coscienza è sempre presente). È un meraviglioso dono mentale che ci mette in guardia da ciò che può essere male per noi o per gli altri, aiutandoci a vivere serenamente con ciò che ci circonda.

Quando noi, in buona o cattiva fede, compiamo qualcosa di scorretto o contrario al nostro credo, proviamo una orribile sensazione e veniamo invasi da un grande rimorso: questo è il senso di colpa. In una situazione esistenziale armoniosa la nostra coscienza entra in azione per impedirci di agire in modo sbagliato. Ma noi non nasciamo comprendendo e sapendo già tutto, anzi si nasce e si vive per imparare a vivere. Così, spesso, si agisce male e poi nascono in noi i sensi di colpa. Questi sentimenti, se non elaborati, bloccheranno la crescita personale sia dal punto di vista emotivo che da quello spirituale.

L’essere umano si sente sempre in colpa. Molte volte questo sentimento è un modo per non assumersi le proprie responsabilità. Ci sentiamo in colpa per qualcosa che abbiamo fatto, ma anche per ciò che non abbiamo fatto; per qualcosa che ci hanno fatto, ma anche per qualcosa che non ci hanno voluto fare. Attraverso questo sentimento viviamo legati a un passato feroce, cosa che ci impedisce di affrontare un presente imbarazzante e un futuro che ci spaventa.

Ma non dobbiamo restare legati al passato, dobbiamo e possiamo essere responsabili delle nostre azioni e della nostra vita. Dobbiamo ricordare che esiste una sacra legge di causa ed effetto, e che ad ogni azione corrisponderà una reazione che avrà delle conseguenze su tutto il nostro vissuto.

Quando il vostro senso di colpa si farà sentire, siate onesti e sinceri con voi stessi e guardate realmente come e perché certe situazioni si sono manifestate. Analizzate bene tutto e lasciatevi in pace, perdonatevi e chiedete perdono se siete stati voi la causa di un malessere altrui. Cercate in tutti i modi e con ogni mezzo di porre rimedio a questo conflitto interiore, che si verifica per la nostra liberazione. Soprattutto vivete nel presente, dimensione in cui i fantasmi del passato non hanno posto; provate a fare le vostre scelte ascoltandovi e non tradendovi.

Sarebbe opportuno ricercare le persone con le quali siamo in conflitto e chiarire i motivi che ci hanno portato ad esso. Ma non sempre siamo così evoluti e talvolta quelle persone non sono più presenti – tuttavia il conflitto è rimasto vivo nella nostra memoria e fra le pieghe dei nostri muscoli. E fino a quando non risolveremo i nostri conflitti, chiarendoli, tutti i nostri rapporti successivi saranno minati da un malessere. Proprio come avviene in un falso bilancio: fino a quando non viene risanato l’errore, tutti i bilanci successivi saranno anch’essi falsi perché prodotti da una menzogna iniziale.

Ma poiché tutto è frutto della nostra mente, possiamo andare a cercare queste persone a livello mentale e rimediare. L’esercizio che vi propongo nelle pagine seguenti, vi servirà per uscire dal blocco paralizzante che è la morsa dei sensi di colpa: fatelo con coscienza e vedrete quante sorprese avrete nei giorni successivi, quante cose vi insegnerà su voi stessi. Auguri.

Fraternamente Edgardo

L’Amore ritrovato

Quello che segue è un esercizio faticoso, abbastanza lungo ma alquanto utile. Lo chiamo anche “Esercizio del Risanamento”, perché ci permette di esprimere un sentire in un passato non espresso e di dire ciò che, per qualunque motivo, nel passato abbiamo taciuto.

Come prima cosa dobbiamo riflettere con onestà su un conflitto personale e individuarlo; al tempo stesso, dobbiamo individuare la persona (che può essere vivente, ma non è detto) con la quale manteniamo in vita mentalmente il conflitto.

Ma possiamo anche utilizzare questo esercizio per andare a ritrovare persone a noi care, per esprimere loro tutto il nostro affetto e riconoscimento o soltanto per far loro visita.

Dobbiamo ricordarci che ogni rapporto umano avviene attraverso la mente, dove non esiste un ordine logico temporale né fisico, né tempo né spazio, dove tutto è possibile.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri tirandolo verso l’interno; una volta oltrepassato, il cancelletto sparisce nel muro.

Improvvisamente ti trovi in uno spazio vuoto avvolto dalla nebbia. C’è un silenzio quasi assordante. Senti che stai calpestando la neve e avverti il freddo nei piedi che ti sale per le gambe, per la spina dorsale e ti arriva fino alla testa.

Cominci a camminare e la nebbia piano piano si dirada. Ti rendi conto di essere in un bosco coperto di neve: c’è un silenzio ovattato.

Vedi delle conifere che si ergono maestose con i loro rami carichi di neve. Tira un’aria fredda e continui a camminare con gran fatica, ad ogni passo i tuoi piedi spariscono nella neve. L’aria è limpida, ma non si vede il cielo: vi è solo la presenza di alberi maestosi e neve. Scorgi un sentiero e continui a camminare con gran fatica, pestando una poltiglia di fango e neve. Tutti i tuoi abiti sono coperti di neve, quasi volessero mimetizzarsi con l’ambiente. Senti un gran freddo, ma il desiderio di proseguire ti riscalda il cuore e ti accende l’anima.

Il vento ghiaccio ti punge il viso e senti in lontananza l’ululare di lupi immaginari, ma niente ti spaventa.

Vai avanti attraversando il bosco di maestose conifere, tutto innevato.

Nessun altro si addentrerebbe in un bosco simile, ma l’importanza del viaggio che hai intrapreso ti dà tutto il coraggio necessario, anche se le forze sembrano venirti meno.

Hai voglia di continuare? Se non è così, trovi alla tua destra un grande tubo trasparente e illuminato d’azzurro con dentro uno scivolo che ti permetterà di uscire immediatamente dall’esercizio. Se invece vuoi proseguire, continua l’esercizio.

Sei esausto e cominci a dubitare della scelta fatta, quando improvvisamente davanti ti appare un sentiero sul quale la neve sta cominciando a sciogliersi.

L’allegria torna in te e sei consapevole di esserti lasciato la tristezza alle spalle.

Ora che la neve si è sciolta cammini più agilmente ed un vento caldo ti avvolge, ti sembra di essere in primavera.

Vedi un bosco di alberi fioriti e lì ti addentri. Appena fatti un po’ di metri, i fiori diventano fiamme e ti trovi a camminare in mezzo ad un bosco che si sta inesorabilmente incendiando, ma niente ti può fermare. Senti sotto i tuoi piedi il terreno caldo e alcuni rami bruciati ti graffiano le gambe, fai fatica a scansare i tizzoni che cadono dall’alto; l’aria è acre.

Nessun altro si addentrerebbe in un bosco simile, ma l’importanza del viaggio che hai intrapreso ti dà tutto il coraggio necessario per farlo, anche se le forze sembrano venirti meno.

Cammini indefesso e con una grande serenità interiore.

Oramai i tuoi vestiti sono laceri, il viso sporco di fuliggine ed i capelli pieni di cenere; il tuo corpo è tutto graffiato.

Hai voglia di continuare? Se non è così, trovi alla tua destra un grande tubo trasparente e illuminato d’azzurro con dentro uno scivolo che ti permetterà di uscire immediatamente dall’esercizio. Se invece vuoi proseguire, continua l’esercizio.

Non importa in che condizioni ti trovi: vai avanti consapevole che, così come è avvenuto con la neve, anche il fuoco svanirà… E così accade.

Ora ti trovi in mezzo a un prato fiorito, in riva a un laghetto d’acqua cristallina con pesciolini colorati. Ti inginocchi e vedi il tuo volto riflesso; prendi con le mani un po’ d’acqua per bere e poi ti lavi il viso.

Riaprendo gli occhi vedi il cielo azzurro e sgombro dalle nuvole: una grande gioia ti invade e dall’altra parte del lago scorgi una cascata. Entri nel lago, che non è profondo, e cammini verso la cascata. Una volta arrivato ti tuffi sotto l’acqua e lasci che questa, scivolandoti addosso, ti lavi da tutte le impurità.

Vedi che tutte le ferite si risanano e la tua pelle diventa splendente e luminosa. Ti senti trasparente. La cascata si apre in due ed in mezzo nasce un arcobaleno. Passi tra le due cascate che, una volta attraversate, si riuniscono nuovamente.

Ora hai la cascata alle spalle e ti trovi in un magnifico e fatato giardino con alberi secolari, prati sconfinati e immensi fiori multicolori che, muovendosi al vento, suonano come campanellini. Vedi che l’arcobaleno è composto di bellissimi uccelli variopinti che, avvertendo la tua presenza, formano sulla tua testa un’infinita spirale.

Intraprendi un sentiero fiorito e scorgi in lontananza un cottage. Ti avvicini: è la casa dove vive l’entità che sei venuto a trovare.

C’è una palizzata bianca coperta di rose; al suo interno alcune oche giocano in giardino. Ti avvicini all’entrata del giardino dove c’è una campana: la suoni tre volte e a gran voce pronunci il nome dell’entità che sei venuto a trovare.

Vedi che la porta d’ingresso del cottage si apre lentamente e appare, luminosa e sorridente, l’entità che sei andato a trovare: per amore tuo ha ripreso le sembianze con cui eri abituato a vederla. Entri in giardino e l’entità ti viene incontro: non potrai mai toccarla fino alla fine dell’incontro e non potrai entrare nella casa. Per questo motivo l’entità ha preparato un gazebo all’aperto dove riceverti. Vi incamminate insieme verso il gazebo e siete entrambi contenti di incontrarvi nuovamente. Arrivati al gazebo vi sedete su due comode poltrone, l’una di fronte all’altra.

C’è un gran silenzio… Si sentono solo il fruscio delle foglie degli alberi, il tintinnio dei fiori, il cinguettio degli uccellini e gli starnazzi delle oche.

L’entità ti guarda incuriosita e in attesa di comunicare.

Ora, per dieci minuti, potrai parlare con l’entità e potrai spiegarle il tuo sentire.

Non potrai farle domande né accuse, potrai solo spiegarle ciò che provi e perché sei lì. Una volta espresso il tuo sentire, ascolti la spiegazione che l’entità ha da darti.

Ora rispondi all’entità Ora ascolta ciò che l’entità ha ancora da dirti.

Ora rispondi all’entità.

Ora ascolta per l’ultima volta ciò che l’entità dice.

Ora le cose sono chiare per entrambi.

Adesso vi alzate e tu chiedi all’entità la sua benedizione e la sua autorizzazione a poter continuare la tua vita terrena in modo libero e gioioso, ed a poter fare cose importanti anche in suo onore. L’entità ti benedice e ti autorizza a poter continuare la tua vita terrena in modo libero e gioioso, ed a poter fare cose importanti anche in suo onore.

L’entità ti chiede di darle la tua benedizione per poter continuare il suo percorso libero e in pace. Tu le dai la tua benedizione e le auguri la pace.

Ti senti in pace.

Ora l’entità, amorevolmente, ti accompagna in fondo al giardino dove c’è un grande tubo trasparente ed azzurro, pieno di luce.

Soltanto in questo momento vi abbracciate fortemente – e tu senti in mezzo al petto una grande energia, un gran calore. Una parte del tuo cuore è stata ritrovata e reinserita. Ora il tuo cuore può cominciare a battere intensamente, liberamente e pieno di gioia.

L’entità ti fa entrare nel grande tubo che ha dentro uno scivolo pieno di luce.

Vi salutate e tu cominci a scivolare, avvolto da una luce azzurra, verso la tua vita quotidiana con l’entusiasmo di vivere di nuovo liberamente, in pace, con gioia e di nuovo in amore. Ora sei tornato sulla tua sedia, avvolto dalla tua coperta, completamente risanato e con l’amore ritrovato.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Ora rimani immobile per alcuni minuti, ascolta o recita una preghiera o un mantra.

Il ponte

Questo esercizio è utile per creare spazio nuovo in noi stessi, per comprendere quali sono le cose veramente importanti da conservare, riconoscendo ad esse un valore emotivo che ci ha permesso una vita amorevole e gioiosa; e quali invece, anche se importanti, in quanto esperienze di vita, sono da lasciare lontano dal nostro cuore. Si tratta di suddividere mentalmente la nostra vita in quattro periodi uguali, dalla nascita ad oggi.

Durante la visualizzazione è probabile che vediamo e comprendiamo che molte cose che abbiamo considerato buone e amorevoli per noi, non lo siano state affatto. Questa nuova consapevolezza ci aiuterà a vivere in modo più amorevole e leggero.

Il giardino del posto nuovo, come ogni giardino, rappresenta il vostro spirito e la casa rappresenta la vostra nuova vita. Tutta da tinteggiare e tutta da arredare, ma soprattutto tutta completamente da amare.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro e lo oltrepassi richiudendolo alle tue spalle. Il cancelletto sparisce nel muro.

Adesso sei in mezzo a un prato infinito e cominci a camminare.

Senti le gambe pesanti e fai i passi con grande fatica, come se i tuoi piedi non volessero staccarsi dalla terra.

Fai 9 passi e ti fermi a riposare.

Ti volti all’indietro e improvvisamente ti appaiono tutte le cose e le persone che hanno fatto parte del primo periodo della tua vita. Da un lato ci sono tutti coloro che ti hanno amato e tutti i luoghi e le cose che tu hai amato; dall’altro lato ci sono tutte le persone che non ti hanno voluto bene o ti hanno osteggiato, e tutte le cose ed i luoghi che rappresentano il tuo dolore.

Le guardi attentamente, poi ti giri e riprendi a camminare per altri 9 passi con gran fatica, come se i tuoi piedi non volessero staccarsi dalla terra. Ti fermi a riposare nuovamente e ti volti all’indietro. Vedi le cose e le persone che hanno fatto parte del secondo periodo della tua vita. Da un lato ci sono tutti coloro che ti hanno amato e tutti i luoghi e le cose che tu hai amato; dall’altro lato ci sono tutte le persone che non ti hanno voluto bene o ti hanno osteggiato, e tutte le cose ed i luoghi che rappresentano il tuo dolore.

Le guardi attentamente, poi ti giri e riprendi a camminare per altri 9 passi con gran fatica, come se i tuoi piedi non volessero staccarsi dalla terra. Ti fermi a riposare nuovamente e ti volti all’indietro. Vedi le cose e le persone che hanno fatto parte del terzo periodo della tua vita.

Da un lato ci sono tutti coloro che ti hanno amato e tutti i luoghi e le cose che tu hai amato; dall’altro lato ci sono tutte le persone che non ti hanno voluto bene o ti hanno osteggiato, e tutte le cose ed i luoghi che rappresentano il tuo dolore.

Le guardi attentamente, poi ti giri e riprendi a camminare per altri 9 passi con gran fatica, come se i tuoi piedi non volessero staccarsi dalla terra. Ti fermi a riposare nuovamente e ti volti all’indietro. Vedi le cose e le persone che hanno fatto parte del quarto periodo della tua vita. Da un lato ci sono tutti coloro che ti hanno amato e tutti i luoghi e le cose che tu hai amato; dall’altro lato ci sono tutte le persone che non ti hanno voluto bene o ti hanno osteggiato, e tutte le cose ed i luoghi che rappresentano il tuo dolore.

Le guardi attentamente, poi ti giri e riprendi a camminare per altri 9 passi con gran fatica, come se i tuoi piedi non volessero staccarsi dalla terra. Ti fermi a riposare nuovamente.

Vedi davanti a te un ponte cinese di legno rosso, che unisce le due sponde di un fiume di acqua cristallina.

Ti volti indietro e guardi. Da un lato ci sono tutti coloro che ti hanno amato e tutti i luoghi e le cose che tu hai amato; dall’altro lato ci sono tutte le persone che non ti hanno voluto bene o ti hanno osteggiato, e tutte le cose ed i luoghi che rappresentano il tuo dolore.

Sorridi e saluta tutti quelli che hai amato e che ti hanno amato; guarda come ti salutano con la mano. Ignora tutti gli altri.

Cominci ad attraversare il ponte camminando all’indietro; i tuoi piedi ora sono leggeri e liberi. Sei a metà del ponte e guardi in basso l’acqua cristallina del fiume. Guarda i pesci rossi e le carpe imperiali multicolori.

Guarda ancora tutti coloro che hai amato e che ti hanno amato: nota come sono felici e senti quanto anche tu lo sei.

Cammini all’indietro e giungi in fondo al ponte. Sei sull’altra riva.

Vedi che il ponte è legato alla terra con delle corde rosse.

Sciogli le corde.

Vedi come il ponte cade nel fiume di acqua cristallina e la corrente delicatamente lo porta via. Ora niente ti lega al tuo passato.

Ti senti leggero, sereno e contento.

Ti giri e vedi davanti a te uno sconfinato giardino: è come lo hai sempre immaginato… Come ti senti?

Cominci a passeggiarci e senti di prendere possesso e dimestichezza di questo meraviglioso luogo. Si erge davanti a te una costruzione: è la tua nuova casa ed è come l’hai sempre sognata. C’è una scalinata per accedervi.

Entri nella casa e giri per tutte le stanze, che sono vuote.

Arrivi in fondo alla casa e trovi una porta che dà accesso, tramite un’altra scalinata, al giardino sul retro.

Scendi in giardino dalla scalinata e giri intorno alla casa.

Ora sei nuovamente di fronte alla tua casa.

Come ti senti?

Cosa senti?

Nei giorni successivi potrai entrare per tingerla, arredarla e abbellirla come hai sempre sognato. Potrai amarla come il tuo luogo sacro.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Chi si brucia con il suo latte
vede una mucca e piange.

Anonimo spagnolo

L’antica ferita mai rimarginata

Una mattina di alcuni anni fa, camminando scalzo per il mio giardino, mi tagliai ad un piede con un pezzettino di vetro procurandomi una piccola ferita, quasi insignificante e subito dimenticata.

Quella sera dovevo andare a una festa; così, dopo una doccia rinfrescante, vestito che ero un amore, in allegria e insieme ai miei amici andai al ricevimento.

Mi divertii molto, mangiai e bevvi tanto; feci solo un ballo, perché non ho mai amato vedere e sentire il mio corpo dimenarsi in modo strano.

Era una bella festa ma, anche se mi divertivo e partecipavo con interesse a tutto, il piede mi faceva male e mi procurava uno stato di malessere.

Tornato a casa guardai la ferita, che da piccola era diventata più grande e cominciava a infettarsi – proprio perché ignorata e non curata. Dopo i lavaggi, le cure e le bendature smise di farmi male e mi sentii meglio, potendo così concentrarmi per ricordare a come era stata bella la serata appena trascorsa. Ebbi fortuna perché la ferita era a fior di pelle e molto piccola. Ma pensai all’ipotesi di poter ferire anche l’Anima, senza mai accorgersene, e agli effetti che potrebbero esserci sul vivere quotidiano di un essere umano.

L’esercizio che segue è stato creato con l’intenzione di cercare e di guarire una “antica ferita” mai rimarginata, perché non compresa e non curata.

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

È una bellissima settimana di primavera.

Decidi di mangiare fuori, al contatto con la natura. Vuoi fare un pic-nic. Così vai in cucina e prepari una bella cesta con tutto ciò che serve per mangiare all’aria aperta. Prepari dei panini, dei dolci, del caffè che metti in un thermos, una piccola bottiglia di latte, dei succhi di frutta, una bottiglietta di acqua minerale, tovaglioli di carta, piatti di carta, bicchieri di carta, le posate e una bella tovaglia multicolore da stendere sul prato; poi ancora una soffice coperta di pile, un po’ di carta igienica, salviette umide e profumate, dei cerotti nel caso ti graffiassi.

Ora che è tutto pronto prendi la cesta, un mantello, un cappello ed esci per la passeggiata, incamminandoti verso il bosco in cerca di una radura soleggiata dove poter mangiare in tranquillità. Prendi un sentiero che conduce verso il bosco e noti la bellezza che ti circonda: sei in pace e contento. Il Sole bacia il tuo viso.

Cammini in allegria per questo sentiero circondato da rovi. La tua cesta è un po’ pesante, ma sei contento; ti senti libero ed in pace con il Creato.

Entri nel bosco, che ti accoglie con il cinguettio degli uccellini, e avverti una leggera brezza marina. Fai qualche metro e trovi la tua desiderata radura soleggiata. È meravigliosa: un immenso tappeto d’erba verde chiara, circondato da alberi secolari. È il posto ideale per il tuo pic-nic. Appoggi la tua cesta sull’erba e sei pronto per apparecchiare, quando senti un lontano miagolio. Non ci fai molto caso, ma il miagolio continua ed è sempre più insistente e chiaro. Così, predisposto a mangiare in pace, decidi prima di risolvere il mistero. Riprendi la tua cesta e cominci a cercare, per scoprire da dove provengono questi noiosi miagolii. Niente di strano si nota nelle vicinanze.

Ti avvicini ai rovi e avverti che, al di là dei cespugli, i miagolii sono più forti.

Con coraggio ti apri la strada attraverso i rovi e ti graffi ovunque, ma procedi oltre. I miagolii si fanno sempre più chiari e distinti, ti rendi conto che non sono miagolii, ma è un lontano e flebile pianto di bambino, intercalato a singhiozzi.

Ora sei più agitato e incuriosito, ti affretti nella ricerca; sempre con la cesta ben salda fra le tue mani, sposti le frasche. Riesci ad attraversare i rovi, finalmente, e ti trovi in un’altra radura un po’ cupa ma tanto verdeggiante.

Il pianto adesso è più chiaro, e vedi davanti a te una strana e bizzarra costruzione in stile neogotico. Ti avvicini e scopri che il pianto proviene dal suo interno.

Sei davanti alla porta: una vecchia e pesante porta, fatta di grate di ferro e lastre di cristallo. Guardi attraverso di essa e intravedi una piccola figura in un angolo in fondo alla stanza, rannicchiata sul pavimento. Spingi la pesante porta ed entri.

Ora sei dentro la stanza. Come ti senti? Che cosa senti? Che temperatura avverti? Corri verso la figura e ti fermi a guardarla. Chi è la piccola creatura nuda e infreddolita, sporca e affamata? La riconosci?

Lasci sul pavimento la cesta e prendi fra le tue braccia la creatura, ormai quasi senza forze. La osservi attentamente e vedi che ha una ferita sul costato, mai guarita. Appoggi con cura la creatura, apri la tua cesta e tiri fuori l’acqua e le salviette umide, e cominci a lavare il piccolo essere. Ora la creatura è pulita e ti guarda triste. In tutta fretta le dai del latte e qualcosa da mangiare. La creatura comincia a riprendere forza. Il suo sguardo è più vivace e tu sei contento. Guardi la sua ferita mai guarita. La riconosci? Ti ricordi? Hai compreso?

Con grande amore imponi le tue mani calde e pulite sulla ferita e invochi l’Altissimo, le forze della natura, gli spiriti del cielo, della terra e del sottosuolo per aiutarti a far rimarginare questa antica ferita.

Con sorpresa vedi che una luce dorata parte dal centro delle tue mani e, toccando la ferita, risana la carne; la ferita svanisce e lascia il posto a una tenera e luminosa pelle di bambino. La creatura ti guarda con dolcezza ed espressione di ringraziamento.

Cosa senti? A che cosa pensi?

La creatura continua a mangiare con gusto e improvvisamente comincia a crescere e a prendere una forma sempre più conosciuta. Il suo corpo si fa lucente.

La riconosci? Ti riconosci? Che cosa senti? Come ti senti?

La creatura è sempre più luminosa: cominciano a uscire fasci di luce da ogni suo poro. La creatura cresce sempre di più ed è sempre più luminosa.

Ora si dissolve nell’aria, in una nuvola azzurra e dorata che invade tutta la stanza; poi crea un vortice che, avvicinandosi al tuo cuore, entra in te per restarci.

Una grande energia ti invade e un meraviglioso calore nutre ogni tua singola cellula. Tutta la gioia è ritornata in te.

Esci contento dalla bizzarra costruzione con la tua cesta in mano e vedi che ti accoglie uno splendido bosco in fiore. Il Sole bacia il tuo volto, la brezza quasi marina porta con sé il canto melodioso degli uccelli e le farfalle multicolori ti segnalano la via verso casa.

Sei in pace pieno d’entusiasmo, tutta la gioia del Creato abita in te.

Il tuo petto si riempie d’aria fresca e pura.

Sei felice e nessuna tristezza abita più in te.

Ti sei guarito.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Dal profondo

Gli anni gioiosi e ridenti erano ormai passati: una mattina d’inverno, un vento freddo li aveva portati via per sempre e mai più sarebbero tornati.

Tutto ormai era diverso, anche il mio corpo – ma soprattutto i miei pensieri. Ero una persona più grande e facevo fatica a rendermene conto. La mia vita era stata talmente intensa e piena di forti emozioni, che tutte le mie energie erano state utilizzate per sopravvivere – piuttosto che per vivere.

Ma ora mi trovavo in grave difficoltà. Avevo perso tutto e anche gli affetti più cari erano svaniti – così come, in quegli anni, tante persone erano scomparse. Nessuno si chiedeva quale fine avessero fatto. La vita continuava senza di loro. Così anche la mia vita doveva continuare: andare avanti ma senza sapere dove e neppure con quali mezzi.

Mi sentivo un fallito, inutile, una cosa finita, solo e in miseria. Era una sensazione terribile, ma era così: era la dura e cruda realtà. Pensavo a che cosa fare, ma non trovavo niente di utile. Ad un certo punto mi ricordai che da bambino, per gioco, avevo nascosto delle sterline d’oro dentro un calzino, a sua volta riposto in fondo a un baule dentro il mio vecchio armadio azzurro che un’adorata amica, ormai perseguitata e fuggiasca, mi aveva regalato.

Così, pieno di speranza, corsi in garage e mi tuffai dentro l’armadio e poi sul baule, a cercare con insistenza e tirando fuori tutto ciò che trovavo. Ad un certo punto, in fondo al baule, nell’angolo a sinistra, scovai il mio “tesoro”: il piccolo fagotto di calzino. Lo afferrai con gioia e mi sentii rincuorato; lo aprii velocemente. Le mie vecchie sterline d’oro mi riapparvero scintillanti: ero salvo!

Guardai ancora dentro il baule; lì era rimasta per anni anche una mia bellissima macchinina gialla, senza faro, che avevo amato tanto. La presi fra le mani ed ebbi una strana sensazione: mi misi a piangere, memore del detto: “Come è triste, in miseria, ricordare i tempi felici”.

Ma il mio pianto era diverso e sentii una voce che mi sussurrava: «Ah… com’è triste in miseria restarci ancora». Non capii subito, ma cominciai a pensare e, mentre osservavo fra le mani la mia macchinina, all’improvviso mi ricordai di tutti i bei tempi, di tutte le persone amate, di tutto l’amore che avevo dato e provato; e ancora di quanto avessi lavorato (quasi sempre con successo), di tutte le imprese eroiche che nel mio piccolo avevo compiuto, di quanto coraggio fossi stato capace di mostrare e anche di quante paure avessi affrontato… – e come sempre ero rimasto in piedi, nonostante tutto.

E ora, anche in miseria, ero sempre lo stesso: quell’eroe che avevo appena rivisto o visto per la prima volta. Non potevo restare a subire, non potevo nemmeno cambiare la sorte del mio paese e neanche ripristinare un passato ormai remoto e definitivamente perduto.

Ma io ero me stesso e potevo reagire, potevo fare – perché molte altre volte avevo fatto. Mi resi conto di esistere e del mio immenso valore come persona umana. Quel mio stato di miseria era solo una piccola parte amara di una vita meravigliosa, e stava solo a me decidere come sarebbe andata da lì in poi.

Così presi la macchinina e le sterline ed uscii dal garage con un atteggiamento nuovo, pieno di speranza ed entusiasmo. Cambiai solo una delle sterline.

Di lì a poco trovai un lavoro temporaneo, che mi permise di vivere fino a quando la mia vita tornò ad essere una eterna primavera sul mare Mediterraneo. Ma questa è un’altra storia, ancora più emozionante e che continua ancora oggi!

Autostima

Accanto a un imponente nespolo cresceva con difficoltà uno striminzito ibiscus che, rivolgendosi al nespolo, disse: «Sai, io sono nato da una preziosissima e delicatissima pianta che deve essere trattata con molta cura e tanta attenzione».

«Davvero?!» – esclamò l’imponente nespolo – «Io invece sono nato da un frutto marcio».

Egocentrismo puro

Un pensiero davvero malsano ed egocentrico è quello di credere che siamo importantissimi, indispensabili, che ogni nostro affare o esperienza siano di interesse nazionale, e che tutte le cose e i mali del mondo dipendano in qualche modo da noi.

In realtà, siamo importanti ed ogni evento che ci accade è importante, ma nella giusta misura e non sempre i meriti sono nostri. Soltanto le nostre scelte personali dipendono da noi.

Diamo spazio anche agli altri! Siamo responsabili! Rilassiamoci!

Psicanalista scampato

Un giorno, dopo che con mia madre avevamo fatto shopping, non riuscivamo a trovare un taxi per tornare a casa, perché a Buenos Aires c’era una grande fiera. Così prendemmo un autobus di linea stracolmo di persone tristi (lavoratori) e ci trovammo a viaggiare tutti pigiati e spinti da ogni parte.

Ad un certo punto, avvertii che stava per “scapparmi” una scoreggia. Cercai di trattenerla; alla fine, però, con tutti quegli spintoni mi scappò… Mia mamma, guardandomi e sorridendo, mi sussurrò: «Si è sentita! Sai?!».

Improvvisamente l’autobus si fermò, aprì le porte e tutte le persone scesero di corsa. Mia mamma, ridendo ancora, mi disse: «Te l’avevo detto che si era sentita…». Ci rimasi malissimo. Ma mia mamma, carezzandomi la testa, aggiunse: «Dai, stupido, siamo arrivati al capolinea! Dobbiamo scendere anche noi».

Se non me l’avesse spiegato, sarei rimasto con un complesso di abbandono e dieci anni di terapia.

I dolci

In televisione annunciarono che ci sarebbe stato uno sciopero della CGT e i manifestanti sarebbero andati in Plaza de Mayo davanti alla sede del Governo.

La mamma pensò bene che sarebbe stato utile per noi ragazzi assistere ad uno sciopero dal vivo, perché, secondo lei, era una grande conquista dei lavoratori e una delle fondamentali espressioni della democrazia (evento raro in Argentina). Così informò nostro padre, il quale non era d’accordo né con lo sciopero in se stesso né con il fatto di andare in mezzo alla “massa sudata”, rischiando di essere picchiati dalla polizia…

Ma mia madre aveva una teoria fantastica per le donne: «Di’ sempre di sì, fa’ come ti pare e se ti va male ti metti a piangere». Questa tattica per lei, le mie sorelle e le sue amiche funzionava davvero; a me, invece, aveva solo procurato più botte, perché gli uomini non piangono.

Fu così che la mamma, di nascosto, ci accompagnò allo sciopero. Quel giorno a Buenos Aires faceva un gran freddo. Girellando con curiosità per Avenida de Mayo, ci tenevamo a distanza di sicurezza dai manifestanti che urlavano e sbandieravano cartelloni colorati.

A un certo punto, decidemmo di prendere qualcosa di caldo al caffè “Tortoni”, un bel locale dei primi del Novecento, famoso per i suoi dolci e per la bellezza dei suoi ambienti. Appena entrati, le mie sorelle ed io corremmo alla vetrina dei dolci, dove c’era una signorina tutta agghindata in blu, con la cuffia e i guanti bianchi, la quale, con un sorriso falsissimo stampato in viso, ci chiese: «Che cosa volete tesorini?».

Intanto la mamma era rimasta vicino al banco per fare l’ordinazione e, mentre aspettava, le si avvicinò un signore molto elegante. Alquanto insospettito, corsi verso la mamma ma restai a dovuta distanza.

Il signore elegante si rivolse alla mamma e le chiese se potesse offrirle un caffè in una giornata così fredda; la mamma, senza scomporsi, rispose: «Molte grazie, ma se vuole essere davvero gentile, per cortesia, mi paghi il conto della sarta». Il signore rimase un po’ sconcertato poi, in silenzio, si allontanò.

Mi avvicinai e chiesi alla mamma che cosa volesse il tipo; lei mi rispose enigmatica: «Voleva risparmiare!» – quindi aggiunse: «Se vuoi cose a buon mercato otterrai soltanto una vita scadente».

Dopo di che, insieme alle mie sorelle, ci sedemmo ad un tavolino e mangiammo tanti dolci buoni, costati una fortuna. Ma ne era valsa la pena!

Ritorno di vacanza

Ero tornato da poco da una breve vacanza trascorsa in una città incantevole. Avevo faticato molto per risparmiare i soldi per il viaggio. Tutto era andato benissimo, ero contento e felice della mia fantastica anche se breve gita.

Camminando in un giorno ventoso di primavera per la Avenida Alvear, la più esclusiva, ricca, snob e aristocratica strada di Buenos Aires, all’angolo con Avenida Callao, intravidi da lontano, avvolta da un sontuoso foulard di seta e con abito di “Nina Ricci”, una mia adorabile conoscente – che era proprio come Avenida Alverar: ricca, aristocratica e incredibilmente snob.

Non facendo in tempo a evitarla, speravo che non mi vedesse ma non accadde. Sentii, infatti, un urlo stridulo: «Ma che sorpresa!». Seguirono poi una sfilza di complimenti su come stessi bene abbronzato. Ero imbarazzatissimo: sapevo di essere un amore, ma non sopportavo i complimenti e neppure che le persone mi guardassero.

Quando ebbe finito di dire stupidaggini, la tizia mi chiese: «Dove hai preso tutto quel colore?». Le raccontai dove ero stato e come fossi contento. Lei aggiunse: «Ma è meraviglioso! Io ci vado ogni anno per tre mesi e sono i mesi più belli». Le risposi puntualizzando che ero stato in vacanza solo per tre giorni. Continuò a domandarmi in quale albergo mi fossi fermato, dicendo che lei era solita andare al “Plaza”, dove aveva riservata – di anno in anno – una bellissima camera con vista sul mare, nella quale le servivano colazioni fantastiche.

«Ho alloggiato in una pensione per studenti…» – le dissi. E lei, di rimando: «Che peccato! Al “Plaza” si sta d’incanto». Poi mi chiese se avessi visitato il Museo d’Arte Indigena o se avessi visto altre mostre e le corse di cavallo alla Festa del Consolato… insomma se mi fossi dedicato a qualche manifestazione mondana. Ad ogni mia risposta negativa, la pedante interlocutrice si diceva dispiaciuta per il fatto che mi fossi perso molto… Inoltre si informò, con falsa premura, se fossi andato a mangiare da “Zi Teresa” – e anche in questo caso, al mio diniego, si disse molto dispiaciuta.

Improvvisamente la mia vacanza, per me così bella e piacevole, era diventata una schifezza: mi sentivo così stupido e misero che mi entrò un gran malumore. Non vedevo l’ora di scappare e non sapevo come fare perché lei continuava a parlare. La odiavo sempre di più.

Ad un tratto si fermò e mi chiese: «Ma che cosa ci fai in centro?». Al che le risposi: «Sono venuto per prendere i biglietti per l’opera, dove andrò sabato». E lei, cinguettando: «Fantastico! Adoro l’opera, ho un palco riservato con l’abbonamento di mamma. Tu dove vai?».

Io avevo preso i biglietti per il loggione, visto che erano gratuiti. Oltre tutto, dal loggione si sentiva come se si fosse sul palcoscenico, e poi quel settore del teatro era pieno di persone colte e simpatiche. Ma non glielo dissi: avevo paura che mi rovinasse anche il piacere del teatro. Così la guardai seriamente dritto negli occhi e le dissi: «Sai, io piscio in piedi».

Lei, sorpresa, mi guardò incuriosita e rispose: «Ma che cosa c’entra il fare la pipì in piedi con il teatro?». Le risposi, imperterrito: “Eccome! È una bellissima sensazione. Mi dispiace per te, non sai che cosa ti perdi!». Quindi scappai di corsa, giurando di non parlarle mai più – e così fu.

Il papero

Un altro generale era da poco al governo. Un bel pomeriggio d’autunno, mentre passeggiavo nei boschi intorno a Palermo, vicino a una casa di città che era stata della mamma, mi soffermai in riva a un laghetto su una panchina a riflettere un po’ e mettere in ordine i pensieri.

In quel momento non riuscivo ad avere pensieri e, a fatica, cercavo di riportarli alla mente, ma questi subito sfuggivano. Neppure le angosce mi visitavano, così dedussi che forse non avevo né pensieri né angosce; questo mi rendeva molto triste. Ritenevo che le persone importanti, o di gran valore, fossero sempre attanagliate da dubbi e impegnate in elucubrazioni mentali, essenziali per vivere bene e avere un elevato status esistenziale. Personalmente, invece, non avevo niente di tutto ciò; per questo, forse, non ero tutto quel gran personaggio che da sempre mi ero creduto di essere… Con questa importante deduzione, decisi di lasciarmi in pace e limitarmi ad ammirare il paesaggio circostante.

Il mio sguardo si soffermò gradatamente sul laghetto e all’improvviso apparve uno splendido cigno che, maestoso, solcava le acque senza sollevare neppure un’onda. Era bianco e rifletteva la sua elegante immagine sull’acqua verdastra, come se fosse un’anima gemella. Avanzava maestoso, col collo eretto e meravigliosamente arcuato, spiegando ogni tanto le ali per poi continuare imponente ad attraversare il lago, avvolto da una nuvola di serenità e di calma. Mi venne in mente un quadro: Il Narciso.

Tutta la grazia del Creato era presente in quell’animale e la sua bellezza, perfettamente inserita in quell’ambiente, provocava uno strano stato d’animo. I colori del bosco, i profumi dei fiori portati da un lieve vento e la luce autunnale creavano un’emozione così forte che era quasi commovente.

Il cigno girò lo sguardo verso la riva e incuriosito cominciò ad avanzare verso la terra ferma. Giunto alla riva, con un balzo veloce uscì dall’acqua. Prima sbatté il petto a terra poi, con difficoltà, si alzò in modo goffo. Con il becco prese un biscotto sull’erba e contento, sempre inciampando, tornò di corsa in acqua muovendo pesantemente il suo gran sedere, come un papero qualsiasi.

Era incredibile come nell’acqua quell’animale fosse l’espressione migliore della potenza di Dio, per manifestare la bellezza e la grazia del Creato – e sulla terra ferma, invece, fosse così ridicolo e goffo, quasi pietoso. Che curioso, pensai… L’animale è lo stesso, ma la differenza la fa l’ambiente in cui si muove… E se questo succedesse anche alle persone?

Forse è questo il problema della natura umana e forse, proprio per questo, le persone sono sempre afflitte. Forse anche loro non hanno trovato l’ambiente adatto o vogliono muoversi dove la natura non le ha destinate, sentendosi così sempre fuori luogo o inadatte.

Decisi che da lì in poi un mio compito sarebbe stato quello di trovare un ambiente adatto, dove non sembrare un povero e ridicolo papero.

La vita, poi portò una grande “siccità” e anch’io ho dovuto imparare a camminare sulla terra ferma, come meglio potessi, ma anche questo è stato divertente. In fondo al mio cuore, comunque, aspetto intensamente la grande pioggia che riempia di acqua pura fiumi, ruscelli e laghi fino quasi a farli straripare.

Fraternamente Edgardo

Signorina Mimì

Alcune persone mi hanno fatto notare come, con poche parole, io riesca spesso a esprimere dei concetti in modo molto chiaro. In realtà, anche se mi considero logorroico, pesante e talvolta estremamente noioso, ogni tanto riesco a essere conciso. Vi racconto una storia che vi spiegherà il motivo di tutto ciò.

Vicino alla mia famiglia abitava, da sola, una signorina cinquantenne di nome Mimì. Vestiva sempre in modo molto semplice con gonne a pieghe, maglioncini sottili di lana, scarpe basse; si presentava immancabilmente senza trucco, con i capelli raccolti e una collanina di perle piccole.

Da giovanissima aveva lavorato in un grande magazzino del centro, frequentato per lo più dall’alta borghesia. In questo modo aveva anche imparato le buone maniere delle vere signore ricche e i loro noiosi atteggiamenti. Con alcune di queste signore aveva fatto amicizia e così aveva frequentato le loro case e i loro mariti, creando, talvolta, impossibili storie d’amore, ma riuscendo sempre a ottenere una “buonuscita”, che le permetteva di vivere serenamente nella sua casa in stile vittoriano ereditata dalla nonna.

In vita sua, la signorina Mimì aveva fatto un unico viaggio di una settimana a Parigi e questo la rendeva, ai propri occhi, una gran dama…

Se non fosse perché la facciata era dipinta in bianco, la sua casa si poteva facilmente confondere con quella della “famiglia Adams”. La costrizione si ergeva in mezzo a un giardino simmetrico, circondato da un’alta siepe e curato perennemente da Xavier, un aitante giardiniere francese. Entrando da un cancello cigolante di ferro e attraversando un vialetto di ghiaia, circondato da fiorellini, si arrivava ad una piccola scalinata di legno che conduceva a un ampio porticato; da questo, superando una gran porta doppia con vetrata colorata, si giungeva nel lungo ingresso che terminava con un’altra porta a vetri colorati seguita da una scala. A destra si trovavano il salotto grande, la biblioteca ed un salotto piccolo pieno di finestre, chiamato “salotto cinese”, dipinto di rosso con tante porcellane deposte su piccole mensole alle pareti; vi erano poi nappe, specchi grandi e piccoli e molte divinità di dubbio gusto, oltre a comode e profonde poltrone tappezzate di Sanderson con uccellini e tavolini laccati. Ho sempre pensato che se un vero cinese avesse visto tutto quel ciarpame, lo avrebbe definito come un “bazar turco”. In questo salottino la signorina Mimì spesso riceveva le amiche per il tè, servito ovviamente in tazze di porcellana cinese.

A sinistra dell’ingresso, invece, c’era l’enorme sala da pranzo, ricavata da due stanze, con al centro un grande tavolo rivestito fino a terra da un drappo di velluto color ocra; su di esso campeggiavano un vassoio centrotavola di frutta e fiori di cera ricoperti da una bolla di vetro, due alti candelabri in finto argento e due galli rampanti di ceramica. Intorno al tavolo, dodici sedie e delle vetrine in stile francese Luigi XVI completavano l’arredo.

Anche questa stanza era inquietante, ma un po’ più leggera rispetto al resto della casa. Da qui si andava verso un “office” verde chiaro e poi direttamente in cucina. Questa sì che era bella! Ampia e spaziosa, con grandi finestre che davano sul giardino, tutta bianca e nera, era piena di pentole di rame; in essa cucinava una grassa e simpatica cuoca, anche lei francese. Al piano di sopra c’erano le camere da letto, che non ho mai visitato.

La signorina Mimì era conosciuta anche per la sua naturale e disinvolta capacità di espressione: poteva parlare per ore senza dire niente e con tre parole spegnere qualunque sogno senza lasciare spazio a interpretazioni. La qualità del suo linguaggio era alta, parlava fluentemente cinque lingue – tanto che in giro dicevano che fosse una “purista” delle lingue.

Poiché non andavo tanto bene a scuola, anzi ero piuttosto un disastro, la signorina Mimì si propose alla mia famiglia per darmi delle ripetizioni a pagamento; così ogni pomeriggio andavo da lei a fare i compiti. Era un incubo! Nel corso delle lezioni mi faceva una serie di domande e quando rispondevo mi esortava con forza a essere più sintetico: «Stringi, stringi! Ancora più conciso!» – era il suo monito abituale.

Era molto difficile per me sintetizzare, perché nel farlo perdevo il filo del discorso. Lei insisteva e mi spiegava che alle domande bisogna rispondere in modo conciso e chiaro, senza fantasticherie; lo stesso procedimento deve essere messo in pratica quando si esprime un’idea: poche parole ma chiare e comprensibili, altrimenti le persone che ascoltano corrono il rischio di annoiarsi o comunque possono comprendere poco. È l’idea che deve essere valutata, sosteneva, non la dote oratoria del soggetto che parla. Personalmente mi sforzavo di seguire il suo insegnamento, ma non sempre riuscivo nell’intento.

Inoltre, la signorina Mimì mi diceva che nel raccontare qualcosa di interessante, come ad esempio un viaggio, dovevo impiegare tutta la mia immaginazione e ricordare tutte le emozioni provate, tutto ciò che avessi visto e compreso, tutte le persone che avessi incontrato – perché l’importanza del viaggio, a suo dire, non risiede nel luogo visitato ma nel “come” si è viaggiato. «In questo modo» – sottolineava – «è possibile far vedere agli altri, attraverso gli occhi della mente, il tuo trascorso e sarà una conversazione o un racconto ameno e interessante».

Nel corso di uno di quei pomeriggi, mentre facevo i compiti in sala da pranzo (sotto lo sguardo minaccioso dei galli rampanti), la signorina Mimì riceveva nel suo adorato salottino cinese alcune amiche tornate da poco dall’Europa. Le avrebbero raccontato le ultime novità da Parigi, e lei avrebbe riproposto per l’ennesima volta la storia del suo viaggio in Francia, che risaliva a vent’anni prima…

A un tratto, sentii improvvisamente un gran baccano in cucina, mi affacciai e subito corsi dalla signorina Mimì. Entrai nel salottino cinese urlando e chiedendo aiuto, ma lei a sorpresa mi apostrofò con queste parole: «Non si entra così in una sala! Esci, bussa, poi saluta le signore e chiedi il permesso di parlare». Così feci. Mi fu concesso di parlare e cominciai: «In cucina la cuoca, che sta facendo una torta di ciliegie…» – subito fui interrotto dalla signorina Mimì: «Non devi entrare in cucina! Comunque, stringi caro perché sono occupata con le signore».

«Bene» – ripresi – «la cuoca sta facendo una torta di ciliegie…». Di nuovo la signorina Mimì mi interruppe dicendo: «Lo so! Le ho chiesto io la torta e tu non devi disturbare la cuoca! Stringi, caro, perché abbiamo da fare».

Non sapevo come dire ciò che dovevo dire. Ad un tratto mi venne un bel discorso: «Venerdì prossimo andremo al cimitero!». «Perché dici questo, sciocco?» – domandò la signorina Mimì. «Perché dieci minuti fa di oggi, mercoledì» – ricominciai a raccontare, con la massima cura dei dettagli – «prima che entrassi per la prima volta in questo salotto cinese e vedessi voi e queste graziose signore prendere il tè, divertite da un’amena conversazione, mentre facevo i compiti in sala da pranzo, ho sentito un leggero e strano rumore che proveniva dalla cucina; quindi mi sono affacciato (anche se non potevo) e ho visto la cuoca che stava soffocando a causa di un nocciolo di una rossa e squisita ciliegia. Mi sono precipitato da voi per chiedere aiuto, ma credo che ormai la cuoca sia morta. Così» – conclusi – «dopo la veglia di giovedì, venerdì andremo al cimitero».

A quelle parole, si alzarono tutte e tre urlando e, inciampando su se stesse, corsero verso la cucina, trascinando per terra il tavolino e tutto il servito da tè. Di nascosto, presi dei biscotti e le seguii a mia volta in cucina. La cuoca si era salvata: il giardiniere per fortuna era entrato in cucina e, vedendola soffocare, le aveva piantato un bel pugno nello stomaco; così lei era riuscita a sputare il nocciolo di ciliegia, salvandosi. Una volta ristabilitasi, la stessa cuoca prese Xavier a tegamate.

Da quel giorno imparai anche a esprimermi un po’ meglio.

Incontro con Donna Giacinta

L’uomo finalmente era sbarcato sulla Luna e tutti ne parlavano, anche se non ci rendeva conto di ciò che questo evento significasse.

A casa di alcuni miei conoscenti era arrivata da Catamarca una saggia india, molto colta e che riusciva a vedere nell’anima delle persone. Il suo nome era Donna Giacinta. Si diceva che l’essenza della Pacha-Mama (Madre Terra) fosse sintetizzata in quella donna, così amorevole e confortante. Chi l’avesse incontrata, raccontava di essere rimasto estasiato dalla qualità e profondità del suo linguaggio, cosa rara per una india del profondo nord.

Così, tutto emozionato, mi detti da fare per incontrarla, chiedendo ad amici, attivi membri dell’Opus Dei, di intercedere presso di lei per avere un appuntamento. Questi amici cercarono di scoraggiarmi, dicendo che incontrarla era difficile in quanto la saggia donna era venuta in campagna, a Buenos Aires, per dei controlli medici e non desiderasse vedere persone.

Malgrado tutto, dopo qualche giorno, grazie alla mia insistenza, ottenni il tanto desiderato appuntamento. Arrivai nel pomeriggio, verso le 14:00, con mezz’ora di anticipo; così aspettai in giardino. La donna apparve sotto il porticato e fece cenno che potevo avvicinarmi; quando le fui davanti, dopo averla salutata con riverenza, lei mi chiese: «Tu chi sei?». «Sono Michele» – risposi – «e sono molto contento di incontrarla».

Questa mi guardò intensamente e mi disse: «Non è vero, vai e pensa chi sei; quando lo avrai capito, torna a dirmelo». Così feci.

Un po’ turbato mi allontanai e cominciai a pensare che forse Donna Giacinta fosse matta oppure che volesse giocare… Tornai e mi presentai nuovamente: «Sono Michele Breker, un vicino di casa». Lei, ancora più indispettita, mi ripeté: «Non è vero! Vai! E solo quando avrai capito e saprai rispondermi torna a dirmelo».

Sempre più arrabbiato, mi allontanai di nuovo. Non riuscivo a trovare la parola chiave per cominciare a parlare con lei… Dopo aver pensato un po’, mi ripresentai con un’altra risposta, ma il risultato fu lo stesso. E così per diverse volte fino a che, stanco di provare, le dissi: «Va bene: sono un essere umano!».

«Bravo!» – esclamò lei – «Non potevi dirlo prima?». Restai sorpreso. Ma lei aggiunse subito: «Può darsi che ti chiami come dici, ma quello è il tuo nome; e può darsi che anche il cognome sia giusto, ma dà informazioni sul tuo clan e anche su altre cose che possono essere vere – ma non sono te. Tu sei una persona, sei un essere umano, e ciò vuol dire essere non apparire. Sei un essere umano unico, irripetibile e dotato di una scintilla divina che è la tua anima. Sei completamente diverso da qualunque altra cosa creata nell’universo, perciò sei anche una cosa molto importante e unica: vuol dire che solo una volta si può manifestare. La tua vita è quindi ancora più preziosa, perché come sei ora e in questo tempo lo potrai essere una volta sola e mai più. Non ti verrà concesso un bis: è per questo che è importante che tu sappia vivere bene. Hai anche una scintilla divina, che è una piccolissima parte di Dio Creatore, una parte uguale a Lui. Questa scintilla è la tua anima, perciò la devi tenere sempre accesa: in quel modo avrai anche la conoscenza della vita. Ora hai compreso chi sei? Bene, dimmi anche perché sei venuto da me».

A quel punto, cominciai a parlare il più corretto castigliano che conoscessi ed a spiegarle le ragioni della mia visita con le parole più colte e i concetti più elaborati. La resi partecipe dei miei pensieri e delle mie deduzioni. Erano già trascorsi alcuni minuti, ma non mi rendevo conto del tempo che passava e continuavo a riempirla di parole.

Ad un certo punto la donna urlò: «Basta!». Restai muto. Quindi aggiunse: «La tua ricompensa l’hai già avuta: tu non sei venuto da me per comprendere, ma per mostrarti colto ai miei occhi. Cerchi di affascinarmi con parole di cui non conosci neppure il significato ed esprimi dei concetti che non solo non sono personali, ma non li hai neanche compresi. Mi consideri saggia, ma in fondo credi che sia tanto stupida da pensarti intelligente. Sei tu che ti consideri saggio, e vuoi solo il riconoscimento di ciò – perché parlando con me ti senti un mio pari. Invece sai una cosa? Ti considero uno spreco di energia e ti trovo alquanto noioso! Sei un pavone gonfiato e faresti bene a ricordarti di ciò che ho detto all’inizio».

Restai tanto male a quelle parole… Mi veniva da piangere, ma non ci riuscivo: qualcosa dentro me era così attenta che voleva soltanto riascoltare quelle parole orribili, e non voleva essere disturbata. Così, in silenzio, pensai di andarmene e, facendo due passi indietro, abbozzai un cenno di saluto con la testa.

Donna Giacinta subito disse: «Anche vigliacco?». Allora diventai furioso come una scimmia e le risposi: «No! È che non ho più voglia di ascoltare le sue parole».

«Peccato» – replicò serenamente – «perché, ora che ci siamo confrontati, potevamo parlare con tranquillità». Pensai un momento e cambiai idea. Quindi rimasi.

«Raccontami qualcosa di te» – mi invitò. Ormai più calmo, le raccontai che frequentavo una scuola privata, che non studiavo molto, che giocavo con gli amici e che leggevo tanti libri (anche se in verità ero concentrato più sulle figure che sulla scrittura); e che poi non sapevo cosa altro aggiungere della mia vita.

Lei rispose: «Certo, sei proprio noioso quando racconti di te. Vedo un povero ragazzo triste con la divisa della scuola privata, i libri sotto il braccio, poco intelligente, che fa tutto ciò che gli viene imposto. Proprio una persona noiosa…». Mi sentii ancora più triste.

«Vediamo se migliora la situazione: dimmi, come ti senti?» – mi chiese. «Triste» – le risposi.

«Triste come?» – mi interrogò nuovamente. «Triste come un salice piangente» – fu la mia risposta.

«Bene!» – disse – «E prima di incontrarmi?». Al che risposi: «Prima di incontrarla ero contento come una mattina di primavera e curioso come un gatto».

«Poi?» – mi chiese ancora. «Poi mi sono sentito arrabbiato come una scimmia e come un fiume in piena!» – le replicai.

«Bene!» – annuì Donna Giacinta – «E ora?». «Ora sono calmo come un ruscello di campagna» – riconobbi.

«Vedi com’è meglio?! Quando sarò tornata nella mia città, le persone che conosco mi chiederanno com’è andata a Buenos Aires; ed io dirò che ho conosciuto un ragazzo, che era contento come una mattina di primavera, curioso come un gatto, bello come un pavone, rabbioso come una scimmia, a volte triste come un salice piangente e anche calmo come un ruscello… E allora quelle persone diranno: che individuo fantastico! Vogliamo conoscerlo anche noi! Tutto questo perché hai espresso qualcosa di veramente tuo. Riesci a comprendere il miracolo?». Un po’ imbarazzato risposi: «No, però ci proverò».

«Ora dimmi veramente che cosa volevi sapere da me» – aggiunse. Con grande timore e con poche parole le chiesi quale fosse la cosa più importante da fare nella vita. La donna sorrise e rispose: «Nella vita la cosa più importante da fare è vivere! Questa è la risposta. Tutto il resto ha poca importanza». Restai sorpreso e deluso, allo stesso tempo, per la semplicità della risposta che tuttavia era giusta.

Allora chiesi di nuovo: «E la morte?». Lei, sempre sorridendo, disse: «La morte non esiste: quando sei vivo non ti riguarda e quando sei morto l’hai superata… Perciò non esiste. La cosa veramente grave è il non vivere, il non vivere secondo il tuo vero essere. Questo sì che è un gran peccato! Nel senso che è un grande fallimento. Aver sprecato una bellissima opportunità di gioia e di amore: questo sì che è grave!» – replicò Donna Giacinta. Poi aggiunse: «Guarda, mio caro amico, non essere triste perché ti ho detto certe cose. Dovevo farlo e forse un giorno le capirai meglio, ma sappi che ogni mia apparente aggressione era piena di comprensione e amore. Sappi inoltre che non potevo nasconderti un mio parere, perché così facendo ti avrei permesso di continuare a sbagliare. Adesso, poiché sei giovane, tutto ti viene perdonato, ma andando avanti nel tempo la vita ti avrebbe chiesto il conto… credimi! La vita è tanto generosa, ma il conto lo presenta sempre».

Mentre riflettevo su quei concetti, la saggia india riprese a parlarmi: «Ti darò un consiglio. Voi di città, quando parlate e vi raccontate qualcosa, non ascoltate mai chi vi parla e siete sempre alla ricerca della risposta che sorprenderà l’altro! Così, pensando alla vostra risposta, non ascoltate ciò che vi viene detto; e anche quando raccontate semplicemente un fatto, deve sembrare così straordinario da stupire chiunque ascolti. Dovete essere impressionanti, così alla fine fate un gran rumore e non vi capite mai. Quando esprimete i vostri sentimenti fate lo stesso, tenete nascoste le più vere emozioni che, per il fatto di essere vere, sono le più belle. Per questo ti dico: impara ad ascoltare e rifletti bene prima di rispondere; di’ ciò che veramente pensi, ma pensalo davvero! E poi non aver paura: esprimiti, come riesci meglio, con pensieri e parole semplici ma tue. Sai, da noi si dice: se qualcosa deve essere spiegata con molte parole complesse e difficili, significa che il concetto vale poco o non ha sostanza. La verità è come la bellezza, nuda e semplice».

Donna Giacinta prese un attimo fiato poi continuò: «Così, quando comunicherai con le persone, sii vero e naturale: sarai credibile e le persone si sentiranno più a loro agio con te. Guarda di non aver paura delle paure altrui ed esprimi sempre il tuo pensiero. Sii anche responsabile di quello che affermi, ma non temere. Nel momento in cui penserai che ciò che stai per dire non può essere ascoltato dalla persona alla quale ti rivolgi, fallo comunque, perché altrimenti commetteresti una brutta azione ed avresti misurato e giudicato un altro essere. Il giudicare o misurare è un atto di superbia, e soprattutto non daresti all’altro il modo di far conoscere il proprio essere perché misureresti secondo la tua metrica: comprendi? Ma ricorda: ogni volta che, durante una conversazione, toccherai un argomento intimo o profondo, sarai accusato di spingerti troppo nel personale, di essere poco discreto e sarai invitato a darti un limite. Le persone si vergognano delle loro più intime pulsioni e desiderano che queste rimangano nascoste o almeno ignorate, preferendo restare ancorate alla loro personalità apparente che le protegge da qualunque turbamento emotivo. Quando, invece, tu lapidariamente affronti un argomento, distruggi quella barriera di protezione e attraversando indifferente il campo emotivo vulnerabile arrivi all’Essere di Luce. Tale entità, risvegliandosi, destabilizza la persona perché deve mettersi in discussione – e questo non è sempre piacevole, anche se molto utile. L’Essere di Luce, durante la vita, non vede l’ora di trovare delle “ruspe” perché è stanco delle assurde prigioni che gli vengono imposte e non ne può più delle gratuite e grottesche paure. Vuole che l’uomo si conosca, che non si vergogni e che impari a essere libero e trasparente. In altre parole desidera che l’uomo non si renda ricattabile. Questo è l’unico modo in cui si possono avere rapporti umani autentici».

Un’altra breve pausa e riprese a parlare: «Perciò ti dico: sii vero nell’esprimerti e pretendi la stessa verità dagli altri, anche se molte volte questo ti sembrerà impopolare. Se devi inserire qualcuno nella tua vita intima, devi conoscerlo. Dimmi: metteresti mai in casa come soprammobile un bel vaso tutto incartato in una scatola, e questa a sua volta tenuta dentro una cassa di legno ben inchiodata e sigillata, affinché i tuoi amici, entrando in salotto, possano apprezzarne la bellezza? Questi vedrebbero solo una cassa di legno sigillata e, anche se tu descrivessi loro la bellezza del vaso, potrebbero pensare che forse la cassa è vuota. Ma anche se credessero che dentro c’è un vaso, potrebbero solo immaginarlo, secondo il loro canone di bellezza, ma mai sarebbero in grado di valutare il vero vaso. Certo, così tu saresti tranquillo del fatto che il tuo vaso è al sicuro da probabili cadute e rotture; ma nessuno, nemmeno tu, potrebbe vedere la sua bellezza. Se poi vuoi essere tranquillo veramente, appoggia il tuo vaso su di una solida base e questa la troverai solamente nella verità. Molte volte ci vergogniamo delle nostre fattezze, e su questo non si può fare molto; ma soprattutto non dobbiamo fare interventi traumatici, perché la vergogna non è fisica, ma mentale. Possiamo migliorare l’aspetto e possiamo dare anche un valore alla fattezza che reputiamo imbarazzante, possiamo renderla un nostro punto di forza, possiamo darle anche un gran valore genetico di appartenenza, possiamo renderci tanto luminosi e affascinanti da rendere invisibili le nostre stesse imperfezioni fisiche. Altre volte possiamo vergognarci per un comportamento – e in questo caso sì, che dobbiamo intervenire! Dobbiamo solo abbandonare tale comportamento oppure vergognarcene, ma non è possibile nasconderlo agli altri… perché il nostro comportamento trapasserebbe la nostra pelle, pur di manifestarsi liberamente».

Un’ultima pausa, poi Donna Giacinta concluse: «Non puoi essere in un modo, apparire in un altro e pretendere di essere accettato per quello che realmente sei; sarebbe solo una follia che ti porterebbe a vivere in ansia e a vedere nemici ovunque. Dovresti diventare un cane da guardia nei confronti del tuo comportamento. Questo è il modo in cui vivono la maggior parte delle persone, ed è molto triste. Per questo ti consiglio di vivere la vita come fosse un film che può essere proiettato e visto da tutti e che ti consenta, dopo la proiezione, di camminare per le strade a testa alta. Vedrai! È una sensazione impagabile che ti porterà a vivere sempre in allegria anche nei momenti che possono diventare più difficili. Ama intensamente e diventa avido di conoscenza perché il conoscere è amore. Ama le persone che incontrerai durante la vita perché loro sono la tua vita e conoscendole saprai chi sei veramente. Nell’immenso Cosmo i simili si attraggono e tu sei esattamente come chi è al tuo cospetto. Fa’ anche un generoso gesto di amore fraterno: permetti agli altri di conoscerti, fino a svelare le tue più intime e divine debolezze; è così che diventeranno le tue forze. Ora, caro, puoi andare, perché è già sera e sono stanca. Pensa bene al nostro incontro e almeno una delle cose mettila in pratica. Vivi ogni momento per come è utile, perché c’è un momento per ogni cosa ed ogni cosa ti sarà svelata in leggerezza al momento opportuno».

Salutai Donna Giacinta con grande allegria, mi avvicinai e l’abbracciai forte; lei emise un suono, come fossero delle fusa, e mi allontanò ridendo.

Quando tornai a casa mangiai da solo in giardino, guardando le stelle e notai che la Cruz del Sur dall’alto segnava la mia vita.

Sogno di mezzo autunno

Ero andato a letto soddisfatto di come avevo trascorso la giornata. Avevamo fatto un incontro in casa e tutto era andato bene; anche la cena dopo l’incontro era stata per me divertente ed ero felice di avere potuto incontrare quelle persone a me care e di aver avuto l’occasione di condividere con loro tempo e pensieri. Così, dopo le preghiere e dopo che i quattro gatti che dormono sul mio letto ebbero trovato una degna sistemazione, mi addormentai col suono delle loro fusa, sentendo il profumo di viole che spesso viene a trovarmi e che considero una carezza angelica.

Ero in pace, a Firenze, a casa mia, al riparo da ogni malessere, circondato da tutto ciò che amo. Nonostante questo un leggerissimo disagio faceva capolino; pensai che ci fosse una possibile causa, ma non la trovai nell’immediato e subito dopo mi addormentai.

Di sicuro erano trascorse alcune ore, quando, in sogno, ma in modo molto chiaro, quasi reale, mi apparve un’entità luminosa. Era una bellissima giovane, cinese, con la pelle chiarissima, circondata da lunghi capelli neri acconciati con dei fiori; indossava un lungo vestito bianco e oro che copriva il suo gracile corpo, e cavalcava una millenaria tartaruga con il carapace di giada. L’animale galleggiò un po’ per la stanza, poi dolcemente si avvicinò a me in silenzio.

L’entità, fissandomi serena e aprendo le mani, mi fece vedere un raggiante Sole del meriggio, trionfante in un cielo infinitamente blu. Seguì poi l’immagine di un campo appena arato, con la terra pulsante come un cuore libero dove germogliavano e crescevano velocemente piante di grano che si aprivano in cima in splendide spighe, teneramente verdi, dritte verso il Sole, per poi diventare dorate e chine verso la terra che le nutriva.

Dopo seguì l’immagine di un fiume calmo che, improvvisamente, incontrando un dislivello nel terreno in mezzo ad un imponente bosco, si trasformava in una dirompente cascata d’acqua azzurra, chiara e trasparente. Tutto era di colori così intensi e così naturali che mi sembrava di avere gli occhi aperti.

Poi l’entità chiuse le mani e mi fece vedere qualcosa di terrificante: un campo di sterminio circondato da filo spinato e cosparso di ghiaccio. A seguire un’immagine di guerra. Quindi mi mostrò dei bellissimi palazzi d’oro e pietre preziose circondati da persone malate e affamate.

Infine l’entità chiuse ancora le mani, le portò sul petto e sorridendo mi disse: «Non devi mai confondere potenza con potere, perché l’ultimo fagocita la prima; rifletti in questi giorni e agisci nel quotidiano di conseguenza». Poi cominciò a girare per la stanza e svanì così come era apparsa.

Al risveglio tutto mi sembrò normale e non fu facile rientrare nella vita di sempre. Ma ancora oggi penso che in quell’occasione qualcosa di veramente straordinario sia successo. E soprattutto ora sono in pace.

Disperazione

Camminavo allegramente in un giorno di festa su una strada di campagna. Il Sole alle spalle, lo sguardo verso nuovi e sconosciuti orizzonti, giocavo a inseguire la mia sfuggente ombra. Le nuvole apparvero, il cielo si rabbuiò e improvvisamente la pioggia cadde.

Continuai a camminare sotto il temporale senza più distinguere l’orizzonte… da solo! Tutto svanì improvvisamente, lasciando posto a nuovi ricordi, più nitidi, più vividi, più intensi ma ugualmente crudeli ed angosciosi.

Il lasciare andare era il mio destino e i mostri del passato, i miei compagni di avventura. Una cornucopia vuota, il mio bagaglio.

Davanti a me aprendo la strada, alta, magnifica, velata e fiera con il braccio alzato e una torcia spenta in mano, la Solitudine.

La meta: il nulla. La partenza: il niente. E in mezzo soltanto io. Dovevo andare avanti perché era il solo modo di ritornare. E l’avanzare con passo svelto era l’unica dimostrazione di essere ancora vivo.

Marie Louise Pidgeon

“L’anima dell’essere, illuminata dalla gioia, è così innamorata della vita che trova sempre, attraverso la mente, un modo per poter sopravvivere”.

Alta, con un grande naso all’insù, capelli castani, raccolti in una treccia arrotolata intorno alla testa, grandi e intensi occhi azzurri, una bocca piena di denti, sempre sorridente, gambe lunghe fino a terra, senza nessuna grazia, con passi lunghi e ben distesi, vestita con larghi abiti blu o beige. Così ogni giorno si presentava al mondo Marie Louise Pidgeon, la mia adorata vicina inglese.

Marie Louise abitava a due isolati di distanza da me, girando a sinistra da casa lungo la strada di ritorno dalla scuola. Si era fatta costruire una casa tipo un hangar militare, un grande mezzo cilindro di legno e lamiera adagiato su un giardino perennemente in fiore. Un bel portico con glicine dava il benvenuto, una palizzata bianca ed una fitta siepe circondavano il giardino che, come unico ingresso, aveva un cancello di legno, anch’esso bianco, dove pendeva un cartello con la scritta “tenetevi lontano”.

Quando Marie Louise passava davanti alla nostra casa, le regalavo delle camelie rosse o bianche che mia madre curava con amore e che lei apprezzava molto. La donna aveva una voce chiara e con uno spiccato accento inglese; era molto divertente perché parlava spagnolo usando le regole della grammatica inglese, e questo rendeva i suoi discorsi estremamente curiosi e non sempre comprensibili.

Ogni tanto, tornando da scuola e passando davanti a casa sua, mi fermavo per pochi minuti a conversare con lei; l’oggetto della nostre chiacchierate erano sempre le piante. In comune avevamo, infatti, l’amore per i giardini – e così, spesso, le davo una mano a tenere in ordine il suo, mentre lei mi insegnava tanti segreti delle piante. Alcune volte, dopo il lavoro in giardino, Marie Louise preparava un tè e lo serviva sotto il porticato, in bellissime tazze decorate di fiori blu intenso che si confondevano dolcemente con la porcellana bianca; accompagnava il tè con degli scones ricoperti di burro e marmellata d’arancia, panini con cetrioli e salmone. In queste occasioni mi raccontava come si svolgeva la vita nel Surrey, il luogo dove era cresciuta.

Attraverso i suoi racconti giunsi a sapere quasi tutto del Surrey, anche se non l’avevo mai visto. Conoscevo il nome delle strade e delle persone che vi abitavano; molte volte chiedevo notizie di loro, anche se non avevo neppure l’idea di chi fossero. A lei piaceva tanto parlare di quelle persone e mi teneva informato anche dei gatti di una sua vecchia vicina di casa.

Ma l’argomento più importante era un altro: suo figlio Steve, militare in Inghilterra. Di questo bellissimo ragazzo biondo c’erano foto ovunque in casa. Marie Louise mi raccontava ogni esperienza che lui faceva, e io le imparavo a memoria. Sapevo tutto di Steve, anche se non l’avevo e non l’avrei mai visto.

Sapevo di come fosse diligente e bravo a scuola, di come sapesse giocare bene a tennis e a rugby, della prima volta che si era ubriacato, della sua esperienza all’università (si era laureato con il massimo dei voti), del concorso per entrare al servizio della Corona, di quanto successo avesse con le donne e di quanti ragazzi si fossero innamorati di lui, ma senza speranza. Steve era un militare della Regina.

Ascoltando quei racconti mi sentivo una nullità e molto misero al confronto di Steve, ma ero contento per Louise che era fiera di suo figlio e viveva unicamente per raccontare le sue gesta. A me divertiva ascoltarla, mangiavo prelibatezze, inoltre conoscevo le abitudini di un altro popolo.

E come dimenticare il fatto che ogni Natale mi regalava una sterlina d’oro, simbolo di ringraziamento per il lavoro volontariamente offerto e svolto nel suo giardino? Volevo molto bene a quella donna e la trovavo oltremodo stravagante.

Un giorno piovoso di un rigido inverno, andando a scuola, vidi una figura spettrale venirmi incontro, di corsa, sotto la pioggia, avvolta in un lungo impermeabile che copriva in parte una camicia da notte; aveva i cappelli sciolti e bagnati, urlava tenendo in mano un foglio. Quando mi fu vicina la riconobbi: era proprio lei, Marie Louise Pidgeon, in uno stato di fortissima agitazione. Prendendomi per la spalla e strattonandomi con forza, gridava parole in inglese e mi mostrava un foglio anch’esso scritto in inglese. Non riuscivo a capire nulla, sia perché colto di sorpresa al mattino sia perché l’inglese non lo sapevo; sul foglio riuscivo solo a riconoscere uno stemma con una corona. Così cominciai a urlare anch’io, dicendo che non comprendevo; Marie Louise, guardandomi con gli occhi pieni di lacrime, mi disse: «Stupido ragazzo! Il mio Steve, il mio adorato Steve è morto in una manovra militare in Kenya». Poi continuò la sua disperata corsa verso il nulla.

Passarono molti e lunghi giorni, e Marie Louise si ritirò completamente dal mondo. Cadde in un mutismo assoluto. Una mattina, addirittura, salì su una lunga scala e con un rastrello si mise a staccare i fili del telefono, minacciando di prendere a bastonate il postino se le avesse mai portato la posta. Quindi si chiuse in casa. I vicini, inclusa la mia famiglia, cercarono in vari modi di aiutarla, ma lei lanciava sassi a chiunque si avvicinasse al cancello. Tutti, alla fine, si convinsero che fosse impazzita e che non si potesse fare più nulla.

Così sembrava. Non si curava più di se stessa, le rare volte che usciva per fare la spesa sembrava una barbona. Camminava lentamente, ricurva, appoggiandosi a un bastone di ebano e argento, con stampato sul volto un inquietante sorriso. La sua casa, sempre al buio, divenne ben presto un luogo impraticabile; e così il suo bel giardino, invaso dalle erbacce fino a farlo sembrare una giungla impenetrabile.

Tutti, amici vicini e conoscenti, eravamo tristi perché volevamo bene a Marie Louise, ma non esisteva niente che potesse darle conforto e non sapevamo neppure cosa fare. Sebbene la signora appartenesse alla Chiesa anglicana, anche il prete della nostra parrocchia provò a darle un qualche sollievo – ma fu bastonato e insultato, cosicché anche lui lasciò perdere.

Marie Louise era diventata una belva feroce. Alcuni vicini raccontavano di sentirla di notte, in giardino, urlare contro la Luna e poi piangere fino all’alba.

Ma ecco che un giorno di primavera successe il miracolo. Tornando da scuola, vidi degli operai al lavoro in casa di Marie Louise; appena mi vide, la donna urlò dicendomi che aveva bisogno dell’aiuto mio e di altri ragazzi per rimettere in ordine il giardino: «Una sterlina a testa» – aggiunse. Era tornata quella di un tempo, con i capelli raccolti, il suo vestito blu e soprattutto piena di energia.

Con alcuni amici mi recai di corsa a casa sua, dove lei si raccomandò che dovevamo fare in fretta: la casa doveva essere a posto entro un mese e non oltre, perché finalmente Steve tornava e lei avrebbe dato una gran festa in suo onore. Noi ci guardammo in silenzio e capimmo che le persone avevano ragione, purtroppo, nel dire che quella donna fosse ormai impazzita… Questo ci rattristava; d’altro canto, però, le sterline promesse in premio ci incoraggiavano. Dopo tre settimane la casa era di nuovo linda, verniciata e ospitale; il giardino, pieno di fiori, era tornato a essere un tripudio di colori e profumi inebrianti. La signora era molto contenta dell’opera!

La gente non sembrava credere a questo “miracolo” e stava lontana da Marie Louise – ma d’altra parte era proprio quello che lei stessa desiderava, come aveva scritto sul cancello di entrata della sua casa. Provai alcune volte a farle visita, ma la donna non gradì; quindi decisi di stare a mia volta alla larga da lei.

Trascorso un mese dal “miracolo”, tornando nel pomeriggio da scuola, la vidi seduta su una poltrona di vimini accanto al cancello; indossava un vestito fiorito, un cappello di paglia e aveva in mano un libro. Le chiesi che cosa stesse facendo e lei rispose: «Aspetto Steve! Dovrebbe arrivare a minuti e voglio essere la prima a vederlo imboccare la strada». La salutai e tirai dritto.

La mattina seguente, andando a scuola, passai volutamente per la strada davanti a casa sua; lei era sempre lì, addormentata sulla poltrona, con una bottiglia di gin accanto e una coperta scozzese sulle gambe. La chiamai e, svegliandosi, si sorprese lei stessa di trovarsi lì. Disse: «Devo essermi addormentata. Strano che ancora non sia arrivato Steve, forse avrà avuto un ritardo…» – poi prese le sue cose ed entrò in casa, mentre io proseguivo verso la scuola.

Un altro giorno, quasi sulla sera, ripassai davanti a casa sua ed ancora una volta scorsi Marie Louise seduta accanto al cancello, ma questa volta con coraggio le dissi: «Forse oggi Steve non viene; le converrebbe rientrare in casa, in questo modo si ammalerà». Lei mi rispose convinta: «Mio figlio è inglese e ha studiato a Eton. Sa bene cos’è l’educazione, se non potesse venire avvertirebbe!». A quel punto le ricordai che proprio lei aveva staccato i fili del telefono e non riceveva la posta; in quella situazione sarebbe stato impossibile, anche per una persona educata come Steve, comunicare con lei. Poi me ne andai, prima che mi prendesse a sassate.

Dopo cena, però, continuavo a pensare a quella poveretta, sempre sotto la rugiada ad aspettare un figlio che mai, nel modo in cui lei lo aspettava, sarebbe tornato! Presi la bicicletta marrone di mia sorella e mi recai da lei, trovandola come sempre seduta accanto al cancello. La salutai gentilmente e le dissi che Steve aveva appena telefonato, comunicando che aveva avuto problemi per partire perché impegnato in una missione importante. La donna mi guardò intensamente e sorrise soddisfatta. Con voce tenera mi disse: «Te lo avevo detto che mio figlio era educato; a questo punto non vi è alcun motivo per continuare ad aspettare fuori». Mi diede la buonanotte e ringraziando aggiunse: «Mi raccomando, non lo dire al prete!». Quindi entrò in casa.

Quella che le avevo raccontato era una orribile bugia e avrei dovuto pentirmi, cosa che invece non ho mai fatto; così, almeno per po’ di notti, Marie Louise avrebbe dormito al riparo. Infatti, per alcuni giorni, non si vide più al cancello.

Visto che l’espediente aveva funzionato, con due amici decidemmo che, se l’avessimo vista aspettare ancora il figlio, avremmo dovuto dirle che Steve aveva telefonato per annunciare il suo ritardo. Così facemmo e, ogni volta, la donna ci ringraziava e prima di rientrare in casa ci diceva: «Mi raccomando, non lo dite al prete!».

Noi eravamo contenti, ma la gente continuava a dire che fosse pazza; a noi sembrava solo stravagante, ma soprattutto ci incuriosiva il suo ammonimento di non dire nulla al prete. Che cosa importava al prete di Steve? Non lo conosceva neppure!

Un pomeriggio, durante il quale insieme ai miei amici gironzolavo inutilmente per la strada in cerca di “sassi blu” (belli ma introvabili), passando davanti alla casa di Marie Louise, la trovammo davanti al cancello – così ci fermammo a salutarla. Le chiesi come stesse e perché, ogni volta che le portavamo un messaggio di Steve, lei si raccomandasse di non dirlo al prete… Allora lei ci invitò ad avvicinarci, poi con le sue lunghe braccia ci strinse forte a sé – profumava di viole –, ci baciò sulla testa e aggiunse: «Perché non è cosa buona che i ragazzi parlino con i morti». Poi ci lasciò andare… Racconto di Natale, 2011

Ieri

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, lo apri all’indietro.

Lo attraversi.

Sei su un prato erboso ricoperto di piccoli fiori colorati, ti togli le scarpe e i calzini. Cammini a piedi nudi sul prato.

Senti il fresco dell’erba sulla pianta dei piedi.

Arrivi in riva ad un ruscello di acqua cristallina.

Ti siedi sulla riva erbosa e osservi l’acqua cristallina scorrere lentamente trovando sempre il modo più semplice di avanzare, livellandosi e adeguandosi al terreno, aggirando gli ostacoli senza mai indietreggiare, lentamente ma tenacemente verso un nuovo orizzonte.

Fa’ un profondo respiro.

Ora pensa dolcemente a quando hai dovuto mentirti per poter andare avanti.

Visualizza la menzogna.

Ora pensa dolcemente alla tua menzogna come un lenzuolo bianco che copre l’evento. Visualizzalo, prendi il lenzuolo bianco, toglilo e lancialo in alto, lascialo andare veloce verso l’infinito. Perché non è sulla menzogna che hai costruito la tua realtà, ma sull’evento velato. Ora guardi dolcemente e con distacco come era la realtà dell’evento.

Visualizzala, comprendila, ricollocala all’origine.

Sentila come parte integrante della tua storia, come forza energetica del tuo essere, come esperienza plasmatica della tua realtà, come un gradino della tua scala evolutiva, come alibi per non vivere pienamente la tua esistenza terrena.

Fa’ un profondo respiro.

Ora pensa dolcemente al dolore provato.

Visualizzalo.

Fa’ un profondo respiro, guarda le grosse corde intorno alle tue gambe che lo legano a te e che ti impediscono che tu proceda nella vita.

Sono forti e lunghe, sono fatte bene, sono state fatte da te con molta cura in lunghi anni. Lentamente, con entrambe le mani, sciogli le corde e lascia andare il dolore verso un luogo lontano dove il tempo è svanito.

Osserva come, allontanandosi, il dolore comincia a svanire nell’aria.

Ora è completamente sparito. Non esiste più in alcuna dimensione, neppure in te… Pensa ancora dolcemente all’evento, visualizzalo nella sua realtà e ricollocalo nel tuo passato, ma senza carica emotiva.

Ormai è soltanto un evento, importante, ma solo un evento della tua storia.

Non è la tua Storia.

Fa’ un profondo respiro, sentiti liberato e onesto con te stesso.

Senti la leggerezza della verità che ha sempre dimorato in te, ma velata.

Ora è libera e riempie tutto il tuo essere di luce che scalda il cuore.

Senti il cuore scaldarsi e battere intensamente di gioia.

Senti un gran rispetto e una grande fierezza per te, perché hai superato un evento che era una prova dura e tu ce l’hai fatta.

Fa’ un profondo respiro e pensa a tutta la bellezza della tua realtà quotidiana.

Visualizzala.

Ora pensa dolcemente a tutti gli eventi gioiosi della tua realtà quotidiana.

Visualizzali.

Ora pensa a tutto l’amore che provi per le cose care.

Visualizzalo.

Ora vedi davanti a te una nuvola rosa che profuma anche di rose.

Visualizzala.

Entra nella nuvola rosa profumata di rose.

Fa’ un profondo respiro e permetti che i tuoi polmoni si riempiano del profumo di rose, espandendosi e rilassandosi.

Senti la gioia di essere vivo.

Senti la gioia di poter provare amore.

Senti la gioia di poter dare amore.

Senti la gioia di poter ricevere amore.

Senti la gioia immensa di essere legittimato a ricevere ogni dono dalla vita.

Fa’ un profondo respiro.

Esci dalla nuvola.

Sei libero, calmo, contento e pieno di entusiasmo.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Io sono

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto, sali tre gradini e lo apri verso l’interno.

Ti trovi su un terrazzo, pavimentato di marmo bianchissimo e circondato da una balaustra, anch’essa di marmo bianco, che termina all’inizio di una scalinata formata da cinque gradini. Attraversi lentamente il terrazzo e noti il pavimento leggermente bagnato dalla rugiada, provi una bella sensazione. Ti avvicini alla balaustra e vedi uno sconfinato giardino, sembra paradisiaco; ti dirigi verso la scalinata e cominci a scendere verso questo giardino.

Poggi il piede sul primo gradino e senti il freddo marmo; poggi il piede sul secondo gradino e senti gli uccellini cinguettare; poggi il piede sul terzo gradino e senti un dolce sapore in bocca; poggi il piede sul quarto e senti il profumo inebriante dei fiori; poggi il piede sul quinto gradino e davanti a te si apre tutto il giardino fiorito con un sentiero che conduce fino a una radura illuminata dalla luce dorata del Sole.

Ti senti libero, leggero, contento. Con entusiasmo inizi a percorrere il sentiero verso il centro della radura in mezzo ai fiori e una lieve brezza marina accarezza il tuo corpo, che è diventato leggero e atletico.

Cammini con passo lento ma fermo, sei contento e allegro. Ti senti libero, sereno, contento. Alzi le braccia e lo sguardo verso il cielo e vedi il magnifico blu dell’Universo. Resti immobile e dei pensieri cominciano a giungere alla tua mente; li ripeti ad alta voce all’Universo.

Sono un essere umano con un potere infinito.

Nelle mie cellule c’è immagazzinata tutta la sapienza dell’Universo.

Merito di essere felice e di avere tutto quanto desidero nella mia vita.

Fonti di prosperità vengono verso di me quotidianamente.

Il mio corpo è sano e ha il potere di auto-guarirsi.

Da questo momento decido di essere una persona magnetica e attrattiva.

La pace interiore diventa una costante nella mia vita quotidiana.

Sento l’armonia e la felicità di essere l’artefice del mio destino.

Sono stato creato a immagine e somiglianza di un Dio onnipotente.

Decido ora di essere una persona prospera, felice e sana.

Ogni giorno di più sono vicino alle mie mete e ai miei obiettivi.

Ho la capacità e il potere di rendere reali i miei sogni.

Porto Luce Divina e armonia cosmica in ogni luogo ovunque io vada.

L’Amore vero è un mio diritto per nascita.

Amo la vita così come è; so che ogni giorno migliora in ogni direzione.

Mi amo e mi accetto per quello e per come sono.

Sono capace di realizzare ogni cosa io voglia nella mia vita.

Attiro verso di me ciò che desidero con fluidità e armonia, senza forzature.

Ogni cosa che accade nella mia vita contribuisce a rendere possibili i miei sogni. Il mio corpo si rafforza ogni giorno di più con l’andare del tempo.

Sono vivo.

Abbassi le braccia e ti senti libero, leggero contento; la luce dorata del Sole continua a scendere su di te e rende il tuo corpo luminoso.

Cominci a camminare nel giardino e ti dirigi verso il terrazzo, arrivi in fondo alla scalinata composta da cinque gradini.

Li sali lentamente uno ad uno.

Ora sei sul terrazzo e lo attraversi, vedi il muro ricoperto di fiori multicolori; vedi il cancelletto, esci verso l’esterno, scendi i tre gradini uno dopo l’altro e ti trovi di nuovo camminando accanto ad un muro ricoperto di fiori multicolori.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Resta immobile, adagiato mollemente sulla poltrona Mangia.

Grazie.

Tratto da esercizi di meditazione di Ayurveda tibetano (www.ayurvedatibetano.es).

Della prosperità

Esercizio

Chiudi gli occhi e sentiti comodo sulla sedia.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Inspira.

Espira lentamente.

Trovi un cancelletto; per arrivarci ci sono tre gradini: sali i tre gradini; uno, due, tre e apri il cancelletto verso l’interno.

Ti trovi su un terrazzo pavimentato di marmo bianchissimo e circondato da una balaustra, anch’essa di marmo bianco, che finisce all’inizio di una scalinata formata da cinque gradini. Attraversi lentamente il terrazzo e noti il pavimento leggermente bagnato dalla rugiada, provi una bella sensazione.

Ti avvicini alla balaustra e vedi uno sconfinato giardino che sembra un paradiso. Poggi il piede sul primo gradino e senti il freddo marmo; poggi il piede sul secondo gradino e senti gli uccellini cinguettare; poggi il piede sul terzo e senti un dolce sapore in bocca; poggi il piede sul quarto e senti il profumo dei fiori; poggi il piede sul quinto e vedi dinanzi a te tutto il meraviglioso giardino fiorito con un sentiero che conduce fino a una radura illuminata dalla luce dorata del Sole. Ti senti libero, leggero, contento.

Con entusiasmo inizi a percorrere il sentiero verso il centro della radura in mezzo ai fiori e una lieve brezza marina accarezza il tuo corpo, che è diventato leggero e atletico.

Cammini con passo lento ma fermo, sei contento e allegro. Arrivi alla radura e corri verso il centro mentre la luce dorata del Sole scende su di te e ti illumina dalla testa ai piedi, che sono saldi sul terreno. Ti senti libero, sereno e contento.

Alzi le braccia e lo sguardo verso il cielo e vedi il magnifico blu dell’Universo, mentre la luce dorata del Sole continua a scendere su di te e ad illuminarti.

Resti immobile e dei pensieri cominciano a giungere alla tua mente; li ripeti ad alta voce all’Universo.

Ho diritto di vivere in abbondanza.

Ho diritto per nascita ad essere felice, sono libero, ho salute e ringrazio per questo. Sono benedetto adesso dalla Luce Divina, invoco l’energia dell’abbondanza perché mi assista. La Luce Divina mi sostiene qui e ora.

Ringrazio l’Universo per tutto il bene che ricevo.

Torna alla tua sedia.

Stringi i pugni.

Fa’ un profondo respiro.

Stirati.

Tratto da esercizi di meditazione di Ayurveda tibetano (www.ayurvedatibetano.es).

Siediti e cambia il mondo

Sul finire dell’autunno, quando gli alberi perdono le foglie, i giorni si accorciano, la luce diventa tenue e tutto viene avvolto da una lieve nebbia, anche gli animi cambiano e ciò che fino ad allora ci sembrava dorato improvvisamente può apparire insopportabilmente triste.

Quando avevo 14 anni, in una grande baracca di legno situata in mezzo a un piccolo boschetto vicino a casa nostra – una misera struttura con il tetto spiovente in lamiera, senza finestre ma con due enormi e pesanti portoni di legno, senza alcun comfort, né luce elettrica gas e acqua corrente, quasi fosse un posto fuori dal tempo – abitava, insieme alla figlia Anna, Donna Ines.

Gracile, gentile e sorridente, Donna Ines era sempre disponibile ad aiutare le persone; tuttavia non permetteva ad alcuno, tranne a me e a pochi altri, di entrare nel suo territorio. Parlava poco e usciva di rado, quotidianamente intenta a lavorare la sua terra, a curare il bosco e a cucinare sopra ad un focolare costruito all’aperto. In compenso sua figlia, appassionata lettrice di fotoromanzi, era sempre in giro.

Nel quartiere tutti rispettavano molto Donna Ines, anche se la consideravano un po’ “strana”. Dicevano che fosse arrivata dalla Spagna dopo la guerra civile, e che a suo tempo in patria fosse stata un’insegnante di Filosofia all’Università di Salamanca ed un’esperta di Illuminismo. Ma dicevano pure che la guerra avesse avuto uno strano effetto su di lei, e che ora viveva come nel periodo delle caverne. Quando una volta le chiesi se fosse illuminista, Donna Ines mi rispose: «Sì, da giovane lavoravo in una centrale elettrica» – poi scoppiò in una grande risata che lasciava vedere quanti denti le mancassero.

Donna Ines mi permetteva di tagliare degli alberi per la legna; così manteneva il bosco pulito, aveva la legna per il camino e anche io potevo averne una parte. Il taglio della legna a me serviva anche per scaricare le ire e le tensioni nervose che talvolta mi assalivano. Mi avevano insegnato che le emozioni e gli stati d’animo erano una cosa intima e profonda, e così dovevano restare, soprattutto per gli uomini; alle donne era consentito esprimerli, io invece – in quanto uomo, appunto – non dovevo. Dunque, tagliare gli alberi e fare la legna era il mio unico ed utile sfogo.

Un giorno, nel primo pomeriggio (mancava ormai poco al mio quindicesimo compleanno), fui colto da un senso di tristezza e rabbia particolarmente insopportabile: vedevo il mondo un vero schifo! Così presi l’ascia e mi diressi verso la casa di Donna Ines per fare un po’ di legna, nella speranza che il mio umore migliorasse. Arrivato davanti a casa sua urlai, chiedendo il permesso di entrare; Donna Ines apparve dietro il portone della baracca e mi dette il suo consenso. Le spiegai che desideravo fare la legna, anche se il tempo non prometteva bene; lei mi chiese il perché ed io le risposi: «Il mondo fa schifo, le persone non mi piacciono e la vita è orrenda!».

A quelle parole, Donna Ines uscì dalla baracca sorridendo e mi disse: «Eh sì, hai ragione… è proprio così, la vita è un insieme di dure e durature prove, di gioie rare ed effimere. Come dici tu, proprio uno schifo!».

Sorpreso della sua risposta, le spiegai che con quel suo discorso non mi aveva aiutato molto a tirarmi su il morale. Allora, guardandomi seriamente negli occhi, mi parlò così: «Se ti dicessi che la vita è bella, le persone meravigliose e che tutto è gioia e piacere, credo che ti sentiresti un idiota che non ha capito nulla e che non sa vivere. Secondo me, non ti sentiresti meglio. Ti sentiresti proprio un vero idiota! In realtà non sei totalmente idiota, solo un po’; ma sei anche abbastanza intelligente per comprendere come sono realmente le cose e che esse possono cambiare. Oggi non farai della legna, vieni accanto al fuoco, siediti e cambia il mondo».

La donna entrò nella baracca e ne uscì con in mano un quaderno e un lapis, me li consegnò e mi disse: «Ora tu ascolti e prendi nota di ciò che dirò, e ti assicuro che ti sarà utile. La vita, che tu dici essere uno schifo, non è quello che tu vedi all’esterno; quella è la vita del Creato, che va avanti per la sua strada in un susseguirsi di eventi naturali e non tiene conto di noi. La vita vera è quella che avviene nella tua mente: è soggettiva e riguarda la tua percezione delle cose. Così un evento per te può avere un significato, per altri ne può avere uno completamente diverso. Eppure l’evento è lo stesso. La vita è un’illusione, niente è reale – neppure ciò che sembra tale. È compito nostro, per vivere bene, conquistare questa “grande illusione”, ovvero la vita stessa».

Confesso che lì per lì non capii molto, ma era normale poiché anch’io pensavo che Donna Ines fosse un po’ strana: per questo l’ascoltavo con diffidenza. Risposi con una certa insolenza che le cose esistevano e si potevano toccare e vedere; altro che illusione! La vita era un’orribile realtà!

Donna Ines ridendo mi disse: «Guarda che forse neppure tu esisti davvero, ma questo non puoi comprenderlo e non te lo spiegherò. Ora ascolta, poi prova a fare per sempre come ti dirò – e vedrai che il tuo pensiero, che comunque è condivisibile, cambierà. Guarda il fuoco in silenzio e ascolta. Sei un essere desiderato. Sei qui perché l’Universo lo ha voluto. Sentiti libero di essere ciò che sei; non devi permettere a niente e a nessuno di etichettarti, né devi importi ruoli che non corrispondano alla tua autenticità. Ogni antenato del tuo albero genealogico è un dono che hai dentro di te e devi usarlo per il tuo bene, per il bene comune e per il bene dell’Universo. Impara a non chiedere né a mendicare amore. Semplicemente, ama».

La donna si interruppe un momento, quasi a consentirmi di comprendere bene le sue parole, poi continuò: «Credi fermamente nei piccoli miracoli che succedono ogni giorno e presta attenzione alle coincidenze, perché queste nascondono segreti occulti che ti guidano per la giusta via. Ogni giorno fa’ qualcosa di generoso e carino per qualcuno a te vicino. Se nella tua famiglia ci sono stati traumi, datti da fare per risanarli con amore; comprendili. Non lasciarli nascosti o in sospeso, mettili alla luce: svaniranno. Lasciati guidare dal tuo corpo carnale, lui è saggio. Se lo ascolti ti avvertirà delle situazioni dalle quali devi allontanarti, sentendo tensioni e malesseri. Ti dirà anche quando sei sulla strada giusta, facendoti sentire benessere e relax. Non avvelenare il tuo corpo con tossine o con una cattiva alimentazione. Fa’ di tutto per essere indipendente. Lavora di buona lena utilizzando la tua creatività e diventa adulto, responsabile e coerente. Scrivi ogni giorno una poesia, anche banale e semplice se vuoi: più semplici sono e più emozioni provocano. Cerca e crea delle situazioni che ti facciano ridere. Sii sempre disponibile a condividere e collaborare: sii solidale!».

Seguì un’altra pausa, quindi Donna Ines concluse: «Quando hai un problema puoi analizzarlo, puoi parlare con persone competenti ma sta sicuro che finché non agirai per risolverlo niente cambierà. Senti ogni giorno in ogni momento gratitudine per tutto ciò che l’Universo ti dona. Ricordati che in questo livello di esistenza niente muore, soltanto si trasforma. Leggi tanto, studia, cerca di conoscere a fondo ogni cosa, osserva con attenzione. Esperimenta in prima persona le tue credenze. Non saziarti delle cose materiali e non consumare più di quello di cui hai bisogno. Non ti attaccare neppure in modo fanatico ad alcuna idea. Come il tuo corpo carnale si rinnova continuamente, così succede alla tua mente. Spargi ogni giorno i semi che ti possono giungere dal profondo del tuo essere o dall’esterno; i semi possono essere parole, carezze, bellezza, azioni… Sono i semi della saggezza, dell’amore, della salute. Prenditi cura con tanto amore e impegno del territorio che va oltre il tuo corpo, la tua casa, il tuo quartiere, la tua città, il pianeta e tutto l’Universo. Ora impara a memoria queste cose e mettile in pratica ogni giorno – e a piccoli passi la tua percezione della vita cambierà, perché sarà la tua vita a cambiare. Così cambieranno anche le vite di quanti ti circondano, e poi quelle di coloro dai quali sono essi stessi circondati. In tal modo si verrà a creare un grande stato di benessere diffuso, che a sua volta creerà una sensazione di pace interiore. Solo allora ti renderai conto di avere conquistato la Grande Illusione, la tua propria vita…».

E così ho fatto e provo ogni giorno a fare.

Conclusione

A conclusione di questo libro, desidero porgere un ringraziamento profondo a tutte le persone che mi hanno permesso di scriverlo e che hanno contribuito alla sua realizzazione. Un grazie a voi che lo leggerete e lo ascolterete insieme al testo seguente, che considero uno degli scritti più belli e illuminanti della storia dell’Umanità.

Inno all’Amore

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo risonante o un cembalo squillante.

Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, ma non avessi l’Amore, non sarei nulla.

Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo per essere arso e non avessi l’Amore, non mi gioverebbe a nulla.

L’Amore è paziente, è benigno l’amore.

L’Amore non invidia, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, ma si compiace della verità, tutto tollera, tutto spera, tutto sopporta. L’Amore non verrà mai meno.

Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà; conosciamo infatti imperfettamente e imperfettamente profetizziamo; ma quando verrà la perfezione, sparirà ciò che è imperfetto.

Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Da quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.

Adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò perfettamente, come perfettamente sono conosciuto. Ora esistono queste tre cose: la Fede, la Speranza e l’Amore, ma la più grande di esse è l’Amore.

San Paolo, “Prima lettera ai Corinzi”, 13

Postfazione

Testo non riprodotto in questa edizione online.

Elisabetta Tortelli

Bibliografia

Nota. Molte storie e molti esercizi di visualizzazione sono stati realizzati prendendo spunto dagli insegnamenti della tradizione orale Sciamanica, dagli insegnamenti orali dell’Arte Divina di Mahikari, dagli insegnamenti orali dell’Associazione SUBUD, dagli insegnamenti ricevuti da Entità oniriche e dagli insegnamenti ricevuti da Spiriti contattati per medianità spontanea.

Pubblicato da Edizioni Tassinari, Firenze.
Il libro a stampa è disponibile presso l’editore.